Expat in Nicaragua

A Matagalpa dormo all’Hostal Naked Gringo. Il suddetto gringo nudo (lo si può vedere, vestito, nella foto sul sito) è un simpatico tizio di Seattle con le unghie dei piedi laccate di nero che si è trasferito qui, mi diceva, perché ha “raggiunto l’età della pensione”. A me pare che non abbia nemmeno 50 anni ma, che vuoi che ti dica, mi pareva brutto fare domande. E’ qui da nemmeno un anno e non parla una parola di spagnolo. “Be’, mi pare che sia facile aprire un’attività in Nicaragua!”, ho detto io. “Scherzi??” ha detto lui. “Ho dovuto comprare tutti i mobili, dirigere gli operai, è stato difficilissimo!”
“…”, ho detto io.

In questo momento, sempre a Matagalpa, sono piazzata nell’accogliente ristorante italiano La vita è bella (il più diffuso dei nomi, tra i locali italiani incrociati dal Messico a qui) e uso la loro wifi dopo avere apprezzato la loro pasta coi funghi.

Il ristorante è italiano sul serio e la cucina è quella che potrei fare io, totalmente nostra e senza nessuna influenza locale. Però la clientela è tutta nicaraguense: se aspettassero i turisti italiani potrebbero bellamente chiudere, credo di essere l’unica in un raggio di miglia. Al taxista devi dire: “Mi porti dall’italiano!” C’è solo lui, non puoi sbagliare.

A Ometepe ce n’erano diversi, invece, e uno mi raccontava che negli anni ’90 la domanda tipica, tra gli espatriati, era: “Anche tu socialista?” Tutti in fuga da Mani Pulite. “Qui ci viveva pure il sindaco di Aosta, c’era un sacco di gente”, mi spiegano.

Parlando di ristoranti italiani, mentre ero di passaggio a Managua ho pensato di andare a mangiare dal più famoso dei nostri latitanti in Nicaragua, l’Alessio Casimirri dei sei ergastoli per via Fani e che cucina, dicono, molto bene. Una vicenda esistenziale notevole – e così ultra-italiana – finita nel porto tranquillo dei sobborghi eleganti di Managua. Mi incuriosiva, ebbene sì.
Sono arrivata fin lì ed era chiuso, maledizione, e un ragazzo mi ha detto che apre solo dal martedì al venerdì, e solo di sera. ‘Na voglia di lavorare che se lo porta via, proprio.

Lavorare con molta calma è, del resto, uno dei motivi per cui la gente si trasferisce qui, latitanze a parte. C’era scritto pure sul menù del bar dove facevo colazione a San Juan del Sur: “Siamo chiusi la sera per goderci il tramonto e perché, se avessimo voluto lavorare 15 ore al giorno, ce ne saremmo rimasti nei nostri paesi d’origine.”

Uno mi spiegava: “Qui non si viene per fare soldi. Qui si viene per stare in un bel posto durante le ore, poche, in cui ti guadagni ciò che ti serve per vivere.” E forse è la migliore destinazione di cui io abbia notizia in questo periodo, il Nicaragua.

La storia più bizzarra che ho sentito, comunque, è quella del lombardo che guidava felicemente le ambulanze al paese suo quando, un bel giorno, la mamma gli ha detto: “Voglio andare a vivere in Costa Rica!”, e lui ce l’ha portata e ha aperto un locale con cui mantenere entrambi. Poi la mamma ha detto: “No, voglio vivere in Nicaragua!”, e lui si è trasferito in Nicaragua e ha aperto un locale pure qua. Adesso la mamma ha deciso: “Voglio andare a Tenerife”, e lui sta pensando a cosa aprire lì. Insomma, ‘sta mamma formidabile si sceglie i posti e mette il figliolo a lavorarci, voglio fare pure io così. Non so come ho fatto a non pensarci, avrei potuto addestrare Pupina a tale nobile scopo e adesso vivrei felice, maledizione.

Una categoria molto in fuga, insomma, quella degli expat locali. Diversa dagli appassionati e inquieti stranieri del Medio Oriente o dai più banali donnaioli di Cuba, e per lo più amichevole e discreta. Che sia fuga dalla legge o dal semplice stress, mi pare che l’obiettivo comune sia quello di campare in pace. E mi sembra che ci riescano, pure.

 

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Disinfestarsi a Matagalpa, Nicaragua del nord

Reduce da San Juan del Sur, via Masaya e Managua, sono finita in una vispa cittadina tra i monti dove, per prima cosa, ho preso me stessa e mi sono disinfestata assieme a tutti i miei bagagli. Ed è che a un certo punto mi avevano morsicato gli squali volanti, a giudicare da come ero conciata, o – più probabilmente – quella piaga d’America nota come bed bugs e di cui mi fa schifo pure pronunciare il nome in italiano e che qua ti infesta appena ti distrai un attimo e non c’è attenzione o paranoia che valga: io temo di esserci incappata in uno degli alberghi più lindi e pinti di San Juan del Sur, e mi spiace pure dirne il nome ché non se lo merita, l’ottima signora tedesca che lo gestisce.

Comunque non me le toglievo più dalla mente, ‘ste bestie, una volta ritrovatami con i bozzi, e ho cominciato a immaginare che mi fossero finite nella valigia e a sognarmele di notte e a grattarmi ogni momento – scommetto che adesso ti gratti pure tu che leggi – fino a che, ieri, ho trovato una farmacia veterinaria fornita dell’apposito veleno (deltametrina: non facile da trovare, ahimé, mentre trovare le bestie è facilissimo) e, nel retro del giardino dell’hotel dove ero ospite, ho sferrato l’attacco alla valigia e a tutti i panni.

Imbevuta la valigia di veleno e passati tutti i panni in un’asciugatrice al massimo della temperatura, posso forse dirmi in salvo. Forse. Ma ripeterò l’operazione prima di ripartire per Cuba, a metà settembre: ho ancora un sacco di paesi e di alberghi da attraversare, prima di tornare all’Avana, e mi fanno più paura ‘ste bestie che la malaria o il dengue. Con differenza, proprio.

Consigli per viaggiatori d’Ammerica, quindi: 1) MAI appoggiare valigia o borsa sui letti degli alberghi. Per nessuna ragione, nemmeno nel più pulito o chic. ‘Ste bestie infestano pure gli hotel a 5 stelle di New York, non è dalle apparenze che ci si può dire a salvo. 2) Fare passare tutti i panni in un’asciugatrice, ogni tanto. Il calore uccide tutto. 3) Prima di tornare a casa propria, un po’ di vaporetta bollente sulla valigia (e soprattutto dentro) non fa male, direi. La mia cura a base di veleno spray è assai drastica e un po’ tossica, non credo sia proprio da consigliare.

Io comunque non me le ricordo, ‘ste bestie, in Medio Oriente. Pulci sì, quante ne volevi. Ma ‘sti cosi manco sapevo che esistessero, giuro. (E smettila di grattarti, sei in salvo, non fare la vittima.)

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Nicaragua: via da Granada

Da Granada sono fuggita, l’ho trovata irritante: molto graziosa, certo, ma forse non andrebbe vista dopo la magnificenza di Antigua de Guatemala – dopo Antigua può sembrarti appunto graziosa, nulla di più – nè dopo le emozioni dell’atmosfera di poesia e sandinismo che ti trasmette León.
Soprattutto, è piena di trappole per turisti messe su dalle frotte di stranieri che ci vivono e gestiscono alberghi e ristoranti. Sono ignominiosamente capitata in una delle peggiori, ieri sera: ingannata dall’aria rustica e da certi poster dei Beatles, ho ordinato da mangiare in tale Imagine, che l’inferno lo inghiotta, e per un pezzo di formaggio coi peperoni e due acque minerali mi hanno fatto spendere 20 euro. Euro, sì. In Nicaragua. E niente, per lo choc ho proprio lasciato la città, so’ pazzi. E comunque il Nicaragua mi piace troppo per sprecare il mio tempo a Granada, c’è troppo altro da vedere.

Poi, per carità, a parte i prezzi del formaggio non è che mi abbia fatto qualcosa di male, la città. Mi ha ricevuto in festa, addirittura, con una sfilata di cavalli che coinvolgeva tutto e tutti come una Feria di Sevilla, ma dall’estetica più da rodeo. Ragazze vestite da cowboy che cavalcavano stalloni giganteschi, cappellacci e cavalli danzanti al ritmo dei corridos, odore di stalla ovunque e canti e soprattutto balli dappertutto, un palco dopo l’altro pieno di gente in festa, ognuno con la sua musica e tutti con fiumi di rum, per lo più in una specie di alambicco lunghissimo portato a tracolla, con una cannuccia anch’essa lunghissima.

Da uno di questi palchetti, il dj invocava: “Tutte le ragazze col sedere grande vengano qui in prima fila!” ed era tutto un tripudio di culoni dotati di vita propria al ritmo della salsa, una cosa da impazzire di amore per la vita a guardarli, e il dj che urlava col tutto il fiato che aveva in gola: “Gordita, sì! Gordita, sìììì!!!!” e giù musica e giù culoni felici gloriosamente ondulanti, una meraviglia. Uno spot contro l’anoressia che andrebbe proiettato nelle scuole. Una cosa che, se ero uomo, morivo lì.

Poi il lago placido, con le sue isolette, e l’alberghino tutto chic che mi sono concessa per una notte, ché dopo tanto viaggiare spartano me lo meritavo e ho fatto un glorioso bagno notturno sotto le palme e avrei dormito lì, facendo il morto in piscina, e poi  ‘sto piatto tipico che ti vendono a ogni angolo e consiste in yucca coperta da un gigantesco cicciolo, il tutto su un’insalata di cavoli che, a sua volta, è avvolta in una foglia di banano. Una cosa impegnativa assai. E tante altre cose belle, mica dico di no, ma io mi sono annoiata alla velocità della luce e sono andata a cercare altro. Ed è che il Nicaragua mi piace proprio tanto, ho bisogno di vederlo fuori da lì.

Adesso sono a Ometepe. Da Granada si raggiunge Rivas in chicken bus, da Rivas ti fai portare in colectivo fino al traghetto a San Jorge e lì ti imbarchi. A Rivas c’era già aria di pioggia ma a San Jorge c’era il diluvio, una nebbia che a stento vedevi l’immenso lago de Nicaragua – è così grande che ha persino gli squali, unici squali d’acqua dolce del mondo – e la forza della pioggia che batteva sul taxi non ti faceva manco aprire lo sportello. E quando infine ce l’ho fatta a scendere dalla macchina, sommersa da un montagna d’acqua, davanti a me si è stagliato un battello scassatissimo: il Che Guevara, e batteva bandiera sandinista. Rossa e nera, con la scritta FSLN. Ci sono momenti, nella vita, in cui una dovrebbe fare una foto e, per qualche motivo, non la fa. Forse perché sarebbe diventato una spugna, il mio cellulare, ammesso che fossi riuscita a estrarlo.

Al Soma Hotel il proprietario è un ragazzo tedesco che si è tatuato “Libertad” sull’avambraccio e, appena arrivi, ti segnala il frigo dove tiene le birre e il foglio di carta dove devi segnare cosa hai preso. “Non aspettare me per essere servita”, ti avvisa. Hanno il wifi ma non il ristorante, quindi mi tocca una passeggiata di un paio di km fino a dove fanno da mangiare e un’altra al ritorno. “Ce l’hai una torcia?”, mi ha chiesto. “Sì”, ho detto io, poi gli ho chiesto se era pericoloso, col buio. In fin dei conti vengo dal Guatemala, per non parlar dell’Honduras. “No, esto es Ometepe”, mi ha detto lui. Oh, ok.

Stasera la mia amica Enrica è rientrata in Italia. Ci siamo lasciate in Guatemala, qualche giorno fa: lei è tornata verso il Messico per prendere l’aereo, io sono scesa fin qui. Volevo mandarle un saluto e un bacio: è stato bello girare con lei e la ringrazio per la condivisione, gli inciampi e le risate. Alla prossima, Enri’.

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Solo dolore

Sono troppo lontana per riuscire a credere davvero che l’Egitto, come l’ho conosciuto, possa smettere di esistere. O per fare mia la frase “ho perso le speranze” di amiche carissime che sono lì. Non sono preparata a un simile lutto, non voglio viverlo, in questi momenti mi mancano gli strumenti per pensare alcunché.

Seguo in rete, da tanto tempo, organizzazioni e gruppi egiziani e arabi e, anche, molte persone che in Egitto ci vivono e/o se ne occupano da anni. Alcuni sono miei cari amici anche nella vita reale, ad altri mi lega la vicinanza che si instaura tra chi si legge a vicenda da tanto tempo. Altri ancora, semplicemente, li apprezzo o ne trovo comunque stimolante il punto di vista. Tra tutte queste persone, per anni, c’è stata una forte comunanza di vedute, una sensibilità che accomunava. Si potevano avere opinioni diverse su argomenti concreti, ma si aveva comunque l’impressione di fare parte di un unico gruppo. Adesso, non più.

Tra i miei contatti c’è gente a lutto e gente che invece festeggia il massacro. Persone che non si vergognano di raccontare, frivole, di essere state a ballare la sera dopo, accanto a persone che denunciano tutto l’orrore possibile. Accuse reciproche – e in gran parte fondatissime – di terrorismo, di crimini feroci. Una spaccatura totale tra chi denuncia le malefatte degli Ikhwan e chi denuncia quelle dell’esercito, adesione cieca a un bando o all’altro, prese di posizione senza ritorno, di quelle che rendono impossibile mantenere i rapporti, dopo. Di quelle che seppelliscono amicizie di anni.

Non ho nessuna simpatia per i Fratelli Musulmani. Ne disprezzo l’oscurantismo opportunista, il cinismo, la strumentalizzazione della religione e della povera gente. Credo che, inetti nel governare, abbiano poi fatto del loro meglio per fomentare la spaccatura del paese, come sempre attenti ai loro interessi più che al bene di tutti.
Sono però allibita di fronte a un esercito – un esercito preparato, serio – che, per sgombrare una piazza, ha compiuto un massacro di queste proporzioni, in questo contesto, in questo momento storico. Non ne capisco il senso, e non parlo da un punto di vista morale o etico, da cui comunque non si può prescindere. Parlo da un punto di vista politico, strategico. Che hanno fatto? Come hanno potuto? Quale visione di futuro c’è dietro a tutto questo, ammesso che ce ne sia una?
L’insensatezza annichilisce, forse persino più del sangue.

Nessuno può comunque ignorare che, come non esiste un Egitto senza laici e cristiani, non esiste un Egitto senza la Fratellanza. Cerchiamo di non dimenticarcelo nemmeno qui sulla rete, tra noi, tra chi queste cose le racconta e si fa testimone di ciò che in fondo non è altro che amore per quel pezzo di mondo.

Tra i tanti amici della rete, uno dei pochi che in questi giorni mi trasmette della fiducia nel genere umano, con i suoi interventi, è Ibrahim, che forse i lettori più vecchi ricorderanno per i suoi bei commenti qui, tanti anni fa. E scrive:

Condanno senza esitazione la repressione governativa, che d’altra parte considero come un provvedimento tristemente naturale e prevedibile, da parte di un regime militare che detiene un potere incontrastato nel Paese ormai da oltre 60 anni. Ora, quale altra risposta resta da attuare, nel momento in cui il monopolio della forza è saldamente nelle mani delle forze armate, con un sostegno estremamente ampio – se non perfino maggioritario – da parte della popolazione civile egiziana? C’è una via d’uscita che non sia la ripresa ad oltranza del negoziato, con la prospettiva di salvare altre centinaia, se non migliaia di vite umane?

Questo, il punto della situazione, che non sta nel chi urla più forte il proprio sdegno, ma piuttosto in chi – in particolar modo tra coloro che assumono ruoli e funzioni dirigenziali – dimostra la lucidità di denunciare il male ed, allo stesso tempo, di indicare la via del male minore, se non proprio della miglior soluzione, in momenti di crisi in cui la Comunità si lascia prendere da passioni apparentemente irrefrenabili, e che fa gridare al nemico nei confronti di chiunque non si allinei alla linea dell’istinto e dell’ideologia.

Chiediamo che Dio accolga le anime di coloro che sono morti nelle scorse ore, e che i responsabili siano puniti; ma chiediamo altresì che non siano sacrificate altre anime dallo spirito di vendetta, di per sé foriero soltanto di ulteriori tragedie.

Ed è che questi sono momenti in cui non c’è spirito laico che tenga: si prega.

 

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Nicaragua, León, rivoluzione e poeti

I nicaraguensi mi sembrano diversissimi dai loro vicini guatemaltechi o messicani. Dai tratti meno indigeni e meno imperturbabili, più espressivi e pronti a ridere, più accesi. Non sono solo gentilissimi come i loro vicini del nord: è qualcosa in più, ti seducono. Deve essere un posto dove ci si innamora facilmente, il Nicaragua.

Naturalmente, questo è un popolo che ha fatto la rivoluzione. Oggi sono stata al Museo – se così lo si può chiamare – dei Martiri ed Eroi di Veracruz. E’ un’associazione di ex combattenti, più che altro, che però non hanno l’età dei nonni, come i nostri ex partigiani o i fenomenali vecchietti di Cuba. Sono ex combattenti sandinisti che sono miei coetanei o poco più vecchi, e ho chiesto al signore che mi faceva da guida: “Ma tu quanti anni avevi, allora?” e lui si è messo a ridere: “Ero un liceale, ho cominciato a far casino prestissimo.” Ero una ragazzina pure io, in quegli anni, e l’America era un posto dove i miei coetanei sparivano nelle carceri cilene o argentine o combattevano in Nicaragua. Ragazzini, e guardi le foto appese al muro di volti che riconosci, di destini crudelissimi che ancora ti sconvolgono, dopo tanti anni.

Abbiamo parlato per ore: è che quando gli ho detto che vivevo a Cuba si è emozionato, letteralmente, e si è messo a raccontarmi di tutto quello che i cubani avevano fatto per il Nicaragua, dei maestri e professori venuti a insegnare a leggere a gente che “non aveva mai avuto l’opportunità di prendere un libro in mano” e gli si sono inumiditi gli occhi e pure a me, e ci è mancato un pelo che ci mettessimo a piangere tutti e due, saremmo stati ridicolissimi e senza neanche l’attenuante di essere ubriachi, era pure mattina. Santo cielo, Cuba: più viaggio per il Centro America e più aumenta il rispetta che mi ispira.

Abbiamo pure riso, per fortuna. Gli ho chiesto dei rapporti dei sandinisti con la Chiesa e lui, sornione: “Dunque, distinguiamo: i nostri rapporti con Dio, per fortuna, sono sempre stati eccellenti. Che il Signore sia benedetto. Con la Chiesa, dipende. I Teologi della Liberazione erano con il popolo, ovviamente. Poi c’erano quelli che chiamiamo i Teologi della Non Liberazione, e dimmi tu che teologia è, ma come si fa. Che poi lo capisce chiunque, no, che Dio è sempre dalla parte del popolo? E invece loro no. Credevano di essere la Chiesa e invece erano contro il popolo, figurati.”
Mi racconta delle conquiste sociali ottenute dopo la rivoluzione – istruzione e sanità soprattutto, come è ovvio – svanite nei successivi 15 anni di neoliberismo e che adesso si cerca faticosamente di recuperare. “La sanità ora è gratis anche per gli stranieri, se ti senti male vai in ospedale e devi solo aspettare il tuo turno”, mi dice orgoglioso. “Ma non è giusto!”, esclamo io. “A Cuba noi stranieri dobbiamo essere assicurati, altrimenti paghiamo tutto. Mica possiamo pesare sulle finanze cubane!” “Eh, ma a Cuba hanno troppi problemi con l’embargo, non possono permettersi di essere generosi con tutti”, mi fa. Lo guardo. Il Nicaragua è, dopo Haiti, il paese più povero d’America. Cambio discorso.

Scopro che le armi, a Somoza, gliele dava Israele. Non lo sapevo ma, ovviamente, non ne sono sorpresa. Mi mostra una vecchia molotov: “Questa è l’arma per eccellenza contro l’oppressione.” “Assieme alle pietre”, dico io, che sto ancora pensando agli israeliani. Mi racconta di quando a Somoza, alla fine, venne negato di rifugiarsi negli USA: “C’era stata un’ondata di sdegno per l’omicidio, da parte delle guardie di Somoza, di un giornalista USA che aveva appena intervistato il comando sandinista, quindi il loro governo dovette fingere di vergognarsi e finalmente gli chiuse le porte. Figurati: quello che migliaia di morti nicaraguensi non erano riusciti a ottenere, lo ottenne un solo morto gringo. Il mondo va così.”

Mi racconta dei contras: “Facemmo l’errore di essere troppo generosi con i nemici, subito dopo la rivoluzione. Avremmo dovuto fare come i cubani ed essere intransigenti, invece cercammo la strada della riconciliazione troppo presto. E loro, con i soldi degli USA e l’appoggio di quegli [omissis] degli honduregni, ne approfittarono per riorganizzarsi.” Mi parla dei morti, delle torture, delle donne “oltraggiate”, come dice lui. C’è un vecchio carcere nei dintorni che potrei visitare. “Ma non di pomeriggio: quando arriva la sera i taxisti non amano andare in quella zona, è pericoloso.” “Ecco”, esclamo io, “com’è la sicurezza qui? Mi pare meglio che a nord o mi sbaglio?” “Non c’è paragone!” Mi spiega che durante l’epoca neoliberista il narcotraffico era arrivato anche qua, e che ancora adesso continuano ad avere un problema di ragazzini che sniffano colla e che lo Stato cerca di disintossicare. Ma lo vedo anch’io che qua siamo su un altro pianeta rispetto ai paesi più a nord. Basta leggere i giornali. Non sarà un’oasi di tranquillità, ma è comunque un posto normale. La violenza folle, demente, che c’è altrove, qui non c’è.

“E con i nemici come è andata a finire, come sono i rapporti? Come siete messi, a riconciliazione nazionale?” Sorride: “Un nostro comandante che è morto l’anno scorso – l’ultimo della primissima generazione – scrisse una poesia*, su quella che sarebbe stata la nostra vendetta.” E me la recita a memoria, lì, tra le foto di tutti ‘sti ragazzi morti appese alle pareti.

E poi niente, sono uscita di lì e c’era la città in festa, oggi si celebra l’Assunzione. E’ una festa in cui per tutta la città c’è qualcuno che grida: “Come mai tanta allegria?” e tutti gli rispondono: “E’ per l’Assunzione di Maria!” Si chiama la festa delle grida, appunto, sono tutti lì a sgolarsi. E poi fanno degli altari, nei portoni e nei negozi, con la Vergine e un vulcano davanti in ricordo di un’eruzione da cui vennero salvati, e i bambini si fermano a cantarci davanti e in cambio ricevono le caramelle. Pure io mi ci sono fermata davanti, e hanno dato le caramelle pure a me. Ne sto mangiando una adesso, è alla mela. Sono stata fortunata: in piazza della Cattedrale c’era una fila di gente lunghissima, tutti in coda per le loro caramelle. Tutti, bambini, adulti e vecchini. E io lì, con le mani piene.

(*La mia vendetta personale sarà il diritto / dei tuoi figli alla scuola e ai fiori. / La mia vendetta personale sarà consegnarti / questo canto fiorito senza timori. / La mia vendetta personale sarà mostrarti / la bontà che c’è negli occhi del mio popolo, / che è sempre stato implacabile nella lotta / e il più fermo e generoso nella vittoria. / Perché fu il popolo a odiarti di più / quando il canto fu linguaggio di violenza / ma è il popolo che oggi, sotto la pelle / tiene in alto il suo cuore rosso e nero. / La mia vendetta personale sarà dirti / “buongiorno” senza mendicanti nelle strade; / quando invece di incarcerarti ti proporrò / di scacciare la tristezza dai tuoi occhi. / Quando tu, applicatore di tortura / non riuscirai più a alzare lo sguardo / la mia vendetta personale sarà mostrarti / queste mani che un tempo maltrattasti / senza ottenere che abbandonassero la tenerezza.)

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Tegucigalpa, uhm

Tra il Guatemala e il Nicaragua c’è, dannazione, l’Honduras, quindi eccomi a Tegucigalpa. La mia missione consiste nel prendere il Ticabus per Managua appena ne acchiappo uno.

Sono partita in pullman da Rio Dulce, Guatemala, ieri mattina. Abbiamo passato la frontiera dopo un paio di ore di viaggio, sotto una pioggia scrosciante, ed era tutto tristissimo. I camion di banane parcheggiati, che nel grigiore generale mi facevano pensare solo alla United Fruits e alla sventurata storia di questi paesi. I cartelli che ti dicono che dietro le promesse di emigrazione facile c’è la tratta di esseri umani, magari per toglierti gli organi o per farti fare bambini da vendere. Non avevo mai sentito parlare tanto di commercio di organi come da quando sono in Centro America, è un’ossessione. E tutti – dalla Lonely alla Rough alla gente a internet – che ti dicono che la mia città di arrivo, San Pedro Sula, è orribile e pericolosa. Decido di rimanerci giusto il tempo di saltare da un bus all’altro e di andare a raggiungerlo a Tegucigalpa, il Ticabus per il Nicaragua.

 

 

 

 

 

 

 

Partiamo da San Pedro. Il panorama è verde e montagnoso, come in Guatemala, ma non altrettanto bello. Osservo, perplessa, diverse macchine che vanno in giro senza targa. Quando arriviamo a Tegucigalpa è buio pesto, nonostante siano solo le otto di sera; qui sono nemici dei lampioni come a Cuba. Ho il nome di un hotel consigliato su Tripadvisor: dovrebbe essere vicino alla stazione del Ticabus, che parte domattina alle nove, e pulito e accogliente e pieno di virtù. La zona delle stazioni dei pullman è una zonaccia, pare, ma se l’albergo è decente chissenefrega, dico io, e scendo baldanzosa dal bus.
In una stradina in mezzo al niente.
Siamo io, gli altri passeggeri che si dileguano immediatamente e una manciata di macchine senza insegne da cui certi tizi dalla faccia da assassini gridano: “Taxi!” Poi c’è la fine della stradina e una stradona di periferia in cui sfrecciano le macchine.
Chiedo a due signore dove posso trovare un taxi vero. “Eh, qui il problema è che non ci sono!”, mi rispondono. “E quindi io come ci vado in albergo?”, chiedo. “Be’, meglio se prendi uno di questi. Prenderlo in strada sarebbe peggio”, dicono loro. Sarebbe peggio. Bene.
Vado dal meno ceffo dei proprietari di finti taxi e gli comunico l’indirizzo del mio hotel. “Ah, è a Comayagüela”, dice lui. “Ah, como mi abuela”, capisco io, poco avvezza all’accento hondureño e pronta a incontrare la nonna del tassista nel mio hotel. “Bene, ma non andiamo soli, carichi qualcun altro!”, ordino io, e lui trova una coppietta dall’aria mite e partiamo.
Comayaguela è, in realtà, il peggior quartiere di Tegicugalpa: alle otto di sera, l’idea di camminarci è fuori discussione. Non c’è in giro un’anima né un negozio aperto, solo delle prostitute sedute sui marciapiedi, qua e là, che ridono e fanno gesti al taxi, e dei tizi appoggiati alle pareti con le bottiglie in mano e l’aria da tagliatori di teste. L’hotel consigliato su Tripadvisor, che dio ne accechi i contribuenti, ha l’insegna sbilenca, tutte le finestre buie e dei tizi appostati fuori che fendo con la mia valigia e l’aria più minacciosa che ho. Dentro, scopro che non hanno manco internet, e io sono senza linea sul cellulare da quando sono entrata in Honduras e non ci rimango, là dentro, senza manco uno strumento di comunicazione. Torno dal mio taxista, che ormai non mi sembra più un tagliagole ma il più angelico degli abitanti di Tegucigalpa, e andiamo a cercare un altro hotel, sempre con la mite coppietta che dovrebbe andare a casa sua e non ci andrà fino a quando non mi posano da qualche parte.

Sono finita in un posto chiamato inspiegabilmente Palace Hotel e identico a un penitenziario, benché dotato di internet. La porta che comunica con il corridoio dove ci sono le camere è degna di Sing Sing:

“Ma che è?”, chiedo io. “E’ per la sicurezza”, dice l’albergatore. “Dove posso mangiare qualcosa?”, chiedo io. “C’è un posto all’angolo ma la devo accompagnare, per sicurezza”, dice lui. “Ma la finite di spaventare gli stranieri, gessù?”, dico io. “Perché mentire?”, dice lui.

Ho mangiato dei biscotti in camera. Vado a prendere il bus per il Nicaragua, vado.

 

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Struggente Guatemala

I quotidiani in Guatemala grondano ancora più sangue che in Messico, per quanto sia duro da credere. Ti raccontano di una criminalità talmente diffusa, violenta, capillare, delirante, spiazzante, che non sai se correre verso la frontiera, una volta posato Prensa libre, o rimanere lì basita con la tua birra per dimenticare. Il tizio decapitato, la famiglia sterminata, la pubblicità progresso contro i linciaggi, la bimba affogata nel secchio per convincere la nonna a rivelare il nascondiglio dei soldi, e poi i neonati. Neonati che spariscono a decine, con mamme narcotizzate nelle cliniche o direttamente soppresse a colpi di machete per portarsi via il bebè. E il procuratore dello stato che dichiara che è per il traffico di organi, oltre che per le adozioni illegali, e comunque sia le guide turistiche ti consigliano di non fargli foto, ai bambini, e magari nemmeno ghirighiri e complimenti vari, ché qua c’è la paranoia delle signore straniere che se li rubano e, come dicevo, c’è pure l’usanza dei linciaggi, quindi una per sicurezza li ignora, i bambini guatemaltechi, fosse mai. Mi manca solo di farmi linciare con l’accusa di sottrazione di organi di piccoli maya.

Una volta chiuso il giornale, però, quello che vedi sono montagne meravigliose, verde a perdita d’occhio, laghi circondati da vulcani e la città di Antigua, santo cielo, che la giri e capisci esattamente cosa sia la sindrome di Stendhal, hai i capogiri e tutto e ti viene pure un po’ da piangere. Troppa bellezza tutta assieme, è un terremoto emotivo.
E la gente – gli stessi guatemaltechi di cui hai appena letto in decine di pagine di cronaca nera in un solo quotidiano – gentilissima, così formale, dai modi così antichi: il saluto per strada, il sorriso, le onnipresenti formule di cortesia, la discrezione. E tutto più austero che in Messico, dalla gente al cibo, e Antigua è un trionfo di antichissima nobiltà spagnola – e ben ricca, doveva essere – cristallizzata tra i suoi vulcani immensi che ti appaiono in fondo a ogni strada. Col cuore a pezzetti, ti lascia. E col pensiero che gli puoi dire tutto, agli spagnoli, certo, ma hanno riempito il mondo di bellezza.

(Continua)

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Itinerario messicano

Dunque, l’itinerario fino ad ora.
Cancun, ignorata. Isla Mujeres, fricchettona e turistica, per qualche giorno va bene. Da Cozumel sono fuggita nel giro di poche ore, invece: scomoda e con un turismo antipatico, non l’ho manco esplorata. Playa del Carmen: c’ero già stata a Natale, è turisticissima ma piacevole, buon punto di partenza per esplorare la zona. Tulum: la spiaggia più bella del mondo, una goduria. Entri in acqua e non vuoi uscirne mai più. Mentre eravamo lì a prendere il sole, io e Enrica, abbiamo visto cascare una cosa dal cielo. Una roba tonda con le spine, bianca, evidentemente caduta dal becco di un rondone. Siamo rimaste là perplesse a chiederci cosa fosse. Un frutto? Una pianta? Un cactus? L’ho sollevata dalla sabbia aiutandomi con una ciabatta e, mentre la studiavamo, Enrica ha esclamato: “Ma ha occhi e bocca!” Li aveva. Era un pesce. Un pesce incazzatissimo e semi-morto, certamente imbestialito con le due turiste che stavano lì a farsi domande, invece di sbrigarsi a salvarlo. E così lo abbiamo riportato in acqua, poveretto, e lui si è ripreso ed è filato via. Tu pensa che viaggio, per un povero pesce: dall’acqua al cielo alla terra per poi ritrovarsi di nuovo in mare. Altro che il viaggio nostro. E poi abbiamo lasciato la Riviera Maya e siamo andate a esplorare un po’ di Yucatan: Valladolid, caldissima e deliziosa, tranquilla, ispira pace. Campeche, bella e curatissima, con piste ciclabili che noi ce le sogniamo e un’amministrazione che dà la vernice gratis agli abitanti del centro storico affinché le casette siano sempre impeccabilmente dipinte di fresco. Tanto perfetta che pare finta, distrugge ogni stereotipo sul Messico. Sabancuy, villaggio minuscolo sul golfo del Messico, senza un’anima, ne ricordo il silenzio e le panchine che in realtà sono lettini, le mie panchine ideali.

E poi la Laguna de Términos, piena di pellicani e uccelli strani, tra cui un tipo di rondone che si impicca se non mangia – si impicca sul serio, mette la testa tra i rami e poi gira su se stesso per strozzarsi, dimmi tu – e poi Villahermosa nel Tabasco, una fornace di calore e senza un turista. Un italiano che vive là ci diceva che si sta bene. Che bisogna pagare la protezione, sennò ti sequestrano, ma che per il resto si sta bene. La cronaca che leggi sui giornali, d’altronde, è parecchio allarmante. Che poi li vedi, ‘sti messicani, e non ti sembrano affatto dei sanguinari. Poi li leggi sul giornale, invece, e pensi: “Gessù”. E il Chiapas, infine. Verdissimo e freddissimo, che sali sul bus nel Tabasco zuppa di sudore e scendi a San Cristóbal de las Casas, la mattina dopo, e rimani paralizzata dal gelo, uno sbalzo termico che non te lo aspetti, e il golfino che hai nello zaino te lo fai fritto, corri a comprare felpe e giacche a vento. Sembra di stare in certe zone rurali dei Paesi Baschi, stesso clima e stessa architettura, giusto ingentilita dal tocco coloniale.

Il Chiapas, dicevo. Ci siamo fermate un po’ di giorni, nonostante il clima orrido, ed è che ha veramente un mucchio di roba da esplorare e da conoscere. C’è questo centro culturale, il Kinoki, dove ti affitti una saletta e ti vedi film e documentari. Noi ci siamo fatte un po’ di cultura sull’EZLN e poi siamo andate a visitare Oventik, caracol zapatista tra le montagne.

Ci avevano avvisate che non sempre ti lasciano entrare. A un paio di ragazzi con cui abbiamo parlato avevano preso i passaporti e li avevano lasciati fuori dai cancelli per ore, fino a che si sono arresi e sono tornati a San Cristóbal. Noi siamo entrate abbastanza in fretta, invece, ma ci hanno giusto permesso di dare un’occhiata in giro e fare qualche foto alle strutture ma non alle persone. Volevamo parlare con qualcuno della Junta, ma non c’è stato verso: sono chiusissimi, santo cielo, e a stento rispondono alle domande e non capisci se è che parlano poco lo spagnolo o se semplicemente non sono loquaci. Tutte e due le cose, probabilmente. Qualche foto ai nostri accompagnatori coperti dal passamontagna l’ho rubata, comunque. Già. Vanno in giro col passamontagna, esatto. Poi una si stupisce che non parlano.

 

E poi niente, siamo arrivate in Guatemala l’altro ieri. Ma io continuo ad avere la sensazione di essere appena partita, va tutto velocissimo. Forse è perché non scrivo: vedo le cose ma poi non le rivivo col pensiero e mi scivolano via, le perdo per strada. Che cosa sciocca. Lo sanno tutti, che in viaggio bisogna scrivere.

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A proposito di Egitto

Qualcuno, nei commenti di qualche giorno fa,  mi chiedeva un punto di vista sugli ultimi avvenimenti egiziani. Segnalo questo articolo di Marco Alloni che consiglio di leggere interamente all’indirizzo http://www.nazioneindiana.com/2013/07/30/legitto-vittima-delle-parole/ , e ne pubblico le conclusioni. Inutile dire che rispecchiano la mia visione delle cose, e non da oggi.

È vero invece, con ogni probabilità, che l’Islam politico sia definitivamente morto e che la sola e unica grande incognita che adombra l’avvenire dell’Egitto sia il posto che i militari assumeranno nella futura configurazione del paese. Disponendo di enormi ricchezze – il 35% del patrimonio nazionale – è evidente che cercheranno di conservare i loro privilegi. Ma come non mi stancherò di ricordare: ora il nuovo protagonista della storia egiziana è il popolo. E che in Occidente lo si creda o meno – o meglio, che all’Occidente piaccia o non piaccia crederlo – questo popolo non tornerà indietro. La sua non è stata solo una metamorfosi politica o sociale, storica o culturale: la sua è stata una metamorfosi antropologica. E quando un popolo conosce una simile metamorfosi un ritorno al passato – alla solita congettura l’Egitto è tornato a un regime militare, la giunta ha strumentalizzato la piazza per riprendere il potere, il popolo egiziano non è pronto per la democrazia – è quanto di più inverosimile si possa prospettare. Certo, la rivoluzione è un cammino irto di ostacoli, lungo, doloroso, spesso violento, pieno di ricadute e contraccolpi. È anche un cammino in cui la forza del revanscismo e l’ostinazione dei nostalgici producono quel persistente stato di instabilità che contraddistingue tutte le democrazie ai primi passi. Ed è anche un cammino in cui l’informazione internazionale congiura, con strano e compiaciuto accanimento, affinché alla volontà del popolo, alle sue rivendicazioni, al suo coraggio, alla nobiltà dei suoi propositi, ai suoi sogni, alla sua dignità, alla sua cultura e alla sua identità, siano anteposte le formulette generiche che ne qualificano i limiti e i difetti, e contrapposte le certezze della presunta oggettività. Ed è soprattutto un cammino in cui le parole, i nomi delle cose, la loro complessità, saranno sempre insidiati dalla violenza del preconcetto e dalla voluttà di declinarle all’europea o all’occidentale, come se Mussolini, Hitler, Franco, Stalin, Salazar e Tito fossero perle di una collana dimenticata, l’imperialismo la forma ante litteram dell’esportazione della democrazia e Nagasaki e Hiroshima due petardi sparati a una fiera di paese. Ma malgrado tutto questo cammino è segnato, e prima o poi si avrà l’umiltà di riconoscergli quel che rappresenta di prezioso per la storia. Una pagina come quella che è stata aperta il 25 gennaio 2011, e che al suo secondo capitolo segna la data del 30 giugno 2013, non potrà essere strappata nemmeno se l’amministrazione americana decidesse di scoprire finalmente le carte e, invece dei solerti corrispondenti della Cnn, mandasse al Cairo l’intero Pentagono.

(Marco Alloni)

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Messico e fricchettonismi di ritorno

Allora, adesso sono in Messico. Penisola dello Yucatan, per la precisione, ché a Natale scorso ero rimasta con la voglia di esplorarla meglio. In questo preciso istante sono a Isla Mujeres e, in un impeto di fricchettonismo di ritorno, sono finita al Poc-na Hostel dove spendo 9 euro a notte compresa la colazione e compreso Bob Marley dagli altoparlanti e i ragazzetti che intrecciano i braccialetti e tutte ‘ste cose qua. D’altra parte, gli alberghetti low cost normali erano tristissimi ed io starò in giro per il Centroamerica per i prossimi due mesi, per cui più risparmio e più sono contenta, purché si risparmi con una certa allegria. Un caro amico mi diceva, l’altro giorno: “Ma ci hai 50 anni, la vuoi smettere?” Ma come si fa a smetterla, dico io. Si sta così bene.

Il 20 arriva una mia amichetta e per un mese andrò in giro con lei. L’idea è di andare in Chiapas, poi Guatemala, Honduras, Nicaragua, poi di nuovo su fino al Belize (ma tutto questo si può fare anche al contrario, partendo dal Belize) e infine aeroporto di Cancùn per lei. Io rimango in zona ancora un mesetto, dopo la sua partenza, per poi tornare a Cuba a metà settembre.

Sono un po’ in viaggio, insomma. Con 3 magliette e due pantaloni, un bagaglio di nemmeno 10 kg di cui sono fierissima, un umore svaporato e leggero che non mi permette di scrivere per più di tre righe e, boh, la contentezza di essere qua e di essere ancora viva, come al solito.  E poi non è vero che qua si ascolta solo Bob Marley: in questo preciso istante sto scoprendo gli Attaque 77, gruppo punk argentino, e un attimo prima c’era un bolero ispanoargentino e, che vuoi che ti dica, a me ‘ste cose piacciono tanto. E poi queste birre col sale e la limetta. E le arachidi cosparse di paprika. Le amache appese alle palme da cocco, e la preoccupazione che mi caschi un cocco in testa. Il mar dei Caraibi, che non è bello come il mare egiziano ma si difende comunque benone. Certi cuccioli di chihuahua che mi corrono tra le gambe mentre scrivo. Una rete internet che va come una scheggia, altro che Cuba. Certi spettacoli di ingiustizia sociale che altro che Cuba pure loro, ma al contrario. Un’altra birra con il sale e la limetta.

Chissà se ci riesco, a tornare a scrivere. Faccio tanta fatica, c’è tanta di quella roba che  ormai non posso più scrivere, mi sento così lontana.

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