Leonardo
16 dicembre 2009 – 19:51Il primo blogger che io abbia mai letto, il primo a cui io abbia mai scritto, il più bravo di tutti.
Da oggi, se lo godono anche i lettori dell’Unità.
(In bocca al lupo, collega!)
Haramlik: parola araba che indica la parte della casa riservata alle donne. Questo è un haramlik disordinato.
Il primo blogger che io abbia mai letto, il primo a cui io abbia mai scritto, il più bravo di tutti.
Da oggi, se lo godono anche i lettori dell’Unità.
(In bocca al lupo, collega!)
Il tribunale di Milano, stamattina, oltre a Fabrizio Corona ci aveva da processare pure Magdi Allam, ché è un anno e rotti che lo tengo a processo ed è un anno e rotti che passa da un rinvio all’altro, il Nostro. Ed è che l’autorità che gli emette i decreti di citazione a giudizio mi appare un tanto distratta e, fino ad oggi, era riuscita a sbagliare:
1. il nome del mio difensore (nel primo rinvio a giudizio di Allam, il nome del mio avvocato, scritto a stampa, era stato cancellato con un tratto di penna e sostituito sempre a penna dal nome dell’avvocato che ebbi la malaugurata idea di assumere in prima battuta e che licenziai poco dopo, salvo vederlo ricomparire come un fastasma nel decreto, appunto, e per poco non impugno dell’aglio per scacciarlo);
2. il rito (il reato di cui è accusato Allam richiedeva l’udienza preliminare: per arrivarci, abbiamo dovuto inseguire erronee citazioni dirette che venivano restituite al pm e noi dietro, di rinvio in rinvio, tra i sorrisoni degli avvocati del Corriere);
3. il giudice (si sono sbagliati e ci hanno mandati in riva all’Adda non so quante volte, e invece il nostro posto era a Milano).
Oggi gli hanno sbagliato il nuovo decreto di citazione, invece: pare che glielo abbiano mandato senza specificare l’articolo del codice corrispondente al suo reato. E quindi, l’avvocata del Corriere: “Signor Giudice, se non ci viene specificato il reato come si tutelano i diritti della difesa?” E il pm: “Ma abbiamo mandato una copia dell’articolo per cui la signora lo ha denunciato, saprà pure che è accusato di quello!” E il mio avvocato: “Ché poi, insomma, nelle citazioni precedenti c’era, e in questa era scritta la data del reato e tutto: saprà pure cosa ha mandato in stampa quel giorno, no?”
No.
La citazione va rifatta, ci si rivede a Febbraio.
E il sorriso soddisfatto degli avvocati del Corriere mi ha fatto pensare che non gli basta essere grossi e forzuti, a quelli là. Pure fortunelli, sono. Questo pensavo, mentre poco più in là c’era Fabrizio Corona con un enorme orecchino formato vongola di brillanti che mostrava il cipiglio ai fotografi e ce lo avevamo pure io e il mio avvocato, il cipiglio, e con più ragione di quello là.
Che è comunque meno fortunato di Magdi Allam, e ciò me lo rende anche un po’ meno antipatico. Un po’, non troppo.
Io, per anni, ho pensato che la Francia non fosse altro che il pezzo di strada che unisce l’Italia alla Spagna e viceversa. Non mi ha mai ispirato la minima curiosità, proprio. Pensavo vagamente che fosse un posto freddo dove tutto chiude presto la sera e si cucinano cose cremose.
In realtà c’ero anche stata, e non pochissimo: un’intera estate a Nizza quando avevo una quindicina di anni, con annesso corso di francese e relativo soggiorno presso famiglia locale. Lui era un cuoco che allungava le mani, la moglie una brava donna simpatica con cui non accennai mai a questa particolarità del marito. Avevano una bella casa e condivano, appunto, l’insalata con la crema.
La cosa che più mi colpì di Nizza fu, tutto sommato, la bellezza delle prostitute che stazionavano in non so quale elegante strada pedonale del centro: venivo da un anno trascorso nella scialba Inghilterra del sud e quelle spettacolari stangone elegantissime mi sembravano tutte dive del cinema, non mi spiegavo come potessero essere semplici prostitute. Chissà allora come erano le attrici vere, pensavo. Una rimane intimidita, a 15 anni.
C’è stato un periodo in cui ho parlato un francese abbastanza decente, tirato su tra quell’estate e un successivo anno scolastico trascorso in un collegio di Losanna e terminato in anticipo causa mio innamoramento per Marco e annessa fuga a Napoli, via dal collegio, dalle sue regole terrificanti e dalla signorina che ci controllava e che si chiamava Beretta, come le pistole. Poi l’ho dimenticato imparando lo spagnolo, il francese: le lingue affini fanno sempre a cazzotti, rinchiuse nello stesso cervello, e io non avevo studiato abbastanza grammatica per farle convivere. Del mio periodo francofono ricordo solo i complimenti ricevuti da un’elegante madre di famiglia parigina, una sera, in quel della Gomera: “Ma come parli bene francese!“, mi disse. E io, candida: “Oh, è che ho avuto molti fidanzati francesi“. Lei trattenne una risata e io capii di avere detto qualcosa che mia nonna non avrebbe approvato. Nei trent’anni successivi, comunque, l’ho dimenticato del tutto, come dicevo, e oggi faccio fatica pure a ordinare una ratatuille al ristorante. Sono formata per pronunciare roba molto più decisa.
La Francia non ha mai colpito la mia immaginazione, comunque, e i fidanzati francesi nemmeno: li ricordo maschilisti, quelli che mi sono capitati, e del resto ero piccola e bastava contraddirmi per farmi gridare al maschilismo. Ci fu un Didier che cercò di prendermi a schiaffi, una notte, in un albergo di Juan Les Pins. Mi rifugiai dietro il portiere dell’albergo e strillai molto, quindi fuggii e non ci rivedemmo più. Maschilista lui o, forse, insopportabile io. Chi può dirlo, dopo tanto tempo.
Tutto questo per dire che la sto scoprendo praticamente da zero, la Francia, ultimamente, e mi ritrovo a visitare luoghi che per me erano semplici cartelli autostradali, fino a ieri. Arles, per dire. Arles è un cartello sulla strada per la Spagna, pensavo. E invece no: esiste, ed è pure bella. Tu pensa che scoperte, si fanno.
E quindi – tanto per arrivare al dunque – ho scoperto anche il Vin Chaud, che è il motivo per cui sto scrivendo ’sto post. Lo avevo assaggiato l’anno scorso ad Avignone, in una serata trascorsa assieme a SSG davanti al caminetto di un ristorante, e questa volta l’ho studiato con più attenzione per capire cosa ha di buono, visto che l’italico vin brulè mi ha sempre fatto orrore e il vin chaud lo berrei pure per colazione, invece.
Ci ha che non ci mettono il chiodo di garofano, ci ha. E’ questo che me lo rende buono. Ho deciso che il chiodo di garofano lo rovina, il vino speziato.
E quindi volevo dire che nel vin chaud che piace a me bisogna mettere cannella, anice stellato, arancia e zenzero. E basta. Dovevo scriverlo, prima di scordarmene.
La ricetta più simile a ciò che mi piace deve essere questa, a occhio e croce: http://scally.typepad.com/cest_moi_qui_lai_fait/2004/12/vin_chaud_aux_p.html
E ora posso tornare a dormire, che sono le cinque del mattino e avrei pure scuola, domani.
Intanto, che tutta ’sta storia è un parto. Trigemellare. E la firma del contratto per la stramaledetta casa nuova sarebbe dopodomani e io e SSG siamo riusciti a litigare giusto ieri sera, e non scrivo il perché del litigio per amor di patria e per non arrossire a rileggerlo, ma i motivi per cui si riesce a litigare con gli uomini sono sempre straordinari, pensavo, ed è che gli uomini in generale sono semplici in tutto tranne che nei rapporti con le donne e, infatti, la cosa migliore è sempre averli come amici, pensavo, ché non sai gli esaurimenti nervosi che ci si risparmia a non andare oltre.
Questo, pensavo.
E poi pensavo che non si possono scrivere le cose in evoluzione, ché non sai manco tu cosa succederà tra un quarto d’ora e quindi nulla di ciò che pensi va fissato in forma scritta, ché poi rimane lì a tuo perpetuo disdoro e comunque porta sfiga.
Comunque sono arrabbiata, parecchio. Non si può portare una donna davanti a un aperitivo e poi lì, proprio lì, accusarla di non mettersi a dieta. Va oltre la crudeltà mentale, una cosa del genere. Ed io non ci posso stare, con le persone malvagie. E quindi, ecco, l’ho detto e amen. Così magari mi viene da ridere e la smetto di essere offesa, oppure no, boh. E’ un periodo che non so mai come è giusto che ci si senta. Incazzata, direi. Tanto per non sbagliare.
Giovedì riprende anche il mirabolante processo che mi vede contrapposta al Corriere della Sera e a Magdi Allam, a proposito di esaurimenti nervosi, e già mi vedo accasciata su una seggiola del tribunale che mi faccio un pisolo mentre gli addetti ai lavori discutono per una mattinata intera sulla data del prossimo rinvio. E poi arriva Berlusconi e gli fa “Liberi tutti!” in nome del processo breve e, dopo anni di udienze a vuoto, si va a casa. Mi ci gioco la nonna. E’ un mondo ostile, sì, in cui ci si affatica in eterno in nome di soddisfazioni che, man mano che ti pare di raggiungerle, si spostano sempre un po’ più in là.
Perché, poi, a me piacciono le cose chiare e invece si ricomincia con le nebbie, qui, e c’è il mirabolante Piccardo che, a quanto mi consta, tratta col Corriere per ottenere consolazione economica ma non vuole che io lo sappia e quindi io vengo di nuovo presa dalla Sindrome da Contemplazione dell’Umana Scemità – sindrome che mi colpisce ogni volta che mi sovviene l’italo-islam e poi ci vogliono settimane per farmela passare – e di nuovo mi chiedo cosa gli faccia, l’islam, alla coerenza di ’sta gente.
Perché, dico io: visto che usi le MIE dichiarazioni, la MIE smentite e le MIE prese di distanza per chiedere di essere risarcito, almeno non nascondere il risarcimento. No? E invece pare che lo voglia nascondere, pare. E quindi le benedizioni islamiche te le manda, il Mullah di noialtri, ma gli aggiornamenti sulle trattative economiche se li tiene. Gelosamente conservati. Bah. Poi ci si stupisce se una pensa che gli faccia male, l’islam, a ’sti commercianti di provincia riverniciati di esotismo.
E, insomma, oggi me ne sto a casa a rimurginare sui cavoli miei e però in questi giorni ero in Camargue, poi ad Arles, poi ad Antibes e ormai ho scoperto che mi piace, la Francia, ma poi tutto questo Occidente mi fa sentire stretta, inchiodata a codici e modi di essere che non capisco mai del tutto, e penso che è un sacco di tempo che non faccio un viaggio da sola in qualche posto meno ordinato, e che forse sarebbe ora.
Appena ho due lire, vado in Eritrea.
(Nella foto sotto, danze rituali dal significato oscuro. In Camargue.)
La casa - quella, sì – sarà pronta a metà dicembre. Il contratto partirà dal primo gennaio. Il primo gennaio è il mio compleanno. Faccio 48 anni.
Dice che è tutto a posto, che ormai è fatta.
Io ci ho l’allerta-scaramanzia ai massimi livelli, ci ho.
(Deglutisco)
[...] che le persone non sono “roba nostra”. ci prestano il loro cuore per un po’, poi capita di doverglielo restituire. e quel tornare, quel rimanere, quell’indecisione, quel capire sempre sulla porta d’uscita che “forse mi manchi, forse però ti volevo bene davvero, forse eri tu la persona giusta” beh, è incoerenza data dalla paura di rimanere soli e dall’egoismo di un capriccio da bambini viziati.
non è la perdita la misura dell’amore (citando la winterson), troppo facile, pensare, di aver capito tutto quando ormai si è mandato tutto a puttane (si, uso spesso i francesismi). troppo facile, davvero. la misura sta nelle infinite piccole cose che curiamo cercando di far crescere il sentimento che c’è, le piccole cose, quelle che sembrano insignificanti. il ricordarsi quanto zucchero vuoi nel caffè ed accettare anche i difetti e le differenze che ci sono. la misura sta nell’attenzione che mettiamo nel guardare ed ascoltare piuttosto che vedere e sentire. e soprattutto nella capacità di smettere di “innamorarci” ed iniziare ad amare, con ogni singola particella di noi.
sembra impossibile. ma l’impossibile, si dice, è solo questione di esercizio.
Una si sveglia, fa un giro su internet dal letto, passa su FriendFeed e legge questo coso qua e poi le viene voglia di rileggerlo ancora e ancora, ché sai che è roba che ti parla ma la rimuovi un attimo dopo averla letta, non trovi più le parole giuste per pensarla e devi rileggerla, appunto, e poi ancora e ancora.
Io sono alle prese con una sorta di fisioterapia amorosa, una riabilitazione cardiaca consistente nello scongelare poco a poco il mio personale generatore di sentimenti, e solo adesso che lo faccio mi rendo conto di quanto ero andata lontano nello spegnere i miei interruttori. Qua, quando facciamo le cose le facciamo sul serio.
Mi osservo all’interno di un rapporto e capisco di essere alle prese con una rieducazione. Ricordarsi quanto zucchero vuoi nel caffè, queste cose. Non è più istintivo.
Non è sfiducia negli uomini: io di loro mi fido da sempre, mi hanno amato e trattato bene per il 90% della mia esistenza. E’ diffidenza verso me stessa, è che so di non essere proprio capace di stare male e che, per questo, io devo stare per bene. Per forza, proprio. La sofferenza mi è proibita, non ho i filtri per gestirla.
C’è stato un momento, nella mia vita, in cui – guardando esterrefatta l’uomo che avevo davanti – pensai: “No, aspetta, io non posso capire queste cose: non ne ho esperienza. Fino ad oggi ero sempre stata con uomini perbene, io.”
C’è un prima e un dopo questo pensiero, nella mia vita. Nettissimo, e mi capita di starci facendo i conti adesso.
Mi riscopro, ultimamente, capace di guardare l’altro senza avere presente me stessa prima di qualunque altra cosa. Mi succede di desiderare che lui stia bene senza avvertire il bisogno immediato di rendere il mio benessere inattaccabile.
Mi succede che mi sto accorgendo di avere a che fare con un uomo perbene, come era sempre stato, e che non c’è bisogno di comportarmi come se avessi un delinquente per casa.
Il mondo, le persone della mia vita, sono tornate ad essere normali, ed ora tocca a me ricordare come ci si comporta, tra persone perbene. E’ un po’ come tornare a imparare la propria lingua.
Ed è una cosa che richiede – è verissimo – anche un certo esercizio.
No, niente, mi chiedevo questo: cosa spinge una persona che apparentemente dovrebbe essere normale a prendere e salvare sul web, in una pagina apposita, una foto tratta dal sito di Piero Marrazzo in cui l’ex governatore è ritratto con la figlia?
Mi spiego: c’è un politico coinvolto in un megascandalo dietro il quale si agitano appalti, storie di sanità, miliardi persi o guadagnati, ricatti, morti e via discorrendo. Questo politico ha da tempo una sua pagina web in cui si presenta, con tanto di foto di sua figlia.
E c’è un blogger che si prende la briga di salvare la foto della bambina immortalata accanto al politico, di pubblicarla sul suo blog per stigmatizzare il fatto che suo padre l’avesse postata e che, addirittura, si prende la briga di creare un clone della pagina da cui l’ha presa utilizzando i servizi di un sito apposito affinché rimanga sul web per sempre. Perché ha paura che Marrazzo, ormai in disgrazia, possa avere voglia di togliere la foto di sua figlia dal web. E quindi ci pensa lui, a farcela restare. Ci pensa Miguel Martinez.
Io, non è un mistero, sono da tempo affascinata dalla paludosissima psiche di Miguel Martinez. Ne sono affascinata da quando l’ho visto all’opera come complice di Magdi Allam nella vicenda che mi vide coinvolta, ed è una fascinazione dovuta al fatto che lui, a differenza di altri personaggi coinvolti nella medesima storia, non è mosso in prima istanza da motivazioni di tipo pratico. Non le fa per guadagnare, queste cose, o – almeno – il guadagno non è il primo dei suoi obiettivi.
Lui lo fa perché gli piace.
Gli piace archiviare, salvare, collezionare dati, foto, indirizzi e vite della gente più disparata. Gli piace additare al pubblico ludibrio la bambina figlia del politico in disgrazia di turno, certo che non gli succederà nulla visto che costui ha ben altro a cui pensare.
E a me risulta incomprensibile che una mentalità tanto torbida possa anche solo esistere, e ne sono affascinata perché cerco di carpirne il segreto, il meccanismo che ne giustifichi l’esistenza. Credo che sia, nel suo piccolo, un tentativo di capire il Male. Cosa spinge una persona normale a salvare per l’eternità l’immagine della figlia di Piero Marrazzo sul web e a dichiararlo, persino, come un entomologo che ha appena aggiunto un insetto nuovo alla sua collezione?
E bisogna ridere o rabbrividire, davanti a un simile comportamento da maniaco? Più in generale: sono l’unica donna al mondo che non ha mai saputo con certezza se i maniaci le sembravano più buffi o più inquietanti, con tutto il loro agitarsi nell’ombra per raggiungere obiettivi risibili – mostrare cose piccole e non tanto importanti, che si tratti del pisello di un vecchietto o della foto di ’sta bambina?
Poi, vabbe’: tutte le volte che Martinez vuole nobilitare le sue bizzarre pulsioni tira fuori la solita Teoria della Jeune Fille per nascondercisi dietro.
E quindi, secondo lui, il fatto che un politico abbia mostrato sua figlia al mondo, nel momento in cui era in auge, rappresenta chissà quale tratto caratteristico della società contemporanea. Teoria abbastanza difficile da sostenere, mi pare:
Io credo che Martinez volesse solo provare l’ebbrezza di mettere il suo ditino – anche lui – nella vita personale di Marrazzo. Perché è fatto così, colleziona vite altrui che immortala dal buco della serratura. Perché gli piace. Perché la sua è una specie di perversione.
(Poi, per fortuna, un pietoso commentatore gli ha chiesto di oscurare il volto della bambina e lui non ha trovato scuse per sottrarsi. Almeno sul suo blog. Su FreezePage l’ha mantenuto al naturale, manco fosse suo papà.)
Letteralmente: non so cosa sto facendo.
Vado a vivere con un uomo. Anzi, ci vivo già. Da un anno. Ma senza enfasi. Gli ho dato un pezzo di armadio 15 giorni fa. Ci piace l’altra casa, quella sotto. Poi ci ripensiamo. Poi ripensiamo all’averci ripensato. E facciamo un sacco di conti: economici, familiari, esistenziali. Salgono cari, tutti. Ma li stiamo pagando in piccolissime rate già da un sacco, non ce ne accorgiamo nemmeno. Specie se rimaniamo fermi, con lui nel suo limbo familiar-giuridico e io nel mio limbo residenziale.
Non lo so, cosa faccio. Lo faccio così, senza darci peso. Vorrei quella casa e tenermi pure questa, fare giochi a incastro di affitti e condivisioni e però poi voglio partire, e appena possibile fare “Puuff!” e sparire e lasciare case qua e là e tenerle tutte e non mollarne nessuna, ciascuna con qualcuno dentro. Ho di nuovo voglia di Egitto, e dire che credevo di essere guarita.
Mi sto emozionando un pochetto con un sacco di cose, pure troppe. Ma le ho tutte sotto controllo, non mi perdo. Non c’è niente che io debba fare per forza: posso fare o non fare ciascuna di ’ste cose, va bene lo stesso, e intanto passa il tempo. Ed è che l’obiettivo vero è proprio farlo passare, credo.
Poi sento una vecchia canzone in cui mi riconoscevo molto, qualche tempo fa, e mi viene nostalgia per come ero allora, quando non avevo il controllo di nulla di ciò che sentivo.
Quella che fa: “Aunque casi me equivoco/ y te digo poco a poco / no me mientas / no me digas la verdad / no te quedes callada / no levantes la voz / no me pidas perdón.”
Sembra sempre che muori, quando stai male. Invece, tutto ciò che fai è tenerti occupata – ma per bene, proprio come si deve.
(E’ una questione di talento: se non ci sai stare, nel tepore, non è invecchiando che impari.)
Domani mi dovrebbero dire quanto vogliono per questa casa qua.
Da cui si vedono un milione di tetti e pure uno spicchietto di porto, e la nave per Barcellona:
Io non lo so cosa mi prende. Rimango a guardarla per ore e il vicino mi sgrida, dice che mi faccio dal male a stare lì in adorazione davanti alla porta: “Te ci hai un problema grosso come un gatto, te lo assicuro!” Mi ha proprio sgridato. Ma io ci passerei le ore, lì davanti, a immaginarmici dentro. E’ un colpo di fulmine di quelli brutti, non posso immaginare che ci vivano altri.
Ed è che forse un trasloco mi ci vuole, ché è tanto che non ne faccio.
Chiederanno un sacco di soldi. Non potrò prenderla. Non dovrei metterci il cuore. Non dovevo.
Madonna. Quanto la voglio.
Bon: ora che persino l’ONU ha sancito ciò che era chiaro a tutti dal primo istante, ovvero il comportamento da criminale di guerra di Israele durante l’operazione Piombo Fuso (sarebbe il piombo con cui è stata massacrata la popolazione di Gaza a Natale scorso, e un tempo ’ste cose venivano denunciate facendoci un Guernica, mentre ora ci si chiede per un anno di fila se per caso non hanno esagerato) e ora che abbiamo finalmente il permesso di chiamare i delinquenti con il loro nome, ovvero “delinquenti”, appunto, vale la pena di soffermarsi un attimo su uno strazio diverso, meno eclatante ma altrettanto velenoso, intossicante, letale: il baratro morale a cui sono ridotti i palestinesi dai delinquenti di cui sopra.
Lo faccio con le parole di Michelguglielmo Torri, ché io non ne ho più da tempo.
Fra le varie reazioni negative o positive che si sono avute al rapporto Goldstone, che ha documentato i crimini di guerra avvenuti durante l’attacco israeliano a Gaza del dicembre-gennaio scorsi, di gran lunga la più stupefacente è stata quella dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese). Quale fosse la sua posizione è diventato chiaro alla fine di settembre, in seguito alle dichiarazioni del rappresentante pachistano al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (l’ente, cioè, che aveva commissionato il rapporto Goldstone). Il rappresentante pachistano, affermando di parlare a nome di tutti gli stati arabi e musulmani – è quindi anche dell’ANP –, ha chiesto di ritardare qualsiasi dibattito sul rapporto fino al prossimo marzo, in attesa di raggiungere «un consenso sui suoi risultati».
Com’è diventato immediatamente evidente, era stata proprio l’ANP a farsi promotrice della richiesta in questione; una richiesta che, di fatto, era un tentativo appena mascherato d’insabbiare la procedura per portare Israele di fronte al tribunale internazionale per i crimini di guerra dell’Aja.
La reazione dei palestinesi alla presa di posizione dell’ANP è stata immediata: migliaia di dimostranti si sono rovesciati nelle strade non solo di Gaza, ma anche nella Cisgiordania, lanciando slogan contro Mahmoud Abbas, il presidente dell’ANP. Contemporaneamente i muri delle case venivano ricoperti di poster che recitavano: «Il traditore Mahmoud Abbas nella pattumiera della storia». Alcuni commentatori arabi, per la prima volta, hanno incominciato a descrivere l’atteggiamento di Abbas come «collaborazionismo». Dal canto suo, la Siria ha cancellato unilateralmente una visita ufficiale del presidente dell’ANP, motivandola con la presa di posizione a proposito del rapporto Goldstone. Anche Hamas, che si era lamentata del trattamento subìto nel rapporto, ma che si rende benissimo conto di come esso rappresenti un danno colossale per Israele, si è unita alle proteste contro Abbas, descrivendone il comportamento come «vergognoso e irresponsabile».
Nel corso del tempo le manifestazioni si sono fatte sempre più minacciose, tanto che, l’11 ottobre, Abbas ha fatto marcia indietro: nel corso di un discorso televisivo, il presidente dell’ANP ha annunciato di aver dato istruzioni all’inviato palestinese al Consiglio per i diritti umani delle NU di ripresentare la proposta di votare immediatamente sulle risultanze del rapporto Goldstone. Nello stesso discorso, Abbas ha aggiunto che era stata formata una commissione per chiarire come mai fosse stata presa la decisione di richiedere un ritardo del voto sul rapporto.
In realtà, su quali fossero le ragioni della sconcertante decisione dell’ANP si erano già soffermati alcuni giornalisti, in particolare l’inglese Jonathan Cook, che risiede nei Territori Occupati. In un articolo pubblicato il 6 ottobre, Cook aveva posto in luce come i vertici dell’ANP fossero stati pesantemente minacciati da Israele, che li aveva avvertiti che un’adesione al rapporto Goldstone avrebbe provocato massicce sanzioni economiche, tali da mettere in ginocchio la già disastrata economia della Cisgiordania. In particolare, se l’ANP avesse appoggiato le proposte fatte dalla Commissione Goldstone di deferire Israele al tribunale dall’Aja, quest’ultimo non avrebbe mantenuto l’impegno, già preso, di fornire ad una compagnia di telefonia mobile palestinese, Wataniya, le radiofrequenze a banda larga necessarie per operare in Cisgiordania.
Wataniya, secondo quanto riportato da Cook, è una compagnia formata da investitori palestinesi – a quanto pare legati personalmente ad Abbas – e da uomini d’affari del Qatar e del Kuwait. La decisione israeliana di negare a Wataniya l’accesso ad una banda larga di 4,8MHz, avrebbe comportato il ritiro della compagnia dai Territori Occupati, con il conseguente pagamento (a termine del contratto fra Wataniya e l’ANP) di milioni di dollari in penalità da parte dell’ANP e con la cancellazione di 2500 posti di lavoro.
Naturalmente, l’intera questione può essere vista come un cedimento di Abbas per ragioni personali (gli interessi che lo legano agli investitori palestinesi presenti in Wataniya); come, cioè, un caso di corruzione. Ma, del tutto indipendentemente da questo problema – e, in realtà, assai più grave – è il fatto che l’intera questione rivela come l’ANP dipenda mani e piedi dal volere d’Israele. Una situazione che toglie ogni credibilità ad Abbas e all’ANP come rappresentanti del popolo palestinese.