Lasciarsi a Genova

9 giugno 2010 – 09:14

Io, alla fine, mi sono scocciata di giocare alla donna sposata e me ne sono andata di casa. E il mio neo-ex mi ha subito mandato il conto delle spese in sospeso, fosse mai.

Il dettaglio della tanica per miscela da 10 euro mi pare talmente incantevole, talmente tipico, così buffamente genovese che non posso non metterlo sul blog, nella categoria dedicata a questa benedetta città.

Ciao,
il mondo va avanti, nonostante tu sia fuggita.
Ti comunico le spese relative alla barca e alla casa

1) Revisione motore fuoribordo Mercury 4 cv:  80,00 €
2) Posto motore in rimessa club nautico:       59,00 €
3) acquisto tanica per miscela:                     10,00 €
4) miscela per prove motore:                         10,00 €
Tot———————————————————————-
€     159,00

Casa:

AMGA, gas bolletta di acconto 1° trim 2010 €  82,00

Tot generale———————————————–€ 241,00

quota parte 50%—————————————–€ 120,50



La fine della scuola

8 giugno 2010 – 11:32

Sta girando in rete la lettera che Mila Spicola, un’insegnante palermitana, ha indirizzato al ministro Tremonti. E’ stata pubblicata su MicroMega e, come dice lei, “io la riporto integralmente perchè mi appartiene totalmente“.

cattedra

Lo scempio della scuola pubblica sotto la scure di Tremonti

di Mila Spicola

Ministro Tremonti,

dirà lei: non ne posso più di sentirvi, voi insegnanti. Molti lo stanno già dicendo insieme a lei. Eppure, non demordo. Ci sono due tipi di alunni svogliati: quelli che a furia di rimproveri continuano imperterriti a rifiutare qualunque invito alla responsabilità e quelli invece che, sentendosi ripetere sempre la stessa cosa, alla fine rinsaviscono per sfinimento. Voglio essere ottimista, annoverare lei tra i secondi e prenderla per sfinimento. Fosse anche una minima parte dello sfinimento che ho io, alla fine di quest’annus terribilis per la scuola italiana. Stanca, amareggiata, sconsolata, eppure lei non ci riesce a prendermi per sfinimento, continuo a protestare, come i soldati alle Termopili. Magari lei non ascolterà, ma qualche italiano di “buona volontà” , come si diceva una volta, sì.

Lei mi obbliga a violare la legge. Mi piacerebbe incontrarla per dirglielo guardandola negli occhi. Lei sta obbligando la maggioranza dei docenti italiani a violare la legge. E’ esattamente quello che accade in moltissime scuole italiane. Cosa significa infatti ammassare più alunni di quanti un‘aula può contenerne, se non violare la legge? Sono ben tre le norme violate: la normativa antincendio, quella per la sicurezza negli edifici scolastici e quella igienico sanitaria. Molti sanno che lei ha tolto ben 8 miliardi all’istruzione pubblica. “C’erano tanti sprechi e siamo in tempi di crisi, bisogna razionalizzare”, saggia e incontrovertibile affermazione. Così ha giustificato la cosa. Di contro, però, le spese militari ricevono 25 miliardi di euro e leggo in questi giorni di un bonus di 19 mila euro a classe per le scuole private e leggo anche di un aumento di circa 200 euro mensili per i colleghi di religione, buon per loro, non sia mai, ma allora non bloccassero i nostri per i prossimi secoli.

Mettiamoci d’accordo. C’è la crisi o no? Un giorno c’è, un giorno non c’è, un giorno è un “anatema psicologico delle sinistre” e l’altro giorno “dobbiamo fare sacrifici”. Ma non tutti, attenzione: gli statali. Io mi sono arrovellata nel tentativo di capire dove fossero quegli sprechi quando, nell’agosto 2008, ho saputo degli 8 miliardi da togliere alla scuola pubblica. Ma lei ha fugato i miei dubbi: lo spreco era studiare l’italiano, e quindi via due ore. Lo spreco era studiare la tecnologia moderna e quindi via un’ora. Questo alle medie. Escano prima i ragazzi: così hanno tempo per riflettere. Lo ha detto il ministro Gelmini. Lo spreco era recuperare i bambini con difficoltà (cosa frequentissima nei contesti dove vivo e ho scelto di insegnare io, e cioè nelle periferie), e quindi via le compresenze in talune ore di due maestri nelle elementari: a questo servivano, caro ministro. Il tutto eseguito con la furia di un boscaiolo cieco che ha distrutto chiome sane, piante rigogliose e qualche ramo secco, ma troppo pochi, in cambio della distruzione della nostra foresta amazzonica: il polmone del nostro futuro. Quelle due ore d’italiano e le compresenze servivano anche a coprire le assenze dei colleghi senza ricorrere a supplenze esterne. Inoltre: aumentiamo i ragazzi per classe: fino a 30, 33, ma sì. Realizziamo un bel parcheggio per ragazzi, non una scuola certamente. Del resto sono altre le fonti vere della formazione: la vita, la strada, la televisione, il computer. Per chi vuole studiare veramente ci sono le scuole private. Studiare cosa e come poi è da vedere.

C’è un piccolo particolare: tutto ciò è anticostituzionale. La Costituzione riconosce alla scuola pubblica, statale, italiana il compito di formare e istruire gli italiani. Le private? Una scelta possibile, non obbligata. Non era un paradiso la scuola pubblica, prima di Tremonti, ma i problemi erano altri, non certo questi, ed era una bella scuola. Chi non deve parte della sua personalità a quel docente che non dimenticherà mai?

Torniamo alle sue motivazioni: la gestione dei singoli istituti, troppi soldi, troppi. E quindi tagli anche a quella: tagli alle ore e tagli ai finanziamenti per la gestione. “Facessero una colletta i genitori, e che sarà mai qualche decina di euro”. Nulla. Ma non c’era la crisi? Nella mia regione, in Sicilia, qualche decina di euro aiuta ad andare avanti. E così avete tagliato. Nella scuola dove insegno io, una normale scuola media della periferia palermitana, ma potremmo generalizzare a tutte le scuole medie d’Italia, siamo quasi alla paralisi. Avete compiuto il miracolo: unire di colpo nord e sud nella omologazione verso il peggio. Dico quasi, perché poi, incredibilmente, docenti e dirigenti sono diventati bravi a fare i salti mortali e le capriole all’indietro. Questo lo sapevate, vero? Qual è l’unica classe di lavoratori in Italia che, nonostante tutto, continua a lavorare senza grossi drammi? La nostra. Nel senso che lei aveva ragione e che quindi, nonostante i tagli, e visto che riusciamo ad andare avanti, la scuola non ha tutti ‘sti problemi? No, aveva ragione perché per noi quelli che non devono subire le ricadute gravissime della sua scelta scellerata, ripeto, scellerata, non devono essere i ragazzi: e dunque si alza la saracinesca comunque e si fa l’appello tutte le mattine.

Però sa cosa c’è? C’è che abbiamo anche sopportato e stiamo sopportando molto, ma l’illegalità di stato dentro una scuola no. Io non la sopporto e la denuncio. Tagliare completamente i fondi di gestione delle scuole ha comportato l’impossibilità di chiamare supplenti per coprire le assenze giornaliere, adesso che non ci sono più quelle due ore che servivano a coprirle. E dunque le classi si dividono in altre classi. Giornalmente. I ragazzini si prendono la loro sedia e vagano nei corridoi in cerca di spazio. Perdendo ore di lezione. E allora: posso sopportare di lavorare meno, posso sopportare di farlo in una scuola ammuffita, con l’acqua che filtra, senza vetri (lei mi dirà: si rivolga all’amministrazione comunale), posso sopportare di non avere carta igienica per i ragazzi, sapone nei bagni, riscaldamenti a singhiozzo. In una mia classe di prima media ho 23 bambini, 4 di loro con gravissimi disagi sociali e disturbi comportamentali (sono figli di carcerati), due con problemi di apprendimento e uno disabile grave. Io insegno arte: nelle mie ore non ho insegnante di sostegno, perché sono state tagliate le ore del sostegno, come tanti sanno. A volte me ne arrivano altri 3 o 4 da altre classi.

E allora mi dica lei qual‘è il diritto all’istruzione negata del mio alunno disabile? Qual è il diritto all’attenzione precipua negata ai 4 bimbi con problemi sociali? E ai due che non riescono a leggere senza distrarsi? E‘ una scuola di periferia, se non li aiuto io chi li aiuta? E il resto dei compagni? Non hanno diritto alla “normalità”? E poi viene la ministra Gelmini a parlar male dei docenti del sud, di come i nostri alunni sono in fondo alle classifiche delle prove di merito: ma in queste condizioni cosa vi aspettate? E’ già un miracolo se abbiamo le sedie nella mia scuola. L’inverno lo abbiamo trascorso con muffa e infissi rotti, che puntualmente aggiustiamo stornando somme da altri fini. “Si rivolga al Comune” dirà lei. Il suo sindaco di centrodestra ha tagliato anche lui tutti i finanziamenti alle scuole: sia per il funzionamento ordinario, sia per le manutenzioni. Non ci resta che Santa Rosalia. Macchè, manco la chiesa ci appoggia, noi sciagurati delle periferie, intenta com’è a salvaguardare le scuole private.
Lei lo chiama razionamento e si riempie la bocca di frasi assurde sul come l’Italia stia reggendo la crisi. Mi scusi: ma che cavolo sta dicendo? Lo deve dire lei, una statistica o io? Ho 253 alunni, 253 famiglie cioè: un bel campione di famiglie di periferia, come ce ne sono a migliaia nella corona delle città italiane. Forse ne so parlare meglio di lei degli effetti della crisi, sig. Ministro: niente fumo negli occhi ahimè a noi che le vediamo e viviamo la verità delle cose. Perché nemmeno il contributo di 15 euro annui riescono più a pagare. Un disastro che chiamo illegalità.

Io non posso adeguarmi. Non per me stessa, che alla fine noi docenti ci abituiamo a tutto, ma per loro. Non posso più tollerare che quei ragazzi siano il bersaglio vero delle nostre scelte. E’ questa l’illegalità, non solo la ‘ndrangheta, la camorra e la mafia, è questo l’esempio in cui crescono i miei ragazzi sfortunati. Ma l’illegalità e il non rispetto della legge no. A Palermo no. Non in quel quartiere: la scuola non può tollerarlo perché è l’unico baluardo dello Stato. Porti solo la sua firma questo scempio: io non voglio rendermene complice. E non mi dica che sto facendo politica, che parlo male della scuola e che un insegnante non può farlo. Io non parlo male della scuola? Come potrei? E’ la mia vita. Io dico male della distruzione che ne state facendo, parlo male di voi, ecco perché non me lo permettete. Non di fare politica, bensì di esercitare un dissenso sacrosanto. Si difenda contraddicendomi con fatti. Parlo male… Faccio politica… dice? E sia pure! Io ne ho più diritto di lei, che sia chiaro: sono io a formare i cittadini di domani, mica Lei. Lei passerà, per fortuna, ma i docenti italiani ci saranno sempre a insegnare cosa voglia dire rispettare le regole, rispettare la legge, cosa significhino parole come “comunità”, come “solidarietà”, come “eguaglianza”, come “fraternità”. Questa è politica, caro Tremonti, ed è il senso del mio mestiere. Glielo insegno di più io, non di certo Lei che gli toglie maestri, risorse e ruolo sociale: perché se si permette di uccidere il mio ruolo, insieme al mio, annulla quello di studente. Non ci aveva pensato? Lasciate i fanciulli senza guida, ne farete dei tiranni, questo diceva Platone. Quante mamme non posso riconoscersi in quella frase ripercorrendo le lotte giornaliere con i loro piccoli tiranni?

Da qualche mese mi rifiuto di accogliere ragazzi provenienti da classi divise oltre il numero consentito. E lo farò anche a fronte di ordini di servizio scritti. Venga qualcuno a obbligarmi. Venga pure. Io mi rifiuto. Il mio Dirigente mi dirà: dove li metto allora? Io la rivolgo a Lei questa domanda: dove li mettiamo? La rivolgo ai suoi elettori, che sono anche genitori: dove volete che li mettiamo i vostri figli?

E allora le faccio una proposta indecente davvero: di quei 25 miliardi alle spese militari destini nuovamente alla scuola pubblica gli 8 miliardi tolti. Oppure assegni i proventi del lotto per un anno alla messa in sicurezza degli edifici scolastici: sono questi i monumenti culturali dell’Italia che amo. La smetta di giocare con la vita e con l’istruzione dei nostri figli. Anzi, le dico di più, se posso: se ne vergogni.

Israele: come ti festeggio una strage

1 giugno 2010 – 17:49

Questo è solo uno dei video che documentano ciò che è successo sotto l’ambasciata turca di Tel Aviv la sera dopo la strage.
Cito Mazzetta:

A chi non si rende conto della gravità di una cosa del genere, consiglio di pensare l’evento a parti inverse o di immaginare i cittadini di un qualsiasi paese che festeggiano così fuori dalle ambasciate italiane, dopo che un loro commando ha ucciso una decina d’italiani abbordando una nave passeggeri disarmata in acque internazionali.

In uno di questi video, che purtroppo non sono riuscita a caricare, ci sono diverse interviste ai manifestanti. Ne viene fuori uno spaccato della psicopatologia con cui è infarcito il discorso pubblico israeliano che è doveroso diffondere.

Segnalo inoltre, come boccata d’ossigeno civile dopo tanta visione, l’ottima analisi di Paola Caridi sulla vicenda.

Gli intrepidi israeliani, più il tocco del figone da spot

31 maggio 2010 – 22:46

Il video diffuso dal Ministero della Difesa israeliano dopo l’abbordaggio della Mavi Marmara merita di essere visto, rivisto e ricordato nei secoli.

Mostra le armi trovate a bordo della nave: una fionda, alcune biglie, il palo di un ombrellone, sedie di plastica. Dai, mettiamoci nei panni di questi poveri soldati: volevi che non facessero una decina di morti, per difendersi da tanto arsenale?
Placanica gli fa una pippa, a Tsahal. Che, ricordiamo, è l’esercito noto nel mondo per sparare a scopo di legittima difesa, dai carriarmati, ai bambini che tirano sassi.
Io mi vergognerei, ad avere per esercito una simile banda di vigliacchi. D’altra parte, da un esercito fatto per combattere contro i civili non c’è molto altro da aspettarsi.

Invece, nelle foto posate, la macchina propagandistica israeliana se la cava meglio: geniale la foto della figona rossocapelluta che, al capezzale di un ferito, produce esattamente l’effetto-telefilm che anticipa l’indulgente assoluzione generale, ché ‘sti israeliani saranno pure dei criminali, evvabbe’, ma non dite che non sono carucci.
Non a caso, Repubblica se l’è tenuta in homepage per tutto il giorno, la foto, ed è che è un mondo di esteti:

caruccia

A proposito di boicottaggio a Israele

26 maggio 2010 – 08:15

BDS boycott produits israel

Segnalo il post di Paola Caridi, che si conclude con queste sante parole:

Una cosa, però, va detta, quando si vuole interpretare la campagna di boicottaggio che preme per la fine dell’occupazione dei Territori palestinesi. La campagna – che si sia o meno d’accordo con la pratica del boicottaggio – dona di nuovo alle parole e al linguaggio giuridico-politico il suo significato. Occupazione, illegalità, mancato rispetto del diritto internazionale e delle convenzioni sono termini che da tempo venivano usati in ambiti formali, senza che vi fosse ormai un rapporto tra l’uso e il significato. Parole svuotate, tanto svuotate quanto lo sono “processo di pace” e ”tavolo negoziale”. La campagna di boicottaggio ha oggettivamente gettato un sasso nello stagno di un conflitto che trova in questo particolare status quo il suo altrettanto singolare equilibrio. E ha fatto ciò che facevano i jongleur, qualche secolo fa. Ha detto che il re è nudo. Ce n’eravamo dimenticati.

Lo sapessi, cosa scrivere.

6 maggio 2010 – 18:05

Difficile scrivere, in questo presente improbabile in cui sto facendo tutto ciò che una penserebbe di fare quando vuole costruire e mettere dei punti fermi nella propria vita e che è, invece, un sentitissimo inno alla provvisorietà che stiamo intonando in due. In assoluta armonia.

“Che bella casa.”
“Vero?”
“Che bell’impresa, chi lo avrebbe mai detto a ‘sto punto delle nostre vite.”
“Davvero, guarda.”
“Ma io lo guardo, ‘sto panorama pazzesco, e gli dico addio mentre lo guardo, proprio adesso sul terrazzo, senti: è tutto così improbabile da essere stonato, non ci vivo davvero dentro, pensavo di andarmene.”
“Sai, anch’io.”

Così passano questi mesi, in un’allegria assoluta che diventa insofferenza in un attimo, o sofferenza, o semplice errore da cui fuggire per poi chiedersi cosa ti è preso, ridere e tornare indietro ed essere felice di averlo fatto, di essere tornata, per un bel po’ di giorni dopo. E poi ricominciare.
Ed è difficile scrivere perché cosa vuoi mai scrivere, se non qualche bestemmia quando sei arrabbiata e te ne vai o qualche risata quando ritrovi la quotidianità che ti piace, quella col mojito in terrazzo che ti fa male, ti fa ingrassare, ti rende brutta e felice e pure, in qualche modo, voluta bene?
Il momento è confuso, mettiamola così, ma è presente, e fissarlo in una forma scritta è dare la caccia alle farfalle, c’è veramente poco da spiegarsi. Lo farò quando sarà il momento delle autopsie, non adesso. Non so cosa scrivere, quindi, perché la mia vita a Genova non me la so decifrare. So solo che, quando sono via, ho bisogno di tornare e sentire odore di Mediterraneo, odore di maccaia, aria di vicoli e facce serie e ironiche dei genovesi che sono il mio paesaggio e voglio la mia barchetta di Bogliasco e vorrei pescare da oggi fino a Ottobre, con la canna nella barchetta verso il Levante e poi farli alla piastra, i pescetti, ma l’uomo con cui sto mugugna e si lagna e non li vuole, i remi e i pescetti, perché lui ne sa di più e i pescetti del mar Ligure non valgono la pena e le uniche barche che vale la pena avere sono a vela, non a remi, e ci scorniamo a sangue, corna contro corna, e ci lasciamo e poi è impossibile spiegare perché a chi te lo chiede, e finisce che non te ne ricordi manco più, per quale motivo ti sei offeso così a sangue prima di lasciarti, e torni indietro e così sempre, tutte le volte.

Genova. Chi se la scorda più. Ed io, non so perché, sono felice. Mentre ingrasso, mi maltratto e faccio tutto quello che non dovrei fare e tutti mi cazziano e io, in certi momenti, sono così felice che me la mangerei a morsi, l’aria di questa città che non posso nemmeno dire di amare, so che c’è e basta e, soprattutto, so che sa di mare. Di mare vero, non di mari esotici. Del mare mio, nudo e crudo. Salato.

Non riesco a scrivere, quando sono qua, perché mi manca la prospettiva.
Mi dispiace da morire. A me piace un sacco, scrivere. Se ci riuscissi mi sentirei davvero qui.

Pomeriggio all’Asmara Palace

15 aprile 2010 – 16:22

asmarapalace

5 aprile

All’Intercontinental Hotel di Asmara c’è la piscina, apprendo, e mi ci dirigo tosto. L’Intercontinental è l’albergo più lussuoso dell’Eritrea ma l’accesso alla piscina, per i non residenti, costa 200 nakfa al giorno. Dieci euro, al mio infelice tasso di cambio. Figuriamoci a quello del mercato nero, che è 3 volte tanto.
E’ sulla strada verso l’aeroporto, devo andarci in taxi. Chiedo al taxista quanto vuole, la risposta è sempre quella: 50 nakfa. Che io voglia fare 100 metri o 2000 non cambia nulla, ovunque io voglia andare mi chiedono sempre 50 nakfa. Per corse che invece hanno prezzi variegati per i locali, ma a me non è nemmeno permesso contrattare: appena lancio una controfferta, mi schifano e se ne vanno. Qualcuno mi diceva che soprattutto i cristiani sono impermeabili alla contrattazione, testoni come spesso sono i cristiani d’Oriente. Con i musulmani si negozia di più, dicono, ma si vede che non fanno i taxisti.

L’Intercontinental ha un nome incerto, nel senso che prima si chiamava così e adesso si chiama “Asmara Palace” ma la Lonely Planet ancora non lo sa. Comunque lo vogliano chiamare è un 5 stelle senza pretese esagerate e, soprattutto, senza quasi clienti, almeno a prima vista. Vuoti i ristoranti, vuoti i bar, vuota o quasi la piscina: c’è un tizio occidentale molto male in arnese e munito di stivali da cowboy che dopo un po’ si toglie, rimanendo sdraiato al sole coi calzini bianchi ai piedi. Non fa il bagno, sembra avere freddo, legge un po’ e se ne va. Fossimo negli anni ’70, penserei a un danaroso tossico venuto in Africa a smaltire tossine. E poi c’è un africano molto atletico, invece, che si tuffa elegante, fa un centinaio di vasche, rimane in ammirata contemplazione delle mie cicce per un bel pezzo, bontà sua, e poi se ne va anch’egli, mentre io non sollevo il naso dal mio libro. Sto leggendo Gomorra, ho pensato che l’Eritrea fosse un buon posto per decidermi ad affrontarlo. E’ che, da napoletana, ho bisogno di distanza.

Accanto alla piscina scoperta ce n’è una coperta, e lì ci si infilano due arabe velate integrali con un gruppetto di bimbi. Sempre claustrofiliche, loro: posto coperto che vedono, posto in cui si installano. Solo che, una volta dentro, si tolgono i veli senza accorgersi che le vetrate della piscina sono trasparenti e che le vedi benissimo, giovani e con i colpi di sole biondi, belline, con nasi decisi. Mi chiedo se sono saudite: poi decido di no perché i loro bambini sono magri. Boh, verranno da qualche parte del Golfo. I bambini mi indicano col dito da dietro i vetri, io sono in bikini, si staranno chiedendo perché. Solita storia.

Poi piove, poi c’è il sole, poi piove ancora, poi ci sono sole e pioggia insieme. L’acqua della piscina è calda, l’aria è calda e secca, tra uno scroscio di pioggia e l’altro, io ormai sono completamente sola ed ho la piscina tutta per me, o l’intero albergo. E’ una specie di versione oltrecortina dello Sheraton dove andavo in piscina al Cairo: gli ombrelloni, le sdraio, la sensazione di un luogo curato, con i giardini e lo spogliatoio con le docce vere, da cui scende un mucchio di acqua. Però non c’è niente e nessuno. E’ un Cairo dopo l’atomica, un Cairo in versione giocattolo dove hanno dimenticato di mettere la gente.

Vado in esplorazione, mangio qualcosa sull’enorme terrazza del Caffè Milano. Ci sarebbero anche un paio di ristoranti e dei pub, dentro l’albergo: Vecchia Trattoria di Bergamo, La Fontana, cose così. Tutto troppo grande per tanto vuoto. Mangio un panino, quello più semplice in un improbabile menù che promette, tra le altre cose, prosciutto di maiale (ma manco morta, guarda) e la clamorosa tentazione di un Calzone Pugliese con dentro la ricotta, come deve essere e come nell’Italia del nord non trovi mai, e invece hanno ragione gli asmarini: ci vuole la ricotta, nel calzone. Diteglielo, a quei vandali di lombardi, liguri e affini.

Mangio il panino, mi rinchiudo nella mia beatitudine, penso a me. Mi sento spezzettata in mille vite diverse, non comunicanti l’una con l’altra. Non c’è una continuità, nelle mie vite. Non si fondono. E’ una sensazione che ho sempre avuto, fin da bambina. A volte ero figlia di una mamma senza un soldo, a volte ero figlia di un padre danarosissimo. A volte ero una brava scolara, altre bigiavo a scuola per andare a dare cristiana sepoltura ai gatti morti che avevo visto per strada. Sempre vite parallele, ma senza segreti: ero pronta a spiattellarne i particolari a chiunque me li chiedesse. Le avevo per curiosità, non per riservatezza. E’ che non volevo privarmi di nessuna vita, di nessun modo di essere. A dieci anni volevo fare la contrabbandiera di sigarette, come gli scugnizzi della mia zona, ma ero anche la brava nipotina dei nonni, non mi è mai parso che le due cose fossero incompatibili. Erano bellissime entrambe, l’importante era che nessuna fosse definitiva.

C’è stato un momento in cui tutto si è fuso e mi sono scoperta felice, e forte: è stato durante l’analisi, quando raccogli tutto e ne fai narrazione e lo fai per te stessa, mentre la tua silenziosa analista freudiana si limita a dirigere il traffico delle emozioni, della verità che è la linea conduttrice di tutto. Una grande pienezza, l’analisi, una pienezza che ti rende leggera.
Poi la vita è andata avanti e si è spezzettata di nuovo, però, e forse va bene così, ché sennò sarei rimasta ferma in quella mia conquista come una madonna in un quadro, come la vignetta di me stessa con tanti putti attorno, e i piedi poggiati tra nuvole, palme e palazzoni lombardi. O come un polpettone, con tutti gli ingredienti bene amalgamati.
Sono ritornata ai miei frammenti, a dividere i miei ingredienti gli uni dagli altri.

Penso che ho avuto una bella vita, piena, spesso molto divertente: mi dispiace solo di averne dimenticato almeno la metà. Forse quella più divertente, appunto, e me ne rimane la sensazione mentre gli episodi mi sfuggono, so solo che ce ne sono stati un mucchio.
Ogni tanto, in rete, mi sbuca una trolla che denuncia a chi la vuole ascoltare le mie avventure adolescenziali. E’ una mia ex amichetta di quando eravamo ragazzine, e tutto quello che racconta è vero, in qualche modo. Poi è anche falsato, imbruttito, stravolto dal fatto di essere raccontato con un odio che si sovrappone alla realtà e la caricaturizza, trasforma la mia vita in un suo urlo isterico.
Quando succede e me ne accorgo, io la ascolto. L’ho letta spesso, in commenti che parlavano di me su qualche blog. Non confermo e non smentisco ciò che dice perché il confine tra le due cose è labile e la sua narrazione finisce con l’avere vita propria, smette di parlare di me e parla solo di lei. Come si fa a smentire le emozioni di un’altra persona e, soprattutto, perché farlo?

Le donne sono terribili, quando odiano ciò che hanno amato. Conosco quel tipo di odio, l’ho incrociato più di una volta. L’odio maschile è diverso, più calmo ed efficace sulla lunga distanza, più pulito, più finalizzato.
L’odio femminile è un gran casino, invece, e riesce ad essere spaventosamente privo di dignità e di senso estetico. E’ brutto da guardare. Le donne si suicidano nell’odio: starle a guardare è l’unico modo di affrontarle, fanno tutto da sole.
Le donne odiano sentendo dolore, e il ricordo del loro dolore è tutto ciò che rimane, quando hanno finito di urlare.

Io sono scarsa, come odiatrice: sono troppo autoreferenziale per odiare come si deve, con tutte le emozioni concentrate su altri. E poi non so concentrarmi sulle donne. So volere bene alle donne, questo sì. Ma non so amarle sviscetaramente e, di conseguenza, non so odiarle visceralmente. So rompere le amicizie, se è il caso e con dispiacere, ma non sono mai nemmeno vendicativa, con loro. Con gli uomini sì, invece: con loro ci tengo persino, ad essere vendicativa, se ce ne sono motivi. A costo di farmi un nodo al fazzoletto. E a volte è necessario che me lo faccia perché, anche con loro, la mia carica emotiva non riesce a essere ostile fino in fondo e la mia voglia di fare del male, quando la provo, è una scelta e non una necessità. Lo considero giusto, tutto qui. E sano, soprattutto sano. Perché essere vittima di un uomo è troppo disdicevole, non può succedere. Devi reagire per forza, è come ristabilire l’ordine cosmico.
In realtà divento dispettosa, mi pare il termine più adatto.
Con le donne non è necessario, non ne ho mai sentito il bisogno. E, guardando quelle che odiavano me, mi è sempre sembrato lampante che si stessero umiliando.

Deve essere il nome di un ristorante che ho visto prima, ciò che mi ha scatenato questo mare di riflessioni sull’odio, e tanti ricordi. La Trattoria di Bergamo, che mi appare ad Asmara e mi chiedo se facciano i dolcetti a forma di quaglie di polenta, come nelle pasticcerie bergamasche. Ci penso, a volte, alla mia odiatrice di quelle lande. E’ la prima volta che ne parlo, dopo tanti anni in cui si è data da fare con energia ammirevole per fare una lotta che io non ho voluto fare. Penso a lei e mi viene da sorridere: eravamo così piccole.
E penso che è così strano, che è tutto vero ciò che racconta, ed è tutto falso, e sarà sempre così. Perché non ci sono i chiaroscuri, nella sua narrazione, quindi non c’è realtà. Interpretare la vita senza chiaroscuri è sinonimo di follia, è proprio la stessa cosa.
L’ho vista impazzire. E poi l’ho vista fare della mia vita un suo delirio.
E poi l’ho visto succedere ancora, ad altre donne, nello stesso modo.
Che roba strana.

Mi piacciono gli albergoni d’Africa, i pub di legno e cuoio dove si può fumare, gli sgabelloni al banco e l’odore della birra. Certo che potrei viverci, qui. Lo sapevo già. Posso anche non viverci, però, e questo non lo sapevo. Ho fatto bene a venire, dovevo assolutamente scoprirlo.

In questo viaggio mi sono scoperta le prime rughe vere: non più segni di espressione, proprio rughe. Saranno stati gli spostamenti, gli sbalzi climatici che ti fanno svegliare con le occhiaie gonfie o, semplicemente, l’interesse con cui mi guardo allo specchio. Sarà che tra poco più di un anno e mezzo faccio 50 anni.

Non mi dispiace avere rughe, non mi danno fastidio. Mi dispiace molto di più che i lineamenti del viso perdano fermezza, che la pelle ti tradisca. Le rughe intensificano ciò che sei mentre gli scherzacci della pelle ti sbiadiscono. E ingrassare, dio mio, che sei obbligata ad essere te stessa con tutte le tue forze, per farti riconoscere sotto le cicce che hai messo su.
La cosa strana è che sei sempre tu, cambia solo la buccia. Ed ha senso che cambi. Come le stagioni, ché sennò come fai.

Appunti oziosi da Massawa

11 aprile 2010 – 08:24

31 marzo

Mi sono svegliata a mezzogiorno, sono una bestia. Ma è che mi sono dibattuta tutta la notte nella tragica scelta tra l’aria condizionata, che mi fa malissimo ma tiene alla larga gli insetti, e la preoccupazione per l’invasione che avrei dovuto fronteggiare se l’avessi spenta. Sui letti ci sono delle robuste zanzariere, ma il letto in sé è imbottito e molto sospetto, l’imbottitura è piena di buchi. Alla fine l’ho tenuta accesa, l’orrida aria condizionata, e la mia stanza pareva un igloo, gelida in questa Massawa bollente, e io sotto la zanzariera, infilata nel sacco a pelo e col lenzuolo arrotolato attorno al collo per proteggerlo dal torcicollo che mi arriva, inesorabile, quando mi espongo a ‘sti freddi. Ho dormito malissimo, insomma, ma in un ambiente asettico come un frigorifero. Mi sa che stanotte cambio strategia e spengo l’aria assassina. Userò gli scarrafoni come peluche, dormirò volendogli bene.

piscina

Massawa è struggente, ecco. Bevo qualcosa al Red Sea Hotel, che prima della guerra era un posto fighetto e poi è stato bombardato e ricostruito. Ha un bel giardino, una bella terrazza. Oltre il giardino, in riva al mare, una piscina enorme e senza una goccia d’acqua. Accanto alla piscina vuota, su una sedia, una solitaria turista legge un libro e si abbronza. La spiaggia è impraticabile, piena di ferri arrugginiti. Saranno i pezzi di albergo bombardati, non so. Entro, ammiro i saloni deserti, chiedo una birra al bar interno che si chiama Oyster bar. Oyster?

Fuori c’è un imponente monumento ai carriarmati rotti. In giro rimangono palazzi bombardati, case coi buchi dei proiettili. Un manifesto commemora l’anniversario della guerra contro l’Etiopia col disegno di una bella ragazza eritrea, armata e incazzata.

donne

Pare che le donne di questo paese si siano conquistate il rispetto della popolazione tutta, durante la guerra. Hanno combattuto come gli uomini e ancora adesso fanno il militare come loro. E in effetti ne incutono, di rispetto, leggiadre e sicure come sembrano. Si direbbero parecchio libere, le vedi in giro a tutte le ore e vestite in tutti i modi. E al lavoro, nei locali fino a tardi. A fare le cameriere, le boss, di tutto. Le prostitute, anche. Mi dicono che lo fanno con l’incoraggiamento della famiglia, spesso. Uno straniero invaghito può risolvere un mucchio di problemi a molta gente, qua.

Io, ecco, credo che mi invaghirei, se fossi un maschio straniero. A volte, guardandomi attorno, mi pare di essere circondata dalle donne più belle del pianeta. Di sicuro, le più belle che io ricordi. Non c’è storia, proprio.
E poi mi scopro a canticchiare “Bella abissina”, giuro, ma è che adesso capisco cosa intendevano dire, i fascisti in trasferta, e la mia è solo un’associazione di idee canora e spero che non mi senta nessuno e che non mi picchino scambiandomi per una nostalgica del Duce, gessù: le canzoni che ti si ficcano in testa non sono intenzionali e non ho colpa.

Il Central Hotel è la base per gli aperitivi di Massawa: mettono i tavolini in riva al mare e ti portano la birra Asmara, che non ha bisogno di avere etichette sulla bottiglia perché è l’unica birra eritrea. Le bottiglie, le riciclano.
Incontro il consulente FAO coi suoi due eritrei. Spiego che andrò a Massawa vecchia a caccia del pesce alla yemenita. Quando ci arrivo, parecchio dopo, i due eritrei sono lì e mi fanno ampi gesti, mi porgono una sedia, bisogna cenare assieme. Uno è del ministero che lavora col consulente FAO, l’altro è l’autista della spedizione. Ed io provo una sensazione da Unione Sovietica e mi domando se sono lì per caso, per curiosità, per galanteria o – e mi pare la risposta più probabile – per farmi domande e sapere chi diamine sono. Chiacchieriamo. Uno fa un commento un po’ spinto sugli etiopi, di quelli che non andrebbero fatti davanti a una signora. Il mio irrigidimento immediato e lo sguardo da prof gli fanno passare all’istante la voglia di riprovarci. La conversazione prosegue, civile e anche interessante, se non fosse per la claustrofobia che provo. Il pesce alla yemenita vale il viaggio e pure le domande, tuttavia: è cotto in un forno di terracotta, succosissimo e polposo, ed è accompagnato dal pane arabo appena fatto con una salsina al berber, piccante e fresca allo stesso tempo. Ok, chiedetemi quello che volete, io intanto mangio. Mi chiedono persino se sono mai stata in Eritrea da bambina.

ristorantemassawa

E poi me la svigno, spiegando che devo andare all’internet cafè perché sennò papà si preoccupa, e loro mi informano che passeranno a prendermi in macchina per riportarmi in albergo. Non rimane che la fuga lungo il ponte, approfittando del fatto che l’internet cafè non funziona, e me la batto veloce. Solo che, a metà ponte, c’è un minibus con una ruota a terra, un mucchio di ragazzi e bambini che cercano di cambiarla nel buio più pesto e senza cric, ed io ho una pila tascabile nella borsa. Una pila bellissima, tra l’altro, che funziona a energia solare e ce la regalò l’Ikea, a SMP e a me in cambio di un’intervista su non so cosa. Caccio la pila, la porgo al gruppo, mi siedo su un gradino mentre loro lavorano. Manco mi si vede, nel buio. Poi torno in albergo, inseguita dai ringraziamenti generali e sentendomi membro a pieno titolo dei pubblici trasporti di Massawa, e lì stanno i due eritrei perplessissimi, che non si spiegano come hanno fatto a non vedermi lungo la strada del ritorno, eppure mi hanno tanto cercata per darmi un passaggio…
Poi glielo chiedo, al consulente FAO, quando rimaniamo soli davanti ad altre birre: “Ma questi ti aiutano o ti controllano?” Dice di no, che lo aiutano. Vabbe’, sono una tipaccia diffidente. Magari erano solo amichevoli, boh.
Riparte domani, lui. Come gran parte di chi fa il suo mestiere, si sente solo e vuole bere, sciogliersi e parlare. Mi racconta delle figlie, della moglie, dei nipoti. E’ una gran brava persona, mi spiega che essere nonni è un’emozione intensissima. Non so quante birre ordina, saranno una quindicina. Ci scambiamo gli indirizzi email, ci salutiamo da grandi amici. “Keep in touch whith the dutch”, mi dice salutandomi, e credo sia una sorta di grido di guerra degli olandesi all’estero.

1 aprile.

Massawa mi concilia il sonno, non ho altro da dire. Mezzogiorno di nuovo, con questi ritmi non riuscirò a fare mezza gita. Dovrei andare in banca a cambiare quattrini, ma sono aperti dalle 7 del mattino alle 11, troppo tardi. Eccerto, con ‘sto caldo chi vuoi che lavori a mezzogiorno? Riaprono tra le 4 e le 5 del pomeriggio, mi dicono. E io mi riaddormento, mi sveglio di soprassalto, arrivo alla banca alle 5 e cinque minuti ed è chiusa, merde. E domani è venerdì santo, figurati se aprono. Il poliziotto di guardia, fuori, ride e mi suggerisce di cambiare al mercato nero. “Spiritoso”, borbotto furente.
L’internet cafè sembra funzionare, ci metto solo una ventina di minuti ad aprire Gmail. Viene fuori la pagina senza le vocali, ma chi ha bisogno di vocali? Chiedo il permesso di fotografarla per ricordo, mi viene accordato da un perplesso gestore del luogo che non ci vede niente di strano, in una Gmail senza vocali.
ggl

Nella posta c’è Marzia che mi cazzia e SMP che mi dà per dispersa e pare rassegnato. Venti minuti per rispondere a uno, altri venti per rispondere all’altra. Sigarette, passeggiate e cocacola negli intervalli tra un’apertura di pagina e l’altra. Mando un vecchio post a Marzia, magari me lo carica sul blog. Mi fido sulla parola, ché aprire la mia pagina è impossibile pure ad Asmara, figuriamoci qua.
Mi accorgo che non avrei mai avuto un blog, se fossi venuta a insegnare qua anziché in Egitto. Che strano, gessù. Eppure ci si abitua, a non comunicare col mondo. Non è nemmeno tanto male, me lo devo confessare.

Massawa, 30 marzo

5 aprile 2010 – 15:57

A Massawa ci sono solo io, pare. Non vedo niente altro.

Entrando, nel cortile dell’albergo, c’era un coso strano. Dimmi tu cosa può essere:

cortilemassawa

Il Central Hotel è piacevole, con i suoi bungalow e i tavolini in riva al mare, ma il senso di vuoto è notevole. C’è una coppietta locale seduta a un tavolo in fondo, lei musulmana osservante in nero. E poi un signore di una certa età con l’aria nordica che è uscito dal bungalow più bello, mi ha salutato compito e si è seduto a un tavolo con due eritrei. Poi c’è la cameriera con l’aria triste che ci porta le birre, ma solo se riesci a porti nel suo raggio visivo e poi basta, niente altro. Niente a nord, niente a sud, a ovest, a est. Si fa notte. Le luci di Massawa Island alla mia sinistra, che sembrano illuminare edifici vuoti. Altre più lontano, suppongo si tratti della maggiore delle Dahlak.

Mi lascia perplessa il ristorante: grande, illuminato, apparecchiato, totalmente deserto. Inquietante. Credo che pedinerò il signore con l’aria nordica, per cenare. Appena si alza gli vado dietro, è l’unica. Del resto, il ristorante Luna suggeritomi ieri sera dai colleghi che ne magnificavano le patatine fritte, è chiuso che più chiuso non potrebbe essere.

Di sottofondo, musica locale e l’odore del mare sotto di me e anche quello del mio Autan, forte. Sui letti ci sono delle zanzariere azzurre. Mio nonno si prese la malaria, da queste parti, durante la guerra. Ora dicono che non ce n’è, a Massawa, e che il compenso c’è il dengue ma chissà se è vero.

Prima, quando sono scesa dal taxi collettivo, ho sbagliato strada e ho attraversato il ponte, finendo a Massawa Island che ha l’aria molto più vissuta, orientale, fascinosa e male in arnese rispetto a dove sono adesso, ma altrettanto vuota. Due bimbetti minuscoli mi si sono avvicinati e, compiti, mi hanno stretto la mano. Un signore senza un occhio mi ha poi indicato la strada, anzi l’isola giusta. Che è quella di fronte, appunto, e si chiama Taulud e ci arrivi a piedi se hai una buona resistenza al caldo, e sennò muori accasciato sulla tua valigia.

valigia

Il signore nordico adesso si è alzato e gironzola qua attorno con l’aria annoiata. Forse gli attacco un bottone, se non lo attacca lui a me prima. A noi viaggiatrici solitarie tocca essere socievoli, se vogliamo orientarci in Eritrea. E sennò me ne vado a letto presto col mio libro, ché dopo tanto viaggio e ‘sto sbalzo di una quindicina di gradi ci sta pure.

Da Massawa, la direzione per pregare verso la Mecca è quanto mai agevole da individuare. Verso il mare, ma più spostati a destra. L’Arabia Saudita è dall’altra parte ma verso nord. Di fronte dovrebbe esserci lo Yemen. La cui cucina influenza quella locale, dicono. Vattelappesca dove, però: scoprirlo è la mia missione odierna,

Su tutto, dal mare, impera un’esagerata, mobilissima luna piena enorme che sbuca da una nuvola, sparisce dentro la seguente e va sempre più su. Le nuvole diventano bianche, quando lei è dietro. Mi chiedo quale spettacolo si nasconda sotto questo mare che pare innocente e normale, visto da sopra, e deve essere una follia di vita, sotto. Chissà se puntandogli la torcia arrivano i pesci. Forse il fondale è troppo basso, qua sotto. Penso alla Dahab di quindici anni fa, con i faretti del Napoleon puntati verso l’acqua e i Lion fish che se la passeggiavano sotto. Quindici anni fa. Intanto la musichetta africana ha lasciato il posto a una Macarena cantata con un fortissimo accento locale. E poi del reggae, sapevo che sarebbe arrivato. Il signore nordico butta un mozzicone nell’acqua e io sento di odiarlo. Lascia stare il mare, stronzo.

Schiaccio il mio mozzicone sotto la scarpa. Chiederò la terza birra Asmara.

Arriva la cameriera, le chiedo la birra e un posacenere. Mi dice “No, here!”, indicando il pavimento. “Ok, a terra ma non a mare!”, dico io. “No”, conferma lei mettendosi a ridere. Gessù, finalmente ride. “Thank you!”, mi fa, andandomi a prendere la birra.

L’Egitto è la mia pietra di paragone del mondo e la scuola che mi permette di andare a spasso per mezzo pianeta senza fare una piega di fronte a qualsiasi difficoltà o stranezza. Mi ha insegnato così tanto, quel mio paese-mamma. A essere perfettamente felice seduta sulla riva del mar Rosso, per esempio. Scrivendo, pensando, guardando, fumando. Sto bene. Così, trasformata in spugna.

Il tavolo del signore nordico è ormai un tappeto di birre e lui vuole parlare di politica con i suoi due eritrei. Filosofeggia, parla del fatto che nessuno somiglia più ai propri bisnonni. Nemmeno gli eritrei. “I miei jeans stanno a mia figlia”, dice.

E poi si passa alla Palestina, certo. Si passa sempre alla Palestina, in ogni angolo del mondo, sotto ogni possibile cielo o luna. Chiede agli eritrei cosa ne pensano, loro gli rispediscono la domanda. “Cosa ne penso io? Io sto con i palestinesi!”, dice lui. Oh, bravo.

Stanno sempre tutti con i palestinesi, sembra incredibile che si parli del popolo più solo del mondo. Accompagnatissimi, dovrebbero essere, a sentire ciò che si dice per i bar dell’universo, e invece.

Dal mare arriva la brezza, è buio pesto e non si soffoca più. Allungo i piedi sulla sedia accanto, mi stiracchio, penso a casa: non ho notizie di nessuno tranne che di Marzia, e loro non hanno notizie di me da un paio di giorni, dall’ultima volta che ho preso una virgolina di connessione internet. Speriamo che nessuno si incazzi. Mio padre, ora che è più fragile di un tempo, non ama affatto sapermi dispersa.

Il signore nordico è un consulente della FAO, è olandese. Ovviamente è toccato a me rompere il ghiaccio, sennò staremmo ancora lì a guardarci di sottecchi, a un tavolo di distanza, unici due occidentali dispersi da ‘ste parti. Dovrebbe esserci una legge contro la timidezza, quando gli occidentali solitari si incontrano in Africa. Decreto Livingstone, la si potrebbe chiamare.

Dico una cazzata qualunque, lui la afferra al volo e parte nella chiacchiera, due minuti dopo condividiamo uno zighinì da mangiare con le mani. Mi spiega che non ci sono ristoranti eritrei, in Olanda. Gli spiego che da noi è pieno, e che lo zighinì è la cosa più buona del mondo. Lo è, in effetti.

E’ qui per progettare un progetto, lui: si tratta di smaltire non so quante tonnellate di un pesticida velenosissimo vecchio di 50 anni, che non funziona manco più come pesticida ma che è ancora efficientissimo nell’avvelenare la terra e le persone. Un regalo della Bayer, manco a dirlo. Mi mostra le foto dei bidoni in cui lo conservano, molto arrugginiti. Ogni tanto qualcuno lo ruba per rivenderlo: si intrufolano nei depositi e riempiono le taniche succhiando da un tubo come si fa con la benzina. Ne muoiono 3 su 4, mi spiega, e il quarto si fa due soldi. Vendendo una cosa che uccide e non funziona.

Non si sa come smaltirla, ‘sta roba: in Europa, i nostri veleni li smaltiamo in Africa. Ma i veleni dell’Africa?

Ci consoliamo guardando le foto che ha scattato durante il viaggio da Asmara: ha incontrato un sacco di babbuini, il fortunello. Interi harem, col possente babbuino maschio e decine di femmine attorno. Me lo racconta con un pizzico di invidia, mima persino i bicipiti dei possentissimi maschi. Le foto sono stupende e io invidio lui che li ha incontrati: del resto viaggiava in macchina, lui. Io, sul mio bus sputacchiante fumo e rumore, non ne ho visto manco mezzo. Babbuini snob. Si avvicinano solo alle macchine della FAO, che il cielo li fulmini.

Asmara-Massawa, con permesso

4 aprile 2010 – 18:21

In Eritrea non si gira liberamente. Una volta che sei nel paese ti presenti all’Ufficio del Turismo e dici, tipo: “Voglio andare a Massawa”. Poi passi la sera o il giorno dopo a ritirare il permesso, che è un foglio pieno di timbri dove c’è scritto anche quanto tempo puoi rimanerci, a Massawa.
Se però vuoi anche andare, chessò, a Keren, non puoi chiedere il permesso nella stessa occasione: devi PRIMA andare a Massawa e poi, al ritorno, rifare la trafila per Keren. Laborioso, sì.
A me, quindi, non è stato possibile andare a Keren. Perché sono arrivata in Eritrea sabato notte, ho dovuto aspettare il lunedì per chiedere il permesso per Massawa, l’ho avuto la sera e la mattina dopo, martedì, sono partita.
Pensavo di rimanere giù tre o quattro giorni e poi fare una scappata a Keren per vedere il mercato del lunedì successivo, ma nei giorni festivi l’Ufficio del Turismo è chiuso e non rilascia permessi. E siccome è Pasqua, questa settimana chiudono da giovedì a domenica, il cielo li fulmini, e impiegherei tutto il lunedì ad avere il permesso e il giorno dopo torno in Italia, quindi niente Keren. Impossibile. Soffro molto, ma non posso farci proprio nulla.

Asmara – Massawa, 30 marzo

Gli ambulanti salgono su questo spettacolare bus scartellatissimo in partenza per Massawa offrendo, in lingua tigrina: “Grissini, grissini! Biscotti, biscotti!” E stanno effettivamente vendendo grissini e biscotti, i prestiti linguistici sono una gran cosa. Mi beo della sensazione di capire il tigrino e arricchisco il mio vocabolario che finora comprendeva solo “mai gaz”, che è l’acqua con gas, e “mai plastic” che è l’acqua nelle bottiglie di plastica, quindi senza gas.
So’ poliglotta, vado.
O, per meglio dire, in qualche modo si parte.
Il caos non è in alcun modo superiore a quello dell’Alto Egitto, comunque. L’unica cosa è che i bus non hanno un orario di partenza stabilito o un sistema di prenotazione. Semplicemente, ti presenti alla stazione, salti sul bus in partenza e ti accaparri un posto, possibilmente tra i sedili davanti, dove l’aria è più fresca. Bisogna essere veloci e decisi, la concorrenza è spietata e ti saltano in testa, se non ti sbrighi. Per ultimo arriva l’autista, fa partire musica pop africana a tutto volume e via, in un attimo siamo fuori da Asmara.

Colline, distese di cactus, fichi d’India a milioni. Un cimitero di guerra, credo sia quello britannico. E poi un posto di blocco e il poliziotto che prende il mio permesso, se lo mette in tasca e se ne va. Sbircio nella sua casupola e vedo che se lo sta ricopiando a mano. Se lo sapevo, facevo qualche fotocopia. Si riparte.
Il bigliettaio è un bambino dall’aria cupa, ha anche sonno. Tiene la penna infilata in cima alla testa, giusto al centro, tenuta ferma dai riccioli fittissimi. Ogni tanto appoggia la testa allo sportello del bus e si addormenta, poi si risveglia di colpo e così via, andrà avanti per tutto il viaggio.

eritrea 009

Dal posto di blocco, un cartello indica che Massawa è a 103 km durante i quali scenderemo di oltre 2000 metri in una successione di tornanti. Se uno soffre di vertigini, qua, se le fa passare.

La strada è spettacolare e, per lunghi tratti, corre parallela a un unico binario di ferrovia che si snoda giusto sotto di noi, lungo le montagne. Deve essere la Asmara-Massawa costruita a suo tempo dagli italiani, poi smantellata per usarne il ferro durante la guerra con l’Etiopia e poi ricostruita di nuovo.  Passano dei falchi, credo.

Sul bus, sono l’unica straniera ma non suscito nessuna curiosità. Qualcuno mi ha dato gentili suggerimenti su dove piazzare la borsa ma, per il resto, non mi si filano di striscio.
Passiamo per Nefasit: Pugno di case, binario, chiesetta, moschea. Un enorme campo di calcio in terra battuta, ragazzi in tutta rossa che corrono compatti.
Continuiamo a scendere piano lungo i tornanti, e del resto c’è poco da correre. La tranquillità dell’autista mi permette di contemplare le lucertole che prendono il sole su questi grossi massi tondeggianti.
Da una curva sbuca un intero plotone di ciclisti, col casco e la tutina e tutta l’attrezzatura sportiva. Sembrano SMP quando va in bici sui monti liguri, solo che lui è più chiaro.
A Ghinda ci fermiamo a riposare, ho fatto bene a comprare le Marlboro durante lo scalo all’aeroporto del Cairo. In Eritrea sembrano vendere solo Pall Mall.
Prima di Massawa il paesaggio si fa piatto e desertico. Dalla primavera si passa all’estate piena.

Per arrivare dal terminal di Massawa all’albergo dove penso di fermarmi, che è il Central Hotel, devo prendere un taxi collettivo. Ne passano un paio strapieni, poi uno che si ferma e il bigliettaio mi chiama: “Sono 50 nakfa”, mi fa. “Ma dai…”, gli sibilo. Sono due nakfa, non cinquanta. Mi sono informata due minuti fa, imbecille. E un gruppo di eritrei mi passa avanti e qualcuno mi dice che non c’è più posto. Certo, mi hanno scavalcato mentre quello cercava di taglieggiarmi. “This is not nice”, dico al bigliettaio tranquilla, piantandogli lo sguardo in faccia per tirare giù il suo, mentre mi lasciano a terra. Che stronzo, gessù.

Io le odio, queste cose. Sono capace di farmi una giornata di marcia sotto al sole tirandomi dietro la borsa, piuttosto, ma non pagherò nemmeno un centesimo più di quanto costi la corsa. Sul mio cadavere, devono passare. Per fortuna il taxi successivo si comporta normalmente, si prende i miei due nakfa e mi risparmia di morire sciolta sull’asfalto di Massawa. Per fortuna, e sono ancora incazzata. Poi, sul taxi, una ragazzina mi si siede accanto e comincia a togliermi dalla maglietta i pelucchi, e dei capelli che ci sono caduti sopra. Mi chiede se ho caldo, ridiamo. Ok. Calma.

Arrivo, meritato, al Central Hotel:

eritrea2 001