Una questione di desiderio

18 April 2008 – 16:47

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Io ho un vecchio conto in sospeso col paese raffigurato qui sopra, nel senso che saranno quindici anni che ci penso e sospiro.

Fu il primo paese a cui pensai quando capii che il mio lavoro era esportabile, ed è che la scuola di là non può non colpire la fantasia di una prof, visto che è la più grande e la più significativa tra le scuole italiane all’estero.

Poi lo misi un po’ da parte, questo pensiero, mentre venivo folgorata dal mio mal d’Islam e dal bisogno di Medio Oriente che, a un certo punto, prese il sopravvento su qualsiasi altro mio desiderio, e poi tornò a fare capolino, invece, evocato dal mio collega d’Egitto una volta che tornavamo al Cairo in treno ed io sospiravo sulla cronica scarsità di stipendio che mi affliggeva e lui mi disse: “Ma scusa, perché non fai domanda di supplenza lì?” E io: “Ma per insegnare italiano nelle scuole non ho l’abilitazione, e lì c’è solo scuola, non c’è il lettorato.” E lui: “Ma guarda che si insegna anche la tua materia, in quella scuola lì.” Ed io rimasi a bocca spalancata, come un’imbecille. Una scuola italiana dove si studia pure spagnolo piazzata in mezzo all’Africa? Non ci potevo credere.

Feci domanda di supplenza, ovviamente. Era il 2005. Le domande di supplenza si fanno una volta ogni tre anni e nel 2005 toccava, giustappunto, cosa che mi parve una specie di segno del destino. Compilai ettari di carta prestampata, imparai a dire “raccomandata con ricevuta di ritorno” in arabo e spedii giù tutto quello che c’era da spedire pensando che probabilmente ero l’unica prof di spagnolo con tanti punti e tante abilitazioni intenzionata ad andare lì, proprio lì, e del resto cosa diamine ci dovrebbe andare a fare, dalle parti del Corno d’Africa, una prof di spagnolo? Questo, pensavo. Feci la raccomandata dall’ufficio postale di Zamalek, la baciai prima di consegnarla all’impiegato e custodii gelosamente le incomprensibili ricevute scritte in arabo con la penna rossa che mi vennero solennemente consegnate e su cui deposi tutte le mie speranze di guadagnarmi da mangiare negli anni successivi, visto che, in Egitto, più di due soldi in croce proprio non mi riusciva di guadagnare, ed ero ormai prossima alla bancarotta.

Tra me e quello stipendio si interpose un siciliano, invece. C’erano lui e un’altra collega che avevano più punti di me, ed io finii terza in graduatoria. Addio Africa, maledizione. Pensai che avevo un ottimo movente per un omicidio, certo, ma poi l’idea di andare in Sicilia a sopprimere il collega mi parve laboriosa e comunque non avevo i quattrini per tanto viaggio, quindi mi disposi a farmene una ragione.

E poi ricevetti la terrificante telefonata del provveditorato di Milano che mi comunicava che mi avevano passato di ruolo, invece, e tornai in Italia a prendere servizio salvandomi dalla bancarotta per un millimetro circa, pareva in quel momento o magari no e me la sarei cavata lo stesso, chi lo sa, ma ormai è inutile che ci pensi. Tornai in Italia, che il cielo mi strafulmini, e tant’è.

L’anno scorso - due anni dopo avere baciato quella vecchia domanda di supplenza un secondo prima di spedirla - mi chiamarono. Me ne stavo tranquilla a casa, qui a Genova, ed ecco che mi ritrovo nella Gmail una convocazione per cui io avrei anche potuto uccidere, se solo mi fosse arrivata al momento giusto. Non lo era più: una volta che passi di ruolo, non puoi accettare supplenze. Decadi dal ruolo, se lo fai. Vieni licenziata dallo Stato, praticamente.

Ci pensai, comunque, e mi informai, chiamai il ministero, parlai con l’Africa e con la collega che mi aveva preceduto e feci il diavolo a quattro. No, ma renditi conto: mi offrivano il triplo di quello che mi pagano qui, e per vivere in Africa. Per fare la cosa al mondo che desidero di più. Dimmi tu. Stavo per farci una malattia.

Venivo chiamata in base a una graduatoria che sarebbe scaduta l’anno dopo, però. Mi davano lavoro per un anno e basta. Se, con le graduatorie successive, mi fosse sbucato un altro collega con più punti, io mi sarei ritrovata disoccupata sia lì che in Italia. Non potevo farlo. Fosse stato il triennio intero, avrei potuto mettere da parte abbastanza soldi da correre il rischio. Con un anno solo, era una follia.

Oggi sono scaduti i termini per le graduatorie del prossimo triennio. La legge proibisce esplicitamente ai docenti di ruolo di fare domanda di supplenza, quindi io mi sono riguardata la scheda che annuncia quelle 14 ore di spagnolo all’africana che sogno da anni, ho sospirato e ho cercato di non pensarci. Solo che ci penso, invece. Non faccio altro.

Ho telefonato giù lunedì mattina: “C’è possibilità di lavorare in estate? Perché, sa, io verrei.” Vorrei partire quando chiude la scuola e andarci, finalmente, e togliermi ’sta spina, almeno per un’estate. “Lavoro d’estate? Qui?? Neanche l’ombra…” “Oh, fantastico.

Qui siamo tipe testarde, però. Ed io ci vorrei proprio andare, lì. Proprio tanto.

Sto corteggiando le linee aeree yemenite, che paiono quelle con i prezzi migliori, e continuo a cercare il modo per trovarmi qualcosa da fare, una volta lì. Me lo devo finanziare, ’sto viaggio, ché altrimenti è un salasso. E sto dando fondo a tutta la fantasia che ho, pur di trovare il modo.

Ci devo andare per forza. Almeno per un’estate, almeno per vedere com’è. Ci vado. A costo di nuotare.

Dichiarazione di - ghhhh - voto

13 April 2008 – 09:12

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Vabbe’, sì, ’sto blog va a votare.

Perché dalla scuola si vede troppo, che ’sto paese bisogna pur governarlo. Lo si potrebbe anche affondare nel Mediterraneo, non dico di no, e rimarrebbe un suggestivo spazio vuoto tra Spagna ed ex Yugoslavia che avrebbe un suo fascino, ma intanto che ci si decide io devo andare a scuola, e un Buttiglione ministro non lo posso avere. Abbiate pietà. Io vado a votare, pensando a Buttiglione ministro della scuola.

Perché poi, davvero, io stavolta non mi sono vergognata del mio ministro. L’ho già scritto. A me Fioroni è parso uno che ci teneva, alla scuola, ed ho sperimentato la sensazione di potermi fidare - guarda che era la prima volta da quando insegno, e non insegno da un giorno - e poi chi lo avrebbe mai detto, che qualcuno avrebbe avuto il coraggio di sollevare la questione dei “debiti formativi”? Dai, la più impopolare delle nostre questioni. Ci vuole un ministro in totale buona fede, per fare una cosa così. E io, fino a Fioroni, un ministro in buona fede non ricordavo di averlo mai avuto. E poi dai, quando revocò la parità agli asili della Moratti che volevano discriminare i bimbi stranieri? Grande. E quindi io mo’ vado a votare pensando a ’ste cose qui, concentrandomici molto. Buttiglione, no. Non lo voglio. Lavorerei troppo male.

C’è la riunione condominiale dell’Italia, io la sto vedendo così, e tocca scegliere l’amministratore. Basta. Non diamogli altri significati. Non pensiamo oltre. Concentriamoci sulle lampadine nell’androne, che bisognerà pur cambiarle, e stop. Sì, dai. Vado a votare. Mo’ mi faccio la doccia e vado.

Però non fatemelo dire, per chi voto. Non ricordatemelo. E’ evidente che voto per la maggiore delle alternative a quell’incommensurabile pagliaccio che mi potrebbe piazzare per ministro Buttiglione, e non è il caso di frugarci dentro più di tanto. Guardate altrove. Ci sono pratiche che vanno svolte in sobria intimità.

Stasera non potrò manco bere per dimenticare. Renditi conto. Ho già fatto bagordi giovedì e noi signore a dieta non dobbiamo esagerare, ché sennò è la disfatta. Però sconto la mia imprevidenza, ecco. Dovevo tenermela in serbo per stasera, la cartuccia. Forse era la volta buona che mi veniva per davvero, la sbronza triste. Altro che intonare cori alpini nei vicoli.

Mi toccherà stare triste da sobria, invece. Passerò l’aspirapolvere per dimenticare. O cercherò lavoro estivo in Eritrea, che ultimamente non faccio altro. Qui abbiamo, come orizzonte, una porta con la scritta “Uscita”, e l’estate ci serve per prendere fiato. Se avete lavoro da offrire in quella zona, fate un fischio. Io, intanto, vado un attimo a votare, così mi tolgo il pensiero.

P.S. a mo’ di disclaimer: qui l’astensione l’abbiamo praticata, oh se l’abbiamo praticata. Non è mai servito a una mazza. E’ servito solo a farci abbassare ulteriormente il livello delle aspettative la volta dopo. Mi sono scocciata. E non voglio prendere ordini dalla Moratti. Quindi ho votato e non parliamone più, ecco. Ma che pena, gessù.

“Resaca” alla genovese

11 April 2008 – 21:39

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La foto qui sopra mostra una composta prof che contempla perplessa l’inaspettato karaoke comparso ad allietare, senza che lei ne sapesse nulla, i giovedì degustativi della Berlocca.

Poco più tardi, della composta prof non c’era più traccia e, al suo posto, si poteva osservare una zompettante invasata senza altro desiderio nella vita che quello di cantare a squarciagola tutto il suo ampio repertorio di terrificanti canzonette che sa a memoria. Sì. L’ho fatto. Ed è che a me la sbronza triste non viene mai, porca miseria. Tutte allegrissime, mi capitano. Gli ululati che si sentivano ieri sera in centro storico erano quindi i miei, già. Roba che mi potevi fermare solo abbattendomi, e purtroppo Marzia non se l’è sentita.

La serata si è poi conclusa con un safari fotografico dedicato all’unico gatto randagio di tutto il centro storico, immortalato qua sotto dopo un centinaio di scatti a vuoto che ritraggono la pavimentazione dei vicoli da ogni prospettiva possibile. Trattasi di un gatto randagio preziosissimo nonché eroico, visto che deve vedersela da solo contro milioni di topi. Ed è che io non li capisco, ’sti genovesi: ma ripopolare i vicoli di gatti randagi, perché no? Dove sono finiti? Dove li hanno messi? Al Cairo avevamo le donnole per strada, e di topi non se ne vedeva manco l’ombra. Qui a Zena, i sani gattoni europei devono essere stati tutti sterilizzati e il risultato è Ratatouille. Pensavo di iniziare una campagna pro-gatti nei vicoli, quindi, e quando avrò meno mal di testa lo farò.

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(Io poi mi lamentavo della Resaca in Egitto, ma anche queste di Zena non sono niente male. Diciamocelo. E mo’ voglio vedere come le brucio, le calorie di ieri sera. Il giro di Genova in ginocchio, mi toccherà fare.)

Fare scuola

10 April 2008 – 19:07

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All’ospedale Gaslini di Genova si ricoverano i bambini. I bambini devono andare a scuola. Quindi, se sei ricoverato al Gaslini e non puoi, la scuola viene da te.

Io vado lì da qualche mese, a insegnare la mia materia quando è possibile - sono lezioni in cui “flessibilità” è la parola chiave, in fatto di orari e di giorni - e rivedo un fenomeno che già mi colpiva in Egitto: che i ragazzi con problemi veri, e concreti, sono spesso dei gran bravi studenti.

L’autobus mi lascia in alto, in cima alla collina. Poi è una passeggiata in discesa e in dieci minuti sei lì, tra questi padiglioni nel verde che si chiamano “Tartaruga”, “Delfino” etc. e, come sottotitolo, hanno i nomi delle varie specialità mediche, ma quelli non viene voglia di leggerli. E’ un bell’ospedale e ti rassicura, in qualche modo. Non è il villaggio dei sette nani, però, anche se una tende a volerlo pensare, tra i cespugli e la pulizia e le facce gentili del personale, e basta guardare la palazzina dell’obitorio per ricordarselo, così piccola e incongruente, con un cartello davanti con la lista delle imprese funebri a cui rivolgersi ed è evidente che è un cartello messo lì per soccorrere nello smarrimento totale. Siamo programmati per sentirle contro natura, le tragedie che toccano i bambini. Non le possiamo assorbire.

E’ un bell’ospedale, dicevo, e ci si può lavorare francamente bene, con la connessione internet nelle camere dei bimbi, le infermiere pazienti che ti fanno usare la fotocopiatrice al volo, le colleghe che ti spiegano tutto con estrema disponibilità e così via. Un’Italia che ispira fiducia.

Oggi ci è atterrato un elicottero sul tetto. Non sai che baccano fa, un elicottero sul tuo tetto. Rosso, era. L’ho visto perché stavo uscendo, avevo appena finito, e mi è sembrato enorme, un gigante simpatico.

Io lo so, come ci si sente. Pupina mi fece prendere una paura seria, secoli fa, e fu una paura che durò settimane. Le ricordo come le peggiori della mia vita, e sì che di emozioni intense non ne sono mancate, dalle mie parti. Brutta come quella, però, nessuna. Contro natura, come dicevo.

Saperlo rafforza la professionalità, credo. E’ scuola, e la scuola è un impasto di serietà e di gioco, senza sbavature inutili e fuori posto, senza sciocchezze. E fare scuola è anche divertirsi, ci mancherebbe altro. Quindi mi piace, fare scuola lì, e imparo e osservo e mi osservo, e incasso con gratitudine l’esperienza che guadagno. Anche nelle cose sciocche, ché a mettere camice sterile, cuffia e mascherina sono un razzo, ormai, e all’inizio ci mettevo mezz’ora e mi allacciavo tutto storto. E penso che ho fatto scuola in mille latitudini e circostanze, ormai, e mi piace. Mi avvio a diventare un vecchio lupo di scuola e la sento, la mia esperienza. Mi fido di lei.

Poi finisco la lezione, scendo ancora lungo questi giardini, questi padiglioni coi loro disegni e le tragedie e le professionalità che sfiori, e anche le fortune e le gioie che riempiono ’sto posto, e arrivo all’uscita e lì c’è il mare, di colpo, a un palmo dal tuo naso. Un mare enorme, grandissimo, senza nulla che lo limiti. E’ come se ti sbattesse in faccia, c’è solo lui. Respiri e senti il sale, e pensi che ci tocca vivere, a tutti quanti. Va bene.

La Radio Svizzera, Paolo Attivissimo e pure l’Haramlik

7 April 2008 – 16:16

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Scrive Mir:

Posso dirlo Lia? Si parla (anche) di te oggi alla Radio Svizzera Rete Uno, dalle 13.00 alle 13.20. Per l’ascolto: www.rtsi.ch ; per il riascolto: www.rtsi.ch/podcast.

Il programma è Consulenza extra, a cura di Mirella De Paris, e la puntata di oggi era APRIRE UN BLOG di Paolo Attivissimo.

Che, in effetti, ha citato l’Haramlik come “esempio concreto di blog” descrivendone un po’ la storia, avventure e disavventure comprese - dall’Egitto allo choc del ritorno, dallo “scontro con i media tradizionali che le avevano scippato informazioni” alla comunità dei commentatori e alla solidarietà che questa è riuscita a esprimere da queste parti nel tempo, e qui siamo state parecchio contente di vederla citata come esempio significativo dell’interazione in rete, ché sono successe tante cose belle, su ’sta pagina.

Che dire? Ringrazio Paolo Attivissimo per la bella e insolita sorpresa che ha fatto a ’sto blog e invito ad ascoltare il podcast, che è all’indizzo sopra alla voce “Consulenza extra”.

L’Egitto e il pane

4 April 2008 – 07:40

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In Egitto, i fornai che vendono il pane statale, ovvero quello a prezzo speciale o ’sussidiato’ che dir si voglia, li riconosci perché normalmente hanno poco più di una finestrella che dà sulla strada, magari con tanto di sbarre, e sotto la finestrella se ne sta sempre appeso, o accampato, un gruppetto di gente che, in realtà, fa la fila.

Che ci fa, lì, quella gente?” “Compra il pane” “Il pane??” Perché non sembra una panetteria, quella roba là, e le panetterie egiziane ti erano sempre parse normalissime, fornitissime e onnipresenti, e ci metti un po’, a capire che quello è un altro circuito e che c’è la farina a prezzo di sussidio, appunto, con apposito libretto che certifica il tuo diritto a comprarti la pagnotta a 5 piastre, un centesimo di euro.

Adesso leggo ciò che racconta Paola Caridi e non ci voglio manco pensare, alle code che devono esserci sotto quelle finestrelle.

Era da un po’, che non mi affacciavo su ciò che avviene da quelle parti. Ma è che la nostalgia non mi si è alleggerita di un milligrammo, in questi due anni da quando sono rientrata, e non c’è “ricostruirsi l’esistenza” che tenga: io vorrei tornare giù.

Il mendicante sornione

2 April 2008 – 15:24

Cambia cartello abbastanza spesso, il misterioso e distintissimo mendicante che, capelli bianchi e aria distaccata, opera in piazza De Ferrari.  Il mio preferito è quello che recita: “Ho conosciuto tempi migliori“.

Oggi ne aveva uno nuovo e finalmente ho ceduto all’impulso di fotografarlo. Ovviamente, dopo avere ricevuto il divertito permesso dell’autore.

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Genova, cioè il villaggio di Asterix

27 March 2008 – 19:49

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Da quando mi hanno spiegato che discendono dai Galli, ’sti liguri, mi è tutto molto più chiaro e contestualizzo meglio anche lo stile simil-burbero della mia nuova città. Stile che, peraltro, ho amato follemente dal primo istante.

Tipo che stasera ho visto che avevano finalmente finito i lavori sotto casa mia e ne emergeva un ristorantino nuovo fiammante, rustico e grazioso, ed era tutto ancora vuoto, ovviamente, ché era la prima volta che aprivano i battenti, ma c’erano delle persone davanti al bancone appena inaugurato e ancora polveroso, e delle bottiglie. Ed io che sono curiosa e, soprattutto, abito a 10 metri e mi piace vedere locali nuovi sotto casa mia, ho messo il naso dentro per vedere come erano e sono stata invitata a entrare, e poi mi hanno cacciato in mano un bicchiere ed io, gemendo: “No, pochissimo ché sono a dieta…” e il possente ristoratore con la sua chioma bianca, serissimo: “Ah, se non voleva bere stava a casa!!”, e mi ha riempito il bicchiere fino all’orlo. Di ottimo spumante, peraltro.

Poi sono stata rifocillata con delle patate appena cotte che ho accettato obbediente, anche perché temevo di ricevere un pugno se le avessi rifiutate, ed infine sono tornata felice a casa. Anche perché mi rassicurano, i locali aperti sotto casa mia, ché uno degli avventori era lì con le stampelle perché lo avevano rapinato e menato giusto lì davanti qualche settimana fa, ed è che i rapinatori del nostro centro storico hanno la pessima abitudine di menarti, mentre ti derubano, e questa è una pratica a cui sono decisamente contraria. E, se proprio si deve, che la riservino ai soli uomini, per favore, ché io voglio essere rapinata gentilmente o niente. Ben vengano gli incrementi di vivacità notturna, quindi. Che poi mettono allegria, a prescindere.

Io comunque ribadisco che questa gente senza fronzoli, burbera e divertita e, in fondo, amichevole, a me sta simpatica. Parecchio, anche. E sarà che lo spumantino mette allegria, ma a me piace rincasare nei miei vicoli antichi, la sera, e sto sentendo aria di primavera, tra un acquazzone e l’altro. E’ un’Italia che non mi angoscia, questa. E del resto, noi burbere divertite dove dovremmo mai vivere, dovendo stare in Italia, se non in mezzo a tutti ’sti Asterix? Si sta sentendo parecchio a casa, questo Haramlik. Per forza.

Ma che gli è preso, a Milano?

25 March 2008 – 22:46

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Torno adesso da una giornata passata all’ospedale di Melzo, hinterland milanese. Ora: gli ospedali difficilmente sono dei bei posti, ma questo di Melzo oltrepassa molti limiti, mi pare, e l’angoscia che mi ha trasmesso richiede due parole prima di andare a dormire.

I medici mi sono parsi bravi e l’intervento subito da una persona che mi è cara è andato bene. Del resto, se questa persona è finita ricoverata a Melzo è perché in altri ospedali milanesi si era trovata infinitamente peggio proprio dal punto di vista medico, recentemente, e pare che là, invece, il medico che infine lo ha operato fosse affidabile.

Solo che farsi operare sulla Luna (una Luna malandata, per giunta) non deve essere molto diverso. Perché sorge tra qualche palazzone e un discount e null’altro, l’ospedale di Melzo, e il deserto che ha attorno te lo ritrovi pari pari quando entri, ché non c’è nulla se non un immenso corridoio, odore di mensa malandata, una scala ingannevole che non ti porta ai reparti ma a una porta sbarrata con su un bigliettino scritto con la penna rossa che recita “Psichiatria” e, attraverso i vetri, volti tristissimi di vecchi e qualche donna giovane in pigiama, chini davanti ai rispettivi piatti in un refettorio vecchio e buio, e tu fai dietrofront e scendi alla ricerca della scala giusta per raggiungere la tua meta e trovi un ascensore, finalmente, ma l’ascensore si chiude con te dentro, sì, ma rimane là immobile, e riesci a riaprire le porte e ritenti ma sei sempre lì, a pian terreno, e passa un medico e ti dice, cantilenando: “Ci vogliono le chiaaaaavi….” e tu esci e, finalmente, trovi delle scale un po’ più nuove di quelle che ti avevano fatto finire a Psichiatria e stavolta sbuchi nel reparto giusto, meno male, dove delle infermiere col camice verde ma dei foulard in testa portati da casa, si direbbe, al posto delle cuffie sterili che ti aspetteresti, ti borbottano: “Sì, lo stiamo intubando.” “E quando potrò sapere qualcosa?”, chiedi tu, e loro: “Ah, tanto ci vedrà passare con la barella.”

Forse è il posto più allegro dell’ospedale, la sala d’attesa da dove vedi passare ’ste barelle dirette verso la sala operatoria. Per il resto, vecchiume e reparti semibui, aria di sporco, infermieri che manco ti guardano, donne delle pulizie che spingono negli ascensori carrelli sobbalzanti da cui trabocca l’acqua con cui hanno appena lavato a terra. E finalmente riportano in camera la persona che ti è cara, appena operata, e la stanza è da tre e non c’è un paravento, nulla che ne tuteli uno straccio di intimità, e arriva un’infermiera mentre sei lì e gli solleva il lenzuolo facendogli, perentoria, non so quale domanda intima e tu scompari, fuggi letteralmente per sottrarlo all’imbarazzo della tua presenza, e ti pare di ricordare che un tempo, quando Milano era una città civile, i familiari venivano allontanati dalla stanza dei malati, prima di certe cose, e adesso, a quanto pare, non più. Del resto, faccio una gran fatica ad associare alla civiltà la Milano triste, sporca e squallida che ho visto in questi due giorni.

Nelle stanze ci sono dei tavolini che, un tempo, dovevano reggere delle tv. Ora, di televisori manco l’ombra. Non una tv, non una radio, niente. Penso al Gaslini di Genova, dove ho visto computer collegati a internet nella camera di piccoli degenti. Io me la ricordavo diversa, Milano. Ma cosa le è preso, che le succede? Perché bella non lo è stata mai, santo cielo, ma funzionante sì. Mi viene voglia di rapirla, la persona che mi è cara e che dorme in questa stanza squallida con la giacca del pigiama buttata addosso alla meno peggio, e di caricarmela su un treno e portarla da me, ché magari non saranno più bravi, a Genova, ma meno squallidi lo sono di sicuro.

Col medico, riesco a parlarci nel “bar” dell’ospedale. E’ una stanzetta a pian terreno, con dei tavolini di plastica da gelateria e una macchinetta che distribuisce merendine al posto del bancone. E’ gentile, il medico, e soddisfatto dei risultati dell’operazione. In fondo, a me interessa questo. Poi, la persona che mi è cara si sveglia e mi manda via: “Dai, vattene, non mi va che rimani in questo ambiente.” E’ reciproco, il desiderio di proteggersi dallo squallore.

Sono tornata a Genova come chi torna da Chernobil. E, lo ripeto, un tempo non era così, Milano. Che peggiorasse di anno in anno lo sapevo e lo scrivo da molto tempo, ma spenta come stavolta non l’avevo vista mai. E riconosco dell’affetto per lei, nell’angoscia che mi ha seguito fin qui e che mi impediva di dormire se non la buttavo fuori, almeno un po’. E’ un pezzo della mia vita, quella città, e una non si aspetta che le città invecchino.

Agitazioni pasquali

21 March 2008 – 10:25

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Qui è prevista una spedizione al mare con Scienziato e, ovviamente, sta per diluviare. Se consideri che già il fatto di compiere una spedizione assieme sta di per sé terrorizzando entrambi, comprenderai che abbiamo tutti gli ingredienti per un simpatico spaccato delle nevrosi che possono colpire due adulti a spasso per la vita in questo faticoso inizio millennio d’Occidente, ché stiamo là che ci studiamo gemendo: “Madonna, andiamo a passare 36 ore insieme… anzi, no, 48… no, ma guarda che sono 72… sì, ma non ce lo ha prescritto il medico, se alla 15esima ci scocciamo ci salutiamo e amen… no, ma non metterla così, a me fa piacere… sì, anche a me fa piacere, certo…” e la mano corre al Tavor, che ti credi, e Scienziato diceva che si porterà due romanzi e una si chiede che cavolo se ne farà, lui, di due romanzi da leggere in due giorni stando con me, e io non mi porto i compiti da correggere e il computer intero giusto perché non sono immune dal senso del ridicolo, ma la tentazione di portarmi dietro Guerra e Pace a scopo difensivo c’è.

Io non so. Forse è che in qualche modo bisogna intrattenersi, semplicemente, e qua abbiamo deciso di dare pepe a questa storia sperimentando le inedite emozioni dell’attacco di panico. Era una delle poche emozioni che ancora mi mancavano, del resto.

Perché a me sembra di essere sempre stata ‘bastanza normale, con l’altra metà del cielo, e non ricordo di avere mai avuto agitazioni innecessarie prima di un banalissimo weekend, tutto sommato. E pure Isso, non ha l’aria di avere vissuto in un uovo di Pasqua fino all’altro giorno, che diamine. Lo avrà pur passato, dico io, il suo migliaio di weekend al mare con signore varie. Ma si vede che il cocktail di me e lui insieme produce effetti innervosenti, che ti devo dire, e se stessimo preparando una spedizione a Bagdad saremmo entrambi più tranquilli, di sicuro, a condizione di andarci separati.

Woody Allen, insomma, in questi giorni mi fa un baffo. Questo volevo dire. O forse è solo l’adulto medio, Woody, e a me sembrava tanto divertente solo perché non avevo mai capito, fino ad ora, che è la sintesi di ciò che si è destinati a diventare, santo cielo. E comunque adesso prendo l’ombrello e vado al mare, faccio così. Non è che avessi molto altro da dire, in ’sto simil-post.