Io, Cuba e ‘sta serata a spasso

Stasera un tizio (uno che lavora in Rai, non a caso) mi ha detto una cosa illuminante su uno dei miei maggiori problemi a Cuba. Io gli dicevo che di fronte a qualsiasi bella immagine, pure quella del nero che suona il sax da solo sul Malecon, sento di averla già vista in mille film e documentari e non mi emoziono mai.
E lui mi ha detto che è quello che succede a New York, per esempio, e che comunque: “Questo è un merito del cinema, non è un demerito di Cuba”. Ha ragione. Non l’avevo mai vista così.
Anche se suppongo che sia un demerito dello stesso cinema il fatto che, al contrario, tutto quello che di bellissimo succede in Medio Oriente mi sorprenda sempre perché nessuno lo filma mai.

Incontrare un italiano capace di concepire una frase intelligente vale comunque già un’intera serata, da queste parti.

Era seduto al tavolo accanto al mio alla Carboncita, mangiava da solo e, benedetto ragazzo, con gagliardo appetito. Era alla carne con patate dopo la pizza quando una cubana lo ha abbordato sedendosi al suo tavolo con un bicchiere di rum in una mano e un Montecristo spesso quanto il mio polso nell’altra. Collanona di perle anni ’20, lunghe gambe tatuate, tacchi altissimi e barocchi, una lunga lista di uomini di cui parlare. Non potevo non ascoltare, ero lì accanto. Ci è passata accanto un’altra coppia che aveva finito la cena. Lui tracagnotto e italiano, lei in tenuta sadomaso con lunghi stivali borchiati, minishorts e top di pelle nera, berretto da SS, capello biondissimo e un orsacchiotto di peluche rosa sotto al braccio. La tizia col Montecristo commenta scandalizzata e poi nota che anche io sto ridendo. Scambiamo due parole sul suo sigaro. Poi lei torna al suo monologo, è eccessiva, troppo avvolgente, esagerata, il povero italiano boccheggia un po’ e poi approfitta di una sua momentanea assenza per lanciarmi una muta richiesta d’aiuto da un tavolo all’altro. “Che fai, fuggi o cedi?”, gli chiedo io. “Fuggo, fuggo”, fa lui. Poi abbiamo chiacchierato un po’ ed era, appunto, intelligente. Che cosa insolita.

Le chiacchiere mi hanno tolto la voglia di andare a dormire, ovviamente, ma non mi hanno fatto venire quella di andare per locali. Me ne sono venuta all’Hotel Presidente, mia base di questo periodo grazie alla portentosa linea internet a soli (!) quattro dollari e mezzo l’ora 24 ore al giorno, e mi sono piazzata a scrivere al solito bancone di mogano. Mi piacciono ‘sti banconi, che devo fare.

Ecco: tra le cose che mi piacciono di Cuba, i banconi di legno scuro dei bar sono forse al primo posto. Come i bar stessi e la loro aria da prima metà del Novecento. Il fermo immagine cubano, per cui ogni ufficio o banca o bar del paese ti sembrano il set di un fumettone su Superman o qualcosa del genere, quelle robe con la protagonista femminile che fuma da un lungo bocchino con i capelli tutti gettati da un lato. Poi, per fortuna, mi piacciono anche altre cose. Vediamo cosa.

Vabbe’, le cose che ho già scritto altre volte: il fatto che ci siano diritti, l’istruzione, la sanità, ma stasera non volevo parlare di politica. Anche se, alla fine, mi sa che la politica è la cosa che apprezzo di più a Cuba, nonché la cosa che finisce sempre col rimandarmi al mittente le mie stesse – troppo – facili critiche. Pensate di me quello che volete, mi assumo la responsabilità di quello che dico: ritengo che la cosa migliore di Cuba sia Fidel. Senza, questo posto non so cosa sarebbe. Il giorno in cui sarà possibile coniugare questo pezzo di mondo con la dignità senza passare attraverso i Castro, fatemelo sapere. Per il momento, la vedo durissima.

Mi piacciono, di Cuba, le stesse cose che detesto. Detesto il ruolo di noi stranieri, il nostro essere in fondo alla scala sociale e anche al sottoscala, la nostra funzione di polli perpetui senza riscatto possibile. Amo, allo stesso tempo, la solidarietà che hanno tra di loro i cubani, il loro fare catenaccio, il “grande complotto cubano” che li rende tutti fratelli a nostre spese, il loro “noi contro tutti” che è nel DNA del paese e di cui sono vittima ma che, allo stesso tempo, ammiro.

Detesto la fatica che ti costa fare ogni più piccola cosa, e le frasi che più senti ripetere quando sei qui, a partire da quello che dovrebbe essere lo slogan nazionale: “No es fácil”. Lo senti dire come intercalare: quando sei in coda, quando manca un prodotto o anche la luce, quando l’autobus non arriva o hai una sfiga qualsiasi o quando si parla, semplicemente, della vita. Nessuno dice mai: “Es difícil”. Si dice che “no es fácil”. E questo mi piace.

Accanto a “no es fácil” c’è la ben più tremenda “No hay conexión”. Quando ti dicono che “no hay conexión”, sai che ti aspetta l’inferno sotto forma di pellegrinaggio da una banca all’altra per prelevare soldi in qualche modo, mentre i quattrini che ti rimangono in tasca diminuiscono sempre di più e te la cominci a fare a piedi sotto al sole perché temi di dovere ormai scegliere tra prendere un taxi o mangiare. Mai ridursi all’ultimo momento per prelevare, a Cuba. Mai fidarsi di nulla di tecnologico o meccanico. Mai pensare di fare presto a sbrigare alcunché. Questo è un paese che richiede organizzazione. Ferrea, e per tempo.

Poi, per contro, c’è il miracolo: la tua gioia da bambina quando la macchinetta del POS sputa fuori, festosa, la tua autorizzazione a un pagamento. Ti batte il cuore, pensi che Dio abbia guardato giù verso di te. La sorpresa festosa di sapere che al Presidente hanno ancora tessere per collegarsi a internet, anche se è sera e non ci speravi proprio e diventi persino un po’ rossa, baceresti l’impiegata. Quella stessa impiegata che altrimenti ti direbbe “no hay” con l’aria distante e scostante e il sottotesto di “Non scassarmi il cazzo e arretra senza fiatare”, e invece ora addirittura ti sorride e tu ti commuovi tutta. A Cuba impari a non dare niente per scontato, e ogni volta che qualcosa va come la desideri è una festa autentica, il cuore che, letteralmente, si fa sentire. E poi sono belli certi piccoli gesti gentili, la solidarietà cubana quando decide di includerti. La fila in cui qualcuno, indicandoti, dice che “la compagna è prima di me” salvaguardando il tuo posto,  e sono le volte in cui ti senti un pizzichino meno straniera. Ma anche le volte in cui sei stranierissima e un cubano, dimostrandoti una coscienza di classe dinanzi a cui puoi solo toglierti il cappello, ti spiega perché. Ricordo un viaggio tra Guantanamo e Santiago, e il taxista che voleva da me un dollaro in più di quello che chiedeva ai suoi compatrioti in cambio del “privilegio” di farmi sedere davanti. E io che protesto, che mi dico discriminata, che rivendico di pagare come gli altri visto che viaggio come gli altri. E lui che mi fa: “Ma lei non dorme come me, e non mangia come me”. E io ammutolisco. Ha ragione. Caccio il mio dollaro e taccio per sempre. Cuba sa insegnarti delle lezioni, per quanto la cosa lì per lì ti faccia incazzare.

Torniamo sempre lì: il meglio di Cuba, per me, è la politica, figlia della sua storia. E’ la sua offerta culturale, infinita. Sono i libri che compri a pochi centesimi, introvabili e impensabili in Occidente. La lettura della realtà che c’è in quei libri, alternativa e rigorosissima allo stesso tempo. Io che esco da ‘ste librerie con lo zaino pieno da rimanere stroncata sotto il peso di quello che ho comprato, e ho speso quello che avrei speso per un mojito.

E poi mi piace moltissimo salire, di notte, su una macchina colma di negroni con le catene al collo, gli avambracci da culturista, il cappellino da baseball al contrario e l’aria da gangsta e sapere che è un semplice taxi collettivo che mi porta a casa e che manco li sfiora l’idea di torcermi un capello, pure se gli basterebbe un mignolo per fare di me una polpetta. E’ sempre bello potere girare di notte e di giorno senza ricordarti della sempiterna menata di essere una donna che viaggia sola.

Per contro, io non ho accesso a quello che piace a tanti stranieri di qua perché non partecipo al grande gioco locale della seduzione. E’ un handicap ma non so cosa farci. Non sopporto di essere fraintesa ogni volta che scambio mezza chiacchiera con qualcuno. Il lavoro che faccio qui, per giunta, è solitario, è studio senza colleghi. Faccio il topo di biblioteca o l’occupatrice di tavolini, la mia socialità è minima e faticosa.  La famosa “allegria cubana”, quindi, mi è ignota o, al massimo, la situerei nell’Oriente dell’Isola. Molti la vedono diversamente da me e me ne compiaccio. Beati loro. Però, permettetemi che lo dica, io ricordo l’allegria egiziana, dove pure non giocavo a nessun gioco di seduzione ma non passava un’ora senza che, in strada, mi scappasse da ridere per qualcosa. Dovrei smetterla di fare paragoni, lo so, ma il cuore continuo a averlo in Egitto e le battute di lì, meno sarcastiche ma tanto più sottili, mi fanno ridere di più. Sarà che io sono mediterranea, non caraibica. Come gli egiziani, appunto. Non posso farci niente, è qualcosa che non va via.

Amare un altro paese non mi impedisce di rispettare profondamente questo in cui sono ora. Non fossi venuta qua, non avrei mai saputo quanto meritevole di stima fosse. Suppongo che sarei finita nello stereotipo di tanti europei. Proprio io, che disprezzo tanto gli stereotipi sul Medio Oriente. Ed è che non finiscono mai, gli stereotipi: appartengo alla cultura più apparentemente libera e più intimamente condizionata del globo.

Non saprò mai raccontare Cuba come, a suo tempo, raccontai l’Egitto. Sono diverse le condizioni, sono diversa io. Sono, però, grata di essere qui, per molte ragioni. Tra queste, c’è l’avere ritrovato il senso di cosa vuol dire essere di sinistra. Venendo da un mondo in cui la stessa differenza tra sinistra e destra viene messa in dubbio, mi sa che mi ci voleva. Come ho già scritto altrove, se qualcuno ha dubbi sulla differenza tra i due concetti, faccia un giro tra Salvador e Cuba. O tra Guatemala e Nicaragua. La differenza tra destra e sinistra diventa chiarissima, di colpo.

Potranno passare mille anni, ma questa rimarrà la cosa più importante che ho imparato qui. Ed è un ottimo motivo per essere grati a questa strana, bizzarra, difficile e importantissima isoletta che rende significativo un mar dei Caraibi che, altrimenti, sarebbe poco più che vacanziero.


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(A proposito) Il processo Valent: qualche conclusione

E’ da qualche mese che dovrei raccontare come è andata a finire la mia causa contro la Valent. Non riassumerò gli antefatti: sono da qualche parte e comunque non ne ho voglia. Questo post è per i “vecchi” di questo blog e lo scrivo perché le storie devono avere una loro completezza, non sta bene lasciarle in sospeso.

Qualcuno ricorderà che, quando Dacia Valent cominciò a scrivere cose sciocche sul mio conto, dichiarò che sperava che io la denunciassi, ché non vedeva l’ora di vedermi in tribunale e chissà come lo avrebbe trovato divertente. Senonché, quando poi l’ho denunciata davvero, in tribunale non si è mai vista. Contumace a ogni udienza. Alla fine non veniva nemmeno il suo avvocato,  cosa che mi spiego solo ipotizzando problemi di onorari, tanto che il giudice a un certo punto, stanco di nominarle difensori lì per lì, minacciò di segnalarlo all’Ordine. Ma questo è successo dopo. All’inizio veniva, il suo avvocato, e cercava di rabbonire il mio con certi accenni alla sua assistita e alle sue incasinate cause pendenti che, devo dire, non mi commuovevano ma nemmeno mi irritavano. Questa causa l’ho portata avanti nello stesso modo in cui scrivo questo post: perché le storie devono avere uno svolgimento e una conclusione, è una questione di ordine mentale. Ma con un certo distacco. Del resto, dal momento in cui denunci una persona fino a quando arrivi a una sentenza passano anni. Se non si arrivasse al distacco, una starebbe poco bene.

All’epoca dei suoi primissimi post non l’avevo denunciata: avevo la causa contro Magdi Allam per la testa e speravo che la piantasse da sola. Poi, visto che invece di stancarsi si ringalluzziva per il mio silenzio e insisteva, non mi rimase altra scelta che cominciare a denunciarla. Ogni volta che mi insolentiva, stampavo il post e lo portavo alla Polizia Postale che, casualmente, era pure vicino a casa mia. Eccheddiavolo. Il risultato è che, a un certo punto, le cause contro di lei sono diventate più di una. Alcune mie denunce sono state unificate, altre no, ed è finita che i processi sono diventati due e io sono andata a testimoniare due volte davanti a due tribunali diversi. A Roma, tra un viaggio a Cuba e l’altro. Sono un tipo cocciuto, a modo mio, e non mi preoccupa stancarmi per un buon motivo. Una sentenza ce l’abbiamo, quindi, e l’altra arriverà.

Testimoniare su ‘ste cose è strano. Sali là sopra, davanti al giudice, giuri di dire la verità, parli in un microfono, ti senti un po’ un testimone di cose di mafia, come li hai visti in tv. Poi è una storia così complicata che fai fatica a riassumerla, ha mille diramazioni, hai la costante sensazione di non riuscire a trasmetterla. Ricordo che anche a scriverla ho sempre fatto la stessa fatica. Deve essere la storia che ho raccontato peggio.

Ho avuto un’avvocata – Silvia Tropea del Foro di Roma – rassicurante, oltre che brava. Io arrivavo lì disorientata, tra un viaggio intercontinentale e un secondo viaggio tra Genova e Roma, col treno all’alba e il fuso orario sballato e intanto la vita era andata avanti, avevo problemi freschi di giornata a cui pensare. A un certo punto del secondo processo, mia figlia stava addirittura divorziando; figurati la fatica di stare a concentrarmi sulla Valent. Silvia, oltre ad avere l’assoluto controllo della situazione, è ironica, è divertente, è buona, è una persona profondamente perbene. Ti sembra di avere accanto un trainer bonario che ti fa scivolare via lo stress. E’, quindi, esattamente la persona che vorresti avere al fianco in una cosa del genere. Grazie a internet, al blog e a Barbara (che non linko qui per non mischiarla a ‘ste cosacce) per avermela mandata. Da internet esce sempre il meglio o il peggio, le vie di mezzo sono rare.

Insomma: sono andata quando dovevo testimoniare, Silvia ha fatto il resto e poi è arrivata la sentenza. La Valent è stata condannata a un anno e mezzo di reclusione e al pagamento di ventimila euro di risarcimento danni.

Riporto qualche stralcio della sentenza:

“La persona offesa costituita parte civile [ovvero io] è apparsa assolutamente attendibile, siccome precisa e puntuale nella sua deposizione, nonché priva di particolare accanimento rancoroso nei confronti dell’imputata, nonostante le plurime denunce che ha riferito di essersi vista costretta a sporgere nei confronti della Valent per le esternazioni frequent di quest’ultima (cfr. deposizione in atti dell’agente operante che ha raccolto le denunce ed accertamenti svolti dall’ufficio del PM.)

[...]

Appare quindi indubbio che l’imputata debba andare dichiarata colpevole del reato ascrittole, senza che alla medesima possano concedersi le circostanze attenuanti generiche od i benefici, in ragione della particolare inclinazione dimostrata a commettere reati del genere di quello per cui si procede (vedi sentenza irrevocabile in atti del tribunale di Roma del 21 maggio 2008).

[...]

Visti gli artt. 533, 535 c.p.p., dichiara DACIA VALENT colpevole del reato ascrittole e, per l’effetto, la condanna alla pena di anni uno mesi sei di reclusione e della multa di Euro 800,00, oltre alle spese processuali,

visto l’art. 538 ss. c.p.p., condanna DACIA VALENT alla refusione di spese di costituzione di parte civile, in favore della stessa, che si liquidano in Euro 1.600,00, oltre oneri come per legge, nonché al risarcimento del danno nei confronti della stessa, che si liquida in via equitativa in Euro 20.000,00, oltre interessi e rivalutazione;

[...]

Che effetti pratici avrà questa sentenza? Mah. Per quanto riguarda la condanna alla reclusione, è improbabile ma ormai non impossibile: le sue condanne si accumulano da anni, non sono certo stata l’unica a denunciarla. Dovesse accumulare ancora altri anni di reclusione, la sua situazione finirebbe col farsi delicata e richiedere prudenza, credo.

Per quanto riguarda il risarcimento, invece, è noto a tutti che tra qualche anno – ormai nemmeno moltissimi – dovrebbe raggiungere la sua agognata pensione di europarlamentare. Se per allora saremo entrambe ancora vive, mi unirò alla fila dei suoi creditori, con cocciuta pazienza. Vedremo.

Come mi sento? Be’, sono stata contenta, ovviamente, ma non è che abbia avuto chissà quale trionfante sensazione di vittoria. Tutti quei post della Valent furono causati, in principio, dalla necessità di un “facimmo ammuina” che confondesse le acque per coprire il fatto che la Valent aveva mandato a Magdi Allam delle cose mie affinché le pubblicasse. In questo, lei ebbe l’appoggio pieno dei suoi due consapevoli sodali, Sherif el Sebaie e Miguel Martinez. La differenza tra lei e questi ultimi, è che loro furono più scaltri e prudenti e lei più irruenta e fuori controllo. Ma non è che gli uni siano moralmente migliori dell’altra. E’ solo che l’altra compie reati chiari e diretti, ecco.

Cosa ne è stato di tutta questa gente, a distanza di anni?

Magdi Allam, dopo anni di pellegrinaggi religiosi e di irrilevanza politica, è stato appena trombato alle elezioni europee. Il suo ex Corriere della Sera, nel fare la lista dei trombati eccellenti, si è addirittura scordato di mettere il suo nome accanto a quello degli altri. Cito testualmente, dal giornale che lo ha avuto come vicedirettore: “Tra i bocciati di queste elezioni ci sono anche altri nomi illustri, come quelli di Clemente Mastella, Paolo Guzzanti, Melania Rizzoli, e dell’ex portiere Giovanni Galli.” La foto di Allam è presente alla fine della galleria dei trombati, ma il suo nome non è tra gli illustri. Non credo che siano fieri di averlo avuto come vicedirettore, e mi piace pensare che il suo incidente con me non abbia giovato alla sua reputazione là dentro.

La Valent è semiscomparsa. Qualcuno mi dice che gioca a Farmville su Facebook, perlopiù. Qualunque obiettivo si prefiggesse, nel provocare scandaloni inutili, direi che lo ha mancato.

Sherif el Sebaie è sempre lì, rabbioso, che scrive cose del tipo che è bene condannare a morte i Fratelli Musulmani a centinaia alla volta, ché quello è il modo giusto di trattarli. Mi domando cosa ne pensino Piccardo e musulmani italiani vari. Quest’ultimo, anni fa, gli fece addirittura fare scrivere la prefazione a un suo libercolo da Franco Cardini. Suppongo che se ne sia assai pentito. Per il resto, Sherif non è mai riuscito a richiamare l’attenzione come avrebbe voluto. E, d’altronde, un Magdi Allam in questo paese c’è stato già, non ne serviva un secondo. Ah: non si fa più passare per “dott.”, almeno quello.

Miguel Martinez sta sempre lì appresso ai 5 per mille, come ai tempi della IADL. Stavolta si è impegolato in qualcosa di ecologico, a quanto pare. Sarà una reminiscenza del suo passato nella setta, quando convinceva la gente ad affiliarsi portandoli a vedere nidi di uccelli nei boschi. Dice ancora che trova interessanti gli scritti di Sebaie, contro ogni senso del ridicolo. Pensa a cosa si arriva, quando si hanno vergogne da coprirsi a vicenda.

E il mio ex di allora, Hamza? Qualche volta mi ha mandato dei saluti a cui non ho risposto, mi sembrano cose inutili. Qualche altra volta gli ho detto di mettere al suo posto gente, tipo Sherif o un tizio del Campo Antimperialista di cui non ricordo manco il nome, quando lo tiravano in ballo in polemiche con me, e lo ha fatto. Poi, qualche tempo fa mi ha chiesto se poteva fidarsi di un suo “fratello”, voleva sapere che posizione avesse preso costui ai tempi della nostra diatriba. Gli ho risposto qualcosa del tipo: “Ti dava torto, come era giusto e onesto fare visto che avevi torto. Quindi, sì, direi che puoi fidarti”.

Hamza mi deve della gratitudine per come ho protetto lui e i suoi cari quando c’è stato da farlo, e a prescindere dalle nostre differenze. Fossi stata una donna diversa, ne avrei fatto coriandoli e lo sa. Ma la gratitudine è un sentimento ingombrante che richiede spessore e intelligenza, due cose che in lui non abbondano. Il suo punto di forza è sempre stato un altro: un narcisismo patologico che genera un’energia tutta rivolta verso se stesso, e che è abbastanza forte da convogliare su di sé pure l’energia di chi gli sta accanto. Possiamo chiamarlo carisma, in qualche modo. Ti può attrarre anche se non lo stimi. Se avesse avuto più spessore e intelligenza, del resto, tutto quel casino non sarebbe successo. Mi dicono che, in pubblico, ancora gli capita di dipingermi come una strega cattiva. Si vede che gli è utile, nel senso ampio del termine. Accettare che una possa essere migliore di lui deve essere complicato, per chi si crea un’identità da leader spiritual-politico e qualche volta vuole crederci pure.

In generale, tra protagonisti e comparse, posso ancora ribadire, a distanza di anni, che in questo mondicello attorno all’islam italiano ho incontrato quella che è, in assoluto, la peggiore gente che io abbia mai conosciuto in tutta la mia esistenza. Un ventaglio di personaggi con un ventaglio di storture che avevano la follia a un estremo e la delinquenza nell’altro estremo. E tutte le sfumature dell’una e dell’altra nel mezzo. Mai incontrata una così alta concentrazione di persone spaventose in un unico ambiente. Mai, proprio mai nella vita. E non ho vissuto poco.

Questa consapevolezza è ciò che veramente mi rimane di tutta quella vicenda. E’ interessante ed è utile dal punto di vista esistenziale, dell’esperienza, della conoscenza del mondo. Tornassi indietro, non ci rinuncerei. E’ stata però molto dolorosa dal punto di vista politico e, più in generale, delle cose in cui credo. Il maltrattamento brutale di una passione che era grande. Razionalmente, e anche affettivamente, continuo a credere nelle cose in cui credevo allora. Il mio senso della giustizia non è cambiato, la mia vicinanza e il mio interesse per le parti aggredite del mondo sono intatti. So distinguere tra le persone e i principii.

Ma l’irrimediabile, inutile bruttezza che gravita attorno a cause che meriterebbero difensori migliori rimane lì, ed esserne consapevoli ha un costo, per quanto riguarda l’intensità con cui si vivono le cose e la speranza che possano cambiare.

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Verso L’Avana, inciampando in Varadero

Continuo ad andare verso Occidente, con calma. Sto comunque lavorando, non c’è bisogno che mi scapicolli per arrivare all’Avana. Trascorro a Camagüey altri due giorni assolutamente analoghi a quelli dell’andata, con l’unica differenza che la gente si ricorda di me e mi saluta, nei locali in cui ritorno. Da qui all’Avana è ancora lunga, devo spezzare il viaggio e decidere dove fare la prossima tappa. Però è quasi un mese che viaggio e la mia curiosità comincia a essere sazia, non immagino una nuova meta che mi possa stupire. Mi succede ogni volta, a Cuba: dopo un po’ mi stanco, mi si esaurisce il desiderio di fare e di vedere. Probabilmente soffro le isole, alla lunga.

Camagüey si riscatta quando passo davanti a un centro culturale e decido di finire lì la mia serata. C’è una donna che canta accompagnata da una ragazza al piano. Il repertorio non è banale, percorre la storia musicale di Cuba. Ed è intervallato dalla lettura di poesie di Nicolás Guillén, importante poeta cubano che non conosco quanto dovrei e ne approfitto per colmare lacune. Fino a quando la cantante non si accorge di me, apprende che sono italiana e si mette in testa di farmi cantare a tutti i costi le canzoni di Laura Pausini, costringendomi alla fuga.

La mattina dopo vado alla stazione dei bus con le idee poco chiare, intenzionata a prendere il primo mezzo verso Occidente. Che risulterà essere diretto a Varadero.

“No quiero ir en su carro a Varadero” (interessante canzone dedicata alle italiane che pagano gli uomini a Cuba)

Varadero è la perla del turismo di Cuba. Ma siccome qui siamo snob, in anno e mezzo che frequento l’Isola non ci avevo mai messo piede, benché sia a 150 km scarsi dall’Avana. I fatti dimostreranno che non sbagliavo a starne lontana.

Il posto in sé è una lunghissima striscia di terra che, per quello che ci interessa, è fatta da un’interminabile strada principale attraversata da un centinaio di strade piccole. Parallela alla stradona lunga c’è la spiaggia.

Chi dice che la spiaggia di Varadero sia la più bella del mondo non deve averne viste molte: è una spiaggia lunghissima, di sabbia chiara, con le sue brave palme e un mare indiscutibilmente molto bello, ma dovrebbe essere più curata, specie attorno ai bar dove spiace vedere mozziconi e bicchieri di plastica abbandonati. E dietro c’è questa stradona, come dicevo. Che vuol dire che ogni cosa è a molti isolati dall’altra, e se un bancomat non funziona devi andare a quello dopo, che è al capo opposto della stradona, 40 o 50 isolati in più in là. E il posto dove si mangia decentemente è a venti isolati, internet è a trenta isolati tornando indietro e così via. Lungo la stradona, un susseguirsi di taxi e coco-taxi che ti sparano tariffe fuori dal mondo e da qualsiasi mercato, cubano o europeo che sia, e che dipendono solo dall’umore del tassista. Per lo stesso percorso ti possono chiedere un dollaro o cinque, e con tutta l’arroganza di chi è abituato a masticare turisti tutti i giorni. Mentre tu scarpini sotto al sole cocente e, pur di non avere a che fare con ‘sti tizi arroganti, ti fai venire le vesciche ai piedi, in pieno scontro tra la loro cocciutaggine e la tua. Per una come me, Varadero è la raffigurazione dell’inferno.

Né le avventure del mio arrivo contribuiscono a rendermi ben disposta verso il luogo. Perché arrivo di sera tardi, quando le casas particulares sono buie e sprangate, e decido di andare in albergo. All’hotel de cuyo nombre no quiero acordarme (ma lo farò per Tripadvisor, ‘sta cosa grida vendetta) la signora della reception mi dice che certo che c’è posto. Poi mi guarda e mi fa: “Ma perché non va in una casa particular, le conviene, ne conosco una qui vicino”. Il punto è che i cubani prendono una commissione, quando ti portano in una casa particular, mentre l’albergo è statale e lei non guadagna niente se mi fermo lì. Ed è sera tardi, sono stanca, non mi fido della sua casa particular e voglio andare a dormire, quindi insisto per prendere la stanza in albergo. E lei mi guarda e fa: “Oh, avevo sbagliato, qui non c’è posto!” Da prenderla a schiaffi. Ma intanto si è fatta l’una di notte passata e devo cedere. Finisco in ‘sta casa del cavolo che abbandono la mattina dopo, ma intanto sto già tirando giù tutte le madonne possibili.

Io di Varadero ho capito una cosa: è un posto che ha senso se te lo vivi da dentro un resort e uscendone il meno possibile ché, tanto, non è che fuori ci sia molto da vedere. Dal resort sfrutti la spiaggia al suo meglio, hai tutto a portata di mano, sei in una bolla che ti permette di isolarti dai cacciatori di turisti, non devi negoziare anche per respirare l’aria e quindi alla fine ti conviene pure economicamente, ché da viaggiatore indipendente spendi comunque cifre senza senso e per giunta ti incazzi. Infine, cosa da non sottovalutare, se te ne stai in un resort i tuoi soldi finiscono allo Stato cubano, che di sicuro li spenderà meglio degli avvoltoi in cui incappi altrimenti.

Sono rimasta lì due giorni, ho collezionato decine di aneddoti di cui voglio solo scordarmi e infine sono fuggita. Venendo da Varadero, quando finalmente arrivi all’Avana ti viene voglia di inginocchiarti e baciare il suolo. Mai più. Sarà sicuramente un posto bellissimo per la maggioranza dei turisti, ma io non sono fatta per questi luoghi. Delle cose che amo di Cuba, lì c’è pochissimo, e in compenso c’è parecchio di ciò che proprio non mi piace. Chi mi somiglia vada a Baracoa, che è meglio.

(Niente foto, non c’era niente che mi ispirasse)

 

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Di nuovo a Las Tunas

E poi sono tornata a Las Tunas che, senti, ha un suo perché. E’ piccolina, rurale e tranquilla e tuttavia ha l’unico internet cafè vero che io abbia visto a Cuba, aperto fino alle 11,30 di sera e con una linea degna di questo nome mentre a Santiago, per dire, ti colleghi da due Etecsa in croce, dopo una lunga fila, e solo fino alle sette di sera. Misteri di Cuba.

E poi se magna, a Las Tunas. Benedetti italiani, la loro esistenza non è vana.
Lo so che a Cuba parlo sempre di cibo, ma che posso farci. Io sono stata in tanti posti, nella mia vita, ma le difficoltà che ho col cibo qui non le avevo mai avute. Se non, forse, quando vivevo nella provincia inglese, a 14 anni, e pure lì rimanevo a fissare il soffitto, certe notti, e a ricordare il sapore del cibo vero. A parte quel remoto ricordo, non ricordo di essermi mai aggirata affamata per l’Egitto, o per qualsiasi altro posto, vagheggiando una cucina a me affine. Che diavolo. A Cuba, invece, mi succede. A me il riso e fagioli non piace. E’ un diritto umano, che non piaccia il riso e fagioli. Io, se posso mangiare da connazionali capaci, mentre sono a Cuba, e sfuggire alla dittatura del fagiolino strabollito, sono più contenta. Tanto vale farsene una ragione.

Al ristorante dove finisco stasera, gli italiani davanti a me sono un tale sulla quarantina, tamarramente belloccio, coi capelli alle spalle e una maglietta col coniglietto di Playboy e sotto la scritta “Miami”. Sì, proprio Miami. Poi c’è un ragazzotto con più basette che lumi: le due cose sono visibili. Spero per lui che sia almeno innamorato di qualcuna, giovane com’è. E infine c’è un panzone forse lombardo, abbronzatissimo, in calzoni corti e canotta, pieno di braccialetti colorati, sulla sessantina. E’ un po’ sbronzo, molto rumoroso, ed è accompagnato da una mulatta che avrà vent’anni e che cerca di mantenerlo nei limiti delle buone maniere. Lui chiede spaghetti al pesto (“Ma che sia un piatto come si deve, non come l’altra volta che mi avete dato un assaggio!”) e, tra una forchettata e l’altra della sua montagna di pasta, schiocca grossi baci alla mulatta. Ah, l’ammore.

Rifletto sul fatto che anche i conquistadores spagnoli erano, in linea di massima, dei poveracci, eppure una loro funzione culturale l’hanno svolta, che ci piaccia o no. Questi italiani nostri non portano una lingua e una cultura ma almeno du’ maccheroni li portano. Ci accontentiamo.

La piazza principale di Las Tunas ospita, tra le altre cose, un grande cinema-teatro la cui programmazione, come sempre a Cuba, ha un suo spessore culturale. Questa settimana è stata dedicata a Humberto Solás, con film e dibattiti.

Questo è un limite curioso del libro di Millar: non menziona, mai, l’offerta culturale di questo paese, che pure è una delle cose che non possono non sorprendere chi viene dall’estero. Per quanto l’autore sia acuto e preparato, la sua Cuba è fatta di jineteros, poveri di ogni risma, l’umanità in cui più facilmente incappano i forestieri, per quanto – anzi, a maggior ragione – cerchino di entrare in contatto con la cosiddetta “vera Cuba”, ammesso che il “vero + paese a caso” esista. Ne deriva una visione dell’isola che, certo, è sincera, ma è anche lacunosa e distorta. Del resto: 1) con uno straniero di passaggio, ovunque nel mondo, è più facile che ci chiacchieri uno sfaccendato che un professore universitario o un medico, per dire; 2) certe cose – un cinema, banalmente – le cerchi se conosci bene la lingua. Altrimenti è difficile uscire dai bar; 3) l’occhio umano è fatto per vedere ciò che vuole vedere, il cervello è pigro e cerca più conferme che sorprese. Se la tua idea di Cuba è quella di un paese povero e hai poco tempo per esplorarla, parlerai con la gente delle sue difficoltà economiche e non ti verrà nemmeno in mente di guardare le programmazioni dei teatri e l’affluenza ai dibattiti culturali. Cose che però, a loro volta, sono “vera Cuba”.

E’ sabato e le molte strade pedonali della città si preparano a una serata di festa, con decorazioni, tavolini colmi di dispensatori di birra, orchestrine e cantanti e tavoli con sopra dei maiali tutti interi arrostiti, con coda pelosa e tutto. Tra un po’ si balla.

Passo davanti alla casa-museo dedicata al cittadino più illustre di Las Tunas, Vicente García, e entro. Costui era un vecchio generale mambí, che è come a Cuba chiamano i loro partigiani che, nell’Ottocento, combatterono contro la Spagna per l’indipendenza dell’isola. Come altri generali dell’epoca, era un terratenente di ottima famiglia creola, discendente da spagnoli ma ormai cubana, con i suoi allevamenti, la sua casa padronale, i suoi schiavi. E, come gli altri generali, combattè una guerra che avrebbe portato non all’indipendenza (non ancora) ma comunque alla liberazione degli schiavi e, anche, alla messa a ferro e fuoco di buona parte dell’isola, letteralmente trasformata in terra bruciata per non lasciare agli spagnoli nulla da possedere. Vicente García diede fuoco a Las Tunas partendo dalla sua stessa casa, e quella che visito ne è la ricostruzione. Dell’edificio originale rimangono qualche trave ancora mezzo bruciata e le colonne, ristrutturate. Quella generazione di mambises venne sconfitta, tuttavia, e Vicente García partì per l’esilio, destinazione Venezuela. Lì, i vendicativi spagnoli lo assassinarono riempiendogli la sua verdura preferita di schegge di vetro che gli causarono una peritonite. Ci vuole della fantasia.

La mia guida, una bella signora che racconta le cose con molta passione, mi mostra i ritratti di lui e della moglie e di altre signore molto attive nella lotta. “Certo che in tutte le vostre rivoluzioni c’è una presenza femminile importante”, commento io. E lei: “Senza dubbio! Pensi che Donna Beatriz, la moglie, venne chiusa in casa dagli spagnoli senza cibo né acqua per farle confessare dove fosse il marito, e lei vide morire di inedia i suoi due figli più piccoli ma non parlò”. So’ cocciuti, i cubani.

Mi spiega che il museo funziona soprattutto per i ragazzini delle scuole. Di turisti, qui, ne circolano pochi, e quei pochi difficilmente vanno al museo. C’è una sala dove tengono conferenze e, il terzo mercoledì di ogni mese, si riuniscono a bere la cachánchara, la bevanda a base di acquavite preferita dai mambises. Mi pare un’iniziativa lodevolissima. Ogni 26 di settembre, poi, festeggiano l’incendio della città fingendo di darle fuoco di nuovo, con falò e gente a cavallo. Dove diavolo ero, io, lo scorso 26 settembre, che mi sono persa tutto ciò?

Las Tunas mi pare, per quanto piccina e sperduta, meglio amministrata di altre città assai più blasonate. Io ci sto bene e mi metto a pensare che sarebbe bello fermarmi qui, quando sono a Cuba, se solo non fosse così lontana dall’Avana e dalle cose che devo fare per forza lì. Poi, però, arriva la notte delle elezioni europee e mi ritrovo a sentirmi sola e raminga. Perché, come dicevo, qui è pieno di italiani.

Notte di elezioni a Las Tunas

Il fuso orario fa coincidere i risultati elettorali con la locale ora di cena. Io, che li ho appena visti su internet, porto la notizia al ristorante del tizio italiano. Gli altri connazionali presenti si girano verso di me, io ripeto i risultati e vedo facce deluse ovunque. Quelli del tavolo più vicino mi fanno: “Vabbe’, sai che ti dico? Io mangio lo stesso.” “Che siete, grillini?”, chiedo io. Loro tergiversano, evitano di rispondere. Soliti vecchi con solita mulatta d’ordinanza. Davanti alle loro laide facce incazzate, mi sorprendo renziana per la prima volta in vita mia. Quello su cui mi affaccio è un baratro antropologico, molto prima che politico.

Quando si alzano per andare via, uno dei due zoppica e mi spiega: “Sono caduto dalla moto l’altro giorno.” Gli rispondo col sorriso più dolce che ho: “Alla sua età bisogna riguardarsi”.

Sarà per masochismo, sarà perché in fondo davvero mi piacerebbe commentare i risultati elettorali con qualche connazionale, faccio un giro davanti al Cadillac che è pieno di gente. Mentre ordino al bancone, arriva uno che urla al barista “Due caffè!”, come se fosse a Milano. Il barista gli dice di aspettare il suo turno, che diamine. Io, in segno di solidarietà, gli chiedo: “Ma qui come li sopportate, questi connazionali miei?” e lui: “No es fácil”.

Mi guardo attorno. Vecchi tinti di biondo, vecchi pieni di collanine, una ragazza che fa sconciamente saettare la lingua davanti all’italiano seduto con lei e lui sorride, beota. E, accanto, famiglie locali, gente normale, senza che ci sia una divisione tra i laidi e quelli che non lo sono. Siamo tutti lì, uno vicino all’altro. E io che volevo parlare di elezioni europee.

Il barista mi ripete quello che dicono tutti, che gli italiani (e solo loro: non c’è uno straccio di nessun altro straniero) vengono qui perché costa poco. “Stanno una giornata intera con un caffè”. E’ vero, noto che quasi nessuno di loro beve alcolici. Ma è un’ingenuità dei cubani pensare che sia per risparmiare, in un posto dove un añejo 7 años costa 90 centesimi di dollaro. Più semplicemente, questa è gente che deve scegliere tra l’alcool e le donne, se vuole concludere la serata, per quanto viagra abbia dietro. E’ un problema tecnico. E via col caffè, un caffè per ogni italiano presente, a mezzanotte.

No, non sono poeti: a Santiago sono caduta vittima di un miraggio. Oppure è un’altra razza rispetto agli italiani incontrati lì, questi non tirano la sfoglia nei sottoscala. Questi sono solo brutti, ma di una bruttezza che mi sanguinano gli occhi se continuo a guardarli. Che diavolo ci faccio qui.

“Posso farle una domanda?”, chiedo al barista. “Certo!” Ha una quarantina d’anni, una bella faccia da persona normale. “Lei se lo ricorda, come era qui prima che succedesse questo?” Non ho bisogno di specificare cosa. “Sì che me lo ricordo. Io ho vissuto una gioventù da re, rispetto ai ragazzi di adesso. Io uscivo la sera e con 50 pesos in tasca ero un re”. “Yo era un rey”, ripete, e guarda altrove. Io mi sento una merda, invece, e vado a casa pensando che domani vado via, ché di vecchi tinti di biondo che parlano di figa nella mia lingua non ne voglio più vedere. Dio, sii clemente, abbattici tutti con un fulmine.

 

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Ay, Santiago

Santiago mi porta sfiga, è un dato di fatto. Se all’andata ero stata azzoppata da un ragno, stavolta mi si rompe addirittura lo schermo del netbook. Non so come sia stata possibile, non ricordo assolutamente che abbia preso colpi: in tutti gli spostamenti, è sempre stato nello zainetto, infilato a forza tra la felpa e il prezioso accappatoio in microfibra. Eppure, maledizione, lo apro e guarda qua cosa scopro. Mi sento male.

In qualunque altro paese, dopo avere bestemmiato andrei al negozio più vicino e comprerei un netbook nuovo. A Cuba, dire che non è così semplice è un eufemismo. Due terzi dello schermo sono ancora in salvo, comunque: se la situazione non peggiora, posso arrangiarmi e lavorare comunque. Se il disastro si espande, invece, sono nei guai: come diamine lavoro, senza computer? Che abbattimento, santo cielo. Me ne vado a passeggio, meglio che non ci pensi.

In un vicolo sgarrupato mi imbatto nell’improbabile insegna “Trattoria Toscana”. Svetta su una casa che è ancora più sgarrupata del vicolo, e su una parete c’è scritto a mano: “Da Tonino”. Il suddetto Tonino deve essere il signore in mezzo alla strada, con una sporta della spesa in mano, che discute in italo-spagnolo con una vicina. “Lei è Tonino”, gli comunico dimostrandogli il mio infallibile acume. E’ un sessantenne ben tenuto, con dei begli occhi azzurri. Mi ricorda SMP, gli somiglia molto. Nuova acuta constatazione: “E da lei si cena”. Ma è che dovreste vedere la casa, è un miracolo che stia in piedi. Forse gliel’ho detto perché non riuscivo davvero a crederci. Mi fa strada attraverso un cucinotto buio, mentre mi spiega che “Trattoria, lei lo sa perché è italiana, indica un luogo alla buona!”, quindi mi introduce con ampio gesto in uno stanzino. Non è un modo da dire: è proprio uno stanzino, non ha finestre. Pure mal messo. Dentro ci stanno, molto stretti, tre tavolini. E questo è quanto, lì si cena. Arriva un altro cliente, pochi minuti dopo, pure lui italiano sulla sessantina, e già sembriamo una folla, tutti dentro lo stanzino sgarrupato e semibuio come carbonari del maccherone. Sui tavoli, dei terrificanti sottopiatti di plastica con dei paesaggi cubani lisi dal tempo.

“Ho le tagliatelle e le pappardelle fatte in casa, poi ho la pasta Barilla e quella Agnesi, ah, e poi rimangono degli gnocchi che ho fatto ieri. Di sughi ho fatto quello di coniglio e il ragù toscano, non so se avete presente, col manzo e il maiale. Io vi consiglio quello, mi è venuto meglio. Intanto vi porto l’antipasto: c’è il formaggio che faccio io, una specie di prosciutto che pure faccio in casa, che non è proprio prosciutto perché qui è troppo umido, ma è ‘bbono, poi bla…bla…” e va avanti a spiegare che l’olio è extravergine perché lo piglia non so dove, le acciughe pure e via enumerando leccornie. Costui è l’autarchia fatta uomo, sono impressionata. Intanto chiama: “Katiusha! Katiusha! Oh che non vieni? C’è gente!” E Katiusha arriva.

E’ un’imponente sventola nerissima di una ventina d’anni, Katiusha, con le extensions nere e bionde lunghe fino al culo e gli occhioni a mandorla, ed è con tutta evidenza la ragione, non peregrina, per cui ‘sto tizio sta qua a farsi il prosciutto in un vicolo di Cuba, col suo stanzino.

Arrivano bruschette con l’olio ‘bbono, arrivano queste sontuose tagliatelle al ragù, arriva l’assaggio di “una ricotta che ho fatto stamattina” ed è ottima. E intanto parlano, lui e l’altro cliente, e il discorso cade su un altro italiano che preoccupa molto entrambi. “Lui gli ha comprato la casa, alla tizia, e lei un’ora dopo lo ha buttato fuori. Non è arrivato nemmeno a passarci una notte, nella casa!” “Nooooo! Ma che idiota, ma come si fa? Non impara mai, non c’è rimedio!”

E mentre osservo, ascolto aneddoti e mi faccio un mare di affari altrui, penso che forse sono ingiusta nel giudicare questi miei connazionali di Cuba. Perché queste legioni di quarantenni, cinquantenni, sessantenni e oltre, che vengono qui a immolarsi sull’altare della figa, forse sono dei poeti.

Quanto deve essere importante, per loro, l’esistenza di tutte ‘ste Katiusha, per farli stare qua a crearsi queste piccole Italie in un paese dove riuscirci è tanto complicato? Non è facile, Cuba. Proprio no. Né come burocrazia, né come opportunità, né come possibilità di integrazione, né come comunicazioni, da nessun punto di vista. Questi italiani di lungo corso fanno dei sacrifici veri, non sono finiti nell’Eden. Quanto diavolo gli devono piacere, le donne, perché ne valga la pena? Quanto li rendono felici? Ma sì, so’ dei poeti, a modo loro. Che gli vuoi dire.

Gli italiani che incroci in Egitto sono un’altra razza, completamente: gente di un livello culturale e intellettuale infinitamente superiore a quelli di qui, di solito. Gente che studia, che è lì per un interesse autentico. Questi sono molto più semplici e molto più tamarri e soprattutto, nel loro affamato cinismo, in qualche modo sono dei candidi. Provo della simpatia, mentre mi coinvolgono nella loro analisi dell’amico assente e mi spiegano, preoccupati, che quello si rovina, se continua così. A me non sembrano messi benissimo neppure loro, ma annuisco e mangio le tagliatelle fatte a mano. Questo stanzino è l’esatta riproduzione del mio paese, dalle miserie alle grandezze. Questi sono i miei connazionali ridotti all’essenza. Pago il conto volendogli del bene.

Sulla via del ritorno, sono distratta. E poi ho questa mania di camminare giù dal marciapiede. Un furgoncino mi evita per un soffio. Il conducente mi rimprovera con un assai pittoresco: “¡Mamita! ¡Cuídate pa’ llega’ a mañana!”

Mañana ci ho un altro bus, devo arrivarci per forza.

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Di nuovo a Santiago

Dopo lunga osservazione, capisco come si prende un taxi a Santiago: si fa un cenno ai motociclisti che sfrecciano con un casco di riserva appeso al manubrio. La moto si ferma, tu indossi ‘sto casco che è più da fantino che da motociclista, monti attenta a non scottarti col tubo di scappamento e via. Dopo i coco-taxi, i bici-taxi, gli asino-taxi, a Santiago tocca ai moto-taxi. Perché la città è piena di salite e discese e senza un motore non si va lontano.

Gli stranieri a Cuba si dividono tra quelli innamorati del cosiddetto Oriente (faccio una certa fatica, ad abituarmi a questo nome in mezzo ai Caraibi) e quelli che invece preferiscono L’Avana. Io faccio parte della prima categoria, ormai l’ho capito. L’importante è che non debba spiegare perché, visto che non mi è affatto chiaro. Perché la gente è più spiritosa, forse. Perché le fatiche sembrano meno faticose, quando la gente è più spiritosa. Perché sono terrona, e loro pure.

Paragonare Santiago all’Avana sarebbe un errore, comunque. Di quelli che ti impediscono di capire una città. Santiago non è in competizione perché possiede molto di meno in termini di comfort, tecnologia e modernità (oddio, tecnologia, prendete il termine per quello che vale) e molto di più in termini di capacità di intrigarti. Conoscerla, è già un concetto più ambizioso.

Torno alla casa particular dove ero stata all’andata e mi fanno un sacco di feste, e come va il piede? Sei guarita dalla puntura di ragno? L’altro ospite è un prof francese della Réunion che starà qui qualche mese a imparare a suonare le percussioni, in aspettativa dalla scuola. Perché le percussioni alla Réunion seguono un ritmo diverso (6×8, e mi fa una dimostrazione sul tavolo) rispetto a come si suonano a Cuba (4×4, altra dimostrazione) e alla Réunion sono più vicini alla tradizione africana mentre qui sono più autoctoni, mi spiega, e ci inoltriamo in una pensosa analisi dei giri che fanno le musiche e i popoli attorno al mondo e avanti e indietro nel tempo, dall’Africa al jazz degli Stati Uniti e ritorno, passando per il flamenco via India e non la finiamo più di parlare, mentre il rum si fa sentire e il giorno dopo avrò un mal di testa di quelli che vuoi morire. Basta rum, basta.

Il mio mal di testa me lo porto al Moncada, uno dei luoghi più simbolici della storia di questo paese. Il Moncada è un’ex caserma militare, nonché il posto dove tutto andò male quando Fidel, Raúl e un gruppo di uomini con loro cercarono di attaccarla, agli albori di quella che poi sarebbe diventata la rivoluzione cubana. Quella volta alcuni si persero, altri sbagliarono e, nella confusione, i militari riuscirano a sopraffare i guerriglieri, trucidandone molti e arrestandone alcuni, tra cui i fratelli Castro. Nel processo che seguì, Fidel, che era avvocato, si difese da solo. La sua arringa, poi pubblicata col titolo “La Storia mi assolverà”, possiede una forza che turba ancora oggi. Ma, tra i due fratelli, quello che davvero mi colpisce mentre percorro le sale del piccolo museo e guardo le fotografie e le prime pagine dei giornali dell’epoca, è Raúl. Era un bambino, cielo santo. Giovanissimo, esile. Eppure, il suo fu il gruppo che ebbe più successo nell’attacco. Guardo la foto di questo biondino che pare troppo giovane persino per avere una donna, figuriamoci per attaccare le caserme. Eppure.

Tolte le tre salette del museo, il resto della caserma venne trasformato in comprensorio scolastico alla fine della rivoluzione. Al posto dei soldati, centinaia di bambini e di ragazzini, dalle elementari alle superiori. Passo davanti alle classi, che hanno le finestre spalancate, e guardo le lezioni. L’impressione è ottima. Tutto è pulitissimo, ben tenuto, ci sono cartelloni e disegni alle pareti, ascolto i bimbi che rispondono in coro alle domande di ortografia (i perpetui problemi dell’ortografia spagnola, le stesse cose che insegno io) e che sembrano divertirsi, molto partecipativi, e c’è un enorme campo sportivo dove un tempo si allenavano i soldati ed è pieno di queste pulci che fanno ginnastica, e sono di ogni colore possibile: biondini, brunetti, mulatti, nerissimi, tutti allegramente mischiati, tutti nella loro divisa impeccabile e uguale per tutti, come uguale per tutti è la scuola.

Io non vorrei sembrare ideologicamente condizionata. Non credo nemmeno di esserlo, al di là di una mia generica collocazione a sinistra. Ma ho girato per buona parte del Centro America solo qualche mese fa e sarei cieca, idiota o in malafede se non vedessi la differenza. Dal Chiapas al Guatemala, dall’Honduras al Salvador e, anche se in misura minore, fino in Nicaragua, quello che vedi sono bambini che lavorano o che chiedono l’elemosina. Li vedi con la zappa in spalla, in Chiapas, diretti verso il campo, e avranno quattro o cinque anni. Minuscoli. Li vedi laceri, che si avventano sui bus turistici e chi lava i vetri, chi lucida le fiancate, chi prende le valigie, chi lustra le scarpe agli autisti. Li vedi sporchi, col moccio al naso, la mano tesa, e non vuoi nemmeno chiederti cosa ne sarà di loro. E li vedi vivere come possono all’interno di società violentissime, senza altro diritto o protezione che quello che gli può dare, a fatica, chi li ha messi al mondo.

Poi arrivi a Cuba e i bambini non lavorano, non chiedono l’elemosina, non fanno nulla di tutto questo: vanno semplicemente a scuola tutti quanti, lindi e pinti, con le loro belle divise, e sono protetti e tutelati dallo Stato, oltre che dalla mamma. E, quando non sono a scuola, sono a giocare. Hanno diritti. E se si ammalano vengono curati. Io ancora ricordo il prezzo spaventoso di un farmaco che dovetti comprare in Guatemala, e il farmacista che mi spiegava che i poveri, là, semplicemente restavano senza. I bambini che osservo adesso sprizzano salute, sono di un altro pianeta.

Se non si vede questo, quando si arriva a Cuba, si è ciechi. O si è, e per davvero, ideologicamente condizionati. L’evidenza deve avere un valore, e questa è evidenza. Pura, indiscutibile evidenza. Poi possiamo discutere fino all’anno prossimo dei difetti di Cuba, certo che sì. Ma partendo da questa indiscutibile realtà, per cortesia.

Rimango parecchio a sbirciare le lezioni altrui: vorrei avere il coraggio di entrare, presentarmi come prof straniera e chiedere di assistere da dentro, ma non oso. Ho nostalgia della scuola, intanto. Poi i bimbi cominciano a uscire e io li guardo per un po’ – vorrei fotografarli perché sono bellissimi, poi lascio perdere perché il mondo è brutto e non è più tempo di fotografare bambini – e infine fermo l’ennesima motoretta, monto su e vado. Con in mente ancora tutti questi colori, colori di pelle, colori di capelli, colori dei mille nastri nei capelli delle bambine. Tu pensa: avere il potere di trasformare le caserme in scuole, che bello che deve essere. Che soddisfazione. Sulla moto, penso che Cuba l’ha vissuto assai intensamente, la sua storia, e un po’ di questa intensità me la sento addosso pure io.

Il ragazzo che guida la moto è più prosaico, invece, e vuole sapere se in Italia c’è lavoro per un cubano. Guarda che l’Italia è piena di razzismo, gli dico. Se proprio vuoi andare a lavorare in Europa vattene in Spagna, rifletto. Almeno parli la lingua ed è tutto più facile. Ma la Spagna è in crisi, dice lui. Eh, sapessi l’Italia, dico io.

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Ma quanto piove a Baracoa

Piove parecchio. Assai. Dicono che sia la città più piovosa di tutta Cuba. Oltre che la più isolata e la più affascinante. Non hanno torto.

E’ effettivamente diversa, Baracoa, anche se non è facile spiegare in cosa. Ha una sua dolcezza e una sua eleganza. Lo percepisci nel cibo, per prima cosa. La cucina cubana tende a essere, come non mi stanco di ripetere, brutale. Serve a nutrire, con poche storie. E’ fatta di pochi piatti, a quanto pare bilanciati dal punto di vista nutritivo – lo dico perché i cubani sono, in media, in evidente splendida forma – ma tristemente monosapore e senza nessuna concessione alla fantasia, come se qui non ci fosse tempo da perdere in simili mollezze. I messicani, per dire, con un avocado, un po’ di pomodoro e cipolla e una spruzzata di lime si sono inventati il guacamole. I cubani, più sbrigativi, ti mettono un avocado a pezzi nel piatto, accanto ci mettono del cavolo a fette e più in là, se rimane spazio, ci fanno stare due fagiolini bolliti. A Baracoa, invece, con i loro ingredienti si sono sbizzarriti di più. Condiscono il pesce e i crostacei con una salsa al latte di cocco che è francamente buona. Fanno una polentina che si chiama bacán, a base di banane verdi e cocco, arrostita nelle foglie di banana, che per me è un po’ amara ma che, santo cielo, è un piatto tipico, locale, in un paese in cui la cucina tipica tende a riassumersi nel riso e fagioli onnipresente in tutti i Caraibi. Hanno delle zuppe insolite, originali. E hanno i loro dolci, tra cui impera il cucurucho che è a base di cocco e frutta secca, da quello che ho capito assaggiandolo, e che è dolcissimo che non vai oltre il secondo cucchiaio ma buono. E il cioccolato, in questa terra di coltivatori di cacao, e te lo danno in tazza la mattina per colazione, caldo e spesso al punto giusto. Alla Casa del Cacao ci aggiungono pure il rum, e ci sta benone. Per quale motivo, mi domando, la stessa salsa, le stesse aggraziate creazioni culinarie non si espandono oltre i confini di Baracoa? Ecchennesò, è un mistero.

La cittadina è fatta di casette basse, molte di legno, coloniali. C’è una chiesa, al centro della piazza, che dalla fondazione della città, nel 1511, fino a oggi, è stata ricostruita un’infinità di volte e la si vede nuova, ma ospita una croce che pare sia stata piantata da Colombo in persona. Trovo la chiesa chiusa per due giorni di fila e poi finalmente un sabato sera ci passo davanti mentre c’è la messa. Mi infilo dentro, veloce, e aspetto la fine della funzione prima di fare la turista. C’è parecchia gente, un bel gruppo di ragazze che cantano, dei deliziosi chierichetti mulatti e ricci con le loro tonache bianche. Sgattaiolo verso la famosa croce, ne ammiro gli attestati di autenticità ottenuti presso laboratori europei che hanno calcolato l’antichità del legno, contemplo la bandiera vaticana accanto all’altare. A Cuba ho visto chiese di tutti i tipi, oltre a quelle cattoliche. Quacchere, pentecostali, pure una grossa sinagoga all’Avana, e so che ci sono diversi centri di preghiera per i musulmani. Chi accusa l’isola di ostacolare la libertà di culto è poco aggiornato, come quelli che credono che qui stiano ancora a discriminare gli omosessuali. Sono cambiati i tempi, da parecchio. All’uscita dalla chiesa il parroco, ancora molto elegante coi suoi paramenti e alto, statuario, mi saluta e, da padrone di casa, mi porge la mano. Encantada.

Un paio di giorni dopo, al bancone del bar dell’Hotel Habanera – dove hanno addirittura il wifi o, meglio, lo avrebbero se solo funzionasse – la barista mi chiede di dove sono e poi mi fa: “Ma in Italia ci sono le chiese?”La guardo a bocca aperta: “Be’, sì, abbiamo il Vaticano, hai presente il Papa?” Lei scaccia l’idea del Papa con un gesto e mi chiede delle chiese pentecostali, le uniche che evidentemente ritiene tali. “Be’, di quelle ne abbiamo di meno”, ammetto. “No, perché io ho un cugino che vorrebbe una moglie europea”, mi spiega. “Non per andare all’estero, ma per stare qui con lei. Però lui è molto cristiano, quindi la vuole cristiana”. Ma tu pensa, due preghiere e trovo marito. Non sarebbe manco la prima volta. “E tuo cugino cosa ha da offrire?”, chiedo. Mi guarda, un po’ offesa per il sorriso che non riesco a trattenere, e non risponde. Pensandoci, forse il suo silenzio è un gesto di riguardo verso il comune senso del pudore, cristiano o meno che sia ‘sto cugino.

Che cerchino moglie o meno, gli uomini di Baracoa – ma un po’ di tutto l’Oriente cubano – dispensano bacetti e complimenti vari con grande prodigalità e assoluto buon umore. Il politicamente corretto qui non ha fatto breccia. Né li trattiene il fatto che io sarei una signora, ormai, mica una giovincella. Ridendo e scherzando (molto di entrambi) ho superato i cinquanta anni, come qui non mi stanco di ripetere. All’ennesimo tizio che mi lancia un bacio, sbotto ed esclamo: “Ma che vi prende, a tutti quanti? Ma che mania è questa?” Lui si schianta dal ridere, ora mi trova anche simpaticissima. Ma dimmi tu.

In uno dei rari giorni in cui non piove, vado a Playa Maguana con un tassista che mi parla con nostalgia struggente di quando l’URSS ancora esisteva e a Cuba si viveva bene. “Allora contavano l’amicizia e la lealtà, erano la cosa più importante”. Passiamo davanti a una costruzione adibita a albergo e lui mi parla di quando era riservata ai bambini che ci venivano in colonia. “Era para los pioneritos”. Non per i turisti. Teme che Cuba sia distrutta dalle giovani generazioni, dagli attuali ragazzini affamati di soldi. Diresti che abbia settant’anni, da come parla, e invece ne ha a stento quaranta. La generazione che è cresciuta in una storia e si è ritrovata in un’altra. Più tardi, mentre sono in acqua, vedo due figure familiari che mi salutano dalla riva: sono i due trentini di Guardalavaca. Piccola, Cuba. Ci ritroveremo ancora ogni tanto, a Baracoa, per condividere due tragos di rum e qualche chiacchiera.

Baracoa è uno di quei posti che ti risucchiano, dove i giorni scorrono senza che tu te ne accorga. Quando mi riscuoto dal torpore contemplativo, dall’osservazione della pioggia, dalla lettura e dalla scrittura, è passata una settimana. Come se fosse volata. E non ho nemmeno accumulato cose da raccontare, niente. E’ il posto in cui mi sono fermata di più, fino a ora, e quello su cui saprei meno cosa dire, se non che sono stata bene. Se mi decido a ripartire è, fondamentalmente, perché la pioggia incessante rende molto difficile prelevare soldi in banca, il collegamento per il pos funziona a singhiozzo. E poi ho un debito con Santiago, l’altra volta l’ho vista a stento. Mi schiodo, molto a fatica, e vado. Indovina come? Con un altro camion, sì.


 

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Verso la meritata Baracoa

 

Proseguendo per una ventina di chilometri, dopo il Mirador de la Gobernadora, si costeggiano alcune spiagge piccine e deserte e si arriva in un villaggetto con quattro case che si chiama Tortuguilla (Tartarughina), dove c’è un tizio che affitta una stanza. La stanza in sé è parecchio malinconica ma in compenso c’è un grande terrazzo molto bello che dà sul mare, accanto a una piccola piscina vuota e a un cucinotto all’aperto. Ne faccio la mia postazione per la serata, tra lo scribacchiamento del diario di viaggio e qualche chiacchiera sul mondo e tutto quanto col padrone di casa che si chiama, sissignore, Fidel.

Verso sera, un granchio gigantesco mi passa davanti, diretto verso la spiaggia. Fidel mi spiega che è la stagione: tra aprile e maggio scendono dalla montagna e vanno a deporre le uova in mare. “Ma che ci fanno in montagna, i granchi?” “Ah, vorrei saperlo anche io”. Dice che è per questo che tiene vuota la piscina in questa stagione. Perché il primo anno non lo fece e una mattina se la trovò piena di cadaveri di granchi annegati e nera di uova. Riempì tre sacchi di carcasse. E’ che i granchi si confondono, con le piscine: si tuffano, credendo che sia il mare, e poi non riescono a uscire. “Ma si mangiano?”, chiedo io, pragmatica. Alcuni tipi sì, questi no: perché mangiano una pianta, su in montagna, che Fidel chiama manzanilla e che nello spagnolo che parlo io sarebbe la camomilla ma che a Cuba deve essere qualche altra cosa, suppongo. E questo ne rende le carni leggermente tossiche. Non muori ma ti viene il mal di pancia, mi dice. Mah. Io, comunque, mi guarderei bene dal dargli la caccia, a ‘sto bestione: sarebbe capace di portarmi via un dito come niente.

A Tortuguilla non ci sono fermate di pullman né taxi. Per proseguire, la mattina dopo, mi dovrò lanciare nella versione cubana dell’autostop, che consiste nell’appostarsi sul ciglio della strada sventolando una banconota verso i pochi veicoli di passaggio. Nel mio caso, una banconota di5 CUC. Fidel mi accompagna e mi assiste, come si fa con le straniere imbranate. Quando un camion si ferma, gli corriamo dietro in quattro: io, lui e altri due cubani che fanno a loro volta “botella”. Fidel corre con la mia valigia sulla testa. E’ un camion che porta della ferraglia a Baracoa. No, non c’è una scaletta per montare sul retro. Mi aiutano a scavalcarlo montando sulle ruote e in qualche modo rotolo dentro. Si parte. Fidel mi sussurra di riporre i 5 CUC e di darne due in moneta cubana. Sventola il cappello per salutarmi. I miei nuovi compagni di viaggio mi dicono che sono fortunata: sul retro di un camion si viaggia meglio che in bus, c’è più aria. Sono assolutamente d’accordo. Stiamo per percorrere La Farola, nota per essere la strada più panoramica di Cuba, e non potrei avere una visuale migliore.

La Farola è una strada che si cominciò a costruire nel 1951 e fu fatta completare da Fidel (quello vero, non il mio padrone di stanza) subito dopo la rivoluzione per collegare Baracoa, isolata fino ad allora, al resto di Cuba. Si arrampica su per le montagne, cosa che fa pensare ai cubani che sia molto pericolosa e che invece pare tranquillissima a chiunque abbia guidato lungo un qualsiasi Appennino, ed è effettivamente splendida. Sono dell’idea che l’interno sia la parte più bella di Cuba: le spiagge tendono a somigliarsi, nei Caraibi, e quando hai visto una distesa di sabbia chiara, due palme e tre mangrovie, poi finisce che ti pare tutto un po’ ripetitivo. Non è che le voglia criticare, ci mancherebbe, ma dal mio punto di vista non hanno il fascino di quelle del mar Rosso – penso a certi punti poco battuti del Sinai, che ti strappano il cuore, o anche all’Eritrea, e alle montagne desertiche sullo sfondo, dorate o rosso fuoco, e quel cielo a perdita d’occhio che si confonde con il mare e crea infinite sfumature di colore, e penso ai fondali, che pur nella mia limitata esperienza di snorkeling e non di sub, mi paiono nettamente superiori o comunque più immediatamente accessibili, nella loro ricchezza, di quelli caraibici. L’interno, invece, è un’altra cosa.

La campagna cubana è deliziosa, verdissima e luminosa, punteggiata di casette di legno, bambini di ogni colore, porcellini che vagano e guajiros a cavallo, e si estende a perdita d’occhio, tra palme altissime. E le montagne che attraversiamo sono lussureggianti, colme di vegetazione, di alberi di mango che traboccano di frutti, di piantagioni di banane, di piante di cacao col loro frutto rosso, di ogni ben di Dio. Le palme reali non finiscono mai, il cielo cambia a ogni istante e le nuvole sono bianchissime e, un attimo dopo, diventano scure, buttano giù appena un po’ di pioggia sottile e poi tornano bianche, non stanno ferme un secondo. Viaggiare regala dei momenti di felicità piena, assoluta, e io ne sto vivendo uno.

Quando arriviamo a Baracoa ho una perfetta abbronzatura da muratore, a maniche corte, e sono coperta di polvere di ruggine, assieme alla mia valigia. E così ci presentiamo, io e la valigia, nella casa particular più lussuosa che io abbia mai visto a Cuba, la portentosa Casa de Gustavo. E’ una casa coloniale grandissima, strategicamente situata tra il mare e la piazzetta principale, dipinta di fresco, con le stanze luminose e tutte di colore diverso – quella che dà sul mare è di azzurro acceso – e io ringrazio il cielo, pregustando la comodità e il buon cibo che mi serviranno in terrazza, e mi fermo per rimanere. Passeranno un po’ di giorni, prima che mi rimetta in cammino.



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L’Haramlik va a Guantánamo

Guantánamo è varie cose: è una cittadina cubana non particolarmente turistica, con poco da vedere. E’ una baia ampia e molto bella, circondata da colline, che ospita tra le altre cose delle pregiate saline. Il sale di Guantánamo, dicono, è il migliore di Cuba. E poi è, come tutti sanno, una base americana che serve agli USA per detenere a tempo indeterminato cittadini non suoi senza processo né capi d’accusa, e torturarli potendo continuare a affermare che negi USA non si pratica la tortura, in un trionfo dell’ipocrisia probabilmente insuperato nella storia contemporanea e non solo.

Ma cosa ci fa un centro di tortura sormontato da una bandiera USA nell’isola di Cuba, tanto per cominciare? La vicenda è una delle mie preferite, come prof ma, prima ancora, come persona – ragazzina, ai tempi – che si è trovata ai tempi della scuola a guardare la storia del mondo da una prospettiva che non era quella anglofona, come è normale per i miei concittadini, bensì quella ispanofona. Perché ero in Spagna a fare il liceo, a 18 anni, e la poco atlantista Spagna di allora – non mi fiderei molto di quella di oggi, per questo – mi diede accesso a una narrazione della nostra epoca meno scontata e/o omissiva di quella che avrei avuto rimanendo a casa.

Siamo nel 1898. I cubani combattono contro gli spagnoli per l’indipendenza dell’Isola da circa trenta anni. Per meglio dire: i discendenti degli spagnoli, assieme ai discendenti degli schiavi che tagliano canna da zucchero da quattrocento anni, combattono contro il governo centrale di Madrid. La lotta, è bene specificarlo, non è contro il popolo spagnolo, la sua lingua o la sua cultura da cui tutti, qui, discendono. E’ contro un governo e una politica di sfruttamento, nulla di più. Per buona parte di questi trenta anni, gli Stati Uniti del nord avevano appoggiato la Spagna, considerata una partner commerciale più affidabile dei ribelli. Chiedendosi, intanto, come impadronirsi dell’isola. La compriamo? Ce la annettiamo? Ci limitiamo a farne un protettorato? Il dibattito ferve, negli USA. Propongono alla Spagna di vendergliela. La Spagna rifiuta. Ma ormai è chiaro che il suo tempo sta per scadere, che l’indipendenza di Cuba è vicina. E quindi intervengono nella lotta, gli USA, con il pretesto dell’affondamento di una loro nave da guerra – il Maine – per cui accusano la Spagna. Ma ‘sta cosa l’ho già raccontata, da qualche parte nel blog. No, non erano stati gli spagnoli a affondare il Maine. Lo hanno dimostrato le poche perizie che sono state possibili nei decenni successivi, fino a quando gli USA non hanno reso irraggiungibile il relitto.

Strano destino, quello degli Stati Uniti: nei momenti decisivi della loro storia, si ritrovano puntalmente a dovere vendicare un presunto torto subito, sempre, da avversari più deboli di loro. Tu vedi il karma, alle volte.

Il punto è che gli USA hanno la scusa per intervenire nella guerra d’indipendenza cubana al momento giusto. Spappolano l’esercito spagnolo, già logorato dalla guerra e comunque più piccolo, povero e peggio armato del loro, e mettono il cappello sull’indipendenza dell’isola, vanificandola. Obbligano Cuba a una Costituzione che dà agli americani il diritto di intervenire nei suoi affari interni quando più gli aggrada e, giacché ci sono, si aggiudicano l’usufrutto eterno di parte della baia di Guantánamo. Dove sono io stasera, con un bicchiere di rum e un netbook davanti a me, a ripensare a ‘sta storia.

Per togliersi di dosso gli USA, Cuba dovette aspettare cinquant’anni, la rivoluzione, Fidel Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos e tutta l’epopea che conosciamo. Gente che non spuntò da sotto a un fungo, ovviamente: furono, piuttosto, parte integrante di un Novecento latinoamericano in cui ogni tentativo di libertà, di autogoverno, di effettiva indipendenza o comunque di giustizia sociale era e sarebbe stato in seguito annegato nel sangue da quei paladini della libertà detti Stati Uniti d’America, attraverso le loro multinazionali della frutta, gli eserciti privati, i finanziamenti ai golpes militari, le scuole di addestramento per torturatori e via enumerando. Cuba no, Cuba ce la fece. Li cacciò sul serio, gli USA. Tranne che a Guantánamo Bay.

Ancora oggi gli Stati Uniti pagano puntualmente l’affitto di 2000 dollari l’anno stabilito nel 1903 col governo fantoccio di allora in cambio della base, oggi rivalutato a 4000 dollari. E Fidel si tiene gli assegni, intatti, in un cassetto. Ha fatto di tutto per cacciarli da lì e non può. Ma, almeno, i cubani hanno smesso di essere i lavoratori manuali, i servi e il bordello della base. Il loro posto è stato preso dai portoricani, loro sì colonia degli USA a tutt’oggi, e come tale disprezzata dai colonizzatori stessi, come José Martí (cubano) e Rubén Darío (nicaraguense) avevano previsto un secolo fa, per chi si fosse assoggettato.

E siamo a oggi. La mia Guantánamo, quella cubana, ha dato al mondo una canzone – Guantanamera – dedicata a una bella contadina. La Guantánamo qua dietro – quella degli USA, paladini della libertà e dei diritti umani –ha dato al mondo un centro di detenzione e tortura fuori da ogni legge. Guardo il mare e sono contenta di essere dalla parte giusta del confine. Io sono libera e nessuno mi torce un capello mentre sono qui. I musulmani imprigionati a qualche minuto di macchina dalla mia sedia sono in catene da anni, invece, e vestiti di arancione. I diritti umani sono una questione di punti di vista. O di propaganda.

La base, l’ho vista da lontano ma l’ho vista, e giusto perché sono molto cocciuta.

Fino a qualche anno fa c’era un punto panoramico, il Mirador de Malones, da dove la si poteva osservare grazie a un telescopio. Poi, mentre la base diventava sempre più tetra e indifendibile, il Mirador è stato chiuso. Per non dare agli USA il pretesto per sentirsi provocati da chi li andava a guardare, suppongo.

A Santiago sono andata in un’agenzia governativa e ho chiesto cosa potevo fare per vederla da lontano, nonostante ‘sta chiusura. Perché? Perché ho passato mille anni nel mondo arabo, o pensando al mondo arabo, e non ho voglia di stare qui a farmi i bagni ignorando cosa c’è dietro l’angolo. E’ il mio unico perché, piccolo finché vuoi ma per me importante. Ho il dovere di vederlo, quest’orrore, fosse anche da lontanissimo, se solo posso. Come avrei avuto il dovere di andare a vedere Auschwitz, se fossi nata in un’altra epoca e fossi passata da quelle parti. No, non puoi, mi dicono. E’ tutto chiuso, vattene al mare. Impossibile fare altro.

Cerco di rassegnarmi. Mi dico che vabbe’, allora vado a Baracoa, che vuoi che faccia. Mentre lo penso, faccio il biglietto Santiago-Guantánamo. Ma è solo un caso, mi dico; da lì poi tanto proseguo. Dico davvero.

Arrivata aGuantánamo, mi dico che devo fare il biglietto per proseguire per Baracoa. Mi metto in lista d’attesa ma intanto, senti, faccio pure un giretto in città. Così, senza aspettative. Un giretto e basta. E, mentre vado in centro, chiedo al mio tassista come si fa per vedere la base USA anche se il Mirador è chiuso. Ma così, tanto per parlare. Lui mi dice di andare a chiedere all’Hotel Guantánamo, in periferia. Se non lo sanno loro non lo sa nessuno. E quindi mi faccio portare all’Hotel Guantánamo, mentre si fa tardi e, intanto, l’ultimo pullman per Baracoa parte senza di me.

L’Hotel Guantánamo, abbreviato in Hotel GTMO, è una costruzione moderna, statale. Alla reception mi rivelano ciò che a Santiago non mi era stato detto: che è stato appena aperto un altro punto panoramico, il Mirador de la Gobernadora. Che non ha binocoli perché è ancora troppo nuovo, ma è visitabile. Sennò, volendo, si può raggungere un paese vicino a Guantánamo – Caimanera, si chiama – da dove la base si vede benino, ma ci vuole il permesso del ministero per entrare, e ‘sto permesso richiede come minimo un giorno. Non ho da dormire a Guantánamo, quindi opto per il Mirador. Su uno sgabello del bar dell’Hotel Guantánamo elaboro una strategia: pernotterò dalle parti del Mirador, a una trentina di chilometri da dove sono adesso. Lungo la strada, in una frazione chiamata Tortuguilla, c’è una casa autorizzata a ricevere stranieri, l’ho scovata. Poi domattina proseguirò per Baracoa, non so bene come. Inshallah.

E quindi niente, trovo un taxi e vado. Raggiungiamo ‘sto Mirador, uscendo dalla strada principale e infilandoci su per una collina. E’ una specie di baretto all’aperto con dei tavolini occupati solo da cubani, alcuni dei quali in divisa da soldati. L’intera area, del resto, è considerata “zona di alto interesse militare”. Fra i tavolini, una vezzosa torretta. Mi accompagna su un’impiegata nerissima – minigonna e calze a rete d’ordinanza – e finalmente vedo ‘sta base, o almeno un pezzo. E’ a sinistra, oltre una collina che la copre in parte. Si vede una specie di molo con delle costruzioni. Dicono che ci sia un ponte. Dicono che col binocolo si veda la bandiera. “Ma proprio non lo avete, un accidenti di binocolo?” No, non ce l’hanno. E rimango lì a guardare ‘sto molo in lontananza mentre – lo darei come ovvietà – qualche vedetta munita – lei sì – di potentissimo binocolo guarda dove siamo io e la barista nerissima, dalla parte del cosiddetto “stato canaglia”. Tu pensa quanto è ridicolo, il mondo. Saremmo noi e il nostro odore di pollo fritto e i tavolini, le canaglie. Ma dai.

C’è una cosa che mi colpisce dal primo istante in cui ho messo piede a Cuba la prima volta, ed è il cielo. E’sempre pieno di nuvole bianchissime che sembrano giganteschi ciuffi di ovatta. Non è mai, proprio mai, solo azzurro. E’ un cielo movimentato, incasinato, che non sta mai fermo, pieno di forme bianche. Il cielo mediorientale è l’esatto contrario: azzurro intenso e senza mai una nuvola. Azzurro senza fine, senza nulla che lo interrompa.

“Deve sembrare strano agli arabi, ai musulmani rinchiusi dietro alla collina”, penso. Ammesso che lo possano vedere. E poi no, mi rassegno al fatto che non lo possono vedere. Sepolti vivi nella loro prigione, immersi 24 ore al giorno nella luce artificiale, soggetti a deprivazione sensoriale, a tortura, privi di qualsiasi diritto, senza sapere di cosa li si accusa e a cosa, a quanto tempo, li si condanna. Lo avranno visto poco, ‘sto cielo per loro così esotico. Ammesso che siano mai riusciti a vederlo.

E finisce che mi faccio il segno della croce, mentre guardo verso l’orrore, e poi penso “Bismillah”, nel mio privatissimo sincretismo religioso, e mi sento male ad andarmene ma che altro posso fare. Cosa puoi mai fare.

Se non provare disgusto e disprezzo, unica reazione possibile di fronte all’ipocrisia dell’impero in cui mi è capitato di nascere. E sentirmi enormemente fortunata, mentre mi concedo l’infinità libertà di voltare le spalle alla bandiera a stelle e strisce che si vede col binocolo e torno a guardare ciò che ho attorno, Cuba e la sua gente, e a sentirmi al sicuro.

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Lemme lemme, verso Oriente

Altro pullman, altra città. Tocca a Holguín, di cui so che è capoluogo della provincia che diede i natali tanto a Batista come a Fidel – tu chiamala, se vuoi, par condicio – e poco più. All’ingresso della città, un altro grande monumento al Caballero de la Triste Figura, stavolta assieme a Sancho Panza. E’ il terzo che vedo, dopo quello all’Avana e quello a Puerto Padre. Un giorno dovrò contarli, i monumenti che quest’isola – chisciottesca come nessuna –ha, a buon diritto, dedicato a Don Chisciotte.

Holguín non mi colpisce molto – grandicella, grossi giardini polverosi e qualche bar grazioso, poco altro – e decido di proseguire il giorno dopo per Guardalavaca, in un nuovo tentativo di trovare una spiaggia.

Questo delle spiagge è, nella mia esperienza, il punto più dolente del girare l’isola come viaggiatrice indipendente. Il turismo individuale è fatto per le città, a Cuba, soprattutto se non hai una tua macchina per spostarti. Le spiagge belle sono lunghe da raggiungere – a volte su isolotti dove si arriva solo in taxi o in pullmini turistici, pagando l’ingresso e con l’obbligo di sloggiare a una certa ora – e comunque orientate sul turismo delle grandi strutture alberghiere. Guardalavaca non fa eccezione, scopro. Pur essendo una delle spiagge più belle di Cuba, a quanto dicono, è difficile godersela se non si è ospite degli albergoni che si intravedono lungo la strada. Il paese di Guardalavaca esiste e offre anche delle casas particulares da cui la spiaggia si può raggiungere a piedi. Ma è un paese dall’estetica improponibile, una trentina di condomini malconci che offrono al visitatore stanze buie e malinconiche. Ci ritroviamo lì io e un’altra coppia di perplessi italiani, due trentini simpatici che nella vita fanno grappa e, per il resto del tempo, viaggiano. Mi dicono che loro lo hanno scovato, un posto di mare come lo vorrei io: si chiama Boca ed è dalle parti di Playa Santa Lucía, nella zona di Camagüey. Potrei passarci lungo la strada del ritorno verso l’Avana, magari. Il giorno dopo, comunque, riparto diretta a Santiago de Cuba.

E pure Santiago non me la godo molto, ahimé: la prima notte sogno che un insetto mi sta pungendo. La mattina dopo, al risveglio, ho un piede gonfio e dolente. Non era un sogno, dopotutto. Sulle prime ignoro il dolore e me ne vado a spasso, zoppicando. Poi me ne pento, ovviamente, e mi metto a letto in preda a dei crampi terrificanti. Il giorno dopo, il dolore non è diminuito di una virgola, tanto da farmi pensare che potrei persino essermi rotta un osso senza manco accorgermene, altro che insetto. Mi arrendo e vado alla clinica per stranieri, dove una bella dottoressa, con la solita minigonna e calze a rete che costituiscono l’abbigliamento preferito dalle donne cubane, mi dice che secondo lei mi ha morso un ragno e sto reagendo con un’infiammazione di primissima categoria. Mi riempie di Ibuprofen e mi manda a casa, senza nemmeno farmi pagare. Bontà sua. In tutto mi costerà tre giorni di immobilità, il dannato ragno. Quando finalmente sono in grado di camminare di nuovo, il desiderio di muovermi è tale che cambio direttamente città. Santiago, magari, la esplorerò meglio al ritorno. Intanto vado a Guantánamo e, da lì a Baracoa.

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