L’esecuzione di Vittorio Arrigoni e i brutti ambienti nostrani

C’è questa cosa che non mi tolgo dalla testa, da quando Vittorio Arrigoni è morto, e ne ho parlato con un mucchio di gente – gente vicina alla causa palestinese, ovviamente – sperando di essere tranquillizzata e di vedere smontati i miei ragionamenti, e invece no. Perché sono pensieri su cui vorrei avere torto, i miei, e quindi sarò grata a chi volesse convincermi della loro infondatezza.

Qualche data, intanto.
Partiamo dal fatto che Vittorio ci aveva vissuto per tre anni, a Gaza, durante i quali aveva avuto ottimi rapporti con tutti, a cominciare dal governo di Hamas.
Le cose cominciano a cambiare, almeno pubblicamente, verso gennaio di quest’anno, con la sua decisa presa di posizione a favore del movimento giovanile che, in modo analogo a quanto va succedendo in Egitto, comincia ad emergere a Gaza.

Scendere in piazza è troppo pericoloso a Gaza, se non piombano bombe dal cielo, piovono manganelli da terra. Fustigati da un governo interno che soffoca i diritti civili basilari, frustrati dal collaborazionismo criminale di Ramallah che viene a patti coi massacrati d’Israele, delusi e defraudati da una comunità internazionale lassista e compiacente coi carnefici, il grido cibernetico di questi ragazzi coraggiosi sta raccogliendo sempre più consensi a livello globale, a giudicare dai commenti sulla loro pagina web che si susseguono istante dopo istante da ogni dove.

Qualcuno mi ha chiesto dall’Italia se conosco le identità degli autori de Il Manifesto. Certo che li conosco. Sono la stragrande maggioranza degli under 25 che a Gaza incontri nei caffe’, al di fuori dell’università, per strada con le mani nelle saccocce vuote di soldi, di impieghi, di prospettive per l’avvenire ma gonfie di lutto e rabbia sottaciuta. Che adesso hanno manifestato.

A febbraio, mentre segue con entusiasmo e trepidazione le vicende dell’Egitto, Vittorio racconta l’aria che tira a Gaza:

anche nella Striscia mi deprime riportare come Hamas soffochi le spontanee dimostrazioni di appoggio all’intifada egiziana.

Durante un sit in nel centro di Gaza city dedicato alla situazione in Egitto, lunedi’ scorso 8 ragazzi e 6 ragazze sono stati arrestati e condotti in una stazione dove polizia, dove una delle ragazze, Asmaa Al-Ghoul, nota giornalista locale, è stata ripetutamente percossa.

Fra gli arrestati lunedi’ anche il traduttore dell’International Solidarity Movement: Mohammed AlZaeem. Mi sono recato personalmente a intercedere per la sua liberazione presso l’autorità locale, e l’ufficiale di polizia responsabile della sua detenzione ha confermato i miei sospetti sulle ragioni per cui le uniche manifestazione consentite qui sono quelle organizzate dal governo. Al centro agli interrogatori subiti dagli arrestati la richiesta incessante e opprimente di informazioni sull’identità del nuovo acerrimo nemico di tutti i governi arabi: Facebook.

Laddove serpeggia dello scontento, i moti prima tunisini e ora egiziani potrebbero rappresentare l’esempio per insurrezioni anche in Palestina, internet e i social network, la miccia per questa possibile deflagrazione.

Il 9 marzo, Arrigoni insiste:

Addirittura alcuni da fuori dalla Striscia hanno accusati i GYBO di essere a libro paga di Abu Mazen e la sua cricca di collaborazionisti; intellettuali e attivisti seduti nei loro confortevoli salotti che non si sono mai sporcati mai le mani del sangue e della sofferenza di un popolo in perenne lotta contro l’occupazione,e che non si scomodano neanche di approfondire le questioni sui qui discettano con la protervia dell’onniscenza..

Con chi ce l’ha, Arrigoni? Con un certo ambiente propalestinese italiano, tra gli altri.
Quello che vedo io, in una newsletter che seguo, è l’accorato appello della curatrice di un’agenzia di stampa molto vicina ad Hamas che invita a non fidarsi dei GYBO: “Le nostre fonti a Gaza ci dicono che dietro quest’organizzazione c’è qualcosa di molto losco e inquietante“. Israele, si suppone.

Meno subdolo e più pasticcione, quella vecchia conoscenza di questo blog che è il Campo Antimperialista parte a testa bassa:

Se questo cosiddetto manifesto rappresenta i giovani di Gaza c’è da mettersi le mani sui capelli. Per fortuna non è così.
Infatti, lo confessiamo, a noi sono sorti fortissimi dubbi sull’autenticità di questo Manifesto, che sembra uscito, non da Gaza, ma da qualche smandrappata riunione no-global italiana. Al di là del contenuto, ripetiamo, inaccettabile, colpisce lo stile occidentalissimo, anzi italianissimo del testo.

Chi sarebbe il no-global? Chi avrebbe mai potuto scrivere con uno stile “italianissimo”, a Gaza? Evidentemente, il Campo Antimperialista insinua che il manifesto dei GYBO lo abbia scritto Arrigoni stesso.

Gli attacchi del Campo Antimperialista ai GYBO e ad Arrigoni continuano e, alla fine, lui risponde con un articolo in cui, oltre a farli a pezzetti, scrive una frase che, quando io la lessi, mi diede qualche brivido:

Di sicuro c’è che affibbiare così dissennatamente ai giovani GYBO l’etichetta dei collaborazionisti d’Israele, non e’ uno scherzo, ma un pericolo serio per l’incolumità a Gaza di quei ragazzi mossi da intenti lodevoli sebbene ancora acerbi.

Già.
Il fatto è che in quei giorni – siamo a metà marzo – buona parte dell’ambiente propalestinese italiano desidera fortemente credere che questi giovani gazawi che sfidano Hamas siano “loschi”, come diceva quell’altra, e che a mettere Hamas sul banco dei cattivi non possa essere che Israele.
Perché? Perché la gente normale è semplice e vuole che i buoni e i cattivi siano ordinatamente disposti in file opposte. E perché la gente meno normale, i professionisti della causa araba in Italia, poco se ne fotte dei popoli che dice di difendere e molto se ne importa, invece, delle proprie agende politiche più o meno manifeste.
In questo clima, l’unico motivo per cui l’equazione GYBO=collaborazionisti non sfonda, nell’ambiente, è la voce di Arrigoni stesso. Che una credibilità ce l’ha, in quei circuiti, e fare passare per collaborazionista anche lui è impossibile.
Per quante allusioni si facciano allo stile “italianissimo” del manifesto GYBO.

Il 17 marzo, Vittorio racconta ciò che è successo alla manifestazione dei GYBO:

Meno di un’ora dopo Hamas decideva di terminare la festa a modo suo: centinaia di poliziotti e agenti in borghese hanno accerchiato l’area, e armati di bastoni hanno assaltato brutalmente i manifestanti pacifici,dando alle fiamme le tende e l’ospedale da campo.

Circa 300 i ragazzi feriti, per la maggior parte donne, una decina con fratture. Per tutta la notte di ieri fuori dall’ospedale Al Shifa, nel centro di Gaza city, poliziotti arrestavano i contusi mano a mano che venivano rilasciati dal pronto soccorso.

Molti gli attacchi ai giornalisti, ai quali sono stati confiscati telecamere e macchine fotografiche. Ad Akram Atallah, giornalista palestinese è stata spezzata una mano. Samah Ahmed, giovane collega di Akram, è stata colpita da un fendente di coltello alle spalle. Asma Al Ghoul, nota blogger della Striscia è stata ripetutamente percossa dagli agenti in borghese mentre cercava di soccorrere l’amica ferita.

Le forze di sicurezza di Hamas hanno convogliato l’attacco nel centro della piazza Katiba, dove si concentrava il presidio delle donne, figlie e madri di una Gaza che hanno conosciuto la gioia della speranza di un cambiamento, per poi risvegliarsi alla cruda realtà dopo un breve sogno.

E’ a quel punto che io scrivo ad Arrigoni scusandomi per avere pensato a lungo che lui fosse organico a certi ambienti, e che lui mi risponde dicendomi che avevo preso una bella cantonata e che lui, con i “professionisti del dramma palestinese”, non ha nulla da spartire.

La freddezza di certi nostri ambienti suppostamente pro-arabi nei confronti delle rivolte giovanili in Medio Oriente è visibile, palpabile. Non è che siano in molti, da noi, ad avere le posizioni che Vittorio sta manifestando, e a me basta per essere certa della sua onestà intellettuale.

Che lui stia cercando di descrivere ciò che vede a Gaza con la maggiore obiettività possibile, a costo di alcuni travagli politici e, suppongo, personali, è di nuovo evidente il 23 marzo:

Hamas che non sparava più un colpo contro obbiettivi israeliani da mesi, che in pratica aveva disarmato la sua resistenza e continuamente tramite il premier Ismail Hanye invitava le altre fazioni a fare altrettanto, decideva questo nuovo attacco mentre a Gaza city la sua polizia reprimeva nel sangue le manifestazione pacifiche dei giovani di Gaza per la fine delle divisioni, assalendo brutalmente anche i giornalisti di testate straniere come Reuters, France Television e Associated Press (secondo quanto denunciato dall’autorevole PCHR), e soprattutto, contemporaneamente ai primi contatti fra rappresentanti del governo di Gaza e Fatah col preciso intento di avvicinare le parti verso l’unità nazionale.

Evidentemente, questi eventi concatenati dimostrano come vi è una forte frangia all’interno di Hamas che lavora assiduamente affinché le divisioni interpalestinesi restino così come sono.

Il 14 aprile, Arrigoni viene rapito e strangolato subito dopo.

Cosa è successo quindi?

C’è tanta gente, tra le persone che frequento, che sostiene che Israele abbia messo il suo zampino in quest’esecuzione. Io non ci credo, visto che 1) avrebbero potuto farlo mille volte prima, per tre anni. Che senso aveva programmare un’operazione simile, all’interno della Striscia, e giusto mentre Vittorio stava facendo fare ad Hamas una figura quantomeno discutibile? 2) Non so quanto Vittorio fosse effettivamente un pericolo, per Israele. I suoi interlocutori erano antisionisti in partenza, non era – per stile di scrittura, per modo di porsi – uno che facesse cambiare idea alla gente. Io credo che Israele tema molto di più chi si rivolge agli ignavi che coloro che, in qualche modo, predicano ai convertiti. Triste, ma è così. 3) L’operazione politica che Israele ha portato avanti nei confronti della Flotilla sarebbe stata uguale, identica, anche con Arrigoni vivo. Non sarebbe cambiato nulla.
No. Decisamente non credo che Israele avesse interesse a fare uccidere Arrigoni.

Io temo che sia successo qualcosa di molto più tremendo e di infinitamente più stupido. Temo che dall’interno della galassia filopalestinese italiana sia partito qualche messaggio “alle nostre fonti di Gaza“, a un qualsiasi interlocutore dell’islam politico militante. Qualcosa del tipo: “Noi ci stiamo provando, a isolare questi GYBO, ma Arrigoni ce lo impedisce”.
E credo che, in un ambiente paranoico come quello di Gaza, simili messaggi abbiano potuto avere delle conseguenze più tragiche di quanto gli idioti nostrani si aspettassero.

Perché la frase di Vittorio – “Di sicuro c’è che affibbiare così dissennatamente ai giovani GYBO l’etichetta dei collaborazionisti d’Israele, non e’ uno scherzo, ma un pericolo serio per l’incolumità a Gaza” – era vera, e valeva anche per lui.
Soprattutto per lui, anzi. Con i suoi tatuaggi (proibiti dall’islam), con il suo essere comunque uno straniero in una terra che, lo ripeto, è – con tutte le ragioni del mondo – estremamente paranoica.

Io ho paura che Vittorio sia morto perché qualche demente, dall’Italia, abbia fatto circolare in certi ambienti di Gaza l’idea che potesse essere pericoloso per la causa.

Sarei molto, molto felice di sbagliarmi. Perché mi fa persino paura, questa cosa.

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Tutto questo Egitto

Un mese e mezzo che è passato in cinque minuti, e quasi tutto al Cairo. Il Sinai l’ho visto per una settimana scarsa: la città mi ha inghiottito e non riuscivo a staccarmene. Ho dormito poco e sempre nelle ore sbagliate, ho visto un sacco di albe, ho parlato tanto e ascoltato molto di più. Non ho ancora nemmeno cominciato a stare qua e già devo ripartire. Tornerò in Italia e mi sembrerà di nuovo lontanissimo, il Cairo, e di nuovo mi ibernerò emotivamente fino al prossimo ritorno.

Ho da raccontare un sacco di cose, provo a elencarle.

Lo stupore infinito di una libertà mai nemmeno sognata, in questo paese.
La saggezza calma della gente, che ha millenni di storia alle spalle e si vede. Il taxista ti indica il palazzo bruciato durante la rivoluzione, tu gli chiedi se è stato un bene o un male e lui sorride: “Domani si vedrà.
La festa laica a Tahrir
L’avvocato di una ventina di vittime di Mubarak e le cose che ci ha raccontato da Groppi’s.
Filippo che poi è andato a fare foto in Libia e chissà che starà combinando in questi giorni.
Le tre sindacaliste che ci hanno raccontato la rivoluzione vista dai lavoratori, fumando una shisha in una stradina di Downtown.
L’esercito, i tank, la polizia marzialissima i primi giorni dello sgombero di Tahrir, svaccatissima adesso.
Il ramadan che ha pervaso tutto agosto, trasformando il Cairo in una distesa sospesa e ovattata e me in straniera in cerca di collocazione se non di adozione, e io che chiedo a un babwab se mi lascia fumare nella sua guardiola, ché non ne posso più, e lui che mi piazza in poltrona con un posacenere e mi offre l’acqua e la scala è buia, piena di gatti, e la mia debolezza da tabagista che ha caldo lo fa ridere, e io rido con lui.
La terrazza dell’Odeon con le sue birre e quel mare di chiacchiere fatte e ascoltate e il vento del decimo piano che ti fa respirare, e i tramonti e le albe.
L’amico di vent’anni, col suo Egitto intrecciato col mio e che incontro sempre nei momenti topici, quando la mia vita o la sua sta cambiando.
La gente nuova: la ragazza mora che mi è sbucata dal blog e che si sta cercando e che è bellissima e dolcissima e una vorrebbe risparmiarle del dolore, della delusione, ma poi cosa c’entro io. Magari lei lo trova, un islam difendibile nel contesto politico. Magari, i vent’anni che ha meno di me le daranno la libertà e la forza di costruirselo, nonostante tutto. Forse.
Carlo che mi ha scritto da Maadi e che non ho incontrato perché sono stata travolta ma, soprattutto, perché sono timida e troppo poco contenta di me per conoscere tanti sconosciuti nuovi.
Susan, con cui sono andata a spasso per due settimane chiedendomi sempre cosa ne pensasse, di questo mio Egitto che non ero certa di sapere comunicare, e senza mai capirlo.
I giornali, i discorsi, le previsioni sulla vittoria degli islamisti a novembre e la tranquillità dei laici che ti dicono: “Siamo un paese unito da 5000 anni” e tranquillizzano anche te, in qualche modo. Forse.
Israele, che ha sconfinato a Taba mezz’ora dopo che eravamo passate io e Susan, uccidendo un po’ delle guardie in maglietta che, paciose e assonnate, ci avevano appena guardato i passaporti.
Israele, e la sua violenza omicida su cui non c’è più niente da dire, niente da spiegare, niente da perdonare.
Le ore passate a parlare della morte di Vittorio Arrigoni: i miei dubbi terribili, il post che vorrei scrivere da quando lo hanno ucciso e che rimando, autocensurandomi, senza sapere nemmeno io perché.
Questo Egitto perbene, con la sua anima profondamente pulita, e gli avvoltoi che gli volano attorno.
Gli ingenui, i cattivi, i cinici e gli entusiasti, i profittatori. I baltageya.
Mubarak al processo sulla sua barella e la vergogna che comincia a calare nelle ossa degli egiziani che ricordano la morte in piedi di Saddam Hussein, le sue ultime parole dedicate al futuro dell’Iraq, e li imbarazza il loro dittatore piagnucolante.
E poi l’allegria e il casino delle strade cairote di notte, e i milioni di persone a passeggio, le famiglie, i bambini, la pazienza reciproca di tutti con tutti, le grida e i botti, l’odore di shisha, il sorriso e le risate sempre a fior di pelle e io che mi sento viva anche solo respirandola, la città e il suo smog e il suo casino dolce e la sua indistruttibile vitalità.

Ho un sacco di roba da scrivere, devo solo fare ordine.

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“Il Fatto”, i salafiti e la donna candidato

L’intervista a Mohamed Nour pubblicata da Il Fatto ha sollevato polemiche per mezza rete, quindi mi pare abbastanza superfluo aggiuncerci del mio.
Le dichiarazioni del leader salafita sono prevedibili, se non banali: ha ripetuto il solito discorso portato avanti dai fondamentalisti egiziani, senza dare nessuna lettura del movimento che ha portato alla caduta di Mubarak che non fosse la semplice negazione del movimento stesso: “Non sono rappresentativi“, e poi “all’inizio credevamo fosse solo caos, poi ci siamo aggregati”.
Sono saltati sul carro di una rivoluzione che li aveva sorpassati e gettati in un angolo, e ora lavorano per delegittimarne protagonisti e senso.
Non spiega come sia stato possibile che un simile movimento di popolo li prendesse di sorpresa e, d’altra parte, l’intervistatrice non glielo domanda.

Non gli chiede nemmeno dove prendano i soldi, questi qua, che invece è la domanda che va per la maggiore in Egitto. Come avranno pagato la fila infinita di autobus belli, nuovi e con l’aria condizionata con cui hanno portato al Cairo fondamentalisti da tutto l’Egitto, nel venerdì della loro prova di forza. E poi le loro bandiere saudite portate in piazza, la loro posizione ambigua e filomilitare.
Le domande mancanti, nell’intervista, sono molte.
Spicca invece, e ha causato ilarità un po’ ovunque, la spiegazione che la giornalista dà della zibiba, il segno nero che viene sulla fronte a chi prega molto: “I musulmani più osservanti, infatti, quando pregano, sbattono violentemente la fronte per terra, in modo da farsi venire questo segno.
Ma magari, guarda: si autoestinguerebbero, se così facessero, e il problema sarebbe risolto.
Vabbe’.

La stampa, al solito, va a caccia di estremi e di personaggi buoni da vendere all’estero: ecco dunque apparire la donna candidato, perfetto contraltare del salafito barbuto: Bothina Kamel che, effettivamente, è la più improbabile delle candidate alla presidenza, ma non – come parrebbe dall’articolo – perché sia una donna. E’ che è improbabile lei, proprio. Un pacchetto di politicamente corretto col timbro della candidata addosso, buono da vendere all’estero e da incassarci visibilità di quella facile.
Guardiamola insieme:

Maniche corte in un paesino a sud del Cairo. Maglietta a favore dei disabili. Croce e mezzaluna appesi al collo. Sguardo perplesso della signora che la accoglie nel suo cortile – busserà a un sacco di porte, mi raccontano, e farà discorsi per tutto il paesello accolta con garbata curiosità da tutti, ecco – ma, come dire: la presidenza dell’Egitto è un’altra cosa.
La Kamel manco ci prova, a rappresentare qualcuno. Promuove se stessa, e buon per lei.

Venerdì ci sarà la manifestazione dei sufi e delle sigle secolari e di sinistra, invece – giusto per tornare alle cose serie – che dovrebbe essere l’occasione per misurare la capacità di mobilitazione di chi chiede un Egitto laico.
Alcuni gruppi hanno chiesto di rimandarla di una settimana, tuttavia, e non sto a dire quanto una simile, sciocca, divisione a due giorni dall’evento possa essere preoccupante. Ci si augura che non si mettano a imitare la sinistra italiana, da ‘ste parti.
Vedremo.

La foto è del fotoreporter Filippo Bacciocchi che, bontà sua, me l’ha data assieme a diverse altre. Qui si pubblicheranno foto e video inediti, quindi, per i prossimi post.
L’Haramlik, commosso, ringrazia.

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Casi umani II: il soldato Salamelik alla Guerra dei cent’anni

Io credevo che la bizzarra vicenda con Salamelik fosse finita, a dire il vero, e che con questo post e i relativi commenti avessimo detto tutto ciò che c’era da dire.
No, invece. Egli continua a combattere contro l’Haramlik in Egitto, dalla sua sponda del Po, e nulla sfugge al suo vigile sguardo di vedetta.

Io scrivo un post da un bar davanti al quale c’è una manifestazione? Ed eccolo che tuona: “L’Egitto va a rotoli e l’Haramlik si fa una birra!” Sono collegata da un decimo piano mentre faccio un post sul livello di sicurezza medio al Cairo di questi tempi? Pronta è la sua replica: “L’Egitto è sicuro solo visto dall’alto!

Se scrivessi che sto bene, lui replicherebbe che è solo perché sono straniera, giacché possiamo incrociare i dati sullo smog cairota e quello sull’incidenza dei tumori in Egitto per verificare che al Cairo si sta malissimo, invece, e che lui – ovviamente – è stato il primo al mondo a dirlo.
E siccome non c’è locale pubblico al Cairo da cui io possa bloggare senza che lui tuoni sulla mia dissipatezza da occidentale che, nientedimeno, sta in Egitto e va al bar, sto cercando delle alternative.

L’Haramlik: “Ciao, sto bloggando seduta sul marciapiede, sotto un semaforo del centro …
Il Salame-lik:”Ecco! Lei si mette solo sotto i semafori del centro, non come i veri egiziani che in periferia manco ce l’hanno, il semaforo!

L’Haramlik: “Ciao, sto bloggando dalla guardiola di un babwab del periferico quartiere di Shubra…
Il Salame-lik:”Vedi? Approfitta dell’innata ospitalità degli egiziani per sottrarre al babwab la sua guardiola!

L’Haramlik: “Ciao, sto bloggando stesa a terra sulla statale che porta in Alto Egitto…
Il Salame-lik:”Basta con questi stranieri che si permettono di disturbare la viabilità sulle statali egiziane: che la disturbino a casa loro!

L’Haramlik sta valutando la possibilità di salire a bloggare su un frondoso albero di mango, ma poi Salamelik verrebbe a contare tutti i manghi per vedere se me ne sono mangiata qualcuno. Non c’è soluzione.

Il Cairo visto da Salamelik

Il Cairo descritto da Salamelik, intanto, è una curiosa metropoli di 20 milioni di abitanti le cui forze dell’ordine sono impegnate, in tutti gli angoli, a segnarsi instancabilmente i numeri di targa dei taxisti che caricano stranieri.
Io, che di taxi ne prendo cinque o sei al giorno da quasi un mese, sto immaginando i circa 200 foglietti che mi riguardano, tipo: “Straniera riccia e culona segnalata sul taxi di Ahmed a Taalat Harb.” Pensavo di fare un esperimento: “Buongiorno, ho scordato la borsa sul taxi che ho preso ieri, me lo rintracciate? Mi chiamo Straniera Riccia e Culona.
Verrei prontamente identificata come Riccia e Culona n. 382.491, salita all’angolo di una via che io manco mi ricordo ma loro certamente sì, e mi riconsegnerebbero subito la borsa, ne sono certissima. Anzi, seguite il suo consiglio e provate anche voi, vi troverete benissimo.

Il Cairo descritto da Sherif riesce ad essere ancora più nonsense di quanto non sia già di suo, e non credevo che fosse possibile.

Il Cairo visto da Salamelik II

Nel Cairo visto da Sherif, infatti, mentre la polizia è occupata a vegliare sugli stranieri in taxi per la città (che, a proposito, quest’estate sono in gran parte fotografi e giornalisti) è in corso una specie di guerra civile che, miracolosamente, si interrompe non appena uno di questi taxi sbuca all’orizzonte. Gli egiziani allora, per non fare “brutta figura”, smettono immediatamente di spararsi e ricominciano non appena la macchina straniero-munita svolta l’angolo.
Il Cairo visto da Sherif assomiglia molto alla Sharm assediata da Al Qaeda vista da Il Giornale, ora che ci penso. Magari Sherif, ora che non informa più Allam, ha cominciato a informare loro.
Nel Cairo visto da Sherif, del resto, i morti e i feriti sono dovuti a scontri che scoppiano “per futili motivi o per faide tra bande in diversi quartieri della capitale“, mica a motivi politici. Come ad Abbasiya, certo.

Ma alla fine, Il Cairo è sicuro oppure no?

Ribadisco quello che ho già scritto: la paura della delinquenza comune, su cui i giornali egiziani stanno parecchio soffiando, è risibile vista dagli standard europei. Se un’ipotetica nostra città di venti milioni di abitanti avesse visto la polizia sparire dalle strade per sei mesi, si sarebbe trasformata in un inferno, altro che “non rubiamo ai turisti sennò è la nostra fine“. Qui, per quanto furti e simili siano aumentati – ne conosco due, a cui è sparito il portafogli, ed entrambi erano stati parecchio imprudenti – la sensazione di insicurezza diffusa non è minimamente paragonabile a quella che si respira nella mia Genova o a Milano, per non parlare di città come Napoli.

La comparsa dei baltageya (mercenari, li chiama giustamente Sherif, e infatti sono notoriamente legati ad apparati dello Stato deviati, stando alla stampa egiziana e non solo) che si infiltrano nelle manifestazioni e provocano scontri, è un altro discorso. E non pulitissimo.
Per un’analisi del fenomeno, vedi qui: The Baltageya: Egypt’s Counterrevolution

Del resto, come è noto, i discorsi del tipo “Con Mussolini i treni arrivavano in orario” o “Con Franco estas cosas no pasaban” non sono esattamente nuovi, né disinteressati.

Altro discorso ancora è il rapporto dei cittadini con lo Stato: le stazioni di polizia sono sempre state un luogo da cui tanto gli egiziani come gli stranieri stanno volentieri alla larga, ché i diritti civili vi trovano poca cittadinanza. Non a caso, il comportamento della polizia in Egitto è stato uno dei fattori che hanno scatenato la rivoluzione.

Io non ho mai amato parlare male di questo paese di cui sono, da quasi vent’anni, un’ospite – residente e/o viaggiatrice – riconoscente e, spero, garbata. Relativizzo le cose brutte che mi sono successe o che possono succedere e preferisco concentrarmi su quelle positive: vengo da un pezzo di mondo che, quelle negative, le enfatizza, le manipola o addirittura se le inventa. Non c’è bisogno che mi ci metta pure io e, comunque, non è quello che mi interessa fare.
Racconto quello che vedo. A volte preoccupata o dispiaciuta, spesso sorridendo. Lo faccio dal 2002 – questo è un blog vecchiotto, per non usare il termine più garbato speso da Puliafito l’altro giorno – e continuerò a farlo. Se il buon Salamelik – come altri prima di lui, dai neocon di un tempo a qualche matto – si è dato la missione di fare il controcanto ai miei post, può mettersi comodo e preventivare di dedicarci molto tempo.

Io, invece, di tempo a Salamelik preferirei non dedicarne. Come mi diceva qualcuno: “Ignorali, schivali, bannali, togliteli di torno, non servono a niente!

E tuttavia alla fine ci casco, come oggi, perché in fondo mi viene da ridere. Lo leggi e pensi: “Ma dai, è troppo scemo!” E te lo immagini lì, tronfio, con tutti i suoi premi presi alle elementari e alle medie esposti su Flickr alla voce “Premiazioni”, con la sua Mezzaluna d’Oro farlocca, con i suoi post plumbei, banali e scopiazzati dai giornali, costellati dai “Lo avevo detto! Sono stato il primo a dirlo! Modestamente lo avevo predetto!” e la voglia di prenderlo per il culo diventa irresistibile.

E poi si ferma a metà strada, però: non riesci mai ad affondare davvero, non è materiale da sberleffo duraturo o deciso. Perché è, non so come dire, poco. Ridacchi per tre righe, poi ti stufi e passi ad altro. Credo che la sua mediocrità assorba il ridicolo come una spugna: alla fine, le sue autocelebrazioni smettono di apparirti per quello che sono – una buffa deformazione dell’autopercezione, una vanità che lo caricaturizza invece di esaltarlo come vorrebbe – e diventano parte di una sua realtà stagna, immobile.
Sherif è questo: uno che, a 23 anni, pareva studiare per farsi strada, e che oggi, a 30, replica le stesse modalità di sgomitamento di allora senza accorgersi che più si fa tronfio e più si confessa inadeguato.

Bulletto o adulatore secondo la convenienza del momento, gregario perennemente intento a “arrimarse al sol que más calienta“, finto Dottore, scodinzolante name-dropper, eterno Pisellino che non cresce mai perché gli basta una carezza sulla vanità per dirsi soddisfatto, in perenne oscillazione tra la sinistra che sembrava potergli essere utile e la destra che invece gli è congeniale, totalmente incapace di autoironia e, di conseguenza, poco intelligente nonostante qualche capacità che usa male, è l’emblema del portaborse che, una borsa sua, non è capace di farsela.
Passa pure la voglia di prenderlo per il culo, alla fine.

Che si fa, allora? Forse smetto di rispondergli. O forse gli rispondo ancora, non lo so. Magari qua sotto: faccio diventare questo post il deposito delle risposte a Sherif. O gli rispondo sotto l’altro, boh. Da qualche parte dovrei metterle, le eventuali risposte alle sue cazzate e, in homepage, francamente mi scoccio.

Boh, vedremo.

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Sabato cairota

La terrazza al decimo piano dell’Odeon è un ottimo posto per sopravvivere a queste giornate di Ramadan di agosto. E’ aperta 24 ore al giorno, c’è la wifi gratis, i camerieri sono cristiani e non ti fanno mancare la birra. Ci girano quasi solo stranieri, che in questa strana estate sono giornalisti – un mucchio di ragazzi free-lance che smaniano per passare in Libia – fotografi e studenti di arabo.

Si diventa esperti di geografia libica, ad ascoltare e a chiacchierare con la gente. Il fotografo americano (Washington Post, e non avrà manco 30 anni) appena tornato con un aereo delle Nazioni Unite ti racconta che c’erano lui e questa spia francese, sul volo, che gli fa: “Good moVning, I’m Francois” ed era vestito con jeans neri, maglietta nera, occhiali neri. “E che lavoro fai?” gli ha chiesto lui, e l’altro: “Lavovo per il govevno fvancese…” “Non l’avrei mai detto“, ha ridacchiato l’americano.

Questa mattina eravamo al Mogamma, io e un amico, a chiedere l’estensione del visto e, mentre lo aspettavo, contemplavo i graffiti dipinti durante l’occupazione sulle pareti esterne, alcuni davvero belli. Volevo fotografarne uno che raffigurava Mubarak in versione burattinaio ma, appena ho tirato fuori il cellulare, sono stata fermata da un gruppo di soldati: “Mamnua, proibito!” “Ma è un muro!” “Mamnua!” Mi ha messo di cattivo umore, questa cosa. Finché c’era Tahrir occupata potevi fotografare qualsiasi cosa, ora ti guardano con sospetto già se respiri. Pure i taxisti sembrano avere recuperato l’autocensura di sempre e magari ti chiedono cosa ne pensi di Tahrir ma, quando gli rigiri la domanda, alzano le spalle e non rispondono. Fino a una settimana fa mi capitava che mi regalassero i cartoncini con le facce dei martiri, ora li becco tutti muti.
Ho chiesto all’amico fotografo che senso avesse che non mi lasciassero fotografare un’immagine che hanno già fotografato in 10.000, un pezzo di muro con un disegno. “Vogliono dimostrare chi è che comanda.“, ha detto lui. “Per sei mesi hanno dovuto tenere il profilo basso, adesso cominciano a rifarsi.
Uscendo dal Mogamma, poi, siamo rimasti un po’ a guardare il solito spettacolo della polizia schierata e delle macchine che ci circolano attorno. Sullo sfondo, il palazzo del partito bruciato.
Hanno tolto un simbolo in cambio della viabilità“, ha detto lui. “Già. Ma forse, quando hai 5000 anni di storia alle spalle, i simboli li getti via più facilmente.“, ho detto io. E siamo venuti qui all’Odeon a toglierci la sete e la voglia di tabacco, appunto.

Da Zeinobia ho letto della morte di uno dei ragazzi feriti alla testa dai mattoni buttati giù da alcuni palazzi di Abassaya, durante la manifestazione di due settimane fa. Aveva 23 anni.
Filippo c’era, a quella manifestazione, e mi ha mostrato i video che ha girato, in cui si vede perfettamente la trappola di sassi e molotov in cui sono caduti i manifestanti. Mi ha promesso di darmeli, li caricherò domani o dopo.
Non aiuta a tornare di buon umore, vedere quei video.

Mentre scrivo sono le sei e mezzo del pomeriggio, la giornata di Ramadan sta finendo e si sentono i muezzin. Tra poco si mangia, le strade qui sotto sono piene di file di tavoli apparecchiati e c’è già gente seduta, immobile davanti alla pagnottina in attesa del via. L’inglesina del tavolo accanto continua a guardare giù verso la strada, in ginocchio sulla sua sedia, e aspetta pure lei il via per chiedersi da mangiare. Sta facendo un suo ramadan laico per capire come ci si sente, dice. Io dico che siamo al decimo piano e non vorrei che cascasse.
Ti sei presa il virus dell’Egitto, eh? Ti si vedono tutti i sintomi“. “Già, non posso negarlo. Ma esiste una cura?” “Se la trovi fammelo sapere,“, le ho detto io. “ché sono quasi vent’anni che la cerco.

Politica a parte, a me continua a sembrare lo stesso di sempre, il Cairo. I giornali diffondono un allarme-sicurezza che pare avere contagiato tutta ‘sta popolazione boccalona ma, arrivando dall’Europa, le lamentele degli egiziani sulla delinquenza fanno semplicemente ridere.
Ieri sera me ne sono andata a sentire un concerto di Naseer Shamma e alla fine, verso l’una di notte, sono andata da sola a mangiare qualcosa. Alle due ero lì che mi facevo la mia lunghissima passeggiata lungo il Nilo e pensavo alla sicurezza, appunto. Una donna sola, alle due di notte, che passeggia per i fatti suoi e nessuno le rompe le balle se non per offrirle un taxi. La solita sensazione di tranquillità che, a parità di situazione, in Europa non ho mai. E meno male che è aumentata la delinquenza, dicono. Pensa se non fosse aumentata.
Pensa a come arrivavano in orario, i treni, quando c’era Mussolini.

L’inglesina continua a guardare giù per vedere se hanno cominciato a mangiare, ed è evidente che non vede l’ora di chiedersi il suo solito pollo. Io mi chiedo un’altra birra: ho visto che i camerieri si stavano preparando l’iftar, poco fa, e sono rimasta meravigliata: ma non erano cristiani, qua? Mi hanno spiegato: “Alcuni. Altri sono musulmani.” Ah, ecco. Li vedevo tutti con la croce tatuata sul polso, quelli che venivano da me, ma è che, appunto, la birra te la portano loro. Divisione dei compiti interreligiosa.

[Edit: l'inglesina è andata a mangiare giù, alla fine. Da allora, è passata più di un'ora. Ha lasciato qualcosa per occupare il tavolo di questo bar: nulla di meno di libro e netbook. Un'ora fa. A proposito della sensazione di "insicurezza" che ti trasmette 'sta bizzarra città.]

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A Tahrir, intanto

Attorno a piazza Tahrir, intanto, sembra da giorni di essere finiti nel Cile di Pinochet.

Al posto di quella specie di Festa del’Unità che era la piazza occupata – coi venditori, i curiosi, lo struscio, le discussioni, i palchi, i comizi e la musica, le famiglie coi bambini al seguito e i vari giornalisti o fotografi venuti da ogni dove, adesso ci sono i carri armati agli incroci, i cellulari della polizia in fila per tutta via Talaat Harb fino all’omonima piazza, e pochi passanti che sfilano, col disagio del caso, davanti ai cordoni di soldati e polizia schierati.

Nella piazza, i cordoni sono due: quello interno, fatto da poliziotti in tenuta antisommossa messi in fila attorno al grande spartitraffico centrale. E quello esterno, tutto attorno ai marciapiedi della piazza, fatto invece da soldati schierati a loro volta, stretti uno accanto all’altro, gomito a gomito. E, curiosamente, i soldati indossano la loro mimetica e i loro mitra ma – interessante gemellaggio – esibiscono gli scudi della polizia. Con su scritto “Police”, appunto.

L’altra sera ho chiesto il permesso di fotografarlo, un carro armato, ma il soldato di postazione davanti al mitra mi ha detto di no. “E dai!“, ho detto io. Niente. “Ma siete belli!“, ho insistito. Si sono messi a ridere, ma era proprio no. E poi sono passata davanti allo schieramento della piazza e guardavo le facce di ‘sti soldatini: chi stanco morto, chi – pochi – marziale e incazzato, e quelli che ti fanno i sorrisoni o ti strizzano l’occhio quando vedono che li stai guardando.
Stanotte alle 4 erano sempre là, sempre in piedi, forse svegli. Solo loro, e io che rincasavo tardi.
Mi sono chiesta se anche i militari cileni o argentini avessero delle facce così umane, se anche loro sbadigliavano o strizzavano l’occhio alle passanti.
Se pure loro sapessero sembrare persino buffi, volendo, pur essendo tanto capaci di fare male.

Nella zona, comunque, ormai non c’è altro. Finito il passeggio, Talaat Harb è quasi tutta spenta: bisogna andare un bel po’ più su per trovare l’animazione delle serate di Ramadan.

Se i commercianti della zona pensavano di incrementare il loro giro d’affari, con lo sgombero, mi sa che hanno sbagliato qualche conto.

(Mentre scrivo, apprendo che ci sono manifestazioni sia là che davanti all’ambasciata siriana, in questo momento. Vediamo che venerdì ci aspetta.)

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Mubarak: il parricidio dell’Egitto

Il fluire dei pensieri di Marghe è uguale al mio, mentre seguo in tv la diretta del processo a Mubarak, ai suoi figli e ad Habib el Adly. La confusione del tribunale che ti fa sorridere, la mimica corporale di Mubarak steso in barella ma non domo, col braccio dietro la testa alla ricerca della posizione più comoda, con quel dito nel naso ripreso dalle telecamere più volte, impietosamente, nei momenti in cui riescono a penetrare la barriera formata dai due figli, in piedi accanto a lui per tutto il processo, a proteggerlo.

Concentrarsi sui particolari per difendersi dalle emozioni – dalla commozione, anche – che senti nel contemplare l’incredibile, il momento storico che non credevi di poter vedere mai, l’arroganza del potere nella polvere e scoprire – ma in fondo lo sapevi già – che preferisci concentrarti sulla faccia di Gamal, l’anima nera a cui il padre avrebbe consegnato l’Egitto, perché nello sguardo dell’ex Raiss percepisci qualcosa che ti tocca a un livello più profondo e hai bisogno che la razionalità faccia da sentinella.

La caduta di un potente, da vecchio, non è un bello spettacolo. Uccidere il padre è necessario ma non per questo poco doloroso. Sentire snocciolare i capi d’accusa, dopo un po’, dà sollievo, ti riporta alla realtà. E alla giustizia. E all’orgoglio per questo paese che, davanti ai tuoi occhi, mostra all’intero mondo arabo un dittatore processato davanti a una corte civile, normale, con tutte le garanzie previste dalla legge, per dei reati previsti – semplicemente – dal codice penale. La semplicità sa essere dirompente.

Julia mi scrive che un suo alunno le ha appena mandato un messaggio: “Se lo merita, Mubarak, ma che pena vederlo così.” Lo so. “Concentrati su tutti quei morti“, mi dice lei.

Ed è che forse è troppo semplice, così. Bello, per carità: un processo impeccabile, un esempio di equilibrio e di giustizia uguale per tutti.
Senti il rischio di una pericolosa banalizzazione, però. Di una catarsi superficiale, di un immenso non detto che rischia di finire ricacciato sotto il tappeto, sotto la foglia di fico delle semplici leggi infrante da chi è dietro quelle sbarre e non da un sistema intero. Il rischio che il paese non elabori quello che è successo e che, di tutto questo, rimanga una soddisfazione fragile e una sorta di senso di colpa inespresso.

Sono andata a cercarmi in rete le parole per dirlo, per spiegare quest’ultima sensazione confusa, e ho trovato questa frase abbastanza ironica, se rapportata a questo momento dell’Egitto:

In Dostoevskij albergava, invece, solo un senso di colpa gigantesco per la tendenza umana al parricidio. È da questo senso di colpa che, secondo Freud, nascerebbero le religioni, per cui, il Complesso di Edipo, non è altro che la vera fonte della religione.

Già dalle primissime interviste mandate in onda da AJE ieri, appena conclusa la diretta, si è parlato del rischio che un processo così apparentemente democratico si risolvesse in un panem et circenses destinato a lasciare troppi nodi intatti.
E cosa fare, allora? La gettonatissima opzione sudafricana emersa dalle prime interviste, con relativa Commissione per la Verità e la Riconciliazione all’egiziana? Percorsi cileni, lavori come l’argentino “Nunca más” prima delle amnistie? Non è una questione di facile soluzione. Di sicuro, al momento, processare il dittatore rischia di diventare un modo per non processare la dittatura.
E per non guardarsi dentro, tutti quanti.

[Edit: l'altra faccia della medaglia è in questo notevolissimo post di Hossam el Hamalawy, Arabawy.]

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Oops: mi è sembrato di sentire uno sparo

Io oggi manco pensavo di andarci, a Tahrir. Un po’ perché dicono che la polizia sequestri i cellulari delle donne, soprattutto, e li schiacci sotto gli stivali, e a me scoccerebbe assai. Un po’ perché di giorno, in Ramadan, starsene in centro è davvero una dura prova, tra la sete e la voglia di fumare. E molto perché lo spettacolo di Tahrir presidiata dalla polizia lo conosco già a memoria: era la normalità, prima della rivoluzione.

Poi, invece, mentre ero nel Cairo islamico a farmi la mia serata di Ramadan, mi ha chiamato Filippo per dirmi che era proprio spettrale, la piazza militarizzata, e così ho pensato di chiedere al taxista che mi riportava a casa di farci un paio di giri attorno, ché volevo vedere che aria tirava.

Spettrale lo era, in effetti: dai blindati color sabbia dell’esercito piazzati negli angoli di ingresso alla piazza fino al bivacco dei soldati nello spiazzo centrale, circondato da poliziotti schierati in tenuta antisommossa.

E, mentre giravamo col taxi attorno allo schieramento, bel belli, improvvisamente ci ritroviamo di fronte a una folla di ragazzi e rimaniamo un po’ interdetti, io e il taxista, senza capire bene se era un plotone di soldatini vestiti casual o cosa. E invece no: era proprio una manifestazione di ragazzi. Lì, in mezzo a quel po’ di militari schierati. Ci è stato chiarissimo non appena è arrivata la carica dei soldati armati di bastone, di quelli dietro col mitra in mano, del fuggi fuggi dei ragazzi attraverso la piazza e, soprattutto, degli spari in aria (suppongo che fossero in aria, voglio sperarlo).

Il taxista ha esclamato quello che mi è parso un bestemmione, mi ha detto che basta giri e che ce ne andavamo e, cercando di non travolgere nessuno, ha messo le ali al taxi e siamo filati. Aveva gli occhi fuori dalle orbite, poveretto.

Io ho cercato ancora di fare qualche foto dal sedile di dietro ma, con la luce dei lampioni, era impossibile.

L’ultima cosa che ho visto è stato, tra la gente che scappava, un fotografo seduto sul marciapiede con un militare armato di mitra che gli urlava contro. E le facce dei ragazzi che correvano: belle decise, per niente spaventate. Hanno un bel coraggio, ‘sti qua.

Il taxista, già verso Doqqi, scuoteva ancora la testa contrariato, suppongo inveendo contro la turista folle che lo aveva portato in mezzo agli spari. Io gli ho detto: “Maalesh”, un po’ contrita. E lui si è messo finalmente a ridere, con mio sollievo. Il senso dello spirito è la benedizione di ‘sto paese, l’ho sempre pensato.

Poi Filippo mi ha detto che era già successa un po’ di volte, ‘sta cosa, durante la serata. I ragazzi arrivano, l’esercito li carica, loro scappano e poi tornano. Sono, evidentemente, tenaci, oltre che resistenti alle bastonate.

Io sono qui a casa a chiedermi perché mai non mi facciano paura, ‘ste cose. Eppure dovrebbero, credo.

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Lo sgombero di Tahrir e qualche cialtronata

Vedo che alcuni media hanno dato molto risalto al favore con cui i residenti della zona hanno accolto lo sgombero forzato di piazza Tahrir, ieri, quindi forse vale la pena di contestualizzare un attimo ciò che è accaduto.

Lo sgombero è stato preceduto, il giorno prima, dalla protesta di alcuni commercianti delle strade adiacenti, di cui ho già parlato qui, e dal successivo abbandono volontario della piazza da parte di quasi tutti i gruppi occupanti, blogger compresi. Erano rimasti solo i familiari degli 800 morti della rivoluzione e alcuni attivisti a proteggerli, tra cui i “No To Military Trials” di Mona Seif, quelli di eSocialism e pochi altri.

Ora: perché questi familiari delle vittime avevano deciso di rimanere? Per due motivi: 1. perché vogliono che i poliziotti autori degli omicidi dei loro cari vengano arrestati: 2. perché hanno paura di ritornare nelle loro case giacché tutti hanno denunciato di avere ricevuto minacce dai suddetti poliziotti. E questo è, peraltro, il motivo per cui tanti attivisti sono rimasti a proteggerli.

Due giorni prima, e solo grazie all’occupazione della piazza, la Giunta Militare aveva deciso di innalzare l’iniziale risarcimento di 5000 LE (587 euro per ogni morto) a 30.000 (3524 euro), e i manifestanti avevano risposto di considerare “un placebo” l’offerta di denaro e che sarebbero rimasti in piazza fino all’arresto degli assassini dei loro figli e parenti. Avevano però convenuto di spostarsi sotto all’edificio del Mogamma, dove avrebbero creato meno intralcio alla circolazione, e il trasferimento era già iniziato domenica: lo si può vedere sul mio Facebook e su mezza rete.
L’errore è stato, direi, il non avere riaperto la piazza al traffico domenica stessa. Ne avevano discusso a lungo, poi hanno deciso di mantenerla ancora chiusa nel timore di venire attaccati. In realtà, così facendo, hanno fornito il pretesto per il loro sgombero.
Sgombero che è stato portato avanti da militari, poliziotti e alcuni residenti a cui la polizia aveva fornito caschi e giubbotti antiproiettile.

Tra questa militarizzazione di alcuni civili contro altri civili e la violenza dello sgombero (giornalisti arrestati, macchine fotografiche e cellulari distrutti, gente picchiata, più di 80 detenuti e alcune persone scomparse, tra cui bambini), la sensazione generale è che, ancora, la strada verso il rispetto dei diritti civili in questo paese, da parte delle autorità, sia parecchio lunga. A questo va aggiunto il fatto che i manifestanti arrestati vengono processati dai tribunali militari, non da quelli civili.
C’è, in proposito, un durissimo articolo di Al Ahram, oggi, di cui consiglio la lettura:

Despite that constitutional article no.21 implies that each citizen should stand before the appropriate court; i.e. the military before the military court and the civilian in front of the civil courts – military trials continue. On 18 July, 2011 the administrative court in Qena issued a court order to stop military trials, yet Major General Adel Morsi, the chairman of military judiciary authority refused it. He said that military courts are working within their jurisdictions and in accordance with civilian law. The chairman cited the complicated second article of the constitution regarding changes to legalistive provisions, arguing that the court’s ruling changes current legislation and that it doesn’t have the authority to do so.

Detto questo, vorrei concludere rivolgendo al rabbioso Sherif El Sebaie due parole, prima di abbandonarlo – definitivamente, spero – al suo livido blog. Poco mi importa se ha deciso di dedicare tutti i suoi scritti a me o a chiunque scriva in italiano dal Medio Oriente. Lo trovo buffo, come trovo buffo che mandi i suoi amici a lasciare commenti sconci sotto i miei post. E poco mi importa anche che insulti il suo stesso popolo, dichiarandolo incapace “di gestire finanche un cesso alla turca, figuriamoci una democrazia di tipo turco“. E’ egiziano e, il proprio popolo, ognuno lo considera come crede.

Trovo però decisamente ripugnante il suo continuo ridicolizzare i protagonisti della rivoluzione e delle attuali proteste, da lui descritti come “fighetti” o imbecilli che “credono di risolvere i problemi dell’Egitto insegnando alla gente a usare Facebook.”
Qui si parla di gente che viene uccisa, arrestata, processata dai tribunali militari.
Si parla di gente di tutte le estrazioni socioculturali tra cui, certo, anche coloro che il nostro Sherif più detesta: i giovani della borghesia colta cairota che si sono schierati, con enorme coraggio, contro un sistema di potere durissimo e incancrenito assumendosi tutti i rischi del loro essersi autodefiniti dissidenti in una dittatura.
Vedere descrivere questi ventenni come dei “fighetti” da uno che, a 30 anni suonati, ancora cincischia all’università vantandosi di avere passato l’esame di arabo “con 30 e lode”, facendo qualche lavoretto gratis, come il più italico dei bamboccioni, e che se ne sta – lui sì – col “culo al caldo”, mentre sputa disprezzo contro gente più giovane di lui che mette in gioco tutta la propria esistenza per amore del suo paese, be’: io lo trovo uno spettacolo disgustoso.
Volevo dirlo.

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Tahrir sgombrata

La piazza è stata attaccata e sgombrata verso le due del pomeriggio di oggi, primo giorno di Ramadan, da esercito e polizia insieme. Pare che ci siano stati un centinaio di arresti.

I militari non stanno facendo il Ramadan, a quanto pare: bere acqua davanti alla gente mentre la pesti deve essere una nuova forma di bullismo poliziesco.

Su Twitter c’è la corrispondente al Cairo del Christian Science Monitor che ha fatto una buona cronaca.
C’è anche un interessante dibattito – con un’onesta autocritica per gli errori commessi nelle ultime ore, tra cui quello di non avere aperto la piazza ieri – sulla strategia da adottare in futuro. Soliti hashtag: #Tahrir, #Egypt, #SCAF etc.

Io, dall’esterno, mi sento solo di osservare che la piazza è un simbolo, certo, ma la transizione egiziana va molto al di là di Tahrir. E che non ha torto chi parla di concentrare le energie sulle prossime elezioni, piazza o non piazza.
C’è parecchio da fare, e il Ramadan è un buon momento per riflettere e riorganizzarsi.

(Però mi dispiace molto, certo: sarebbe stato un bel Ramadan, quello di Tahrir.)

Update: il video dell’attacco.

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