L’Haramlik va a Guantánamo

Guantánamo è varie cose: è una cittadina cubana non particolarmente turistica, con poco da vedere. E’ una baia ampia e molto bella, circondata da colline, che ospita tra le altre cose delle pregiate saline. Il sale di Guantánamo, dicono, è il migliore di Cuba. E poi è, come tutti sanno, una base americana che serve agli USA per detenere a tempo indeterminato cittadini non suoi senza processo né capi d’accusa, e torturarli potendo continuare a affermare che negi USA non si pratica la tortura, in un trionfo dell’ipocrisia probabilmente insuperato nella storia contemporanea e non solo.

Ma cosa ci fa un centro di tortura sormontato da una bandiera USA nell’isola di Cuba, tanto per cominciare? La vicenda è una delle mie preferite, come prof ma, prima ancora, come persona – ragazzina, ai tempi – che si è trovata ai tempi della scuola a guardare la storia del mondo da una prospettiva che non era quella anglofona, come è normale per i miei concittadini, bensì quella ispanofona. Perché ero in Spagna a fare il liceo, a 18 anni, e la poco atlantista Spagna di allora – non mi fiderei molto di quella di oggi, per questo – mi diede accesso a una narrazione della nostra epoca meno scontata e/o omissiva di quella che avrei avuto rimanendo a casa.

Siamo nel 1898. I cubani combattono contro gli spagnoli per l’indipendenza dell’Isola da circa trenta anni. Per meglio dire: i discendenti degli spagnoli, assieme ai discendenti degli schiavi che tagliano canna da zucchero da quattrocento anni, combattono contro il governo centrale di Madrid. La lotta, è bene specificarlo, non è contro il popolo spagnolo, la sua lingua o la sua cultura da cui tutti, qui, discendono. E’ contro un governo e una politica di sfruttamento, nulla di più. Per buona parte di questi trenta anni, gli Stati Uniti del nord avevano appoggiato la Spagna, considerata una partner commerciale più affidabile dei ribelli. Chiedendosi, intanto, come impadronirsi dell’isola. La compriamo? Ce la annettiamo? Ci limitiamo a farne un protettorato? Il dibattito ferve, negli USA. Propongono alla Spagna di vendergliela. La Spagna rifiuta. Ma ormai è chiaro che il suo tempo sta per scadere, che l’indipendenza di Cuba è vicina. E quindi intervengono nella lotta, gli USA, con il pretesto dell’affondamento di una loro nave da guerra – il Maine – per cui accusano la Spagna. Ma ‘sta cosa l’ho già raccontata, da qualche parte nel blog. No, non erano stati gli spagnoli a affondare il Maine. Lo hanno dimostrato le poche perizie che sono state possibili nei decenni successivi, fino a quando gli USA non hanno reso irraggiungibile il relitto.

Strano destino, quello degli Stati Uniti: nei momenti decisivi della loro storia, si ritrovano puntalmente a dovere vendicare un presunto torto subito, sempre, da avversari più deboli di loro. Tu vedi il karma, alle volte.

Il punto è che gli USA hanno la scusa per intervenire nella guerra d’indipendenza cubana al momento giusto. Spappolano l’esercito spagnolo, già logorato dalla guerra e comunque più piccolo, povero e peggio armato del loro, e mettono il cappello sull’indipendenza dell’isola, vanificandola. Obbligano Cuba a una Costituzione che dà agli americani il diritto di intervenire nei suoi affari interni quando più gli aggrada e, giacché ci sono, si aggiudicano l’usufrutto eterno di parte della baia di Guantánamo. Dove sono io stasera, con un bicchiere di rum e un netbook davanti a me, a ripensare a ‘sta storia.

Per togliersi di dosso gli USA, Cuba dovette aspettare cinquant’anni, la rivoluzione, Fidel Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos e tutta l’epopea che conosciamo. Gente che non spuntò da sotto a un fungo, ovviamente: furono, piuttosto, parte integrante di un Novecento latinoamericano in cui ogni tentativo di libertà, di autogoverno, di effettiva indipendenza o comunque di giustizia sociale era e sarebbe stato in seguito annegato nel sangue da quei paladini della libertà detti Stati Uniti d’America, attraverso le loro multinazionali della frutta, gli eserciti privati, i finanziamenti ai golpes militari, le scuole di addestramento per torturatori e via enumerando. Cuba no, Cuba ce la fece. Li cacciò sul serio, gli USA. Tranne che a Guantánamo Bay.

Ancora oggi gli Stati Uniti pagano puntualmente l’affitto di 2000 dollari l’anno stabilito nel 1903 col governo fantoccio di allora in cambio della base, oggi rivalutato a 4000 dollari. E Fidel si tiene gli assegni, intatti, in un cassetto. Ha fatto di tutto per cacciarli da lì e non può. Ma, almeno, i cubani hanno smesso di essere i lavoratori manuali, i servi e il bordello della base. Il loro posto è stato preso dai portoricani, loro sì colonia degli USA a tutt’oggi, e come tale disprezzata dai colonizzatori stessi, come José Martí (cubano) e Rubén Darío (nicaraguense) avevano previsto un secolo fa, per chi si fosse assoggettato.

E siamo a oggi. La mia Guantánamo, quella cubana, ha dato al mondo una canzone – Guantanamera – dedicata a una bella contadina. La Guantánamo qua dietro – quella degli USA, paladini della libertà e dei diritti umani –ha dato al mondo un centro di detenzione e tortura fuori da ogni legge. Guardo il mare e sono contenta di essere dalla parte giusta del confine. Io sono libera e nessuno mi torce un capello mentre sono qui. I musulmani imprigionati a qualche minuto di macchina dalla mia sedia sono in catene da anni, invece, e vestiti di arancione. I diritti umani sono una questione di punti di vista. O di propaganda.

La base, l’ho vista da lontano ma l’ho vista, e giusto perché sono molto cocciuta.

Fino a qualche anno fa c’era un punto panoramico, il Mirador de Malones, da dove la si poteva osservare grazie a un telescopio. Poi, mentre la base diventava sempre più tetra e indifendibile, il Mirador è stato chiuso. Per non dare agli USA il pretesto per sentirsi provocati da chi li andava a guardare, suppongo.

A Santiago sono andata in un’agenzia governativa e ho chiesto cosa potevo fare per vederla da lontano, nonostante ‘sta chiusura. Perché? Perché ho passato mille anni nel mondo arabo, o pensando al mondo arabo, e non ho voglia di stare qui a farmi i bagni ignorando cosa c’è dietro l’angolo. E’ il mio unico perché, piccolo finché vuoi ma per me importante. Ho il dovere di vederlo, quest’orrore, fosse anche da lontanissimo, se solo posso. Come avrei avuto il dovere di andare a vedere Auschwitz, se fossi nata in un’altra epoca e fossi passata da quelle parti. No, non puoi, mi dicono. E’ tutto chiuso, vattene al mare. Impossibile fare altro.

Cerco di rassegnarmi. Mi dico che vabbe’, allora vado a Baracoa, che vuoi che faccia. Mentre lo penso, faccio il biglietto Santiago-Guantánamo. Ma è solo un caso, mi dico; da lì poi tanto proseguo. Dico davvero.

Arrivata aGuantánamo, mi dico che devo fare il biglietto per proseguire per Baracoa. Mi metto in lista d’attesa ma intanto, senti, faccio pure un giretto in città. Così, senza aspettative. Un giretto e basta. E, mentre vado in centro, chiedo al mio tassista come si fa per vedere la base USA anche se il Mirador è chiuso. Ma così, tanto per parlare. Lui mi dice di andare a chiedere all’Hotel Guantánamo, in periferia. Se non lo sanno loro non lo sa nessuno. E quindi mi faccio portare all’Hotel Guantánamo, mentre si fa tardi e, intanto, l’ultimo pullman per Baracoa parte senza di me.

L’Hotel Guantánamo, abbreviato in Hotel GTMO, è una costruzione moderna, statale. Alla reception mi rivelano ciò che a Santiago non mi era stato detto: che è stato appena aperto un altro punto panoramico, il Mirador de la Gobernadora. Che non ha binocoli perché è ancora troppo nuovo, ma è visitabile. Sennò, volendo, si può raggungere un paese vicino a Guantánamo – Caimanera, si chiama – da dove la base si vede benino, ma ci vuole il permesso del ministero per entrare, e ‘sto permesso richiede come minimo un giorno. Non ho da dormire a Guantánamo, quindi opto per il Mirador. Su uno sgabello del bar dell’Hotel Guantánamo elaboro una strategia: pernotterò dalle parti del Mirador, a una trentina di chilometri da dove sono adesso. Lungo la strada, in una frazione chiamata Tortuguilla, c’è una casa autorizzata a ricevere stranieri, l’ho scovata. Poi domattina proseguirò per Baracoa, non so bene come. Inshallah.

E quindi niente, trovo un taxi e vado. Raggiungiamo ‘sto Mirador, uscendo dalla strada principale e infilandoci su per una collina. E’ una specie di baretto all’aperto con dei tavolini occupati solo da cubani, alcuni dei quali in divisa da soldati. L’intera area, del resto, è considerata “zona di alto interesse militare”. Fra i tavolini, una vezzosa torretta. Mi accompagna su un’impiegata nerissima – minigonna e calze a rete d’ordinanza – e finalmente vedo ‘sta base, o almeno un pezzo. E’ a sinistra, oltre una collina che la copre in parte. Si vede una specie di molo con delle costruzioni. Dicono che ci sia un ponte. Dicono che col binocolo si veda la bandiera. “Ma proprio non lo avete, un accidenti di binocolo?” No, non ce l’hanno. E rimango lì a guardare ‘sto molo in lontananza mentre – lo darei come ovvietà – qualche vedetta munita – lei sì – di potentissimo binocolo guarda dove siamo io e la barista nerissima, dalla parte del cosiddetto “stato canaglia”. Tu pensa quanto è ridicolo, il mondo. Saremmo noi e il nostro odore di pollo fritto e i tavolini, le canaglie. Ma dai.

C’è una cosa che mi colpisce dal primo istante in cui ho messo piede a Cuba la prima volta, ed è il cielo. E’sempre pieno di nuvole bianchissime che sembrano giganteschi ciuffi di ovatta. Non è mai, proprio mai, solo azzurro. E’ un cielo movimentato, incasinato, che non sta mai fermo, pieno di forme bianche. Il cielo mediorientale è l’esatto contrario: azzurro intenso e senza mai una nuvola. Azzurro senza fine, senza nulla che lo interrompa.

“Deve sembrare strano agli arabi, ai musulmani rinchiusi dietro alla collina”, penso. Ammesso che lo possano vedere. E poi no, mi rassegno al fatto che non lo possono vedere. Sepolti vivi nella loro prigione, immersi 24 ore al giorno nella luce artificiale, soggetti a deprivazione sensoriale, a tortura, privi di qualsiasi diritto, senza sapere di cosa li si accusa e a cosa, a quanto tempo, li si condanna. Lo avranno visto poco, ‘sto cielo per loro così esotico. Ammesso che siano mai riusciti a vederlo.

E finisce che mi faccio il segno della croce, mentre guardo verso l’orrore, e poi penso “Bismillah”, nel mio privatissimo sincretismo religioso, e mi sento male ad andarmene ma che altro posso fare. Cosa puoi mai fare.

Se non provare disgusto e disprezzo, unica reazione possibile di fronte all’ipocrisia dell’impero in cui mi è capitato di nascere. E sentirmi enormemente fortunata, mentre mi concedo l’infinità libertà di voltare le spalle alla bandiera a stelle e strisce che si vede col binocolo e torno a guardare ciò che ho attorno, Cuba e la sua gente, e a sentirmi al sicuro.

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Lemme lemme, verso Oriente

Altro pullman, altra città. Tocca a Holguín, di cui so che è capoluogo della provincia che diede i natali tanto a Batista come a Fidel – tu chiamala, se vuoi, par condicio – e poco più. All’ingresso della città, un altro grande monumento al Caballero de la Triste Figura, stavolta assieme a Sancho Panza. E’ il terzo che vedo, dopo quello all’Avana e quello a Puerto Padre. Un giorno dovrò contarli, i monumenti che quest’isola – chisciottesca come nessuna –ha, a buon diritto, dedicato a Don Chisciotte.

Holguín non mi colpisce molto – grandicella, grossi giardini polverosi e qualche bar grazioso, poco altro – e decido di proseguire il giorno dopo per Guardalavaca, in un nuovo tentativo di trovare una spiaggia.

Questo delle spiagge è, nella mia esperienza, il punto più dolente del girare l’isola come viaggiatrice indipendente. Il turismo individuale è fatto per le città, a Cuba, soprattutto se non hai una tua macchina per spostarti. Le spiagge belle sono lunghe da raggiungere – a volte su isolotti dove si arriva solo in taxi o in pullmini turistici, pagando l’ingresso e con l’obbligo di sloggiare a una certa ora – e comunque orientate sul turismo delle grandi strutture alberghiere. Guardalavaca non fa eccezione, scopro. Pur essendo una delle spiagge più belle di Cuba, a quanto dicono, è difficile godersela se non si è ospite degli albergoni che si intravedono lungo la strada. Il paese di Guardalavaca esiste e offre anche delle casas particulares da cui la spiaggia si può raggiungere a piedi. Ma è un paese dall’estetica improponibile, una trentina di condomini malconci che offrono al visitatore stanze buie e malinconiche. Ci ritroviamo lì io e un’altra coppia di perplessi italiani, due trentini simpatici che nella vita fanno grappa e, per il resto del tempo, viaggiano. Mi dicono che loro lo hanno scovato, un posto di mare come lo vorrei io: si chiama Boca ed è dalle parti di Playa Santa Lucía, nella zona di Camagüey. Potrei passarci lungo la strada del ritorno verso l’Avana, magari. Il giorno dopo, comunque, riparto diretta a Santiago de Cuba.

E pure Santiago non me la godo molto, ahimé: la prima notte sogno che un insetto mi sta pungendo. La mattina dopo, al risveglio, ho un piede gonfio e dolente. Non era un sogno, dopotutto. Sulle prime ignoro il dolore e me ne vado a spasso, zoppicando. Poi me ne pento, ovviamente, e mi metto a letto in preda a dei crampi terrificanti. Il giorno dopo, il dolore non è diminuito di una virgola, tanto da farmi pensare che potrei persino essermi rotta un osso senza manco accorgermene, altro che insetto. Mi arrendo e vado alla clinica per stranieri, dove una bella dottoressa, con la solita minigonna e calze a rete che costituiscono l’abbigliamento preferito dalle donne cubane, mi dice che secondo lei mi ha morso un ragno e sto reagendo con un’infiammazione di primissima categoria. Mi riempie di Ibuprofen e mi manda a casa, senza nemmeno farmi pagare. Bontà sua. In tutto mi costerà tre giorni di immobilità, il dannato ragno. Quando finalmente sono in grado di camminare di nuovo, il desiderio di muovermi è tale che cambio direttamente città. Santiago, magari, la esplorerò meglio al ritorno. Intanto vado a Guantánamo e, da lì a Baracoa.

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Las Tunas, ma senza italiani

Sarà anche piccola e polverosa, Las Tunas, ma in pochi metri passo davanti a un recital di poesia lungo la strada principale, contemplo un’orchestra che prepara gli strumenti per fare musica all’aperto, poi una chiesa quacchera, la sede di una loggia massonica, poi fotografo due ragazzi che suonano la tromba per conto loro in mezzo ai giardini pubblici e infine, tornando in piazza, finisco in un internet cafè che mi lascia a bocca aperta. Perché si fa presto a dire ‘internet café’. Ma qui siamo a Cuba, cari miei, mica a New York. E invece.

Mi ritrovo in un bar vero, grande, al primo piano di un palazzo d’epoca con una balconata che domina tutta la piazza principale. Dentro ci saranno una ventina di postazioni, con computer nuovi di zecca a schermo piatto. Ci si collega comprando una tesserina a tempo che costa quattro dollari e mezzo l’ora: meno della metà di quello che si spende negli alberghi, che erano gli unici posti da cui mi potevo collegare fino a qualche mese fa. Contemplo una rivoluzione, insomma. E a Las Tunas. Nella provincia profonda. Mi collego col timore di trovare una linea lentissima e di infrangere l’incantesimo e invece no. Funziona meravigliosamente, apro Facebook, sfoglio le foto di mia figlia, apro i quotidiani online, apro tutto senza preoccuparmi del peso delle pagine. E grido al miracolo, alla rivoluzione internettiana, al progresso inesorabile e viva la revolución. Cuba su internet, che sorpresa, che meraviglia. E tutto in pochissimi mesi. Non ci si può distrarre un attimo, con questi qua.

Nei giorni successivi, il miracolo si ripeterà a ogni mia tappa. Internet a Cuba è diventato praticamente normale, sono – quasi – finiti i tempi della penuria. C’è il wifi in moltissimi posti pubblici, gli uffici di Etecsa (la compagnia telefonica cubana) fanno orario continuato weekend compreso, ovunque campeggiano questi schermi piatti e nuovi che non mi stancherei più di vedere scintillare. I prezzi, certo, sono ancora alti, ma non comparabili ai dieci dollari l’ora degli albergoni dell’Avana. Alle postazioni, quindi, vedi molti più cubani che stranieri, finalmente. Mi dicono, inoltre, che adesso ci sono abbonamenti che ti permettono di ricevere le email sul cellulare e altre meraviglie, a prezzi sostenibili. Manca ancora, purtroppo, l’accesso a Skype e simili, e tutti dubitano che sia previsto in tempi brevi. Permettere di telefonare gratis sarebbe molto doloroso per le casse di Etecsa. Ma pazienza, senti: se penso all’anno scorso, già così sembra un sogno.

Il giorno dopo decido, ottimisticamente, di cercare qualche spiaggia nei dintorni. La mia base di partenza dovrebbe essere Puerto Padre, a un’oretta da Las Tunas. Il mio mezzo di trasporto è un camion vagamente militare, chiuso, con delle feritoie per guardare fuori e, all’interno, quattro panche messe per il lungo su cui ci disponiamo in qualche modo mentre il rimanente spazio viene occupato da passeggeri in piedi. Fuori dal camion, la scritta a mano dice: “Servicio público”. Su una fiancata del camion c’è la porticina da cui si entra. Il portellone posteriore, chiuso, recita: “Salida de emergencia”. Cuba bada alle norme di sicurezza persino nelle situazioni più improbabili. In mezzo alla calca sgomitano venditori di qualunque cosa: bicchieri pieno di ghiaccio tritato e sciroppi colorati, pasta sfoglia ripiena di carne, dolci di guayaba, elastici “che in casa servono sempre”. Partiamo, festosi. E così scopro che Puerto Padre non è affatto a un’ora di strada: quando scenderò dal camion, dopo avere attraversato campagne, allevamenti di bovini, villaggi minuscoli e visioni di contadini a cavallo coi cappelli da cowboy, è quasi pomeriggio e, pesta e impolverata, mi ritrovo in una specie di città fantasma in capo al mondo, col mare ma senza spiaggia (“E’ a un’ora da qui”, mi dicono, mentre io penso che non mi fregano più col loro ottimistico calcolo delle distanze) e strade assolate lungo cui cammino senza incrociare anima viva, fino ad arrivare a un immenso, improbabile, incongruente – ma anche no – monumento a Don Chisciotte e al suo mulino a vento. C’è solo lui, e niente altro.

In un baretto sul lungomare (niente acqua, al solito, solo rum e birra) mi dicono che di sera c’è movimento, invece. Fanno musica, si balla. “Ci sono diversi italiani che vivono qui, sai?” E ti pareva.

Passeggio, cerco l’acqua un po’ ovunque, non la trovo e decido di tornare a Las Tunas perché ho sete e non me la posso togliere con l’Havana Club. No, non ci sono più camion per Las Tunas. Alla fine condividerò un taxi collettivo – la solita panciuta e ansimante macchinona anni ’50 – con dei ragazzotti dall’aria da rapper che mi faranno l’occhiolino per la prima metà del viaggio e dormiranno tutti spatasciati per la seconda metà.

Di nuovo a Las Tunas, un bicitaxi mi porta a visitare la casa-museo di Carlos Leyva González, uno dei Martiri delle Barbados. Si tratta di una bruttissima storia a cui credo di avere già accennato in passato ma che vale la pena di riportare così come la racconta Millar:

“Le Barbados sono qualcosa che io associo a splendide spiagge, cocktails a base di rum e turismo di lusso, non certo a dei martiri. Ma questo è perché ho imparato la storia dall’altro lato del mondo.”

Siamo nel 1976. Un DC-8 della Cubana de Aviación riporta a casa, tra gli altri passeggeri, la squadra nazionale di scherma che ha appena fatto il pieno di medaglie d’oro ai Campionati Centroamericani, che quell’anno si sono svolti in Venezuela. Il volo farà scalo a Trinidad e alle Barbados, prima di arrivare all’Avana. Carlos Leyva, 19 anni, fa parte della squadra. Il clima è festoso, Cuba li aspetta entusiasta, sono tutti così contenti che, quando a Trinidad sbucano due tizi alla ricerca di un volo per le Barbados, gli stessi ragazzi della squadra li aiuteranno a prendere i biglietti per imbarcarsi sul volo Cubana. I due scendono alle Barbados lasciando due cariche di esplosivo sull’aereo: una nei bagni sulla parte posteriore, l’altra nella zona centrale. Le cariche esplodono undici minuti dopo il decollo, aprendo uno squarcio nella fusoliera e causando un incendio. Il capitano ha il tempo di chiedere aiuto (“C’è stata un’esplosione a bordo! Richiediamo un atterraggio di emergenza!”) poi l’aereo precipita. Muoiono 11 cittadini della Guyana, cinque della Corea del Nord e 57 cubani, compresi i 24 membri della squadra di scherma, molti dei quali ancora adolescenti. Sarà il peggiore attentato a un aereo civile mai avvenuto fino ad allora nell’emisfero occidentale.

I due attentatori saranno poi identificati come Orlando Bosch e Luis Posada Carriles, due militanti anticastristi legati a organizzazioni associate alla CIA. Li arrestano in Venezuela, passano un po’ di tempo in carcere. Poi Bosch viene rilasciato, torna negli USA e muore tranquillamente a Miami libero come un fringuello, nel 2011. Posada invece evade dal carcere venezuelano e passa in Salvador, dove si dà da fare in diverse operazioni militari per conto della solita CIA. Più tardi – e siamo ormai a metà degli anni ‘90 –è implicato nella serie di attentati scatenati all’Avana per sabotare la nascente industria del turismo cubano. Morì anche un italiano, in uno di questi. Torna negli USA, infine, dove fingono di arrestarlo per una piccola irregolarità amministrativa e subito lo rilasciano. Che io sappia, se non è morto di vecchiaia negli ultimi tempi è ancora libero e felice a spasso per Miami, con una moglie americana e due figli. Lo chiamano “Bambi”. Per Cuba, è l’equivalente dell’Osama Bin Laden su cui tanto hanno strepitato gli americani.

La verità è che Cuba, presunto “Stato canaglia” messo all’indice dagli americani, è piuttosto, e da decenni, obiettivo del terrorismo che arriva dagli USA. Negli aeroporti cubani, il metal detector si passa per entrare, oltre che per uscire. Le vere minacce arrivano, più che partire. Dagli aerei esplosi in volo alle bombe, dai sabotaggi all’embargo passando per i mille piani per assassinare Fidel Castro, che incidentalmente sarebbe il capo di uno Stato sovrano: qui lo sanno a memoria, cosa vuol dire essere vittime del terrorismo.

Di tutto questo, noi – stolida provincia dell’impero – sappiamo poco e ricordiamo meno. Ci riempiamo la bocca di parole vuote – libertà, civiltà, lotta al terrorismo – e poi ci meravigliamo nello scoprire quanto la nostra ipocrisia risulti insopportabile a buona parte del pianeta. Che strano, già.

Il monumento nel giardino della vecchia casa di Carlos Leyva è un insieme di lamiere accartocciate. Chiedo ai due poliziotti di guardia cosa ne è stato della famiglia. Ricevettero, a suo tempo, un appartamento dallo Stato, mi spiegano. Stanno bene, mi dicono, e mi ringraziano per avere domandato.

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A Santa Clara, Cuba

Nessuno è più nostalgico di un cubano che vive all’estero. Quelli che affollano l’aereo su cui viaggio si agitano sempre di più, man mano che ci avviciniamo all’Avana e, dai finestrini dell’aereo, si cominciano a vedere mare e Antille. Un ragazzo che vive a Padova racconta le sue sofferenze a voce altissima: “No puedo, è che non ne posso più dell’Italia!” E poi, imitando la parlata italiana: “Sono staaaanco, sono stressaaaato, sempre lavoooro, non mi tira il mandriiiillo!”. Il mandrillo? Il suo amico spiega che le italiane sono dure, insensibili: “Le prendi dai capelli e non urlano”. Io ascolto cercando di passare inosservata per non imbarazzarli, un po’ perpessa per l’immaginario cubano per le metafore. Poi atterriamo e la mia vicina di posto scoppia direttamente a piangere. “E’ che è il mio paese, capisci? La mia terra!”. Le passo un kleenex. E ben tornata a Cuba, cara me. Stavolta non all’Avana ma a Santa Clara, prossimo scalo dell’aereo, ché è tempo di andare a conoscere l’Oriente cubano e partirò da lì.


La piazza principale di Santa Clara mette allegria. E’ piena di bambini e di carretti tirati da montoni dalle corna inquietanti. Ci sono famiglie, c’è lo struscio, ci sono gli strumenti musicali di un’orchestrina in un angolo. E finisco subito davanti al bar dove bisogna capitare, la “Marquesina”. Grandi porte di legno spalancate su uno spiazzo, qualche tavolino fuori, il solito bellissimo e consunto bancone di legno scuro e gli sgabelli vecchi e funzionali. Chiedo al barista se ha una presa per ricaricare il cellulare, scarico dopo tredici ore di volo. “La presa ce l’ho, quello che non ho è l’elettricità”, mi dice. Ah, ecco. Bentornata a Cuba, come dicevo.

Passo il pomeriggio godendomi il sole, felicemente priva di comunicazioni con il resto del mondo, sentendomi socievole e in pace con l’universo. Attacco bottone con una bella torinese che vive qui per amore di un cubano e passiamo la serata a chiacchierare, mentre attorno si fa sempre più buio e l’elettricità non torna. Poi chiudono, ci cacciano e io raggiungo la mia casa particular, fischiettando. Ho deciso che Santa Clara mi piace, moltissimo.

La giornata successiva a cosa la vuoi dedicare, se non al Che.


La piazza dedicata a Che Guevara è enorme. Compro dei pomodori che mangerò a morsi, in un baracchino all’angolo, e mi siedo sotto l’enorme statua di lui che imbraccia un fucile. Scolpite nella pietra ci sono delle frasi e, soprattutto, c’è la lettera che il Che scrisse a Fidel quando decise di rinunciare alla sua carica di ministro, e persino alla cittadinanza cubana, per andare a combattere altrove senza coinvolgere l’Isola nella sua scelta. Il cielo è coperto da nuvoloni neri e ogni tanto cade un po’ di pioggia sottile, non mi dà fastidio. Dall’altra parte del monumento, sotto la struttura, ci sono un piccolo museo e il mausoleo che raccoglie i suoi resti.

Per entrare non si paga nulla, nessuno ti chiede soldi a nessun titolo ed è proibito fare fotografie. E’ un luogo di raccoglimento, non di turismo. Pare che l’entrata sia proibita ai cittadini USA – il Che venne ucciso per ordine degli Stati Uniti – ma nessuno mi chiede i documenti. Non che io sembri una yankee, comunque.

Il museo è un semplice omaggio a lui, Ernesto Guevara, guerrigliero e icona, morto prima di compiere quarant’anni. Ci sono i quaderni della sua infanzia, arrivati dall’Argentina in cui nacque. Le pagelle, da cui la prof che è in me scopre che andava malissimo in Calligrafia, così così in Educazione Fisica – era asmatico – e molto bene in Scienze. Per non parlare della Storia, in cui aveva la media del nove. C’è la sua laurea in medicina, l’apparecchietto per l’asma con cui andava in giro, il camice da medico, gli strumenti da dentista che si portò dietro nella Sierra Maestra. C’è la sua pistola. Qualche fucile. L’uniforme militare e il mitico basco immortalato nella fotografia di Korda, con la stellina che rappresenta il suo grado di Comandante.

Ciò che sorprende, degli oggetti che osservo – una penna a sfera, un’agenda che serve da diario, una radiolina, un orologio – è che non sono lontani nel tempo. Sono cose che chi ha la mia età ha visto in giro, del tutto simili a quelle che hanno fatto parte della mia stessa quotidianità. La storia dell’America Latina è spesso fatta di cose successe da poco. Qui siamo tra Elvis e i Beatles, direi.

Il mausoleo vero e proprio è piccolo, discreto, nuovissimo. Venne costruito nel 1996, poco dopo che i resti del Che fossero rinvenuti in una fossa comune in Bolivia e identificati dalla mancanza delle mani, tagliate per ordine dell’allora presidente della Bolivia e inviate in Argentina per verificarne le impronte digitali. Le spoglie arrivarono qui nel 1997. Durante la cerimonia, Fidel disse: “Non stiamo dicendo addio al Che, mentre lo seppelliamo. Lo stiamo ricevendo. Qui, a casa sua”.

Lo spazio è ricoperto di legno, in penombra. La parete di fronte a me è suddivisa in una trentina di blocchi di granito e su ognuno c’è il bassorilievo dei volti della trentina di guerriglieri sepolti con lui, tra cui sei boliviani. Davanti a ogni lapide, un unico garofano rosso, freschissimo. Quella di Che Guevara è al centro, né più grande né più piccola delle altre. Il suo piccolo bassorilievo riproduce, ancora, la foto di Korda. E sulla lapide è proiettata una stellina, semplicemente. La contempliamo in due: io e la giovanissima soldatessa in minigonna cachi che fa la guardia.

Appena nove mesi fa ero in Salvador, io. A vedere la tomba di Romero, malamente seppellito nello scantinato della cattedrale di San Salvador mentre accanto all’altare, al posto d’onore, vedevo onorare il ritratto del fondatore dell’Opus Dei. E a vedere il ricordo, le reliquie, di criminali di guerra, assassini, autori delle più efferate carneficinedella nostra epoca. Il Centro America, con la faticosa e sofferta eccezione del Nicaragua, rende ancora oggi omaggio ai carnefici di un’epoca, agli autori dello sterminio di centinaia di migliaia dei propri figli più poveri. Quando visiti il Salvador, l’Honduras, il Guatemala, senti che ti viene strofinata in faccia la tua stessa sconfitta, assieme all’inutilità di tanto sangue, di tanto dolore che non è riuscito a cancellare nessuna ingiustizia. Pareti e colonne ricoperte dei nomi piccolissimi delle vittime di quegli anni – così recenti – fitti fitti per farli stare in poco spazio e, poco oltre, le tombe di chi ha riscattato quei nomi ed è stato a sua volta assassinato per questo. Nelle piazze e nei musei, invece, le dediche agli autori delle stragi e i simboli dei paesi – gli USA, Israele – che gli vendettero le armi. A Cuba, no. Cuba rende omaggio, e sul serio, a chi è stato dalla parte della povera gente, nella storia contemporanea di questo continente, e benedetta sia la sua esistenza, fosse anche solo per questo.

Più tardi mi metto a cercare la stazione ferroviaria. Mi indicano una scorciatoia che consiste nel seguire i binari del treno lungo i campi. A un certo punto del percorso i binari si biforcano e, dall’altra parte, c’è un baracchino con un ferroviere che, urlando, mi chiede di dove sono. “Italiana”, gli urlo di rimando. “Io ho vissuto in Italia!”, mi urla lui. A Cremona, dice. Con sua moglie, pure lei cubana. Solo che poi la moglie gli è morta di polmonite, mi urla. “Il clima, sai? Un freddo terribile, non ha avuto scampo! Io sono tornato qua!” “E’ vero, lì c’è un clima impossibile!”, urlo io. Ci salutiamo con ampi gesti delle mani.


Alla stazione mi informano che il treno per Camaguey parte a mezzanotte e arriva alle cinque del mattino. E lì naufragano i miei propositi di viaggiare in treno. Chi me lo fa fare, a pensarci bene. Capisco che lo abbia fatto Miller: per lui, entrato a Cuba con un visto turistico, il treno era l’unico modo per viaggiare assieme ai cubani. Ma io ho il carnet di residente e posso prendere tutti i mezzi di trasporto riservati ai cubani e pagarli pure in moneta nazionale (pesos contro il Cuc che usano gli stranieri) con un costo che è l’equivalente di un dollaro o giù di lì ogni 200 chilometri. Dai, mi piglio il bus che viaggia a orari normali, perché uccidermi di fatica?


 

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(quasi) on the road again

Tra qualche giorno torno a Cuba, dopo un periodo trascorso in Italia a vegliare su mio papà, che si era infortunato, e su me stessa alle prese con un po’ di incombenze. E, proprio alla vigilia della partenza, sono incappata in questo libro pubblicato a metà 2013 e non ancora tradotto in italiano, che io sappia:

L’autore attraversa Cuba in treno, dall’Avana a Guantanamo. Da ovest a est, per quasi l’intera lunghezza dell’isola. Più facile a dirsi che a farsi, per una serie di ragioni che vanno dallo stato delle ferrovie cubane – tra le prime al mondo, un tempo, ma oggi molto malconce e quasi del tutto soppiantate dai più comodi pullman, per stranieri (Viazul) o per cubani (Astra) che siano – alla curiosa burocrazia isolana dei trasporti, per cui l’acquisto dei biglietti è soggetto a regole poco intuitive ma che prevedono in ogni caso infinite code e pazientissime attese.  Sta di fatto che lui ce l’ha fatta. E gli è piaciuto abbastanza da scriverci su un libro.

“Ma lo voglio fare pure io!”, mi sono detta. Io li adoro, i treni. E di reti ferroviarie scalcagnate ho una certa esperienza: dubito che quella cubana possa impressionarmi più di tanto. E quindi è deciso. Basta Avana per un po’, me ne vado a scoprire l’Oriente cubano. Atterrerò a Santa Clara e da lì, lemme lemme e un pezzettino alla volta, me ne vado fino a Santiago, quindi Baracoa a infine Guantánamo. Ché in  effetti, se ci pensi, nel passaggio dal mondo arabo a Guantánamo c’è una certa coerenza.

E quindi, niente: tra qualche giorno si torna nella terra della doppia valuta, del riso e fagioli, della buonissima birra che non posso più bere, delle poliziotte severissime in minigonna e calze a rete, dei sigari venduti sfusi nei bar, del caldo appiccicoso e delle piogge che trasformano le strade in fiumi, della nessuna concessione al comfort, della fame di cose buone perennemente insoddisfatta e dei cubani che a volte li ami e a volte li detesti, strana gente impossibile da chiudere in una definizione. Mi piace, l’idea di viverla in modo diverso dal solito.

La presentazione del libro dice così:

In this rambling odyssey set in the later days of the Castro regime, Peter Millar jumps on board the Cuban railway system, once the pride of Latin America. Starting in the ramshackle but romantic capital of Havana, he travels with ordinary Cubans, sharing anecdotes, life stories, and political opinions. Millar may not have all the answers but he asks a lot of the right questions on an anarchic, entertaining, and often comic adventure. A journey everyone will want to read about but nobody in their right mind would want to emulate!

“Un viaggio su cui chiunque vorrebbe leggere ma che nessuno sano di mente vorrebbe mai fare”, così dicono.
Ma no, perché, dico io.
Basta avere tanta, tantissima pazienza. Secondo me.
Io vado, insomma. Poi vi dico.

(Intanto ringrazio le persone che mi hanno scritto e quelle che ancora – eroiche! – ogni tanto passano di qua. Sono ancora viva, già. D’altra parte, se una in certi periodi ha poco da dire, tanto vale che stia zitta. C’è già tanto di quel rumore, al mondo.)

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No, ma che vergogna

Si sono addirittura chiusi i commenti del blog, vista la latitanza di mesi, e manco me ne ero accorta.

E’ che sono stata a Cuba, da dove aggiornare il blog è complicato. E ora sono in Italia a fare un paio di cose non particolarmente interessanti. Ne ho fatta una moderatamente interessante nelle scorse settimane, invece, ed è stata la chiusura del primo processo contro la Valent. I vecchi lettori del blog ricorderanno la questione, immagino.

Tra un po’ ripasso e racconto come è andata. E poi dovevo finire di raccontare del Guatemala, ma dove ho la testa.

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Da San Salvador a Città del Guatemala

Ticabus, destinazione Città del Guatemala. Alla frontiera, un gruppo di donne che cuociono pupusas sono l’ultima immagine che ho del Salvador.

Passo la frontiera con un senso di liberazione, satura di filo spinato e paura generale e esigenze di sicurezza e orrori vari. Il Guatemala mi appare come il più pacifico dei paesi, in confronto: è la seconda volta che ci entro e, ricordo bene, almeno non è zeppo di gente che ti sconsiglia pure di camminare per strada.

Volendo fare un bilancio dei paesi visitati fino a ora, se il Nicaragua è il più seducente, vivibile e umano, il Guatemala è però il più bello. E’ più che bello, anzi: è magnifico. E’ magnifica la sua natura, è magnifica l’architettura coloniale di Antigua – altre celebratissime città coloniali scompaiono, al confronto – come sono magnifiche le rovine maya ed è magnifico l’artigianato – superiore di molto a quello dei vicini. E’ un paese così colmo di meraviglie che ti stupisce che non trabocchi di turisti, che non ne riceva ancora di più quelli che vedi.

E’ anche un paese la cui storia riesce a essere ancora più tragica di quella del Salvador o degli altri vicini. La Rough Guide la presenta con una cronologia essenziale, secca e proprio per questo raggelante:

1901
: la United Fruits inizia la coltivazione delle banane in Guatemala. Monopolizza le linee ferroviarie e i porti e stabilisce una presenza politica pervasiva.
1944: il Guatemala inizia un esperimento politico di 10 anni di “socialismo spirituale”.
1952: viene approvata una legge che ridistribuisce le terre della United Fruit Company. Centomila famiglie di contadini ne beneficiano.
1954: la CIA organizza l’invasione del Guatemala per rovesciarne il governo “filocomunista”.
1955-85: i governi militari che si succedono gettano il paese in una spirale di violenza, declino economico e corruzione.
1976: uno spaventoso terremoto lascia 23000 morti 77000 feriti e un milione di senzatetto. Dinanzi alla distruzione, aumenta la presenza di gruppi di guerriglieri.
1978: Lucas García prende il potere, rilancia la guerra civile e massacra circa 25000 civili, intellettuali, politici, religiosi e dissidenti.
1982: colpo di stato di Efraín Ríos Montt. Con le sue Pattuglie di Difesa Civile porta il paese al massimo livello di scontro.
1985: Vinicio Cerezo vince le prime elezioni legittime in 30 anni, ma l’esercito ha ancora chiaramente il controllo del paese.
1992: la guerra civile continua. Rigoberta Menchú vince il Premio Nobel per la Pace per la sua campagna in difesa della popolazione indigena del paese.
1996: gli accordi di pace vengono firmati il 29 dicembre.
1998: il vescovo Juan Gerardi viene assassinato due giorni dopo avere pubblicato un rapporto sui crimini di guerra che denuncia l’operato dei militari.
1999: Alfonso Portillo prende il potere. Il suo governo, estremamente corrotto, lascerà il paese virtualmente in bancarotta.
2007: viene eletto Álvaro Colom, primo presidente di sinistra in 50 anni.
2011: la criminalità è ormai da anni il principale problema del paese, a causa del narcotraffico e delle maras.

Città del Guatemala ha, come tutte le capitali centroamericane, fama di essere brutta e violenta. A me non lo pare. Forse ho ricalibrato il mio concetto di brutto e violento o, semplicemente, tanta fama è eccessiva. Chiedo lumi al tassista, come al solito, che stavolta è un signore gioviale che ha vissuto anche in Salvador e mi conferma che non c’è paragone tra le due capitali: “Non vede che qui gli edifici sono più puliti e si nota meno degrado?” Ha ragione. Mi spiega che hanno un bravo sindaco, che i trasporti cittadini funzionano bene e che, insomma, non si vive malaccio. Nonostante i problemi, certo.
Mi faccio portare a fare colazione in una bella zona. Viali, edifici moderni, tante belle cafeterias. Giro un po’ per i dintorni e all’improvviso, da lontano, mi pare di intravedere una sagoma che non assocerei al Centro America. Mi avvicino e, no, non sbagliavo. Non so cosa diavolo gli prenda ai centroamericani, con Israele, ma sono a plaza Israel e non c’è proprio dubbio:

L’unico legame che conosco io, tra Guatemala e Israele, è la vendita di armi e la consulenza militare che quest’ultimo ha prestato all’esercito guatemalteco durante la guerra civile. Tanta piazza sarà dovuta a questo? Non ne ho idea. Probabilmente.

Sono di buon umore. Decido di andare a visitare il centro – zona 1, lo chiamano – che è abbastanza fatiscente, povero, un po’ cupo persino di mattina. Camminando, arrivo alla cattedrale. Di buon umore, dicevo.
Le colonne che la circondano hanno qualcosa di strano: mi avvicino e, certo, sono nomi incisi nella pietra.

Ancora dolore, avrei dovuto saperlo. Se lo avessi saputo, anzi, forse non ci sarei nemmeno venuta, qua. Non oggi, non con ancora il Salvador addosso, non mentre sono già così satura di dolore e di inutilità del dolore. E invece ci sono e devo guardare, devo leggere, non posso rimuovere. Troppo tardi, e la cronologia che avevo letto sulla guida prende vita
Ma sarà meglio fare un post nuovo, per raccontare la cattedrale.

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Salvador (fine)

Il tassista che mi ha accompagnato al Museo Militare di San Salvador è un’anima candida. Si improvvisa guida turistica, vorrebbe farmi visitare lo zoo e vedermi fotografare le facciate delle chiese e lo intristisce la mia mancanza di interesse per ciò che propone. Parlare con lui della guerra civile mi deprime, non ne sa nulla e ancora meno ne vuole sapere. “Quindi per te le ragioni della guerriglia valgono quanto quelle degli squadroni della morte?”, gli domando, mentre tra me e me mi chiedo se non sia il caso di cambiare taxi. “Ma io ero un bambino, avevo paura!”, risponde lui quasi urlando, e gli si stampa in faccia una smorfia di malessere che mi fa vergognare di me stessa e dei miei pensieri. Rimango con lui, continuiamo a girare per la città. All’inizio di un vialone grigio mi fa: “Ecco, qui comincia il territorio della Mara Salvatruchas.”

Le maras sono la moderna piaga del Centro America e la dimostrazione definitiva della circolarità delle disgrazie di questa terra: esplosero come fenomeno negli Stati Uniti con l’arrivo dei rifugiati dalle guerre dell’epoca (quelle che gli USA finanziavano e armavano, sì), negli anni ’80. In origine erano gruppi di giovani latinos che si difendevano dalle aggressioni degli anglo, poi passarono al controllo del territorio e alla delinquenza. I “Salvatruchas”, il cui nome deriva dal Salvador, furono i protagonisti delle sollevazioni popolari del ’92 a Los Angeles. Nel 1996, il Congresso USA approvò una legge per cui ogni straniero condannato a più di un anno di prigione doveva essere deportato immediatamente nel proprio paese d’origine. In questo modo, paesi piccoli e poveri – Salvador, Honduras, Guatemala – che a stento si stavano risollevando dai loro sanguinosi conflitti interni, si videro arrivare migliaia di delinquenti cresciuti e formati negli USA che, ovviamente, trovarono nella povertà e nella corruzione locale il terreno ideale per espandersi fino a diventare, letteralmente, un intoccabile stato nello stato. Al sistema di estorsioni, rapine e rapimenti si aggiunse presto il narcotraffico, oggi principale fonte di reddito per le bande. E, con il narcotraffico e la diffusione di coca e affini, il livello della violenza esercitata dalle bande è cresciuto fino a diventare – non trovo altro termine – demenziale.

Qui tutti pagano una tangente alle bande, mi spiega il tassista. Negozianti, conducenti di autobus, gli stessi tassisti, chiunque lavori. Mi guardo attorno sconfortata, con ancora addosso il malessere della visita ai militari: “Insomma, a questo è servito? Tanto sangue, oltre un decennio di guerra, stragi e massacri per costruire questo paese qua? Miseria, analfabetismo, denutrizione, filo spinato, terrore, criminalità, questo è tutto quello che rimane?” E lui: “No, appunto, non è servito a niente. La generazione di allora, per cambiarsi la vita andava sui monti a combattere; questi sono nel narcotraffico. Prima avevano gli ideali, ora credono solo nel denaro.” Lo guardo, l’analogia mi colpisce. Le maras come nuova modalità di lotta di classe. Questo paese è una miniera di spunti per deprimersi.

“Ma vuoi vedere chi ha veramente il potere, e parlo di potere vero e di soldi illimitati, in questo paese? Ora te lo mostro.” Qualche minuto di macchina e siamo qua:

Villa Bautista. “Che roba è?” “E’ il regno dell’uomo più ricco e potente di tutto il Salvador.” La proprietà prende tutto l’isolato. Ci sono edifici, c’è una chiesa, c’è la scuola, c’è un’emittente radio, Radio Bautista 89,7. “La tua risposta è qui”, è il loro motto. Gente in uniforme ovunque, le donne con la gonna blu al polpaccio e gli uomini in camicia e cravatta. Al posto delle croci che mi aspetterei, ci sono coroncine e stelle di Davide fianco a fianco in ogni angolo, e la scritta all’entrata della chiesa recita: Tabernacolo biblico battista “Amici di Israele”, 1977.

Che brutta data, madonna. Questi devono essere di una destra che più estrema non si può – ma finisce mai, la destra estrema, in Salvador? – ma non capisco tutta ‘sta devozione per Israele. Il tassista non me lo sa spiegare. Io mi giro e, alle mie spalle, c’è un’altra targa per un’altra curiosa combriccola:

Avevo già letto da qualche parte che diversi dittatori centroamericani avevano appoggiato chiese evangeliche e sette varie in modo da indebolire la chiesa cattolica, durante gli anni della Teologia della Liberazione. Intanto, il tassista parla, si sfoga, e racconta – ormai dello zoo e delle basiliche non gliene frega più nulla manco a lui – ed è arrabbiato, non è più il pacioso e beato ignorante dell’inizio del nostro giro. E mi racconta che possiede mezzo Salvador, ‘sto Tabernacolo biblico degli amici di Israele, e poi mi parla di D’Aubuisson, che è morto nel suo letto senza che nessuno gli torcesse un capello, e del figlio che continua bellamente a fare politica nello stesso partito e dell’altro figlio che è stato ucciso per cose di narcotraffico ed è che, come ovunque, estrema destra e delinquenza esercitano un’irresistibile attrazione reciproca, l’una non esiste senza l’altra.

Il Salvador ha sempre votato a destra, dopo la guerra. Solo adesso, per la prima volta, la sinistra è arrivata al governo, ed è una delusione generale. Corrotti, inefficienti. “Hanno dimenticato da dove vengono”. Alle prossime elezioni perderanno, mi dicono. C’è troppa delinquenza, la gente ha paura, ci vuole mano ferma. Destra, dunque. Il Salvador è in loop e non sembra che ne possa mai uscire.

Questo è un paese che ti maciulla emotivamente. L’ho scritto altrove: era dai tempi della Palestina che non sentivo tanta amarezza durante un viaggio.
Cerco di capire cosa abbiano in comune, i due paesi, ed è il senso di sconfitta totale, senza speranza, che trasmettono. In entrambi i paesi si è combattuto – o ancora si combatte – per una causa sacrosanta, con rapporti di forza totalmente sbilanciati. In entrambi i paesi c’era un popolo da una parte e un esercito dall’altra. In entrambi i paesi, generazioni intere sono state decimate: dicono che in Salvador manchino gli uomini attorno ai cinquant’anni, sono morti. Soprattutto, tanto in Salvador come in Palestina, a essere uccisi sono stati soprattutto i migliori: i più intelligenti, i più colti, i più brillanti. Quelli che avrebbero dovuto costituire le future classi dirigenti. I più pericolosi, quindi. E, sia lì che qui, è stato tutto per niente. Rimane solo l’essere depauperati, tanto umanamente che delle risorse, e nessuna speranza futura. E, tutto attorno, l’ipocrisia internazionale.
Tonnellate di ipocrisia internazionale, per decenni.
Salvador e Palestina, guarda quante cose hanno in comune. Non ne avevo idea, pensa.

La sera, vado a mangiare nel ristorante del giorno prima, l’unico che c’è entro un isolato dall’albergo. Un isolato fatto di filo spinato e cellule fotoelettriche che si accendono quando passi. Come la sera prima, tanta bella gente all’interno e tante macchine parcheggiate fuori con dei tizi robusti – autisti, guardie del corpo? – che ci guardano dall’esterno, come dei pitbull che vegliano sul nostro pasto. Come la sera prima, ottima cucina, e pare uno sberleffo, un’umiliazione: “Di giorno vedrai tutto il male possibile ma, la sera, mangerai splendidamente, cara turista.” Mangio e ho vergogna.
Perdo tempo, penso, rifletto. Passa un’ora circa. Quando esco, sono le nove. E, davanti all’entrata, c’è la signora delle reception del mio albergo che mi saluta con un sorriso. “E’ qui per caso?”, chiedo io, incerta. “No, ho visto che tardava e sono venuta per accompagnarla dentro, a quest’ora è pericoloso camminare da sole.” Ah, ecco. Certo.
Sarà meglio ripartire, penso io. Se rimango in questo paese ancora un giorno, mi ammalo.

(P.S. A proposito di chi vince e chi perde, leggo solo ora questo bel post di Carotenuto sul Cile. Direi che viene a pennello.)

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Il Salvador ufficiale

Il monumento alle vittime dei massacri e degli omicidi compiuti in Salvador da militari e paramilitari sembra, come spiegavo altrove, sconosciuto ai più. In compenso, tutti sanno dov’è il museo di Storia Militare: il taxi ti ci porta senza esitazioni e, dentro, è pieno di ragazzini e ragazzine in visita.

Già dalla prima sala in cui entro, le cose vengono messe bene in chiaro. Il lessico adoperato non lascia spazio a nessun dubbio:

Accanto a ogni arma c’è il paese di fabbricazione, che è sempre lo stesso: EEUU, Estados Unidos.

Sono diverse sale, dedicate ognuna a un militare importante o a momenti significativi della storia militare del paese. La sala più antica è dedicata all’ex dittatore Maximiliano Hernández Martínez.
Wikipedia lo presenta come un “ardente fascista”, responsabile di avere stroncato l’insurrezione contadina del 1932 massacrando decine di migliaia di persone, normalmente indigeni che, prima di essere uccisi, venivano obbligati a scavare le loro stesse tombe. La targa posta all’entrata della sala a lui dedicata, invece, lo presenta così: “[...] uomo forte e onesto che, oltre a condurre il paese alla solvibilità economica durante la sua presidenza, contenne con decisione e patriottismo la minaccia comunista che gravò sul paese nel 1932.

Ma perché andare così indietro nel tempo quando c’è tanto da imparare della storia più recente? E così, tra i tanti militari a cui il percorso ti invita a rendere omaggio, vengo catturata in modo particolare – e, grazie a Dio, solo metaforico – dal prode Domingo Monterrosa Barrios che solo il giorno prima avevo ricordato qui sul blog come responsabile della strage de El Mozote, il “più cruento misfatto della storia recente dell’America latina, considerato il peggior eccidio compiuto nell’intero continente americano contro la popolazione civile.” E non è che ne abbia visti pochi, questo continente, di massacri.
Ricordo di nuovo brevemente cosa accadde:

Un corpo d’elite dell’esercito salvadoregno, il battaglione Atlacatl comandato da Domingo Monterrosa, invade il villaggio di El Mozote, circonda le abitazioni, separa gli abitanti in gruppi: uomini, donne e bambini. Li tortura, poi lo sterminio colpisce tutti indiscriminatamente: prima gli uomini, poi le donne infine i bambini. Alla fine si conteranno circa 1200 morti, tutti civili inermi. Il battaglione Atlacatl lascia la sua firma sul posto in un biglietto in cui insulta gli abitanti del villaggio chiamandoli “figli di puttana” ed accusandoli di dare rifugio ed ospitalità alla guerriglia del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional.

Lo stesso battaglione Atlacatl, in seguito, si renderà protagonista di altre prodezze dello stesso genere:

Documenti declassificati dal governo statunitense illustrano chiaramente che i soldati del battaglione Atlacatl vennero addestrati ed armati con fucili M-16 nel 1981 dai militari statunitensi nel Salvador. Il sostegno U.S.A. al battaglione Atlacatl continuerà almeno fino al 1989, data del massacro della Universidad Centroamericana “José Simeón Cañas” (U.C.A.). Qui il battaglione Atlacatl fucilò il rettore, padre Ignacio Ellacuría, e altri 5 gesuiti, più la moglie e la figlia del guardiano dell’Università.

Nel museo, il colonnello Monterrosa, assieme al suo braccio destro Armando Azmitia Melara e al battaglione tutto, sono onorati come eroi. Sfiorando addirittura il culto della personalità, direi:

Monterrosa e Azmitia Melara. Sopra, la scritta: I nostri eroi!!!.

E, come dicevo, ragazzetti ovunque, il museo ne era pieno. Scolaresche, bimbe che si fanno le foto davanti alle immagini dei suddetti eroi, ragazzini che si infiammano di orgoglio patriottico e così via. Rifletto sul fatto che i messaggi non hanno affatto bisogno di essere giusti, per arrivare a destinazione. E’ sufficiente che siano chiari, e quelli che vedo decisamente lo sono.

Ma vediamo ancora un po’ di foto, quelle che ci ricordano il protagonismo degli USA:

Mina made in USA

Plagio di simbolo o lapsus freudiano?

Foto di tutti i presidenti USA

Foto di famiglia

...e chicca finale.

Una a ‘sto punto crede di avere visto tutto, no? Mi si era pure scaricato il cellulare, a forza di fare foto che mi aiutassero a credere ai miei occhi. E non mi sentivo neanche tanto bene, devo dire la verità. Ché, sul blog, uno vede le immagini e basta. Ma lì, le immagini le vedevi mentre eri circondata dai militari in carne e ossa e, ripeto, da tutti ‘sti salvadoregni di domani in gita scolastica. Era una cosa molto faticosa da sostenere, specie se consideri che faccio la prof. Avevo voglia di andare a dormire, non ne potevo più. E, invece, mi sono ritrovata davanti alla sala dedicata agli Accordi di Pace del 1992 che posero finalmente fine alla guerra civile.
“Finalmente!”, penso io, assetata di qualcosa di bello.
Entro nella sala. C’è l’ultima pagina dell’accordo esposta in una teca, con le firme: c’è quella di Boutros-Ghali e sopra ci sono quelle dei membri del governo presieduto da Alfredo Cristiani e quelle del FMLN. Per quest’ultimo, si riconosce la firma di Schafik Handal e poi, tra le altre, quelle di ben tre guerrigliere donne. Colma di orgoglio femminista mi guardo attorno per vedere se le riconosco tra le fotografie… ehi, un momento. Dove sono le loro fotografie?

Non ci sono.
Nella sala del museo dedicata agli accordi che hanno messo fine a dodici anni di guerra civile in Salvador, ci sono foto e ritratti di tutti tranne che di coloro con cui si è fatta la pace.
Alle spalle della teca con il documento, due giganteschi ritratti occupano l’intera parete: uno è del presidente Cristiani, che governava all’epoca, l’altro è di Napoleón Duarte che, nel 1992, era addirittura morto.Tra le decine di altre foto che occupano le rimanenti pareti, non una – ripeto: nemmeno una – testimonia la presenza di coloro che, quegli accordi, li hanno firmati.

All’inizio lo domando, incredula, a due ragazzi che sono nella sala con me: “Scusate, ma perché quelli del FMLN non appaiono nelle foto?”. Mi guardano perplessi. “Voglio dire: in questi casi c’è sempre la foto dei due ex nemici che si stringono la mano, no? Perché qui non c’è?” insisto io, che mi sto pure incazzando. E loro: “Uh, è vero…”

Cerco di far riprendere vita al mio cellulare ma non c’è niente da fare, è completamente scarico. Devo rinunciare a fare la foto alle foto mancanti. Guardo il ritrattone di Cristiani. Guardo Duarte buonanima. Guardo gli inutili dignitari, gli ignoti lacchè, la massa inutile delle inutili fotografie che imbrattano le pareti e mi chiedo dove mai le troverò, le foto delle donne che firmarono in nome del Frente, e mi pare una cosa così ingiusta che mi si contorce lo stomaco e finisce che vado dal militare che è là fuori e chiedo spiegazioni a lui: “Le foto di quelli con cui avete fatto pace, perché non ci sono?”. “Boh, non ci sono”, dice lui. “Be’, è molto insolito che ci sia una pace senza che appaia il nemico con cui la si è fatta”, dico io. Lui ride.

Poi niente, me ne vado. Satura di museo, di militari, di assurdità. Il tassista, che mi ha accompagnato tutto il tempo, era lì che scuoteva la testa: “Effettivamente, sa che non ci avevo fatto caso? E’ strano che manchino le foto del FMLN, dovrebbero esserci…”
Non ci aveva fatto caso. Mica mi stupisce, povera anima. Mi avrebbe stupito il contrario.

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(Intermezzo) Mirabolanti avventure alle frontiere

(Interrompo un attimo le cronache salvadoregne per un paio di aneddoti freschi di giornata.)

Mattina presto. Partiamo in minibus da Flores, in Guatemala, diretti in Messico. Siamo io, due ragazzi honduregni, un signore della stessa nazionalità e una bella donna nicaraguense col figlio ventenne dall’aria un po’ hippy.

Alla frontiera col Belice, i due ragazzi vengono trattenuti al bancone dell’immigrazione. Io chiedo il permesso di fotografare un poster che promette diritto d’asilo ai rifugiati e le guardie, gentilissime, addirittura chiudono il loro ufficetto con una tenda per permettermi di farlo. “Sa, è che noi in Italia li buttiamo in mare, invece.” “Ma sul serio?”, e ridono. I due ragazzi, sempre lì al bancone, isolati dagli altri.

Quando finalmente ci raggiungono, quasi un’ora dopo, hanno 350 dollari USA in meno. “Ci hanno accusato di non avere prenotato un albergo in Belice e, per quanto gli dicessimo che eravamo solo in transito, non hanno voluto sentire ragioni. Ci dicevano che dovevamo continuare ad aspettare e che forse tra qualche ora ci avrebbero detto qualcosa. Lo fanno apposta. Abbiamo chiesto come si poteva sbloccare la situazione, e ci hanno risposto che con 350 dollari. Americani. Glieli abbiamo dovuti dare, sennò ci rimandavano indietro e ci costava di più.” Quel che si dice un’estorsione in diretta.

Siamo tutti abbastanza incazzati, ovviamente, e tutti raccontano aneddoti sulla frontiera del Belice che pare avere una pessima fama e sarebbe sempre meglio evitarla, e il signore honduregno dice che comunque sono proprio quelli del Belice a essere una manica di stronzi e: “Non li posso proprio sopportare, negri del cazzo!”, e la signora nicaraguense: “Vabbe’, ma non è che sono stronzi perché sono negri, che c’entra!”, e così scorrono i chilometri e io, solidale coi fratelli latini, guardo in cagnesco il paese dal finestrino e però devo ammettere che ha dei paesaggi bellissimi. Non c’è un cane che me ne abbia parlato bene, devo dire, tra chi lo ha visitato, e comunque già da prima mi interessava poco. Ci rinuncio senza problemi.

Raggiungiamo la frontiera col Messico sei o sette ore dopo. Scendiamo per i controlli soliti, già pregustando arrivo, doccia e cena quando – sorpresa! – dal bagaglio del giovane nicaraguense un po’ hippy spuntano quattro semi di marihuana. Che il cielo lo strafulmini. Si scatena un delirio.

Siamo noi più l’autista guatemalteco in questo immenso salone. E basta. E poi ci sono i soldati, oltre alle guardie di frontiera. All’inizio erano solo due, i soldati. Poi ne sono arrivati altri, poi altri ancora – tutti in mimetica, occhiali scuri e mitra a tracolla -  poi degli ufficiali, poi mi pareva che l’intero esercito del Messico stesse circondando ‘sti quattro semi e intanto tutta la roba del ragazzo veniva passata al setaccio e ammucchiata ovunque, e gli trovano dei pacchetti di caffè e li aprono con un coltello e tutto si riempie di odore di caffè – buonissimo, e ripenso con nostalgia al Nicaragua lontano – e poi se lo portano via per spogliarlo nudo e intanto la madre è lì, terrea, con la faccia di una che vorrebbe morire oppure uccidere il figlio o entrambe le cose – e poi arrivano i cani che annusano noi e il pullmino ma, a quanto pare, le loro ricerche non sono soddisfacenti e quindi arriva SuperCane.

SuperCane è una specie di imponente pitbull che pare completamente pazzo e che, probabilmente, la cocaina la riceve al posto dei croccantini, sennò non te lo spieghi. Arrivano di corsa, lui e un istruttore che lo tiene stretto al guinzaglio, e abbaia, si contorce, si agita e digrigna i denti e un soldato si mette dentro al nostro pullmino e, da lì, comincia a stuzzicarlo agitando un panno e SuperCane impazzisce ancora di più, salta e abbaia -urla, anzi – con gli occhi fuori dalle orbite e, a quel punto, l’istruttore molla di colpo il guinzaglio e SuperCane si avventa sul minibus.

Salta sopra, salta sotto, corre tra i sedili, li scavalca, si getta sul posto del conducente, salta di lato su quello affianco, fa una piroetta per tornare indietro, esce e rientra di corsa, passa di sotto e di sopra, torna a entrare, torna a uscire e poi, sempre di corsa e abbaiando e ansimando, se ne va. L’istruttore lo abbraccia forte e insieme corrono via. Gli altri cani, che già avevano annusato tutto senza dare tanto spettacolo, osservano in silenzio e, secondo me, anche un po’ schifati. Io, che durante i primi momenti di isteria di SuperCane mi ero rassegnata all’idea di stare viaggiando in un pullmino di narcotrafficanti, torno a prendere in considerazione l’idea di potere essere prima o poi libera di andarmene.

La faccio breve: alla fine sono arrivati due ufficiali e ci hanno detto che, vista l’esigua quantità di stupefacente ritrovato, il ragazzo poteva andare e noi pure. Ma che sarebbe bastato pochissimo di più per fare arrestare lui e tutti noi che viaggiavamo con lui e pure l’autista. E che, comunque, ormai eravamo tutti segnalati, per colpa del ragazzo, e che d’ora in poi alle frontiere messicane ci avrebbero sempre controllato. Tutti. Io non so se ce l’hanno detto per mortificarlo e farlo sentire in colpa o se è vero. Sta di fatto che, quando finalmente siamo risaliti sul pullmino – ed erano passate ore, intanto – il ragazzino era talmente abbattuto che ti passava pure la voglia – quanto mai legittima – di linciarlo. “Era una scatolina dell’università, non ci avevo proprio pensato, mi ero proprio scordato di quei semi…”

L’autista ha urlato molto, comunque. Che lui era un autista perbene, che non aveva mai trasportato droghe o clandestini e che tutti lo conoscevano e che figura, e la sua povera reputazione. La madre, terrea e boccheggiante, che ringraziava il cielo che non gli avessero infilato di soppiatto dell’altra droga nelle borse, i poliziotti, ché “loro lo fanno”. E l’autista: “Certo che lo fanno! Secondo lei perché mi alzavo ogni minuto a controllare il pullmino??”

Io no, niente, non mi sono agitata molto. Però, questo sì, arrivata a Chetumal sono andata a festeggiare la ritrovata libertà. Gamberoni in salsa piccante in una trattoria vicino al mare e poi ‘sto post prima di dormire, così l’ho raccontata e non ci penso più. Vado a dormire, senti, ché è stata una giornata lunghetta.

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