Donna perplessa all’Avana

Confesso, non senza sorpresa, che l’impatto culturale, fisiologico quando ci si sposta in un paese nuovo, mi sta facendo fare uno sforzo di adattamento infinitamente maggiore di quelli fatti in Medio Oriente. Cuba è più difficile del mondo arabo o, almeno, io faccio più fatica a capirla.
Secondo Loredana, semi-expat di lungo corso, non c’è nulla di strano. I cubani non sono un popolo mediterraneo e, per giunta, sono isolani. Per gli arabi vale il contrario, quindi ci sono molto più vicini culturalmente, oltre che geograficamente.

La comprensibilità della lingua spagnola e una certa aria familiare dell’architettura cubana trasmettono una sensazione di falsa vicinanza che, in realtà, rallenta il processo di adattamento e induce all’errore, dice lei. E, mentre la ascolto, sorrido: la stessa teoria, identica, sta nel prologo della mia ormai vetusta tesi di laurea, dove mettevo a confronto Italia e Spagna parlando proprio di vicinanza ingannevole, di errori culturali propiziati dalla sfortuna di capirsi linguisticamente prima di comprendersi culturalmente. Se succede con la Spagna, figurati con Cuba. “In realtà, io credo che i cubani siano meno comprensibili, per noi, di quanto lo sia, chessò, un iraniano”, dice lei, e io annuisco.

Certe sere, appoggiata al bancone di un bar – quasi mai a quello meraviglioso, di mogano, del carissimo e bellissimo Floridita – immagino i cubani stessi mischiati a tutti gli altri cocktail che girano, aggiunti alla lista del bar.

Ecco una piña colada (rum, ananas, latte di cocco).

Ecco un cubano (mercante spagnolo e schiavo nero frullati assieme, più un’aggiunta di francese, di cinese, di diosaccosa).

L’ingrediente del cocktail che meglio conosco è quello spagnolo, ovviamente, e lo riconosco con chiarezza, lo vedo in certi comportamenti, in certe prese di posizione.

Come quando, forte della residenza appena ottenuta, andai a farmi la linea internet salvo scoprire con orrore che, per collegare il mio Sony Vaio alla presa del telefono, mi ci voleva una porta rj11 che i computer in commercio non hanno più.

“Il suo computer è strano, è sicura che sia adatto a collegarsi a internet?

Ma come sarebbe che è strano?? Sono ANNI che non vedo una porta come quella che volete voi, non le fabbricano più, non posso credere che non abbiate un adattatore!!

No, guardi, è il suo computer a essere sbagliato.” E tu insisti, con la voce sempre più strozzata e gli occhi sempre più spiritati e loro che, per tutta reazione, si ergono fierissimi e confermano, sprezzanti: “Spiacenti, ma la tecnologia cubana ha adottato la porta che a lei manca.” E se ne vanno alteri come toreri dopo la stoccata, e tu lì a terra, sanguinante, che schiumi rabbia e frasi sconnesse: “Tecnolog… cub… cough… ma voi non fate computer… ma io… ma voi…

Di nuovo come quando avevi 18 anni e, in Spagna, ti comunicavano sprezzanti che la mozzarella non era sicuramente un formaggio fresco, che Cristoforo Colombo non era mai stato genovese, che di qualunque cosa si parlasse tu non potevi che avere torto e loro non potevano che avere ragione, e la realtà che invocavi era un ingombro retorico messo lì a dimostrare che parlavi troppo ed eri un tipo insistente.

La hispanidad, gioie e dolori. Perché c’è anche dell’altro, ovviamente: la forza polemica di intellettuali che hanno mangiato e bevuto tertulias per generazioni, il gusto di uno spagnolo ricco, sovrabbondante, barocco. Quella punta di aggressività nel difendere le proprie opinioni, appunto, che non fa parte del naturale discorrere italiano e, infatti, quando a noi capita di adottarla esageriamo e sbrachiamo. Qui no, qui è passione e ironia.

E quindi mi sento in un paese che va molto oltre la Spagna, ovviamente, con il suo minestrone etnico e culturale e la sua storia complicata, ma che della Spagna non fa comunque a meno. C’è, è presente, la riconosci, la vedi. E, considerando il brodo allungato dell’Unione Europea, forse la vedi più qui che nell’ex madrepatria, ormai.

La volta della porta rj11 diedi fondo a tutta la mia stranieraggine, comunque. Se ci ripenso mi viene da farmi pat-pat da sola.

Io che abbandono furente gli uffici della compagnia telefonica e mi metto a cercare negozi di computer all’Avana facendomi da sola tanti auguri, ché valli a trovare.

Io che ne trovo uno, infine, solo per sentirmi confermare che il mio computer è strano, che a Cuba non esistono adattatori ma che potrei provare con un modem esterno, peccato che non se ne vendano.

Ma come, non si vendono?

Lo può ordinare per internet, provi.”

Ma come lo ordino, se non ho internet???”

Provi allora ‘en la calle’.”

E come lo trovo, un modem, en la calle? Fermo i passanti??

Sguardo di commiserazione.

E poi. Io che, per smaltire il nervoso, me ne vado a bere una cosa, poi un’altra, e intanto mi sfogo con il barista che mi ascolta comprensivo mentre mi propone di assaggiare questo e quel cocktail per finire con l’offerta trionfale di un intero ananas ripieno di piña colada. Io che trangugio obbediente e, a ogni cocktail, sono sempre più determinata a non rincasare senza modem, cascasse l’isola. Io che tra un cocktail e l’altro mi ritrovo non so come in casa di un nerd cubano vicino del barista che mi allunga un coso ricoperto di scotch, questo:

Io che pago senza battere ciglio la bellezza di 30 dollari per il coso, più settecento piñas coladas, più l’autotassazione per stranieraggine sotto forma di mancia e torno trionfalmente, sebbene oscillante, a casa, pronta a collegarmi finalmente a internet ma non prima di avere pestato una cacca giusto davanti all’uscio, con successive bestemmie e scarpe da disinfettare.

Non me lo fare ricordare, che pomeriggio terribile, che mal di testa il giorno dopo, che spennata.
Certe volte, come dicevo, Cuba è difficile.

E, a proposito del mio incidente sull’uscio, Cuba è piena di certi cagnetti neri e senza un pelo, lisci come se gli avessero fatto la ceretta, che io ho contemplato perplessa per settimane domandandomi se fossero calvi perché di pregiata razza esotica o per una virulenta epidemia di tigna.

Ieri ce n’era uno in braccio a una signora, in ascensore. Lo guardo, e lei: “Perché guarda così il mio cane?”

E io, colta in flagrante: “E’ che è senza peli, perché?

E lei, altera: “E’ fatto così, hanno il pelo fragile perché sono cani precolombiani, purissima razza cubana, antichissima, a Cuba prima che arrivasse l’uomo!

Colpita, riferisco a un’amica la scoperta.

E lei: “Cani precolombiani? Che sciocchezza, non esistono!” E un’altra amica che era lì: “Io credevo che fossero cani cinesi.”

E’ un problema che va approfondito, insomma. Non escludo, comunque, che alla base della nota leggenda metropolitana del turista che compra un cane in un paese esotico per poi scoprire, una volta a casa, che in realtà ha comprato un topo, ci siano questi botoli qua.

Sono a Cuba da due mesi e mezzo, insomma, e ci ho capito ben poco. Mi dicono che sarà così per sempre. Evvabbe’.

Intanto ho cambiato casa e quartiere. Da Avana centro mi sono spostata all’Avana vecchia. Poi magari mi sposterò al Vedado, poi non so. La città è così diversa, da un quartiere all’altro, che vale la pena viverli un po’ tutti.

Sto bene. A volte mi arrabbio, a volte mi perplimo, a volte mi incanto. Faccio del mio meglio per superare la nostalgia dell’Egitto e il desiderio di Medio Oriente. Ci lavoro. Ci vorrà pazienza.

Certi angoli dell’Avana, poi, non aiutano:

 

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Ideali

I paesi la cui identità si basa su una forte carica ideologica hanno il costante problema delle nuove generazioni. Come fai a tramandare la tensione ideale da cui scaturiscono i comportamenti che devono caratterizzare la società che hai costruito, che la tua bandiera rispecchia? Se vivi in pace, è un casino. Guarda Cuba.

Il ragazzo cubano medio si lamenta. Molto. Ti fa la lista delle cose che non vanno e allora tu gli fai notare che, comunque, si potrebbe considerare fortunato, ché qui non hanno avuto le tragedie e gli orrori dei paesi vicini: Panama, Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Haiti, luoghi che grondavano sangue fino all’altro giorno, scenari di invasioni, guerre, stragi, soprusi. E loro ti dicono che sì, che lo sanno, che è ovvio che Cuba non è uno di questi paesi – come se non lo fosse per grazia divina, per un decontestualizzato diritto naturale – ma che chissenefrega, insomma, che queste sono considerazioni di un’altra generazione, ai ragazzi interessa il futuro. Come è giusto e naturale, del resto. Solo che ‘sti ragazzi – come i nostri, del resto – si riferiscono al futuro loro, personale, individuale. Non a un futuro di gruppo, a un progetto sociale. Pensano per sé. Come da noi.

Anche se, periodicamente emergono cause attorno a cui mobilitarsi e compattarsi. Il piccolo Elian, i Cinque. I manifesti che esortano alla giustizia, quelli che ricordano le aggressioni subite. L’aereo abbattuto alle Barbados, che il mondo ha serenamente dimenticato ma i cubani no, e le foto dei passeggeri di quel volo sono esposte nell’atrio dell’edificio della Cubana de Aviación.

Mi pare che ci sia comunque uno stacco, tra le generazioni, e non esattamente a favore dei più giovani. E’ uno stacco che, per certi versi, ti fa pure tenerezza. L’altro giorno, sul giornale, c’era l’accorata denuncia di un lettore che si lamentava perché la gente cerca stratagemmi per salire sugli autobus senza più rispettare la coda. Perché, sì, a Cuba c’è la coda per salire sugli autobus, e chi arriva prima si siede. Da noi, sugli autobus, si siede chi è più forte e più veloce, e sennò ditelo a me, che ho preso l’autobus davanti a scuola per anni: i ragazzoni con gli zaini scavalcherebbero i cadaveri di qualsiasi vecchina, pur di accaparrarsi un sedile. A Cuba no: tutti in coda, ordinatamente, e il grido: “Chi è l’ultimo?” risuona a ogni fermata di autobus e non solo.
Grondano simbolismo, i diversi modi di salire su un bus. Solidarietà sociale contro individualistico cinismo, in un paese dove il legame tra ideali e identità è cruciale.

Ce l’hanno anche in Israele, il problema di tramandare alle nuove generazioni la tensione ideale dei padri fondatori. Del resto, anche Israele è un progetto politico, e prima ancora che un paese.

Lessi un articolo su questo, la prima volta che ci andai, credo sul Jerusalem Post. Era ancora l’epoca di Rabin, parlare di pace sembrava una cosa seria e mi colpì moltissimo la riflessione dell’editorialista che, in pratica, diceva che la pace avrebbe fatto sparire Israele. Che le nuove generazioni di israeliani, senza guerre, si sarebbero rammollite, e il paese si sarebbe ritrovato con ragazzi come tutti gli altri, consumisti e individualisti, e tanti saluti alla difesa del sionismo.

Con certa brutale chiarezza – molto israeliana – l’articolo teorizzava la necessità di una guerra per ogni nuova generazione, in pratica, come training motivante per gli israeliani del futuro. Un po’ drastico, certo. Specie per chi le subisce, le guerre, e senza esercito o con eserciti più deboli, con meno strumenti di difesa e alleati molto più sgarrupati di quelli che può vantare Israele.

Guerre che puoi solo vincere, quindi. Perché – e questo, l’articolo non aveva la spudoratezza di notarlo – le guerre perse li spengono, certi sacri fuochi ideologici, e ridimensionano l’ego dei popoli che le provocano. Ditelo a noi. La guerra motivazionale bisogna farla a chi può solo perdere, perché funzioni.

Anni dopo, direi che il progetto educativo nazionale che vidi sbozzare in quel vecchio articolo, in un bar di Gerusalemme, continua a funzionare egregiamente. Non c’è generazione di israeliani che non abbia sparato, che non abbia ucciso, che non abbia fatto strage. La paranoia più o meno indotta impera, la sproporzione di un missile contro mille è un dettaglio, la realtà è plastilina che deformi e modelli come ti pare. Il sionismo non rischia di stemperarsi nelle mollezze occidentali, gode di ottima salute. L’educazione al sopruso, all’arroganza, all’abuso di potere è capillare e di grande efficienza. Il progetto identitario israeliano non corre pericoli, a differenza di quello cubano.

E gli arabi?

Due mesi di Cuba mi fanno pensare, per contrasto, che se c’è un modo di essere che non fa parte del DNA culturale arabo, neanche a volercelo innestare a forza, quello è il cinismo. No, non sono cinici. Possono essere e sono molte altre cose, non sto dicendo che siano buoni. Dico che il cinismo non li riguarda e non gli appartiene, nemmeno in prospettiva. Non è un pericolo, non rischia di annacquargli l’identità.

Di fronte a paesi che fanno di tutto per conservare più o meno artificialmente l’identità che hanno voluto darsi, il mondo arabo mi appare inerme, innocente nel suo non essere altro che se stesso. L’identità, agli arabi, viene naturale.

“Hanno più cultura”, mi dice qualcuno. O ce l’hanno da più tempo, non l’hanno creata l’altro giorno.

E poi hanno la fede, certo, e chi ha fede non può essere cinico. Alejo Carpentier dice che chi non ha fede non può sperimentare la meraviglia. E un cinico, figurati, di fronte alla meraviglia è sordo e cieco.

Strano mondo, questo in cui alcuni decidono a tavolino come bisogna essere, mentre altri non riescono a essere null’altro che ciò che sono.

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¿Palau? Y ¿dónde coño está Palau?

Cito da Carotenuto:

Per la ventunesima volta consecutiva l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha condannato l’embargo che da più di mezzo secolo colpisce la Rivoluzione cubana da parte degli Stati Uniti. Hanno votato contro gli Stati Uniti stessi, Israele e… Palau. Si sono astenute… le isole Marshall e la Micronesia. Hanno votato a favore della mozione cubana, affermando così che Cuba ha ragione e gli Stati Uniti torto, tutti gli altri, ovvero 188 paesi che rappresentano il 96% della popolazione mondiale.

Dove fosse Palau, ieri, se lo sono chiesto un mucchio di persone. Io ho guardato su Wikipedia, è a 500 km a est delle Filippine. Quante cose si imparano.

Qui a Cuba, intanto, incontro un mucchio di statunitensi. Uno del Missouri, l’altro giorno, mi spiegava che era arrivato dalla Florida con un viaggio organizzato: “Adesso finalmente possiamo viaggiare, ma solo in viaggi di gruppo. Venire da soli è ancora illegale, purtroppo. Anche se, sì, diversa gente lo fa passando dal Messico, ma non si potrebbe.” Tu ascolti e ti sembra di sentire parlare un ex sovietico a cui hanno finalmente abbattutto il muro, e invece è un cittadino americano a cui è proibito andare dove gli pare. E i sornioni cubani non se lo lasciano sfuggire, il paradosso, ed è carino sentirli esortare il governo USA a rispettare i diritti dei propri cittadini.

All’università, i nordamericani iscritti ai corsi di Storia postlaurea sono una ventina. Immagino che sia terapeutico, sentirsi raccontare la propria storia da un’altra angolazione. E mi pare di notare una diffusa connotazione politica, nell’arrivare fino a qui dagli USA. La sera della vittoria di Obama, sono arrivata all’Hotel Nacional in tempo per vederli festeggiare davanti allo schermo gigante, gli yankee presenti, sotto lo sguardo scettico dei cubani che, devo dire, mi sono parsi molto meno coinvolti che durante le elezioni venezuelane. Del resto, se Chavez avesse perso ci saremmo ritrovati senza luce, qui a Cuba. E, se permettete, la cosa ci tocca assai. Di Obama, il massimo che senti dire è che poteva andare ancora peggio.

La sensazione, comunque, è quella di un rapporto odio-amore, tra Cuba e gli USA, in cui ognuno è una spina nel fianco dell’altro ma ci si pensa sempre. E se i cubani fanno a meno degli USA – fanno a meno di un sacco di cose, da sessant’anni – gli USA proprio non riescono a fare a meno di Cuba e il giorno in cui non ci sarà più l’embargo la inonderanno, sono tutti lì sulla costa che fremono, altro che i balseros che si lanciano verso Miami. Una nuotata collettiva all’incontrario, ti immagini, con tutti ‘sti biondi che toccano terra sul Malecón ansiosi di ordinare un mojito, di ballare una rumba, di comprare chissà cosa, magari pure di essere voluti bene.

Per quanto riguarda me, l’Isola mi sta risvegliando la sopita donna di sinistra che mi portavo dentro. Ho scoperto che, alla fine, la cosa che più mi piace e mi interessa, qui, è la rivoluzione, come ancora la chiamano. I mille particolari che, pure in mezzo alle difficoltà che sappiamo, ti ricordano per quale motivo mezzo mondo ci ha investito sogni e speranze, in quello che succedeva a Cuba. L’attenzione ai poveri, come la definiva ieri un’amica, raccontandomi l’aneddoto del pullman a prezzo simbolico per raggiungere la Fiera affinché chiunque ci possa andare. Il povero inteso come portatore di diritti. Quanto meno, ci hanno provato.

Ieri pensavo che, più che in altri luoghi, a Cuba è fondamentale scegliere bene i luoghi e le persone che si frequentano, i mondi in cui stare. Soprattutto, stare il più possibile alla larga dal turismo è vitale. Evitare, per quanto possibile, di farsi logorare da certe dinamiche mortifere verso cui ho un’intolleranza che cresce di più ogni giorno, un fastidio profondo e invincibile.

Non credevo. Ero certa di essere tollerantissima, stralaica, per niente giudicante, e invece mi scopro qui a chiedermi cosa abbiano nella testa, i turisti del sesso, con la voglia di affogarli in un secchio uno a uno, col disgusto a fior di pelle quando li vedo, li incrocio, li sento e concludo che non si possono guardare. Non mi avevano mai infastidito tanto, in nessun altro luogo. Non in Tailandia, persino. Qui, mi suscitano qualcosa di viscerale. Deve essere la donna di sinistra che è in me, appunto. C’è della nobiltà, in quello che si è cercato di fare a Cuba, che stona troppo con la gentaglia che vedi in giro. I turisti del sesso finiscono col dimostrarti che il mondo è un postaccio, l’essere umano è ancora peggio e non c’è speranza o sogno che tenga, la Storia finisce male per definizione. Poveri vecchi panciuti, bellimbusti pasciuti, persino ragazzotti, che ti fanno venire voglia di morire, di non fare figli, di non nascere nemmeno, mentre sono lì ignari che guardano i culi che passano. Non so cosa mi stia succedendo, davvero.

Vado costruendomi la mia nicchia, quindi, in cui metto le cose che mi piacciono e butto via quelle che no. Mi piace il cinema, con le sale grandissime con gli schermi giganteschi, come in Italia quando ero piccolina, e l’entrata a prezzo simbolico, non arriva a dieci centesimi. Mi piacciono le videoteche piene di bei filmoni, dai prezzi ancora più simbolici, e sono fiera dalla mia tessera nuova fiammante. Mi piace andare a sentire il jazz sulla Rampa, il vento e l’aria di mare quando è sera, la birra Bucanero e i mojitos di troppo, certe splendide lezioni all’università, certe chiacchiere, due pettegolezzi. Faccio una vita tranquilla. E penso, penso un sacco. Ho ripreso a pensare, sono di nuovo libera di farlo. E’ come se mi fossi spolverata via di dosso un sacco di inutili calcinacci, venendo a Cuba.

“Inutile” è, alla fine, la parola chiave della mia cronica necessità di espatriare. Tutto ciò che faccio in Italia, tutto ciò che ho lì – case, mobili, oggetti, maglioni, bollette, scarpe, conversazioni, conoscenze, cibi, giorni, mesi, anni trascorsi nella certezza di stare perdendo il tempo – mi pesa per la sua inutilità. E, sempre, la mia vita trova senso solo quando se ne libera.

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Guerre di altri tempi

Il contesto è quello della Rivoluzione cubana del 1868, fatta allo scopo di sbattere fuori gli spagnoli e ottenere l’indipendenza. I cubani combattono eroicamente per ben dieci anni, poi si rassegnano a un armistizio. Tutti, tranne un gruppo di stanza a Oriente dell’isola che decide di continuare a combattere a oltranza. Il generale spagnolo, che già credeva di avere la pace in tasca, cerca di convincerli a stare buoni, ma invano.

Bene, passo a tradurre direttamente dal testo:

E tuttavia, dallo stesso giorno in cui riprendono le ostilità, i capi cubani si vedono recapitare rapporti contenenti un’informazione fondamentale: i soldati spagnoli non combattevano.

Seguendo la nuova tattica del generale spagnolo Martinez Campos, le truppe colonialiste rispondevano agli spari partigiani con il grido di “Viva Cuba, viva la pace!” e senza rispondere al fuoco dei patrioti.

Era davvero difficile obbligare i soldati cubani a sparare contro un nemico che non rispondeva. Lo stesso Maceo (eroe nazionale cubano, ndt) fu testimone, a El Caobal, del comportamento degli spagnoli, che preferirono lasciarsi decimare da meno di cento cubani, pur essendo loro 1500 uomini.

Questo atteggiamento fiaccava considerevolmente il morale delle truppe partigiane.

(E qui una si immagina la scena, coi cubani dell’epoca che protestano: “Ma belin, ma gli spagnoli, non si smuovono, ma mi pare di sparare a mia nonna, io butto il fucile, basta!!” e i loro capi: “No, sparate lo stesso, ci stanno a prendere per il culo, non cascateci!” E loro, avviliti: “No, ma non mi piace, io me ne vado…” Spagnoli gandhiani, chi lo avrebbe mai detto.)

Poi, vabbe’, su Oriente convergono migliaia di soldati spagnoli e i cubani, in inferiorità numerica, si ritrovano più o meno accerchiati.

E tuttavia:

Gli ufficiali spagnoli si comportavano in modo sorprendente per i cubani, non abituati a una guerra tanto rispettosa. Perplessi, contemplavano come veniva permesso alle famiglie dei rivoltosi di trasferirsi in regioni meno scomode per donne, bambini e anziani, che venivano alimentati e persino protetti dal nemico. Tanto meno ci si riusciva ad abituare a vedersi rimandare vivi i prigionieri, senza che gli fossero sequestrate neppure le armi. E ancor meno potevano concepire che, dopo scontri con numerose vittime in entrambi i fronti, le truppe spagnole seppellissero con tutti i rispetti, oltre agli iberici caduti, anche i partigiani.

Insomma: alla fine, pure questi ultimi irriducibili gettano la spugna. Il Governo provvisorio cubano forma una delegazione che va a comunicare al generale spagnolo l’intenzione di abbandonare la lotta.

Venne mandata una commissione dal generale Martinez Campos, che fu tanto gentile da mettere addirittura a disposizione un treno per il suo trasferimento.

(Tratto da: Oscar Loyola Vega, Historia de Cuba 1492–1898, Editorial Pueblo y Educacion, pp. 290 – 292.)

Vabbe’, insomma, come non sorridere, tra i cavallereschi spagnoli e i cubani ancora più cavallereschi a raccontarla così nei loro libri di Storia.

E poi una si immagina le facce di ‘sta gente sul campo di battaglia, coi cubani perplessi e gli spagnoli con l’aria angelica, dai.

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Aldabó e pensieri

Stasera pensavo che se a suo tempo mi fossi davvero convertita all’islam – e la verità è che mi mancò un soffio e che continuo a pensare che non vale la pena di convertirsi a null’altro, se una si vuole convertire – mi sarei resa inadatta a qualsiasi tipo di residenza a Cuba.
Non è per l’alcool, per quanto l’Isola sia semi-incompatibile con qualsiasi velleità di rimanere astemia, e lo dico mentre mi verso dell’Aldabó ghiacciato, nettare degli dei, che Dio lo benedica. E’ per la carne di porco. Credo che chi non mangia maiale sia destinato a fare tanta di quella fame, a Cuba, che il paradiso se lo guadagna con una massiccia accelerazione. Cosa mangi, se non mangi maiale? Secondo me muori d’inedia, davvero.

Pure avere i disturbi alimentari, a Cuba, è difficile. Il binge eating è escluso, a meno che non esistano esseri umani disposti a fare abboffate a base di riso e fagioli. La bulimia, pure, manca della materia prima: qui non c’è cosa buona che non richieda di essere cucinata, e pure a lungo. La mangiata estemporanea, aprire il frigo e trovarci cose buone, mi pare completamente impossibile. A Cuba dimentichi i formaggi, gli insaccati, il pane, i dolci, tutto. Puoi mangiarti tutta la papaya che vuoi, quella sì. E, no, non dimagrisci. Per via dell’alcool a cui accennavo sopra.
Quanto all’anoressia, io credo che a Cuba si faccia troppa fame per potersela permettere. In un paese privo di sfizi alimentari, quando arriva l’ora dei pasti manco ti viene in mente di rinunciarci, e comunque le cubane hanno come modello estetico i corpi statuari delle loro mulatte, gessù che esagerazione, e per tenere su tutte quelle tostissime curve ci vogliono fagioli e maiale, altro che digiuni.
Cuba potrebbe quindi essere una palestra di rieducazione alimentare come poche al mondo. Se una fosse astemia, già.

Comunque oggi è arrivato un “frente frío”, un’ondata di freddo che siamo scesi a, boh, 20 gradi, e mentre uscivo dall’università rabbrividivo nella mia magliettina ed era buio, saranno state quasi le otto di sera, e tra i giganteschi palazzoni neoclassici delle varie facoltà, sparsi nel verde, pensavo che forse la Cuba che più mi affascina è quella dell’architettura e degli arredi, ma che non ho le parole per descriverla. Non è la mia preparazione, non riconosco i materiali, non so distinguere i diversi tipi di legno o di pietra e, per quanto riguarda gli stili, qua è tutto eclettico e come lo spieghi, sei completamente sovrastata. Dovrò studiare, temo, per dotarmi di una alfabetizzazione adatta al luogo, per raccontarmi l’inaudito di ciò che vedo.
Il fascino della persistenza. Tutto quello che nel resto del mondo è stato abbattuto chissà quando, o perso o venduto o bruciato o chennesò, a Cuba ce l’hai davanti, a pezzi ma ancora funzionante. Permane. E a te sembra di essere una clandestina nel tempo, di guardare delle cose che, in realtà, non avresti il diritto di vedere, che non sono della tua epoca, che quelli a cui era dato vederle sono tutti morti e tu stai sforando dai tuoi anni, sei una che è caduta qua da un mondo dove tutta ‘sta roba non esiste più da chissà quando e ringrazi il cielo per avere mantenuto la vista fino a oggi.

(Davanti a certe incongruenti e cadenti palazzine mudéjar di paseo del Prado mi arrendo e mi siedo, chiedendomi quanto ancora rimarranno in piedi. Tutto il tempo del mondo, sospetto.)

Se mai questa città dovesse essere davvero restaurata – e già quello che hanno fatto all’Avana vecchia è impressionante, quanto a restauro – altro che Patrimonio dell’umanità. Il pianeta intero con un cero in mano, voglio vedere sfilare all’Avana, a dire grazie a questa gente che non ha buttato niente.

Io, intanto, dopo avere passato la sera tra gli spifferi di una biblioteca vetusta, a frugare tra schedari ingialliti, a sentirmi nella bottega di un lussuoso rigattiere che cede ad altri gli oneri del restauro, tra una foto e l’altra del Che ad aggiungere incongruenza al contesto, mi chiedo quale sia il mio posto, in questa Cuba così ignota, così estranea.
Studiare, che altro.
Sarà meglio.

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Il paese del nonostante

Il ricordo di altri luoghi mi fa notare che non sono speziati, i Caraibi. Facciamo che sono fruttati e, ovviamente, molto alcolici.
L’assenza di spezie e incensi ti disarma davanti alle puzze di Centro Habana: odore di umidità, di cassonetti, di soffritto, di cose vecchie. Al Cairo questi odori si alternano con quello del tabacco delle shisha, del cumino onnipresente e di tutto ciò che di profumato un arabo può concepire. A Cuba, di buono, c’è l’odore delle guayabas sui banchetti della frutta e lo stufato della mia vicina. Niente contrasti olfattivi, è tutto molto più stabile che a Oriente.

Mettici anche che, così come nel caldo secco e sabbioso del Medio Oriente viene naturale coprirsi – io stessa non sapevo vivere senza i miei scialli multiuso addosso nonostante i 40 gradi – nell’afa umida dei Caraibi non si è mai abbastanza nudi, ché il tessuto si appiccica addosso e fai fatica tanto a infilarlo come a sfilarlo, e non parliamo di quando piove: è quando più ti spoglieresti, ché sotto la cerata fai la sauna.
Vai in giro senza scialletti e senza veli, quindi, e ti dispiace, ché l’utilità dello scialle contro le puzze è imbattibile e quando hai il naso tutto bello coperto, stile niqab, nulla ti può turbare. Come ogni araba ben sa.

Le cubane, in compenso, turbano il resto del mondo, ignude come le vedi, vive dimostrazioni dell’indissolubile legame tra clima e senso del pudore. Cosce, braccia, seni, schiene e sederi, l’apoteosi della carne al vento, e soda che ci lanceresti una pallina per vederla rimbalzare e fare boing, sulla chiappa e sulla tetta.
E il resto del mondo accusa il colpo, come tutti sappiamo, e contempli queste coppie con straniero e con cinquant’anni di differenza tra lui e lei e rimani pensierosa.
Io, figurati, sono favorevole a tutto ciò che dà gioia al mondo, e chi sono per volere che i vecchietti non abbiano amore, che le ragazzette non ricevano doni? Solo che, mamma mia, certi sono vecchissimi, proprio. Vetusti, e la ventenne che gli accarezza la spalla mentre si scofana un chilo di gelato crea un contrasto che ti fa strizzare gli occhi, per quanto è abbagliante.

Poi sono esili, queste ragazzette, ma le vedi mangiare come cammelli. Alle sei del pomeriggio, al vecchietto portano un rum e alla bimba un piatto di gamberi saltati col riso, e se li ingolla fino a pulire il piatto. Tutte eleganti, con la manicure perfetta, il trucco, la minigonna sbarluccicante, impeccabili accanto al nordamericano o all’europeo in trasandatissimi calzoncini corti e ciabatte, e sempre lì a masticare, si vede che il maschio con valuta forte stimola una fame da lupe.

Mi chiedo come valutare il fatto che queste scene siano impensabili, nel mondo arabo. Da un punto di vista politicamente corretto chi è messo meglio, nelle stesse condizioni di povertà? La donna che vive il corpo solo nel privato o quella che ne fa un uso pubblico fino all’imprenditorialità? E dal mio punto di vista, che politicamente corretto non è? Ho idea che queste ragazze facciano più fatica e paghino scotti più salati. Non c’è nulla a proteggerle, si devono proteggere da sole. Poi, certo, ci riescono benissimo. Spero.

La Cuba che vedo più spesso, comunque, non è jinetera. E’ una Cuba tranquilla di gente che studia e lavora e sto cercando di conoscerla.
A dispetto del luogo comune che li vuole ilari e caciaroni, a me – almeno fuori dal circuito turistico – sembrano persino introversi, a prima vista. Quieti, pronti a lasciarti e a essere lasciati in pace. L’ho già scritto una volta: nemmeno lontanamente paragonabili agli egiziani, nel bene e nel male. Non hanno lo stesso spirito, non ti fanno ridere tanto ma sono anche infinitamente meno rompiscatole. Nonostante sia straniera, raramente vengo tampinata a scopo quattrino e, se capita, un invito a lasciarmi in pace basta e avanza. Non ce ne vogliono tre, uno è sufficiente. Ti tampinano più in piazza Erbe a Genova che all’Avana vecchia, nonostante un’infinità di guide turistiche e di persone affermino il contrario.

I taxisti ti danno il resto. L’unica cosa di posso accusarli è di essere musoni, ma le contrattazioni con loro durano mezzo minuto, altro che le sfiancanti maratone mediorientali.
Pure la vecchietta poverissima che ti vende il Granma ti dà il resto. Le avevo dato due pesos e lei, serissima, me ne ha restituito uno.
Altre categorie di negozianti cercano di imbrogliarti, a volte, ma glielo fai notare e finisce lì. Un altro vivere, proprio, rispetto a quello a cui mi ero preparata.
Secondo me si nota che sono isolani. Poi, per carità: quando interagiscono sono cordialissimi, gentili, e arrivano in fretta a una modalità di rapporto persino affettuosa. Però mi sembra di captare un fondo di chiusura che non sono certa di mettere completamente a fuoco ma che c’è. E, quando non c’è, è perché lo decidono loro, mi pare, più che per naturale irruenza.

La caratteristica che più mi sta dando da pensare, comunque, è quella del “nonostante”.
Nonostante l’embargo, nonostante la povertà, nonostante la mancanza di tutto ciò che è scontato trovare persino nei luoghi più assurdi dal pianeta – uno straccio di linea internet come si deve, ad esempio, ma anche una radiolina o una spugna decente – il buon livello culturale non è una leggenda, esiste davvero. C’è gente in gamba qui.

Lo scrivo e guardo il libro che è accanto a me. E’ un saggio storico molto interessante, presentato qualche giorno fa in occasione di un incontro con degli storici e filosofi dell’Università dell’Avana.
Dibattito interessante, interventi brillanti, molto pubblico anche giovane.
Tutto normale, se non fosse per i ringraziamenti dell’autore che aprono il volume e in cui, verso il fondo della pagina, appare una frase che voglio tradurre e trascrivere qua, solo per ricordarmi che l’ho letta davvero:

“I professori Tizio e Caio hanno avuto l’impagabile gentilezza di mettermi a disposizione due computer per la redazione di questo testo. Il loro gesto è stato determinante per l’elaborazione dello scritto originale. Grazie a entrambi, ho potuto scrivere in condizioni ottimali.”

Ecco. Non so se mi sono spiegata.

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Tentativi di socializzazione all’Avana

1. Con tempo da perdere e desiderosa di fare quattro chiacchiere, mi lascio abbordare nella hall di un lussuoso albergone da due cubani che – ma dai? – mi invitano a bere qualcosa, nel senso che assicurano che pagano loro. Raggiungiamo il rinomato giardino, prendiamo posto sugli appositi divani, beviamo il mojito e finalmente mi accorgo che il portafoglio mi è sparito dalla borsa che era tra me e uno di loro. Ahia.

Controllo, ricontrollo, ricontrollo ancora e mi arrendo, infine, e sospiro: “Su, il mio portafoglio, amigo.” Faccia scandalizzata di rigore da parte dei miei accompagnatori, proteste di innocenza che culminano in un accorato: “E io che mi stavo innamorando di te, e io che ti volevo per fidanzata…

Mi avvicino al bancone, faccio cenno al cameriere più anziano e gli sussurro: “Quei due hanno preso il mio portafoglio. Se lo faccia ridare, per favore, così evitiamo scandali, guardie e spiacevolezze.” I camerieri vengono da noi e cominciano a guardare tra i cuscini, sotto il divano, ed è tutto molto tranquillo mentre i due partecipano alla ricerca. Io mollo di nuovo la borsa sul divano e mi allontano, torno al bancone e giro le spalle. Dopo un po’ il capo cameriere mi chiama: “E’ questo?” Sì, è quello. Riapparso nella borsa. Bene.

Offro i drink ai due ladruncoli frustrati, porgo lauta mancia al cameriere e mi allontano abbastanza divertita, nonché lieta di avere salvato la carta di credito, ché se la perdevo a Cuba erano dolori.

L’operazione mi è costata ma è stata un’esperienza.

2. Qualche giorno dopo. E’ sera, cammino verso casa, c’è un filo di arietta fresca e mi piacerebbe bere un’ultima birra prima di coricarmi. E’ tutto spento tranne un bar all’angolo tra calle Infanta e San Lázaro. Ha l’aria abbastanza sgarrupata ma, del resto, cosa non ha l’aria sgarrupata in Centro Habana? Soprattutto ha – cosa che io adoro – gli sgabelli davanti al bancone e quindi mi ci appollaio, chiedo una birra e – oh, mannaggia – una serie di evidenti ubriaconi si materializza dal nulla e devo fargli l’effetto di un sacchetto di soldi poggiato su uno sgabello, l’interesse che suscito è lo stesso. Un vecchietto anticipa tutti, si presenta, mi porge una mano che non ho alcuna intenzione di stringere, lo dribblo con tutta la decisa gentilezza di cui sono capace, lui va fuori e ritorna dopo un minuto con una rosa in mano. Dove caspita avrà trovato una rosa nel buio della fatiscente e cementificata calle San Lazaro, lo sa solo lui. Si inginocchia davanti al mio sgabellone, agilissimo per i suoi circa ottant’anni, e me la porge. Ha vinto, prendo la rosa e dico al cameriere di dargli da bere.

Mentre finisco la mia birra pronta a fuggire, timorosa del resto dell’assedio, una voce si leva e, con un marcato accento romanesco, esclama: “Ma tu sei italiana!” E tale Enzo, tarchiato e ridente, corre a presentarsi, mi saluta con due baci, disperde l’assedio, mi parla di sé ed eccomi a fare amicizia con questo tale che, dice, è a Cuba da diciannove anni ed esporta carbone per barbecue in Italia, e me lo dice serio. Altro giro di birre, intanto, ed è evidente che pago io.

Il personaggio è chiaramente un cialtrone ma sono affascinata dalla sua abilità linguistica. Mentre mi racconta un mare di balle tutte in contraddizione l’una con l’altra, passa da un perfetto francese (“Mia madre è francese!”) a uno spagnolo cubanissimo (“Mia madre è cubana”), tira fuori l’italiano spigoloso dei madrelingua ispanici e, quando sto per convincermi che è un cubano che mi sta imbrogliando, torna al suo accento romanesco e non è possibile, è italiano, con questo accento ci nasci, non puoi simularlo.

No, non voglio andare a ballare la salsa. No, non voglio fare l’ammore, per carità. E un momento è il rampollo di una ricca famiglia che lo ha diseredato, l’attimo dopo è figlio del clan dei Casalesi. Socchiude gli occhi e rivela: “Sai, sono stato sette anni in carcere.” E a me viene voglia di rispondergli, soave: “Io venti, per sequestro di persona e omicidio” giusto per vedere la faccia che fa, poi penso che questo è pur sempre un paese da prendere molto sul serio, e che le autorità cubane potrebbero non comprendere il mio senso dell’umorismo e la mia reputazione di limpida prof risentirne.

Mi mostra una scritta in spagnolo che ha tatuato sul braccio. Contiene un maldestro errore di ortografia ma non glielo faccio notare. Poi chiede un’altra birra al cameriere, e lì lo fermo: “No. La birra te la offro solo se lo dico io.” Il cameriere posa la birra sogghignando, lui cerca di farsela dare a credito, gli rispondono picche, lui si incazza con me e mi dà della sporca capitalista venuta a Cuba a dettare legge a un compagno come lui.

Me la svigno e, per il resto della strada fino a casa, sono lì che scuoto la testa perplessa: voglio dire, ma davvero ho beccato un jinetero italiano? Non bastavano quelli cubani? Soprattutto: perché a Cuba c’è un jinetero italiano? No, davvero: ma che connazionale ho beccato, ma dai. Ma come vive, questo qua?

Quando imbocco calle Soledad sono ancora tutta piena di adrenalina, proprio non potrei mettermi a letto senza un’altra birra, e la luce dal vicino che fa i pupazzi con la carta di giornale è accesa, passo davanti alla sua finestra e lui è lì che guarda la tv, sdraiato sul divano. Meraviglie delle finestre a pian terreno.

Gli faccio toc toc sul vetro, mi dice: “Ehi, entra!”, gli dico: “Ehi, ti va una birra sul malecón?” e lui mi dice ok, mi fa entrare, sparisce di là e io rimango seduta sul suo divano, davanti alla sua tv accesa e, per ingannare il tempo in attesa che torni, mi metto a fare foto.

Riappare fresco di doccia e con la maglietta pulita e via, finalmente una serata con due chiacchiere normali, la brezza che arriva dal mare e il sentirsi a proprio agio. Lui si offende un po’, quando gli dico che avevo voglia di normalità dopo le stranezze del connazionale jinetero: “Ma io non sono normale, sono strano pure io, sono il tipo più strano di calle Soledad.” “Sì, ma tu sei uno strano pacifico”, gli rispondo. “Uh, me lo diceva sempre la mia seconda ex moglie, quella di Miami, che ero uno strano pacifico…”, riflette, colpito.

E così abbiamo fatto amicizia, adesso, e quando ci incrociamo sui rispettivi portoni lui mi lancia un bacio e io sorrido tutta contenta e mi sento integrata nel mio nuovo tessuto urbano.

Comincio a ambientarmi, mi piace.

Soprattutto, ho imparato che non ti devi lasciare abbordare, a Cuba. Se proprio non se ne può fare a meno, è meglio che abbordi tu.

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Disclaimer cubano e varie

Passo il tempo a canticchiare vecchie canzoni cubane che ti si mettono in testa e non te ne liberi più.

E cerco ancora di capire se mi piace o no, Cuba, ché in certe zone e momenti non mi piace affatto – questo mio centro scassato, polveroso, faticoso da percorrere e in fondo triste, con i suoi negozi bui e vuoti – e poi vai nella città vecchia, invece, e in plaza de la Catedral ti si stringe il cuore per quanto è bella.

L’ho scritto alla mia vecchia prof, che ancora non sapevo se Cuba mi piace o no. Lei mi ha risposto che in effetti è presto per capirlo: “Io non ho ancora capito se l’Italia mi piace o no, e ci vivo da quarant’anni”, ha detto.

Più leggo e studio e più mi coinvolgo, ovviamente. E la storia di questo paese sembra un romanzo di avventura, è brevissima – cinquecento anni, pensa – ma ne hanno alzato di casino, i cubani. Gente che, come padre della patria, ha un poeta morto giovane. E il primo laboratorio dell’imperialismo USA, il loro primo esperimento neocolonialista e, poi, il loro cinquantennale sasso nella scarpa, mezzo secolo di mal di denti alleviato da un embargo stizzoso e insensato – ma dimmi tu, un paese meta di turismo di massa ma sotto embargo – e il primo turista che ho conosciuto, la sera dopo essere arrivata, veniva dall’Oregon.

E tu che ci fai qui?”, gli ho chiesto.

Mi godo Cuba”, ha detto lui.

Ma tu non dovresti essere qui!”, ho esclamato io.

Sono passato dal Messico e i cubani non ti stampano il passaporto, non se ne accorgerà nessuno”, ha detto lui. “Spero”, ha aggiunto.

Non facciamola lunga, comunque: io – mi fa un po’ ridere specificarlo, ma cosa vuoi – sono una donna di sinistra e, di conseguenza, sarei folle a non guardare con simpatia alla storia e alla fatica di questo paese. Che valga come premessa, disclaimer e sottotitolo a ogni cosa che scriverò da ora in avanti, ché già al primo accenno alla Yoani Sánchez ho visto sollevare qualche sopracciglio, in giro per la rete. Questo non vuol dire che io sia cieca o che mi sfuggano i problemi e le contraddizioni di questo pezzetto d’America. Però – ed è un ‘però’ bello spesso – non esiste una Playa Girón in cui io non sarei stata o non sarei in futuro dalla parte dei cubani, e tanto vale dirlo subito e levarsi il pensiero, e farlo levare anche a chi volesse leggermi da adesso in avanti. Non perché pensi di fare chissà quali discorsi politici – non penso di farne nessuno, francamente – ma perché conosco la rete e il suo meraviglioso e stancantissimo potenziale polemico, e non ci ho voglia.

Sarebbe eroico, da parte mia, dopo una vita passata a sgolarmi sul Medio Oriente, ripetere la performance su Cuba. Manco morta, ecco. Che sia ben chiaro. E poi, qui, non ho la rete, non riesco a seguire i commenti, non riesco a mantenere una conversazione manco con mia figlia, figuriamoci. Non so’ mica Yoani, io, che ci ha internet. Non ce l’ho. Scrivo offline e posto quando posso, e ciao.

E, a proposito di simpatie, avevo già accennato alla bottega che c’è giusto di fronte a casa mia, con i pupazzi di cartapesta fatti col Granma , i bidet trasformati in barche e stranezze varie. Mi scervellavo a capire cosa potesse essere: l’atelier di un artista? Certo, ma che se ne fa di tutti questi fantocci? Mica è una strada dove passano acquirenti di esperimenti artistici, la nostra.

E quindi, alla fine ho bussato alla porta e sono entrata chiedendo spiegazioni, e mi ha accolto un mulattone rasta – notevole, sí – e mi ha spiegato che è un laboratorio per i bambini del quartiere, il suo. Gli insegna a creare riciclando, usando vecchi giornali e fili e bottiglie e fanno pupazzi e giochi vari. Gli insegnanti usano il Granma – lo riconosci dai titoli rossi – e i bambini usano Juventud Rebelde, vedi le loro opere dai titoli blu. “E tutti questi titoli che alla fine esibite?””Polisemia”, ha detto lui, e poi ha alzato le braccia al cielo e si è messo a esultare, ridendo, per la bellissima parola che gli era venuta fuori.

Il suo letto era coperto da un’enorme vanga di cartapesta, ma mi ha detto che non ci dorme dentro, la tiene lì solo per il significato: “recogerse” vuol dire coricarsi, anche se tradotto letteralmente sarebbe “raccogliersi”. E con una vanga ti raccogli, appunto.

Pare che abbia anche una pagina su Facebook ma non la cura lui: neanche lui è Yoani, neanche lui ha internet. Gliela aggiornano ogni tanto certi amici suoi che curano una rivista.

L’ho cercata e l’ho trovata: é qui, con le foto della bottega e della mia strada: http://www.facebook.com/lazaro.salsita#!/lazaro.salsita/photos_stream

Stanotte, poi, è venuto giù il diluvio universale, pioveva che pareva dovesse venire giù il tetto, sbattevano porte ovunque e mi sono alzata temendo che la mia porta di casa fosse stata buttata giù dal vento, c’erano boati dappertutto. E mi sono affacciata un po’ alla finestra a guardare il buio e la pioggia e mi ha fatto piacere pensare che avevo un vicino amichevole, dall’altra parte della strada.

 

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Poliziotto uomo, poliziotta donna

Li guardo dalla finestra dello snack bar, al pian terreno dell’incrocio tra calle 25 e calle L.

E, a proposito di indirizzi, guarda che dominio della logica e della razionalità nel dare nome alle strade, fuori dall’Avana vecchia, dove le strade hanno ancora nomi di altre epoche e culture – Neptuno, San Rafael, Obrapia, Obispo. So’ impressionata dai numeri e dalle lettere, guarda che odore di America. Soprattutto mi oriento, ché è facile quando capisci la logica dei numeri e delle lettere.

Bastano due giorni per sapere dove sei, all’Avana.

Insomma, guardo questi due poliziotti e lei è una delizia, col suo chignon ben alto e le sue gocce di sangue mulatto, l’uniforme attillata che non le toglie un briciolo di femminilità nonostante la pistola e il manganello e, anzi, le modella il culetto alto. E lui è allampanato, invece, non brutto ma un po’ goffo, e il suo manganello e la sua pistola non fanno paura, per quanto abbia lo sguardo serissimo, probabilmente dalla nascita.

E lui le dà un fiore – piccolo, rosso, tolto a un’aiuola che è poco più in là – e lei lo annusa ma un attimo dopo, come per darsi un tono, ferma un giovane rasta che passava e gli chiede i documenti, col fiore ancora nascosto in mano. Lui glieli dà, lei li studia attenta e poi gli fa cenno di andare. Poi si gira verso il poliziotto maschio e gli restituisce il suo fiore.

Ora lui ha il fiore in mano e ferma un altro passante, un nero giovane e frettoloso che sorride mentre mostra il documento ma si vede che vuole che si sbrighino, a controllarli. Il poliziotto li guarda con grande concentrazione, li restituisce, rimane di nuovo solo con la poliziotta e il fiore in mano.

Glielo porge di nuovo, lei non pare volerlo riprendere. Ferma un altro giovanotto, bianco e coi capelli lisci. Di nuovo il minuetto dei documenti, mentre il fiore lo ha ancora lui.

E poi una schermaglia tra i due e lui che, finalmente, infila ‘sto benedetto fiore nella cintura di lei, tra le cartucce e le manette. E, come per cambiare discorso, ferma subito un altro passante, forse un disegnatore a giudicare dalla cartella che ha con sé. E ancora studia i documenti che gli vengono dati, ancora li restituisce mentre – è evidente – pensa ad altro.

Adesso lei ha questo fiorellino rosso infilato nella cintura, tra la cartucciera e il manganello, e ferma ancora un altro passante e, quando anche questo si allontana, dice qualcosa al poliziotto maschio e, intanto, la sua mano è sul suo braccio, lo accarezza, si parlano avvicinandosi, si vede che vorrebbero abbracciarsi e non possono.

Io, intanto, ho tenuto il conto dei neri e dei bianchi che fermavano, ed è alla pari. Ci tenevo a farci caso. Noto anche che non hanno fermato nessuna donna e nessun adulto. Solo ragazzi.

Poi, mentre ancora discretamente si accarezzano, il poliziotto maschio alza gli occhi e incrocia il mio sguardo. E io mi sento una spia, così consapevole della posizione del loro fiore rosso, e abbasso di corsa gli occhi sulle mie banane fritte, sulla mia birra.

E poi cambia il semaforo, loro si spostano, pago il conto e vado via anch’io.

Passa uno che vende i giornali, compro il “Trabajador” e una rivista di vignette che si chiama “Alante”. E finalmente apprendo che Chavez ha vinto le elezioni, in Venezuela, e credo che il respiro di sollievo dei cubani abbia scosso le palme e i cocchi, ché ieri c’erano televisioni accese ovunque, con la diretta dal Venezuela, ed era tutto un pendere dai sottotitoli, e qualsiasi cameriera di qualsiasi bar dell’Avana poteva dirti quanti seggi erano ancora aperti a Caracas.

Sarebbero stati cazzi, qui, se avesse vinto l’altro. La vita della gente sarebbe peggiorata di parecchio, temo.

E noi a pensare alle stronzate della Yoani Sanchez, intanto. Il fatuo Occidente, come al solito.

E non so se siamo troppo leggeri, noi, o troppo pesanti o cosa. So solo che, per l’ennesima volta, mi è chiarissimo che, a casa mia, l’informazione non permette di capire cosa passi per la mente della gente di cui parliamo. E, per l’ennesima volta, sono a disagio e dispiaciuta, accorgendomi di questo abisso tra la Sanchez finta e il Venezuela vero, e di come questo si rifletta nella lontananza, vacua, dei miei giornali e della mia gente, rispetto alla realtà in carne e ossa che ho sotto agli occhi.

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Dicesi innocenza

L’aneddoto della settimana arriva dall’Egitto, invece, e lo racconta la mia amica Julia, prof spagnola del Cervantes del Cairo. E’ andata così:

Alunni egiziani: “Ma come mai il Cervantes è stato chiuso in questi giorni? Per le manifestazioni che ci sono in Spagna?”

Julia: “No, è stato perché una rivista spagnola ha pubblicato delle caricature del Profeta.

Alunni egiziani: “Aahhh, e quindi voi avete chiuso per protestare, no?

Stelline.

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