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	<title>Haramlik</title>
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		<title>Chiacchiere coi negozianti all&#8217;Avana</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 00:53:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’Avana è piena di venditori di film in dvd, ogni tot portoni ce n’è uno. Ogni dvd contiene quattro o cinque film, normalmente, o mezza stagione di una serie tv, e costa un dollaro. Io mi sto rimpinzando di film e filmetti. Ci sono le serie USA e quelle latinoamericane. Quelle d’amore e quelle dedicate [...]]]></description>
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<p>L’Avana è piena di venditori di film in dvd, ogni tot portoni ce n’è uno. Ogni dvd contiene quattro o cinque film, normalmente, o mezza stagione di una serie tv, e costa un dollaro. Io mi sto rimpinzando di film e filmetti.</p>
<p class="MsoNormal">Ci sono le serie USA e quelle latinoamericane. Quelle d’amore e quelle dedicate ai narcos, tipo il nostro Romanzo Criminale, e c’è anche Romanzo Criminale quello vero, sottotitolato in spagnolo. C’è tale “Made in Cartagena” che prima o poi devo comprare, ché la vedo dappertutto e deve<span style="mso-spacerun: yes;"> </span>essere popolarissima, e sulla copertina ci sono dei fustacchioni in costume da bagno e i grattacieli di Cartagena de Indias sullo sfondo, così vedo un po’ come è la città.</p>
<p class="MsoNormal">E ci sono un sacco di serie coreane. Sì, coreane. Sottotitolate in spagnolo. Chiedo: “<em>Ma i coreani fanno buone serie tv? Davvero si vendono?</em>” “<em>Caspita</em>!”, mi dicono. “<em>Ce n’è di ottime, la gente le compra eccome</em>.” E mi mostrano tutta la fila coreana sugli espositori, con i caratteri strani e delle belle ragazzotte con le facce tonde e gli occhioni a mandorla, le intuisci coinvolte in storie d’amore assai struggenti.</p>
<p class="MsoNormal">Coi film è la stessa cosa, i gusti dei cubani in fatto di film non conoscono barriere geografiche. Oggi ho comprato il combo – si chiamano combo, sì – degli oscar, con La vita di Pi e I Miserabili e non so cos’altro, e poi un altro combo di cine colombiano e argentino e infine mi sono messa a guardare le file dedicata a Bollywood. La venditrice di dvd era una massaiona di mezza età con un grembiule a fiori; davo per scontato che non sapesse nulla di cinema indiano e mi rigiravo i dvd tra le mani, perplessa. “<em>Ne avete un sacco</em>”, ho buttato lì. E lei: “<em>Ah, i film indiani sono strepitosi, a me piacciono molto, vuoi qualche consiglio?</em>” Ed eccomi schiaffeggiata moralmente. Ha tirato fuori un sacco di dvd e mi riassumeva le trame, e questo è allegro, fresco, questo è un po’ un drammone ma ha belle musiche, questo è uno spasso, questo no, non te lo consiglio. E poi: “<em>Ecco, <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bol_%28film%29">Bol. Questo non è propriamente indiano, credo sia pakistano</a>, è ambientato in un contesto musulmano ma è abbastanza duro.</em>” “<em>Parla male dei musulmani?</em>” chiedo io, sospettosa. “<em>Nooo, ne parla bene! Però racconta di uno stupro, c’è un forte risvolto sociale, è una storia amara.</em>” Poi mi informa che al cinema di calle 23 y 12 comincia la settimana di cinema indiano, domani, imperdibile per gli amanti del genere. Lei ci va. Hai capito, la massaia a cui non volevo chiedere consiglio.</p>
<p class="MsoNormal">Qualche metro dopo, il gelataio che vende le vaschette della Nestlè – inaudita ghiottoneria, in questa patria del riso e fagioli – mi dice di pagare fuori ché dentro è in corso un’ispezione. “<em>Ma ne avete spesso, di ispezioni!</em>”, esclamo io, e lui alza gli occhi al cielo, da bravo cittadino alle prese coi controlli statali, e poi mi chiede di dove sono. “<em>Colombiana?</em>” “<em>No, italiana.</em>” “<em>Ah, be’, allora! Voi avete risolto il problema, Berlusconi ve le ha abolite del tutto!</em>” Che, devo dire, è un’osservazione non banale, da parte di un gelataio residente dall’altra parte del mondo. E’ una precisa sintesi della politica berlusconiana, in effetti. Il gelataio è informato, e bene. “<em>Il processo è finito o non ancora?</em>”, mi domanda, e io rispondo qualcosa sul fatto che minaccia di fare cadere il governo, in caso di condanna, e lui mi dà il gelato e mi dice di non pensarci, di godermi il sole e il cornetto e di lasciarmi le brutture della politica italiana alle spalle. Obbedisco, certo. Che vuoi che faccia.</p>
<p class="MsoNormal">“<em>I cubani sono cittadini del primi mondo inseriti in un contesto non industrializzato</em>”, diceva il mio prof. E’ vero, ma c’è qualcosa che non mi è del tutto chiaro. La questione sociale, credo. Il fatto che questo “cittadino del primo mondo”, dalle parti mie, non ha il grembiule a fiori e la crocchia, non serve il gelato da un baracchino. E’ un cittadino borghese. Le donne col grembiule o gli uomini con la casacca da gelataio non parlano di cinema e non sono granché acuti nel discettare di politica estera, nel primo mondo da cui vengo io. Non più, almeno. Forse negli anni ’70 era diverso, non ne sono sicura. E, no, non è solo una questione di immagine. E’ che in Italia si suppone che i poveri siano ignoranti. Ed è strano, se ci pensi, considerando che abbiamo scuola di Stato e obbligo scolastico. Non so, ci devo pensare.</p>
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		<title>Un passaggio da Miramar</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 19:35:25 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Primo maggio. Quartiere residenziale dell’Avana, un po’ fuorimano. Sera tardi, poche macchine, pozzanghere, aria ancora gonfia del temporale che c&#8217;è appena stato. Aspetto che passi un taxi ma si ferma, invece, una macchina nuova di zecca che pare appena uscita dall’Europa. Con l’interno che odora di nuovo, l’aria condizionata che sa di nuovo, a Cuba ce ne saranno tre. Alla guida, un distintissimo ottuagenario in grande spolvero, abito nero e medaglia appuntata al petto, e accanto a lui una signora più giovane, immagino che sia la figlia.<br />
Mi chiede dove vado. Stupita, glielo dico. “<em>Salga</em>”, mi dice con un sorriso, “<em>l’accompagno io gratis</em>.” “<em>Oh, molto gentile</em>”, dico io, e salgo dietro dove, appoggiata allo schienale del sedile, c’è una pergamena incorniciata. Sembra un diploma di laurea ma l’assenza di lampioni non mi fa vedere bene. “<em>Eroe</em>”, leggo. “<em>Eroe del lavoro</em>”, ecco.</p>
<p>Converso con il vecchietto: parliamo di università, mi dice che sua moglie era una ricercatrice e che anche lui è professore, ma di medicina. Mi dice che è stato più volte in Italia, accenna a certe istituzioni cubane, torna a parlare di sua moglie, sempre al passato. Poi la macchina si ferma tra una serie di viali alberati e la signora che è accanto a lui ringrazia e scende. Non è la figlia e, guardandola meglio, non potrebbe neanche esserlo: ha l’aria più modesta, è di una diversa estrazione sociale, non c’entra nulla. Deve avere avuto un passaggio anche lei e si allontana in fretta, con l’aria un po’ stupita. Mi sposto avanti e, mentre lei si allontana, mi accorgo che non ho idea di dove siamo.<br />
“<em>E lei, signore, dove sta andando?</em>”, gli chiedo mentre cerco di decifrare la situazione, e lui mi dice che ha appena ricevuto una decorazione e mi mostra la medaglia che porta al petto, ha un nastrino con la bandiera cubana.</p>
<p>E sarà che è tardi e sono stanca, sarà il buio e l’aria gonfia di pioggia e questa strada piena di alberi mai visti in Europa, a cui non so dare un nome, enormi e fitti di radici che crescono dai rami e si intrecciano fino a terra, e sarà – soprattutto – che mi è ancora così estranea e sconosciuta, questa America, ma mi pare tutto talmente irreale da essere persino inquietante, e non è paura fisica, la mia – certo che non mi farà del male, ed è fragile, minuto, anzianissimo, forse ha anche più di 80 anni – ma piuttosto il non avere nessuna idea dell’oggettivo livello di stranezza di ciò che sta accadendo. Non possiedo gli strumenti per misurarlo.</p>
<p>Continuiamo a parlare, lui sottolinea il valore della ricerca a Cuba.  Poi lo chiamano al telefono e lui racconta della cerimonia e di quanto ne sia stato commosso. “<em>Adesso vado al Palazzo</em>”, dice. Chiacchieriamo ancora: è proprio un signore d’altri tempi, un distintissimo nonno. E poi mi dice: “<em>Sa, io sono un ministro</em>”. Mi giro di nuovo verso la pergamena, ché ormai siamo in Calle 23 e c’è più luce e finalmente riesco a leggere il nome e il cognome sotto la scritta “<em>Eroe del lavoro</em>”.<br />
E poi sono arrivata, lo ringrazio di cuore e scendo.</p>
<p>La mattina dopo mi collego a internet, lo cerco su Google ed eccolo qua, ecco le foto, è lui: scienziato di pregio, ministro per anni, storico collaboratore di Fidel, eroe della Rivoluzione, ottant’anni, ormai ottantuno.</p>
<p>E poi racconto tutto alla mia padrona di casa e, quando le dico il nome, lei esclama: “<em>Ahhh, lui!! E’ una persona meravigliosa, un grandissimo scienziato e una persona rettissima, un galantuomo. Sono contenta che lo abbiano decorato, se c’è uno che merita una medaglia è lui! Anche sua moglie era così, una splendida persona, che bell’incontro che hai fatto!</em>”<br />
“<em>Ma scusa, Angelita</em>”, faccio io. “<em>Voglio dire, sono una straniera ferma lì, di sera, in una strada buia, e si ferma un ministro e mi accompagna a casa???</em>”<br />
“<em>Be’, evidentemente ha visto una signora in una zona dove passano pochi taxi e ha pensato di darle un passaggio. Te l’ho detto, è un’ottima persona</em>.”<br />
Poi ci ha pensato e ha aggiunto: “<em>Del resto, sai, quella è una generazione cresciuta nei campi e ci ha sempre tenuto a rimanere semplice</em>.”<br />
“<em>Ah ecco</em>”, ho detto io.</p>
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		<title>Viaggio ad Ovest</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Apr 2013 23:41:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Viñales]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualcuno me lo doveva dire, che il film cubano Lista de Espera, da me amatissimo e propinato per anni a tutti i miei alunni, in realtà non era affatto un film ma un realistico documentario su cosa succede quando si prende un pullman a Cuba. Non parlo dei pullman turistici di Viazul, ovviamente (disse ella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualcuno me lo doveva dire, che il film cubano <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_d%27attesa">Lista de Espera</a>, da me amatissimo e propinato per anni a tutti i miei alunni, in realtà non era affatto un film ma un realistico documentario su cosa succede quando si prende un pullman a Cuba.</p>
<p>Non parlo dei pullman turistici di Viazul, ovviamente (disse ella con tono da viaggiatrice compiaciuta assai) ma dei pullman Astro per cubani a cui noi residenti nell’isola siamo ammessi, con nostra gioia e tripudio, e che si pagano in Moneda Nacional e non in valuta turistica. Per rendere l’idea: Il Viazul con i suoi stranieri costa sui 12 dollari, mi pare, per andare dall’Avana a Viñales. Per fare la stessa strada con l’Astro, io ho pagato 1 dollaro e mezzo e mi sono divertita parecchio di più.</p>
<p>Hanno uno strano modo di funzionare, le cose, a Cuba. E in realtà ci riescono, devo dire. Meglio di quanto ti aspetteresti in genere nei paesi dove quattro ore di viaggio costano un dollaro e mezzo. Pullman e stazione puliti, sale d’attesa gestite in modo prussiano, check in da fare un’ora prima della partenza e, se non ti presenti, il tuo biglietto viene rimesso in vendita a chi è in lista d’attesa. A proposito del film di cui parlavo prima, appunto.</p>
<p>E’ un funzionamento che paga un grosso pedaggio alla burocrazia, però. E’ tutto un programmarsi per tempo, fare file chilometriche, scoprire quando sei a metà della coda che i posti per la tua destinazione si sono esauriti, accogliere i contrattempi con pazienza e, tutto sommato, dare prova di una disciplina che assoceresti più alla Gran Bretagna che ai Caraibi. Per quanto le code cubane siano parecchio più interessanti di quelle britanniche, direi, fosse solo per il loro interclassismo: perché non è tanto il mix razziale a colpirti, qui, tra bianchi, neri ed ogni possibile sfumatura intermedia; è il vedere la signora elegante e l’operaio in canottiera una accanto all’altro, spalla a spalla, che sbuffano all’unisono e si scambiano commenti solidali. Quando sei in Europa non te ne accorgi, ma abbiamo una distanza fisica tra le classi sociali che mi pare di molto superiore a quella che c’è qua.</p>
<p>Poi, insomma, ero sul pullman e, quando quasi eravamo arrivati a destinazione, ecco che ci fermano a un posto di blocco e due poliziotti montano su. Io rimango un po’ perplessa: mica è l’Egitto coi suoi esplosivi, questo, o il Messico coi suoi narcotraffici. Che vuole la polizia da noi, e con ‘sto caldo?</p>
<p>Marciano dritti verso un borsone giallo. “<em>Di chi è questo?</em>”, tuona il poliziotto anziano. Silenzio. “<em>Di chi è, ho detto?</em>” Ancora più silenzio. Qualcuno chiede spiegazioni e lui sbotta: “<em>Ho 22 anni di servizio alle spalle, credete che non sappia che in questa borsa ci sono aragoste??? Scommettiamo che le trovo?? E nessuno che ammetta di averle portate, vero???</em>” E comincia a svuotare la borsa lì, nel corridoio. Tira fuori una maglia da donna. “<em>Una donna, dunque, eh?</em>” Tra noi passeggeri è tutto uno scambiarsi commenti, un darsi di gomito, il buon umore impera. L’ignota contrabbandiera di crostacei non fiata. Si sono portati via la borsa e le aragoste, i poliziotti, e noi abbiamo proseguito il viaggio facendo ipotesi su come avessero fatto a sapere che c’erano crostacei tra noi, e d’accordo che hai 22 anni di esperienza ma non ci crediamo che hai sentito l’odore mentre passavamo, deve esserci stata una soffiata. E chissà di chi erano, poi. Le signore sedute in quell’area del bus hanno l’aria imperscrutabile.</p>
<p>Viñales è una deliziosa cittadina nell’ovest di Cuba e, effettivamente, pare di stare in certi sonnacchiosi villaggi del West, ci sono pure i cowboys a cavallo. Coltivano tabacco, da queste parti, e mi tocca sospirare pensando ai miei quasi dieci mesi trascorsi da non fumatrice. Mi consolo respirando a pieni polmoni sulla sedia a dondolo davanti alla porta di casa e guardando i buoi e i cavalli che passano, e un arrogante gallo che cerca di stuprare una gallina sotto ai miei occhi ma viene respinto con disonore, e sorrido solidale alla scampata vittima.</p>
<p>“<em>Cosa vuoi per cena?</em>”, mi hanno chiesto. “<em>Cosa c’è?</em>”, ho chiesto io. “<em>C’è il maiale, c’è l’aragosta…</em>”</p>
<p>Mi è venuto da ridere. Ho chiesto il maiale.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/011.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4864" title="011" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/011-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
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		<title>Cuba, mi amoL</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 20:44:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono tornata a Cuba come chi torna a casa, dopo un periodo in Italia estenuante, psicologicamente spossante e pure abbastanza sorprendente, ché il mondo non va mai come una sarebbe portata a prevedere ma vabbe’, l’importante è che in qualche modo vada. Sono tornata e sento lo stress che mi cade via di dosso, mattonate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono tornata a Cuba come chi torna a casa, dopo un periodo in Italia estenuante, psicologicamente spossante e pure abbastanza sorprendente, ché il mondo non va mai come una sarebbe portata a prevedere ma vabbe’, l’importante è che in qualche modo vada.<br />
Sono tornata e sento lo stress che mi cade via di dosso, mattonate intere di stress che in Italia fanno da paralizzante prigione e che qui lascio andare, invece, depositate in fondo al mare di Playa del Este dove ho già preso tutto il sole e tutte le onde di mare che potevo, ché ognuna ha i propri riti di purificazione.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/3.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/3-225x300.jpg" alt="" title="3" width="225" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-4858" /></a></p>
<p>Riprendo colore e cambio anche sguardo, mi pare: mi vedo addolcita, rasserenata. Mi godo la luce, dopo l’infinito grigiore italiano, e un caldo che pare giugno, per nulla aggressivo ma sufficiente a stare bene in spiaggia come in strada, in maglietta e senza sudare. </p>
<p>Sono in una casa diversa, trovata grazie ai saggi consigli di Loredana che è un’amichetta nuova sbucatami dal blog qualche mese fa (benedetto blog, cosa farei senza?) colma di istruzioni per decifrare Cuba. E’ al Vedado e i primi giorni bisogna un po’ abituarsi a non lasciarsi spaventare dagli sguardi fissi di Pancho e Panchita, quando si entra dal cancello. </p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/1.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/1-300x225.jpg" alt="" title="1" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-4856" /></a> <a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/4.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/4-300x225.jpg" alt="" title="4" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-4859" /></a></p>
<p>La mia camera ha un ingresso che dà direttamente al giardino e c’è un baccano di cinguettii e ci sono lucertole con uno strano barbiglio rosso e piccole iguane verde smeraldo, liscissime. Da qualche parte c’è anche un gallo, ma manca il fucile con cui sparargli all’alba. E&#8217; bello fare colazione qua.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/2.jpg"><img src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2013/04/2-225x300.jpg" alt="" title="2" width="225" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-4857" /></a> </p>
<p>Rimarrò qui a mezza pensione e si prenderanno cura di me, dicono, rimpinzandomi di verdura e accompagnandomi lungo la via di un glorioso dimagrimento, inshallah: perché qui si persegue il Risorgimento Fisico, signore e signori, ed esattamente otto mesi dopo avere eroicamente smesso di fumare, l’Haramlik getta alle ortiche anche l’alcool e si prepara a nuovi, mirabolanti stati avanzatissimi di salute o, come minimo, alla santità.<br />
Mi sono data un obbiettivo minimo di un anno di totale astinenza da qualsiasi tipo di alcool, pure dal liquore dei cioccolatini. Così, per vedere come sarà la vita dopo averlo fatto, e anche la circonferenza del culo. Sono già alla prima settimana, da qui in poi è tutta discesa.</p>
<p>Mi sono sentita a casa tornando a Cuba, dicevo, o forse faccio un po’ di confusione, il mio cervello opera delle sintesi tra tutto ciò che intendo per casa. La notte che sono arrivata, già sul taxi, respiravo il caldo umido e l’odore mi pareva quello del Cairo. Lo spagnolo cantilenante della gente mi riporta indietro a isole di tanti anni fa, questo piccolo nuovo inizio è il milionesimo della mia vita ed è che forse non so fare altro che ricominciare, io, e nella vita una fa ciò che le riesce meglio.<br />
Baci dall&#8217;Avana.</p>
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		<title>Il paese che finge di essere cretino</title>
		<link>http://www.ilcircolo.net/lia/2013/03/23/4849/</link>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2013 13:26:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
				<category><![CDATA[giornalismo cialtrone]]></category>
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		<description><![CDATA[I titoli dei giornali di oggi, a proposito dell&#8217;India e dei marò, rischiano seriamente di mandarmi al manicomio. E&#8217; evidente che, come fanno notare gli indiani, un governo democratico non può mettere bocca nelle sentenze: stanno ribadendo l&#8217;ovvio, e suppongo che noi al loro posto faremmo lo stesso. E&#8217; altrettanto evidente che non li condanneranno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I<a href="http://www.repubblica.it/esteri/2013/03/23/news/mar_l_india_attiva_il_tribunale_speciale_da_ieri_girone_e_latorre_a_new_delhi-55171364/"> titoli dei giornali di oggi</a>, a proposito dell&#8217;India e dei marò, rischiano seriamente di mandarmi al manicomio.<br />
E&#8217; evidente che, come fanno notare gli indiani, un governo democratico non può mettere bocca nelle sentenze: stanno ribadendo l&#8217;ovvio, e suppongo che noi al loro posto faremmo lo stesso.<br />
E&#8217; altrettanto evidente che non li condanneranno a morte, non ci sono minimamente gli estremi secondo la stessa legge indiana. Al di là delle evidenti considerazioni di carattere politico. Di che stiamo parlando, quindi? La finiamo di menargliela, a &#8216;sti indiani? Sembriamo un branco di deficienti, ma basta.</p>
<p>Siamo un paese che non crede a una parola di quello che dice ma lo dice lo stesso, in un costante esercizio di cinismo profondo che mi pare una malattia. Sempre in qualche film, mai nella realtà. Persi in un&#8217;autonarrazione che mi pare sempre più insopportabilmente malata, o forse sono io che invecchio e non la sopporto proprio più.</p>
<p>(Comunque: sono in Italia. A chiudere la casa di Genova, a rifare il passaporto, a morire di preoccupazione per qualche membro della mia famiglia che non sta per niente bene e così via. E&#8217; stato un periodo complicato e, certe volte, una non ha proprio niente da dire al blog o, meglio, si autocensura, non ha voglia. Ma sono ancora viva, <em>vivita y coleando</em>, e ringrazio quelli che mi hanno scritto preoccupati. Questo blog non chiuderà mai, può al massimo dormicchiare ogni tanto. Poi la settimana prossima torno a Cuba, e vedrai come farà bene al mio umore e a &#8216;sta tenace paginetta.)</p>
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		<title>Come vanno a finire le storie</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Dec 2012 23:26:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
				<category><![CDATA[A Genova]]></category>
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		<description><![CDATA[Arrivo a Genova e manco il tempo di smaltire il fuso orario, rendermi conto del freddo, mettere a fuoco le strade, che già ti incappo in SMP. Così, per caso, in strada, appena uscita per fare un po&#8217; di spesa. Ecco, SMP. Che cosa strana. Perché sono partita che avevamo fatto pace dopo l&#8217;ennesimo litigio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arrivo a Genova e manco il tempo di smaltire il fuso orario, rendermi conto del freddo, mettere a fuoco le strade, che già ti incappo in SMP. Così, per caso, in strada, appena uscita per fare un po&#8217; di spesa.</p>
<p>Ecco, SMP. Che cosa strana.</p>
<p>Perché sono partita che avevamo fatto pace dopo l&#8217;ennesimo litigio, non ricordo più per cosa. Si era fatto perdonare regalandomi il biglietto per Cuba, ed è che io sono sensibile ai doni. Poi si era lagnato moltissimo della nuova fidanzata, detta Megera o, anche, &#8220;<em>La donna che mi chiede perché tengo gli occhi chiusi, nei momenti d&#8217;ammore, e io non posso dirle la verità.</em>&#8221; SMP ha un modo tutto suo di descrivere le fidanzate: ti viene da pensare che in fondo le odi, ma poi ti accorgi che non è così. E&#8217; solo sinceramente convinto che più insulta la fidanzata in carica, quando ne parla con le altre, più le altre sono contente.<br />
Mi aveva poi coinvolto in una demenziale cena d&#8217;addio già descritta in qualche altro post e, infine, ero partita inseguita dai suoi singhiozzi fino a sotto la scaletta dell&#8217;aereo: <em>&#8220;Lavorerò per te! Ti manterrò! Provvederò a te! E poi ti raggiungerò e vivremo del mio! Saremo felici!</em>&#8221; SMP ha sempre avuto il grande merito di riuscire a farmi sentire una siderale mignotta, nonostante gli anni e i chili. In fondo gli voglio bene per questo. </p>
<p>Arrivo a Cuba e, tempo quindici giorni, mi racconta che si è scoperto di nuovo innamorato di Scratte. &#8220;<em>Di Scratte?</em>&#8220;, faccio io. &#8220;<em>E come mai?</em>&#8221; &#8220;<em>No, è che sono dovuto tornare a Trento per lavoro</em>&#8220;, mi spiega lui, &#8220;<em>e rivedendo i luoghi dove abita ho sentito le ginocchia che mi tremavano.</em>&#8221; &#8220;<em>Ma ciccio, quella è artrosi, credo, più che amore</em>.&#8221;<br />
Mi spiega che è un po&#8217; sulle sue, Scratte. Lo riprenderebbe, ma è troppo arrabbiata per i miei post su di lei. Mi chiede di dargli una mano a rabbonirla e io, che come è noto ho un cuore d&#8217;oro, le scrivo una bella letterina chiedendole scusa per tutto il male che le ho fatto. E, fin qui, tutto bene.</p>
<p>E invece poi lui sbraca, come al solito. Comincia a mandarmi messaggi sibillini, cerca di farmi sentire colpevole del fatto di essere a Cuba, telefona senza che si capisca cosa vuole e, insomma, si capisce vagamente che è come al solito incapace di vivere le proprie cose con una donna senza essere ostile a un&#8217;altra e, stavolta, quella con cui vuole essere ostile sono io. Che per giunta sono a Cuba e ogni risposta ai suoi sms demenziali mi costa un euro, figurati che voglia posso mai avere di seguirne i deliri. &#8220;<em>Io voglio una donna sola ma che non parta! Non voglio morire di nostalgia! Tu non mi hai mai dato futuro! Io voglio essere amato!</em>&#8221;<br />
Futuro? Nostalgia? Ma di che parla? Dall&#8217;Avana, appollaiata davanti a un mojito, mi pare di essere una di quelle figure vagamente edipiche che il bambino deve demolire se vuole crescere. Non so che farci e, dopo un po&#8217;, mi irrito. All&#8217;ennesima email in cui mi scrive che non gli do futuro, gli rispondo: &#8220;<em>Robe&#8217;, sarò breve: ma vaffanculo.</em>&#8221;</p>
<p>Poi, vabbe&#8217;, frattaglie sparse. E infine, come dicevo, eccolo qui, con me che sono appena atterrata e ho freddo e il fuso orario addosso e lui sbalordito di vedermi e andiamo a bere qualcosa ed è terribile. Mi ritrovo in una delle serate più tristi della mia vita.</p>
<p>Contemplo un estraneo. Un uomo a cui non ho letteralmente nulla da dire e che non sa cosa dire a me. Mi chiede di Cuba, del Messico, e non saprei cosa raccontargli nemmeno se avessi voglia di raccontargli qualcosa. Vorrei sapere di lui; mi spiega che adesso è innamorato di Scratte e io non me ne faccio capace: &#8220;<em>Ma ti rendi conto che sei un imbecille? Ma perché continui a sprecare queste parole? Non ti accorgi che millantare sentimenti è offensivo, che saresti molto più interessante se prendessi atto della leggerezza dei tuoi, che hai cercato di farmi sentire in colpa per anni quando la verità è che considerarti un coglione dal primo istante è stata un&#8217;ottima idea, nonché l&#8217;unico motivo possibile per cui ti si debba volere del bene?</em>&#8221;</p>
<p>Lo guardo e mi rendo conto che io, in un modo o nell&#8217;altro, con quest&#8217;uomo ci sono stata per quattro anni e ci ho pure vissuto insieme. Allibita, ricordo di averci messo su casa, con questo estraneo. Ho da qualche parte le foto di lui che monta la cucina. E mi viene in mente mia figlia: &#8220;<em>Ti sei innamorata di un terrazzo, non di un uomo. E ne diventerai ostaggio. Del terrazzo, e anche dell&#8217;uomo.&#8221;</em> Mia figlia si sbagliava, a liberarmi ci ho messo un attimo. Non avevo fatto i conti con il senso di vuoto, invece. Lo guardo, lo ascolto e, non so perché, l&#8217;unica cosa che ho voglia di dirgli è: &#8220;<em>Santo cielo, non vali niente, non sei nessuno.</em>&#8221; Capirai che novità. Ma, mentre lo penso e lo dico, mi viene da piangere. E lui continua a dirmi che gli fa tanto piacere vedermi, e più lo dice e più io gli rispondo che mi pare un pazzo, che è un incontro tristissimo, che il fatto che gli faccia piacere conferma che, come ho sempre detto, è un coglione.<br />
E poi me ne vado. A bere troppo da qualche parte, a chiedermi perché tanta tristezza, cosa mi ha preso.</p>
<p>Cosa mi ha intristito tanto? La perdita di potere? Il fatto di non averlo ai miei piedi un minuto dopo averlo incontrato? Boh, può darsi, ma fino a un certo punto. Se davvero ci tenessi, a &#8216;sto potere, sarei stata simpatica. Avrei riso, fatto la carina, mi sarei fatta portare a cena e così via. Non sarei rimasta ferma lì a chiedermi chi cazzo era e che tristezza di anni buttati nel cesso avevo racimolato, stando con lui.<br />
Credo che mi abbia intristito l&#8217;esistenza stessa delle dinamiche di potere, il fatto che lui avesse ritenuto di volersene liberare. Le sue strategie, le tecniche di colpevolizzazione, quel suo fare l&#8217;evaso da una prigione sentimentale. Lo ascolti e sembra sempre uno schiavo, mai uno che sceglie e decide.<br />
Alla fine, a me piaceva l&#8217;idea che fossimo complici, che si giocasse, che ci fosse sempre lo spazio per farci due risate. Mi ero convinta che il senso di tutto questo bizzarro rapporto fosse questo.<br />
No, invece. Di complicità, non ce ne era più. Credo che mi abbia ferito questo. Si prendeva sul serio, nello spiegare il mio disamore e i suoi bisogni. Credeva nelle cazzate che diceva. Non giocava. &#8220;<em>Ma che piacere vederti!</em>&#8221; </p>
<p>&#8220;<em>Tu non mi hai mai amato</em>&#8220;, mi ha detto.<br />
&#8220;<em>Cribbio, ma per forza, con tutte queste balle che ti racconti, tutte queste tue tragedie che durano un secondo, il tuo prendere sul serio un&#8217;infinita processione di cazzate, la fortuna di avere sentimenti così leggeri, così inconsistenti, e la gravissima colpa di non riconoscerlo, di rivestirli costantemente di uno spessore inesistente. Bisogna essere idiote, per amarti.</em>&#8221;<br />
&#8220;<em>Ma guarda che sono tutti così, non solo io. D&#8217;accordo, sono un coglione, ma gli altri uomini della tua vita non lo erano? Quello prima di me, il musulmano di Imperia, era forse meno coglione di me?</em>&#8221;<br />
&#8220;<em>No</em>&#8220;, ho ammesso. &#8220;<em>Ma con lui ci ho messo del tempo, a rendermene conto, e comunque c&#8217;era un forte fattore di sesso. Però ho avuto anche uomini diversi. Esistono uomini che stimo, lo sai benissimo.</em>&#8221;<br />
Già. Lì in fondo, nel passato remoto.</p>
<p>Io credo di non volerne davvero più, di uomini. Non riesco a capire a cosa possano mai servirmi, se non a intristirmi certe sere. Ci sono momenti in cui sembrano avere dell&#8217;utilità: quando ti aggiustano ciò che si rompe, quando ti pagano qualcosa di utile, quando ti danno un passaggio da qualche parte. Solo che poi no, alla fine ti ritrovi ad avere pagato un prezzo pure quando credevi di farli pagare tutti a lui. Il prezzo del vuoto, credo, del nulla che rimane.<br />
Basta, dai.<br />
Ne ho avuti mille, mi fermo qua.</p>
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		<title>Se cercate Ruby, ce l&#8217;ho io</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Dec 2012 20:25:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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		<description><![CDATA[Sulla via del ritorno natalizio in Italia, ho pensato di fare uno scalo di qualche giorno in Messico per vedere com&#8217;era &#8216;sta Riviera Maya. E ieri sera, mentre mangiavo una meritata pizza da Romeo, qui a Playa del Carmen, in piedi accanto a me c&#8217;era questa ragazzina accanto a un tizio tracagnotto tutto lindo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sulla via del ritorno natalizio in Italia, ho pensato di fare uno scalo di qualche giorno in Messico per vedere com&#8217;era &#8216;sta Riviera Maya. E ieri sera, mentre mangiavo una meritata pizza <a href="http://www.tripadvisor.it/Restaurant_Review-g150812-d1494054-Reviews-Trattoria_Pizzeria_ROMEO-Playa_del_Carmen_Yucatan_Peninsula.html">da Romeo</a>, qui a Playa del Carmen, in piedi accanto a me c&#8217;era questa ragazzina accanto a un tizio tracagnotto tutto lindo e pinto, con la classico polo da italiano al mare, e aspettavano che si liberasse un tavolo e li ho notati perché lui ha dato una banconota a certe bambine che chiedevano l&#8217;elemosina e io li detesto, i turisti che fanno l&#8217;elemosina ai bambini, e l&#8217;ho guardato storto con una certa intenzione di cazziarlo.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/romeo.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4828" title="romeo" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/romeo-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Io, poi, vengo da Cuba. Di conseguenza, quando vedo una coppia con una lei esotica molto più giovane di lui, ormai guardo altrove, corrucciata. &#8220;<em>Però siamo in Messico</em>&#8220;, ho pensato. &#8220;<em>E lei non si direbbe messicana</em>&#8220;, ho pensato ancora. Così l&#8217;ho guardata meglio, per indovinarne la nazionalità, e il pensiero successivo è stato: &#8220;<em>Oggessù, ma questa è Ruby, com&#8217;è piccolo il mondo.</em>&#8221;<br />
Ho inforcato gli occhiali, perplessa, ma non c&#8217;era proprio dubbio. Le sopracciglia depilate in quel modo lì, suvvia. E quindi me la sono guardata bene, e quello che vedevo una una giovane fenicotterina, con un prendisole grigio corto corto e delle croc gialle e queste gambe magre magre e lunghe lunghe, tutta esile e spilungona, carina, con l&#8217;aria della ragazzetta problematica mentre lui pareva un ragioniere di Milano assai protettivo.</p>
<p>La dinamica dell&#8217;&#8221;<em>Io ti proteggerò</em>&#8221; la conosco e mi è parso di vederla per tutta la sera. Lei che chiedeva vino rosso, lui acqua minerale liscia. Lei che si alzava ogni secondo per andare a fumare voluttuose Marlboro rosse, lui che la accompagnava senza fumare. Io che cercavo di non guardare la succulenta Marlboro rossa. Lei che parlava sempre, fitto fitto, seria, e lui che annuiva compunto. E poi lei che bamboleggiava, ma tanto, imitando mosse da bambina piccola, bronci, piccole corse a passettini goffi, e lui inteneritissimo che l&#8217;abbracciava, cose così. Molto affettuosi, parevano volersi un gran bene. Poi niente, ho finito la pizza e me ne sono andata, ché il mio albergo è giusto lì accanto, e solo un po&#8217; di ore dopo ho pensato che avrei potuto fotografarla e vendermi le foto, santo cielo. Il mio senso degli affari non si smentisce mai, non c&#8217;è che dire.</p>
<p>Comunque si mangia bene, da Romeo. Se sei un italiano che ha nostalgia dei carboidrati nostrani, forse è il miglior posto dove trovarli in tutta Playa del Carmen.<br />
E quindi ho pensato che la cosa più imperdonabile di tutta &#8216;sta vicenda di Berlusconi, dello scandalone mondiale, della storia d&#8217;Italia trascinata nel ridicolo e così via, sta nel &#8220;<em>Tutto qua?</em>&#8221; che ti viene da pensare quando ne contempli i protagonisti, nel sapore piccolo, nella prevedibilità assoluta dei sogni e dei gusti degli interpreti di tutto ciò.<br />
Cercate la pietra del nostro scandalo governativo? La trovate, assieme a migliaia di altri italiani, nella più turistica delle località di mare della stagione, a mangiare nel più italiano dei posti. Inutile <a href="http://www.trovaruby.com/">sprecare immaginazione</a>: è un Re Mida della banalità, Berlusconi, e se Ruby non avesse scelto Playa del Carmen l&#8217;avreste sicuramente trovata a Sharm o giù di lì.</p>
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		<title>Incontri all&#8217;Avana</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Dec 2012 19:31:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lia</dc:creator>
				<category><![CDATA[blog]]></category>
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		<description><![CDATA[Incontro n. 1, Anika Siccome la vita è strana assai, girando per l&#8217;Avana sono incappata in Anika. Anika è una delle ex amiche di Dacia Valent e Miguel Martinez, Campo Antimperialista, quel giro là, a sua volta fuggita a gambe levate dopo averci avuto a che fare. A suo tempo ne ereditai un po’, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Incontro n. 1, Anika</strong></p>
<p>Siccome la vita è strana assai, girando per l&#8217;Avana sono incappata in Anika.</p>
<p>Anika è una delle ex amiche di Dacia Valent e Miguel Martinez, Campo Antimperialista, quel giro là, a sua volta fuggita a gambe levate dopo averci avuto a che fare. A suo tempo ne ereditai un po’, di queste loro ex amicizie, e con qualcuna sono ancora in contatto. Non mi aspettavo di andarci a spasso per Cuba, questo no. Litiga su internet e girerai il mondo, pensavo mentre attraversavamo i vicoli della città vecchia montate su un traballante bicitaxi.</p>
<p>Davanti a un mojito sul Malecón, ci siamo fatte un po&#8217; di chiacchiere. Mi ha raccontato di avere vinto un processo contro la sua ex amica, facendola condannare a otto mesi, se non ricordo male, e a 4000 euro di risarcimento che prima o poi vedrà, forse. E poi mi ha chiesto perché non la andavo a trovare a Caracas, dove sta vivendo al momento. Ci ho pensato un po&#8217;, ché il Venezuela da qui è vicino, ma poi ho concluso che Caracas deve essere una città davvero bruttissima. Io me la immagino tipo le Vele di Secondigliano, ma in formato metropoli. Lei ha ammesso che non avevo torto, anche se con Chavez, dice, si sta un po&#8217; abbellendo. Magari aspetto che si abbellisca ancora un po&#8217;, ecco. Intanto mi incuriosisce di più il Messico, ci farò un salto sulla via del ritorno in Italia, per Natale.</p>
<p>Ci siamo divertite entrambe, in questo incontro. Sentire il botto del <em>cañonazo de las 9</em> davanti al mare e ripercorrere quelle lontane vicende e ridere dell’improbabilità del tutto. Lì, in maniche corte a dicembre, davanti a un mojito e a una Bucanero, con la sua nuova avventura che si incrociava con la mia. Che cosa bizzarra.</p>
<p><strong>Incontro n. 2, l’Olandese</strong></p>
<p>Io amo molto gli alberghi, così come amo i bar e, in generale, tutti i luoghi di passaggio. Mi piace la solitudine tra la gente, la socialità senza impegno, guardare senza fare parte di ciò che osservo. Per gli alberghi ho un debole particolare, da sempre. Da quando, a quattordici o quindici anni, mio padre cominciò a spedirmi in giro per il mondo perché non sapeva bene dove mettermi, regalandomi, senza manco farlo apposta, una passione per i traslochi che mi terrà compagnia finché avrò fiato.</p>
<p>All’Avana, l’albergo per eccellenza è l’Hotel Nacional, monumento storico e mirabile miscuglio di eccellenza e approssimazione, che ha un meraviglioso giardino che, per certi versi, ricorda il Marriott del Cairo in versione fané. Mi piace moltissimo e, quando sono arrabbiata con Cuba, vado là a bere qualcosa e faccio pace.</p>
<p>La sera che litigai con la mia ex casa e decisi di andarmene un po’ a Trinidad, avevo il pullman alle cinque del mattino e nessuna voglia di stare in calle Soledad un minuto più del necessario. Me ne andai al Nacional con la mia borsa a fare l’alba, quindi, davanti al mare e a qualche birra, Ero seduta al bancone del bar, arrivarono un paio di olandesi, ci mettemmo a chiacchierare. Si fece tardissimo, uno dei due se ne andò a dormire e l’altro rimase. Un biondone di Rotterdam, mio coetaneo, e non so come mi ritrovai a litigare con lui sulla questione palestinese, tanto per cambiare. E’ che stavano bombardando Gaza, quindi i miei discorsi tendevano a finire tutti là. L’olandese era sionista, ci scannammo e, alla fine, lui decise che gli piacevo moltissimo e che ci dovevamo baciare a lungo.</p>
<p>Ed è che il mondo è un posto stranissimo e non ha nessuna logica, non possiede senso. “<em>Ma scusa, abbi pazienza: come ti viene in mente, con tante donne da baciare che ci sono a Cuba, di volere baciare una tua coetanea sovrappeso che ti ha appena fatto un culo così sulle vicende mediorientali? Ma non hai di meglio da fare? Ma come ti viene in mente, dico davvero!</em>”</p>
<p>E poi eccomi lì, al bancone del Nacional e sotto le palme, a baciare senza troppa convinzione, non so se per gentilezza o perché detesto discutere,  uno dei diecimila vichinghi che qui, normalmente, baciano fanciulle con la metà dei miei anni e dei miei chili. Il barman ci sorrideva, paterno. Poi mi sono stufata dopo tre ptciù, ovviamente, e l’alba mi ha visto sul pullman e non da lui. Dice che a gennaio sarà al Cairo per lavoro. Forse pure io. Appuntamento al Marriott, perché no.</p>
<p><strong>Incontro n. 3, il Jinetero</strong></p>
<p>Mi piacciono gli alberghi, dicevo, e stasera me ne sono venuta al Deauville a perdere un po’ di tempo col mio pc. Al Nacional non c’è una presa di corrente, se vuoi stare all’aperto, e poi il Deauville ha un suo perché di modestia caciarona a tre stelle e di bar aperto 24 ore e connessione internet a sei dollari l’ora che a Cuba, ci crediate o no, è poco.</p>
<p>C’è una bionda cubana che balla flamenco mentre farebbe molto meglio a ballare la rumba, e ho nostalgia della mia Pupina che la straccerebbe in due olé, se fosse qui. Ai cubani piace, il flamenco, ma non mi pare un amore corrisposto.</p>
<p>Mi sono seduta e, accanto a me, c’era un tale che stava insegnando a una giapponese i primi rudimenti di spagnolo. Si è girato, ed era<a href="http://www.ilcircolo.net/lia/2012/10/19/tentativi-di-socializzazione-all%e2%80%99avana/"> il tizio che aveva cercato di rubarmi il portafoglio al Nacional</a> qualche settimana fa. “<em>Tu!!</em>”, ho detto io. “<em>Tu!</em>”, ha risposto lui. E poi mi ha presentato alla giapponese: “<em>Una brasiliana che conosco, una storia strana!</em>” “<em>Sì, mi avevi rubato il portafoglio, e comunque non sono brasiliana.</em>” “<em>Non è vero, il portafoglio lo hai ritrovato, non ero stato io!</em>” E’ passata un’oretta, abbiamo stabilito un bizzarro cameratismo che consiste nel mio assicurargli che non mi spillerà un soldo e nel suo assicurarmi che sono una stronza che gli è simpatica. Ha cercato di ballare flamenco pure lui, e gli si è strappata la camicia sotto entrambe le ascelle. Per darmi uno schiaffo morale, mi ha mostrato una patente di guida del Nevada. Io ritengo che sia un jinetero DOC e, quando si avvicina, abbraccio la borsa e lo respingo a pacche sulla mano tesa. Lui all’inizio faceva l’offeso. Ora, visto che non mi impressiono, ride e mi lascia in pace. In questo momento, gli amici della giapponese lo stanno fotografando abbracciato a lei e le ballerine cubane di flamenco sono raddoppiate e non le posso guardare, ma perché non la piantano, perché non ballano le cose loro? Sono troppo dolci per ballarlo, hanno il bacino troppo mobile, non hanno il piglio né l’arroganza, non sono sicure di quello che fanno, non lo sentono. Proprio no. Non le posso guardare. Dov’è la mia Pupina, quanto mi manca, gessù.</p>
<p><strong>Incontro n. 4, Alicia Alonso</strong></p>
<p>Uno spettacolo di flamenco assai diverso l’ho visto l’altra sera al Gran Teatro de la Habana, che è come dire la Scala di Cuba. E’ stato tutto un po’ casuale, a dire il vero: mi ripromettevo da tempo di andarci e poi, semplicemente, ci sono passata davanti mentre la biglietteria era aperta e sono entrata. C’è stato un piccolo brainstorming tra me e il bigliettaio su quanto dovessi pagare per l’entrata: “<em>Dunque, lei è residente, ma temporanea e non permanente. D’altra parte, la sua residenza è per via dell&#8217;università, cosa che le dà diritto allo sconto, ma sul suo documento non è specificato, cosa che le toglie il diritto e la obbliga a pagare il prezzo per stranieri…</em>” Sarebbe andato avanti a pensare ad alta voce ancora a lungo, se non avesse incrociato il mio sguardo da bracco triste. Si è interrotto, quindi, e ha staccato un biglietto: “Diez pesos”, mi ha detto. Circa quaranta centesimi di dollaro.</p>
<p>Nella sala Garcia Lorca c’era gente di ogni tipo: eleganti e sgualciti, vecchietti e giovani coi piercing, un mucchio di bambine che, era evidente, studiavano danza. Teatro pieno e all’improvviso, pochi minuti prima che iniziasse lo spettacolo, il pubblico comincia a girarsi verso il palco centrale e prima applaudono alcuni, poi tutti. “<em>Está Alicia?”,</em> mi domanda il vecchietto accanto a me. Direi di sì: il nome “<em>Alicia</em>” corre ovunque, tutti guardano in alto con un sorriso dolce, di affetto vero, ed io mollo la mia poltroncina e mi sposto dove la visuale è migliore ed eccola là: Alicia Alonso, con il suo inconfondibile turbante, il suo profilo regale, i suoi quasi cent’anni belli che ti toglie il fiato. La prima volta che vado al teatro all’Avana e becco Alicia Alonso, dimmi tu.</p>
<p>La compagnia di ballo le dedica lo spettacolo, le arrivano dei fiori, le dicono: “<em>Grazie di esistere, Alicia.</em>” La settimana dopo, durante il corso di cultura cubana, si parla di musica del Novecento e il professore la definisce “l’anno zero del balletto di Cuba”.</p>
<p>Il flamenco che vedo al Gran Teatro fa propria la contaminazione con i ritmi di qua, la usa consapevolmente e la impasta di teatro, improvvisazione, danza classica, e siamo quasi tutti in piedi ad applaudire e scopro che il pubblico cubano è caldo, generoso, istintivo e, anche, individualista nel suo apprezzamento. La standing ovation non è generale, non c’è emulazione. Moltissimi si alzano, altri applaudono da seduti, ognuno fa quel che gli pare, è un pubblico troppo intento a dare per avere coscienza di sé come insieme, non guarda se stesso. Un pubblico preoccupato solo di dire che è stato bene, che ciò che ha visto gli è piaciuto. Capisco, mentre lo guardo, di essere davanti a qualcosa che, nella nostra civiltà dell’applauso, si è perso. Gente che applaude senza pensare di stare in tv.</p>
<p>Lo spettacolo si conclude con una coreografia de “El crimen fue en Granada”, di Machado. Sono nella sala García Lorca del Gran Teatro de la Habana a vedere una compagnia cubana che interpreta, tra tutti, proprio quei versi. E con Alicia Alonso sulla testa. Un’ispanista di sinistra può anche morire, a questo punto. No, io non muoio. Vado, invece, al ristorante italiano all’angolo a mangiarmi un piatto di spaghetti, felice.</p>
<p><strong>Incontro n. 5, il Taxista</strong></p>
<p>Salgo, per una volta, su un taxi dotato di tassametro. E funzionante. E’ notte, voglio comprare una bottiglia d’acqua prima di rincasare e, qui, l’acqua in bottiglia è roba da stranieri. Sarebbero 40 centesimi, mi chiedono un dollaro, protesto, insistono, rischio di rimanere senza acqua per la notte, gli do il dannato dollaro e ritorno al taxi furente: “<em>Senta, mi dica, ma a Cuba odiate gli stranieri?”</em> Mi guarda sconcertato, ride, mi assicura di no, è proprio stupito ed è evidente che non aveva mai visto il rapporto stranieri-cubani da questo punto di vista. Io sono incazzata, invece, e gli espongo tutte le mie lamentele, le mie difficoltà, il mio punto di vista. Lui rimane per un po’ zitto e, intanto, arriviamo a destinazione. “<em>No, non mi dia tre dollari, me ne dia due.</em>” “<em>Cosa succede, si sente in colpa per quello che le ho detto?</em>”, faccio io. “<em>No, però il prezzo giusto è due dollari, e lei non deve chiedere a noi il prezzo, deve proporre il suo, e poi bla…bla… bla…</em>”</p>
<p>Mi ha fatto un corso intensivo di sopravvivenza a Cuba in cinque minuti, lì sotto al mio portone, nel buio e a tassametro spento. Lo ha proprio fatto per me, o perché gli dispiaceva che fossi arrabbiata col suo paese. Mi sono sciolta come un cioccolatino, ovviamente, e sono salita a casa pensando che però gli volevo bene, a ‘sti cubani.</p>
<p>Loredana, il giorno dopo, mi  diceva: “<em>E’ che sembrano burberi ma in fondo sono buoni.”</em><br />
Già.<br />
Dannati isolani.</p>
<p><strong>E una mancanza, infine, le sigarette.</strong></p>
<p>Le chitarre elettriche, qui nell’atrio del Deauville, hanno mollato l’improbabile flamenco e stanno suonando Santana. Il mio amico jinetero è andato via con i giapponesi e con la sua camicia strappata. Vendono dei panini, al bar, ma sono imbottito con prosciutto, salame e formaggio. Tutto insieme. Non credo di poterli affrontare. E va ancora bene, ché per fare un classico panino cubano gli manca l’aggiunta di una bistecca di maiale. Un tedesco accanto a me fuma Marlboro light, che il cielo lo fulmini, e – come ogni sera – la mia determinazione a smettere di fumare vacilla. Ma vacilla da quasi cinque mesi, ormai, eppure regge: non ho mai più fumato, dal 18 luglio scorso. Una notte ho sognato che compravo un pacchetto di sigarette ma poi, nel sogno stesso, lo buttavo giù da un ponte.</p>
<p>Da quando ho smesso di fumare non ho più fatto un colpo di tosse. Nemmeno uno. E ho i denti più bianchi, la pelle più distesa. E salgo le scale soffrendo ma senza stramazzare e, per la prima volta in vita mia, prendo in considerazione l’idea di non morire giovane, e considero l’ipotesi, per me inedita, di riuscire a invecchiare. Vorrei tanto farcela, davvero. A smettere di fumare, dico. Perché non ce l’ho ancora fatta, non posso ancora considerarmi un’ex fumatrice. Soffro ancora troppo, certe volte. Adesso, per esempio. Però tra un po’ saranno cinque mesi, poi sei, poi otto, poi un anno. Prima o poi dovrò pur smettere di rischiare di ricominciare, dico io. Oppure no, ma vabbe’. Si gestisce.</p>
<p>In questi cinque mesi ho capito questo, che smettere di fumare non ti cambia, non è grave, non è nulla di impegnativo sul piano dell’identità. Smettere di bere, o di drogarsi, o di giocare d’azzardo, ha ripercussioni molto più profonde sullo stile di vita di chi lo fa, direi. Persino mettersi a dieta ha ripercussioni più forti, ti cambia di più.</p>
<p>Smettere di fumare vuol dire solo abbandonare un gesto, invece. Tu rimani uguale, la tua vita pure. Questo non vuol dire che non sia un vizio subdolo e potente. Vuol dire solo, secondo me, che in una scala di difficoltà è un vizio stupido da eliminare, l’unico che non ti obbliga a farti una personalità nuova.</p>
<p>Una personalità nuova me la darebbe, invece, il vivere per anni attaccata all’ossigeno, senza respirare, nella claustrofobia più da incubo che io possa immaginare e che mi è stata garantita, per iscritto, una settimana prima che smettessi. No, dai.</p>
<p>Domani mattina mi sveglierò e sarò felicissima di avere resistito alle Marlboro del dannato tedesco accanto a me, all’ennesima serata pericolosa.</p>
<p>Smettere di fumare a Cuba, tra sigari e foglie di tabacco e mancanza di divieti. Sono una gran figa, e ‘fanculo a tutti. No, non fumo più.</p>
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		<title>L&#8217;Egitto, Cuba, l&#8217;alfabetizzazione</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Dec 2012 18:20:37 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno prima di partire per Cuba, partecipai a una cena durante la quale <a href="http://www.pietrotarallo.it/">un individuo che si vanta di girare il mondo e di scrivere guide turistiche</a> non fece altro che ripetere che il mondo arabo era totalmente privo di cultura.<br />
Lo guardavo mentre lo ribadiva pubblicamente decine di volte, a voce ben alta e con l&#8217;aria soddisfatta di sé, impermeabile a qualsiasi dubbio. &#8220;<em>Hanno avuto una bellissima cultura nell&#8217;antichità, poi la hanno completamente dimenticata e ora non c&#8217;è niente!</em>&#8220;, pontificava.<br />
Fu una serata estremamente spiacevole, di quelle che possono darsi solo in certi ambienti di piccolo-media borghesia gretta, chiusa, provinciale e arrogante &#8211; e Genova li ha, sfortunatamente, e sono il lato oscuro della peraltro incantevole città &#8211; che mi lasciò con un mal di testa che mi durò un mese &#8211; ed è che come somatizzo io, nessuno al mondo &#8211; e il rimpianto di non essermene andata mollando la cena a metà.</p>
<p>Che coraggio, definire &#8220;senza cultura&#8221; un&#8217;intera fetta di mondo, e proprio quella.<br />
Come se non esistesse una letteratura araba contemporanea, una narrativa, una poesia. Come se non ci fosse arte. Come se il mondo arabo non componesse musica. Come se non avesse cinema. Come se non avesse una rigogliosa arte di strada, come se non fossero maestri di comic, vignettisti satirici tra i migliori della scena politica internazionale. Come se non ci fosse riflessione politica, teologica, come se non avesse intellettuali e saggisti. Come se non avesse identità. Come se non esistesse.<br />
Il mondo arabo &#8220;senza cultura&#8221;. Che vergogna, sentire gente che lo dice senza arrossire, davanti ad altri, certa dell&#8217;impunità che solo l&#8217;ignoranza &#8211; la propria e quella del proprio mondo &#8211; può garantire.<br />
Che disagio, che pessima serata.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/trombone.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4810" title="trombone" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/trombone.jpg" alt="" width="123" height="93" /></a></p>
<p>Ieri, invece, consultando il Google Reader dopo parecchio che non lo guardavo, ho ritrovato un altro trombone di vecchia conoscenza, Salame-lik, che, tanto per cambiare, mi invoca da mesi incolpandomi, assieme a qualche altro, di ogni possibile disgrazia sia capitata in Egitto nell&#8217;ultimo anno.<br />
A me Sherif fa ridere. Mi rendo conto che vuole solo attirare l&#8217;attenzione ma, cosa vuoi, ho pensato che dedicandogli una mezza risposta, oltre a fare una buona azione, potevo anche riflettere su un paio di cose a cui stavo comunque pensando in questi giorni.<br />
La diversa presenza dello Stato a Cuba e in Egitto, per esempio.</p>
<p>Sherif, in pratica, dice che:<br />
1. Gli egiziani sono in gran parte poveri e analfabeti, quindi non adatti alla democrazia.<br />
2. Se portati a votare liberamente, gli egiziani votano male e rovinano pure il rapporto tra Egitto e Israele/USA, quindi è meglio se non votano o votano per finta, come sotto Mubarak.<br />
3. Cuba sarebbe (cito testualmente) &#8220;messa ben peggio dell&#8217;Egitto di Mubarak&#8221;.</p>
<p>Be&#8217;: a me dispiace ma, con tutto il bene che voglio all&#8217;Egitto, il confronto con Cuba o, se vogliamo, tra Mubarak e Fidel, soprattutto sui temi relativi all&#8217;istruzione, è impietoso.<br />
Cultura e istruzione non sono la stessa cosa e, certo, l&#8217;Egitto ha un grosso problema di analfabetismo. Il sistema scolastico impiantato da Nasser, gratuito per tutti fino all&#8217;università compresa, è diventato, sotto Mubarak, una fucina di corruzione, lezioni private carissime come unico modo per andare avanti, famiglie indebitate per pagare dette lezioni, inefficienza e scarsa o nulla penetrazione nei settori più disagiati della società egiziana.<br />
La lunghissima gestione di Mubarak lascia in eredità il problema dell&#8217;analfabetismo che Sherif tanto denuncia, e questo nonostante l&#8217;Egitto fosse, dopo Israele, il paese più finanziato dagli USA al mondo. Chiedetelo a Mubarak, dove sono finiti tutti quei soldi. Non nella scuola, decisamente.<br />
Che poi un popolo tenuto nell&#8217;analfabetismo da una lunghissima dittatura, non sia di conseguenza adatto alla democrazia, è uno di quei ragionamenti che danno l&#8217;intera misura del credo politico di uno come Sherif.</p>
<p>(Così come la sua idea che &#8220;<em>la democrazia non è altro che la dittatura della maggioranza</em>&#8221; dà l&#8217;esatta misura di quanto ne sappia, lui, dell&#8217;argomento. La democrazia è tutela della minoranza, ovviamente, ovvero l&#8217;esatto contrario di ciò che dice Sherif. Ma cosa gli vuoi dire? Puoi solo suggerirgli di riprendere gli studi abbandonati, per il suo bene.)</p>
<p>Tornando a Cuba, tuttavia, il paragone con l&#8217;Egitto di Mubarak io lo faccio tutti i giorni, stupefatta nel vedere, per la prima volta in vita mia, uno Stato tanto presente in un paese tanto povero.<br />
Cuba non è, a differenza dell&#8217;Egitto, campionessa mondiale di incasso di aiuti USA. E&#8217; un paese sottoposto a embargo da oltre mezzo secolo, isolato commercialmente e non solo, accerchiato e tenuto, da generazioni, in una posizione estremamente difficile. Un paese che, durante el &#8220;periodo especial&#8221;, si è dovuto razionare le calorie per non morire di fame, le ore di luce elettrica per non rimanere al buio.</p>
<p>Di Cuba si può dire tutto, non mi sfuggono i suoi molti difetti, vedo tante cose che non vanno e intuisco che ce ne siano altre che non vedo. Ma, decisamente, non si può dire che abbandoni i suoi poveri, che lo Stato sia assente per i cittadini più svantaggiati.<br />
Le città cubane sono pulite. La spazzatura viene raccolta. Ci sono meno bestie (topi, scarafaggi) che a Genova e gli impiegati di Salud Publica girano per tutta l&#8217;Avana per tenere sotto controllo e disinfestare qualsiasi possibile vivaio di zanzara della Dengue. I malati, anche se poveri, vengono curati dallo Stato, non c&#8217;è bisogno che se ne occupino i Fratelli Musulmani di turno. A scuola ci vanno tutti, proprio tutti, e ci vanno gratis sul serio, non solo sulla carta.</p>
<p>L&#8217;analfabetismo lasciato in eredità all&#8217;Egitto da Mubarak, a Cuba è stato sradicato nel 1961. Non solo: i cubani <a href="http://www.peacelink.it/latina/a/18094.html">hanno alfabetizzato </a>milioni di persone nei luoghi più reconditi del pianeta, e continuano a farlo: Cuba non esporta solo medici, ha maestri tra gli indigeni del Messico e del Centro America, programmi, missioni.<br />
A Fidel, evidentemente, la cultura non fa paura. Dei suoi cubani non si potrà mai dire che sono &#8220;<em>inadatti alla democrazia perché analfabeti</em>&#8220;. Sherif, prima di paragonarlo al dittatore del suo cuore, dovrebbe lavarsi la bocca con della candeggina.</p>
<p>E poi, permettetemi un appunto di tipo estetico: ricordiamo tutti le immagini del processo a Mubarak, con lui steso sulla barella intento a scaccolarsi per ore, mentre i figli cercavano invano di proteggerlo dalle telecamere.<br />
Ecco: direi che nessuno al mondo, nemmeno gli anticomunisti più viscerali, potrebbe immaginare Fidel Castro nella stessa postura, offrendo lo stesso spettacolo. E&#8217; un dettaglio piccolo ma, a mio parere, non insignificante.<br />
Direi che parliamo di categorie umane e storiche decisamente diverse, ecco.</p>
<p>I popoli devono poter vivere la propria Storia. Colonialismi, post-colonialismi, politiche e dittatori eterodiretti creano società deboli, malate. Che le società arabe conservino un&#8217;identità tanto forte, una cultura (nel senso autentico del termine) vera e viva, nonostante ciò che hanno sofferto e continuano a soffrire, è un miracolo.<br />
A me può non piacere Morsi, e difatti non mi piace. Ma sono convinta che ogni popolo debba potere scegliere, sbagliare, sperimentare e, comunque, seguire il proprio percorso. La Storia non è una linea retta, ha traiettorie accidentate. Il paternalismo del &#8220;<em>Tu non sai, è meglio che altri decidano per te</em>&#8221; ha fatto danni per secoli, e dispiace che esistano degli Zii Tom che continuano a sostenerlo.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/allocco.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4811" title="allocco" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/allocco.jpg" alt="" width="124" height="111" /></a></p>
<p>Questo pensavo, quando l&#8217;occhio mi è caduto sull&#8217;ultimo post del buon Salamelik e sono esplosa nella risata della giornata.<br />
Il Nostro, avendo ricevuto un&#8217;email dell&#8217;ISPO che è stata inviata praticamente a tutti i blogger d&#8217;Italia (io l&#8217;ho ricevuta una decina di giorni fa e prontamente cestinata, su FriendFeed mi dicono che l&#8217;hanno ricevuta un po&#8217; tutti), si è bevuto tutte le frasi lusinghiere contenute nella richiesta di partecipare a un sondaggio, ha creduto che fossero rivolte a lui-proprio-a-lui e ci ha fatto un post intitolato: <a href="http://salamelik.blogspot.com/2012/12/un-altro-riconoscimento-per-salamelik.html">&#8220;Un altro riconoscimento per Salamelik</a>&#8220;.</p>
<p>Ed io sto a rispondere a uno che si lusinga davanti allo spam e ci fa un post.<br />
No, ma dai. C&#8217;è qualcosa di struggente, in questa cosa.</p>
<p>Sto immaginando Sherif in salumeria, davanti al cartello: &#8220;Sconti riservati in esclusiva per i nostri migliori clienti&#8221;. Me lo vedo che, tutto contento e vanesio, esce con il prosciutto intero, certo che il salumiere lo stimi. Ma poverino, ma santo cielo.</p>
<p>(Ora però non ti allargare: la prossima volta che ti prenderò in considerazione sarà verso aprile o maggio, non prima.)</p>
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		<title>Ci si orienta, un po&#8217;.</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Dec 2012 20:48:36 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cuba]]></category>
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		<description><![CDATA[I cubani non sanno contrattare. L’orgoglio li frega. Iniziano sparandoti una cifra inverosimilmente alta nella speranza che abbocchi. Tu sorridi e, convinta di avere davanti un mercante levantino, controbatti con una cifra inverosimilmente bassa, pronta alla trattativa. Vieni invece mandata affanculo dall’offesissimo cubano che crede che tu lo stia insultando e che stia sottovalutando il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I cubani non sanno contrattare. L’orgoglio li frega.<br />
Iniziano sparandoti una cifra inverosimilmente alta nella speranza che abbocchi. Tu sorridi e, convinta di avere davanti un mercante levantino, controbatti con una cifra inverosimilmente bassa, pronta alla trattativa. Vieni invece mandata affanculo dall’offesissimo cubano che crede che tu lo stia insultando e che stia sottovalutando il suo lavoro, la sua persona, il mondo, e che magari sei pure un po&#8217; imperialista. Furente, se ne va.</p>
<p>La volta dopo, ormai consapevole di non avere davanti un mercante levantino, ribatti alla cifra inverosimilmente alta proponendo, semplicemente, quella giusta. Il cubano, scocciatissimo perché non hai abboccato, decide di morire piuttosto che piegarsi, ti manda affanculo e se ne va.</p>
<p>Molti vaffanculo dopo, la qui presente blogger ha capito che l’errore stava nella domanda: “<em>Quanto vuoi?</em>”</p>
<p>La tattica che sto sperimentando al momento, e che pare promettente, consiste nell’annunciare direttamente il mio prezzo, subito dopo il “<em>Buongiorno!</em>” e possibilmente con un sorriso gentile. “<em>Ciao, mi porti là per 1 cuc, mi affitti la casa per 350, hai mica una radiolina da vendermi per 5 cuc, che ne dici se mi fai la manicure per 2?</em>” In genere ti dicono di sì, siamo tutti contenti e risparmiamo pure un sacco di tempo. Sono cautamente fiera della scoperta, forse comincio a ambientarmi.</p>
<p>Intanto ho cambiato casa. In realtà ci pensavo da un po’: da quando il padrone di casa mi aveva chiesto di sposarlo, per l’esattezza. Poi, cosa vuoi, io sono un tipo pacifico e, soprattutto, molto pigro, quindi avevo deciso di concentrarmi sugli aspetti positivi della mia sistemazione (il prezzo, sostanzialmente, e l’abbonamento a internet) e di pazientare sul resto e, in particolare, sul casino dei vicini, tra bebè piangenti, cani calvi abbaianti, mogli urlanti e, soprattutto, mariti impegnati nel rifacimento dell’intero edificio, in un tripudio di trapani e martelli.</p>
<p>Ho resistito fino a quando, come in certe gag del cinema, al vicino è scappato di mano il trapano e io mi sono ritrovata a contemplare il suo soggiorno da un immenso buco situato esattamente sopra al mio letto, mentre sul cuscino mi si accumulavano i calcinacci.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/buco1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4799" title="buco1" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/buco1-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Poco dopo, contemplando i vicini che, a loro volta, contemplavano il buco sulla mia parete, ho capito che era tempo di traslocare.</p>
<p><a href="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/buco22.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4800" title="buco22" src="http://www.ilcircolo.net/lia/wp-content/uploads/2012/12/buco22-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Lì per lì me ne sono andata in gita a Trinidad, deliziosa benché turistica cittadina ottocentesca che vanta un’architettura che posso solo definire commovente. Ed è che questo paese, non avendo conosciuto la speculazione edilizia, è un miracolo dell’architettura, oltre che della natura, l’ho già detto in qualche altro post. Tra l’altro, avendo appena partecipato a un seminario sulla letteratura cubana dell’Ottocento, definirmi in stato di grazia a Trinidad è dire poco, evocavo Cecilia Valdés e lo schiavo Sab ad ogni angolo. Dovevo avere un’aria assai assorta, aggirandomi nei vicoli e inciampando nell’acciottolato.</p>
<p>E poi sono tornata all’Avana e adesso sto in una graziosa casa particular dietro al Capitolio, a un passo dai vicoli e dalle piazzette coloniali dell’Avana vecchia. Classica casetta cubana molto vissuta, col pavimento sconnesso e una libreria con tanti libri e un bel patio pieno di piante fuori dalla stanza e questo amalgamarsi tra il dentro e il fuori, il chiuso e l’aperto che deve essere stato importato dall’Andalucia e, prima ancora, dal mondo arabo. A Trinidad, la casa in cui stavo aveva un enorme albero al centro ed era costruita tutta attorno, dimmi tu.</p>
<p>Fra tre giorni inizia il Festival del Cinema Latinoamericano. Loredana, parlando dell’offerta culturale di questa città, mi diceva che l’Avana è una specie di New York. Non ha torto.<br />
Tranne che per il fatto il carnet che ti dà diritto a vedere TUTTI i film della rassegna costa, uhm, 80 centesimi di euro.</p>
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