Ma se domani morisse Mubarak

Ne parlavo con Julia già a gennaio: “Sì, ma scommettiamo che, se Mubarak muore domani, tutto l’Egitto sarà al suo funerale?” “Ah, certo. Conoscendo questo paese, è sicuro.” “Immagino la confusione del mondo tutto, a quel punto.

La questione, in effetti, mi intriga molto, e spesso ne parlo con la gente che incontro. La risposta è sempre uguale: “Ma certo che avrà funerali moltitudinari e il paese in lacrime, ci mancherebbe! Gli egiziani sono fatti così!
E’ esattamente quello che penso io: questo è un popolo sicuramente sentimentale e, spesso, buono di fondo. Hanno convissuto per 30 anni con questo dittatore-papà il cui bilancio, nonostante i terrificanti 800 morti della rivoluzione, lo stato di polizia, la corruzione e, soprattutto, la nefasta figura del figlio imposta per la successione, non è stato sempre e solo da buttare. Io credo che alla fine, nonostante tutto, lo saluteranno come si saluta un padre. Nel bene e nel male.

Dopodomani dovrebbe cominciare il processo a lui, ai suoi figli e all’orrido ex ministro degli Interni, tra gli altri. Molti sono convinti che morirà, più o meno, naturalmente, in tempo per evitare tanta pubblica umiliazione. Suppongo che molti lo sperino, anche.

Io me la immagino, la gente che lascia Tahrir, va al funerale e poi torna a Tahrir. Una ragazza, ieri, mi diceva: “Ma si sa, è talmente facile toccare i sentimenti degli egiziani! E poi, dai, pure io non ho conosciuto niente altro che lui, come governante, per la mia intera vita! E se muore in Ramadan, poi, non ne parliamo.
Sì, ma non so se il resto del mondo la capirà, questa cosa. Sembrerà un po’ paradossale, visto dall’estero.
Ma dai, no: secondo me è facile da capire!“, ha detto lei. Ma, appunto, era egiziana.

E poi mi ha detto: “No, non ho paura dei salafiti: stiamo vivendo una transizione che sarà lunga, ma io sono ottimista. Anzi, a dirla tutta, sono stata persino contenta di vederli in piazza ieri.
Davvero? E come mai?
Perché, fino ad ora, li avevamo visti solo in galera, quelli là. Ho sentito che era davvero cambiata un’epoca, nel sentirli parlare liberamente.

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Felice Ramadan, pezzetto di mondo inquieto

All’Egitto, alla Siria, alla Palestina… qui, se vuoi augurare cose belle a chi combatte per il suo futuro, non la smetti più di enumerare.

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Ci mancava il picchetto

E oggi pare non finire più, cielo santo, ché, mentre da una parte arrivavano le notizie dalla Siria, dall’altra la giornata al Cairo è stata all’insegna del piccolo ma scalmanatissimo gruppo di negozianti di Talaat Harb (una grossa via commerciale che parte da Tahrir) che si sono messi a picchettare e a bloccare il traffico affinché Tahrir venisse sgombrata.

Qui le notizie si diffondono subito via Twitter, ovviamente, e quindi dalla piazza hanno iniziato a chiedere rinforzi verso mezzogiorno, preoccupati all’idea di venire attaccati, ed io ho messo su la più innocente delle facce da turista e sono corsa lì a vedere cosa succedeva. E c’era la strada bloccata, il traffico paralizzato e un centinaio di tizi urlanti, non di più, e gruppi sparuti di gente di Tahrir, soprattutto ragazze, che cercavano di dialogarci, poi si arrendevano e, depresse, andavano a twittare negli angoli: “No, ma con questa gente è impossibile parlare, sono convinti che in piazza ci siano prostituzione e spaccio di droga!” “Sì, ma bisogna dialogare. Non lasciamoci provocare, manteniamo la tranquillità“.

In realtà si vedeva a occhio nudo la differenza – antropologica, direi – tra un gruppo e l’altro: invasati quelli del picchetto, dialoganti e pacati i ragazzi. Ma, ripeto, era più il rumore che il numero. E gli automobilisti che, intanto, smadonnavano sotto al sole e ‘sti negozianti che li esortavano a scendere dalle macchine e ad andare a sgombrare Tahrir. Tutto molto caotico, molte urla ma nessuna via di fatto e io, alla fine, ho deciso di infilarmi al Cafè Riche e di contemplare il tutto dalle vetrine, davanti a una birra fredda. Ché domani è Ramadan e non se ne parla più, di birre in centro di giorno.

Alla fine, da quello che ho capito, diversi gruppi hanno deciso di sospendere il sit-in per Ramadan. Altri hanno deciso di restare e di spostare le tende verso l’edificio del Mogamma, invece, in solidarietà con le famiglie dei martiri che vogliono portare avanti l’occupazione a oltranza, fino a quando non avranno giustizia.

Ho girato un minivideo del nuovo accampamento al Mogamma – penoso come mie le foto, ed è che l’iPhone non è il mezzo adatto per riprendere una rivoluzione, diciamocelo – e l’ho messo su Facebook, se a qualcuno interessa.

Adesso, cercando di scansare un po’ di casino che dovrebbe essere verso Qasr-el Nil, a quanto si dice – pare che siano arrivati un centinaio di militari, ma non ne sono certa – io mi dirigerei verso il Club Greco a mangiare qualcosa.

Domani è Ramadan, dicevo, ed è l’ultima sera che è aperto.

Vale la pena sfidare l’esercito per arrivarci, direi.

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Salafiti, militari, laici e qualche malinteso

Leggendo in giro, mi pare che in Italia non si stia dando la sufficiente rilevanza a quelli che sono gli effettivi schieramenti politici, in questo momento, in Egitto: che da una parte ci sono i gruppi laici, cioè, che formano un ventaglio ampio che va dalla sinistra delle organizzazioni dei lavoratori fino ai liberali, e dalla parte opposta ci sono gli islamisti E i militari.
Ripeto, ché forse non è chiaro: gli islamisti stanno dalla parte dei militari e contro i laici rappresentati dal sit-in in Tahrir.

Tutti i gruppi religiosi – dai Fratelli Musulmani ai Salafiti alla Gamaa Islamiya – chiedono all’esercito, da un mese, che Tahrir venga sgombrata, ed usano nei confronti degli occupanti gli stessi insulti, le stesse categorie di accuse dei militari stessi: “portatori di caos”, di “disordine”, gente “pagata dall’estero” e via dicendo.

In piazza Tahrir, venerdì, gli slogan religiosi erano intervallati da slogan a sostegno delle Forze Armate e, tra i laici, lo sconcerto si traduceva essenzialmente nella domanda che più circolava: “Ma non si sono ancora stancati di farsi usare dall’esercito, questi? Non gli è bastato Sadat, non gli è bastato Mubarak, non imparano mai niente?

Se ne discute da mesi, in Egitto. A Maggio, l’Al Masri al Youm scriveva:

During the 25 January revolution, Salafi scholars denounced protests as un-Islamic and warned Muslim youths against engaging in the uprising, but the hard-line Muslims became visible once Mubarak and his security apparatus fell. They were emboldened to stage more protests along sectarian lines. Some went further, announcing the formation of political parties to compete in the parliamentary elections slated for September.

Some observers allege that the sudden emergence of Salafis is orchestrated by Saudi Arabia, which seeks to abort the Egyptian revolution for fear that the same revolutionary model would be reproduced on its soil.

Younis expects that after the Imbaba incident, the army will deal a blow to such radical groups. However, he voiced fears that giving the military a free hand in uprooting Salafis might threaten the prospects for a transition to civil democratic rule.

“If the army hits them and gets applauded by the middle class and the intelligentsia, the military will acquire a bigger role in Egypt’s politics,” said Younis. “This will mean that the military is the one that deserves to rule.”

Since Mubarak stepped down, the military has affirmed its commitment to instating a civil democracy. Yet, skeptics remain concerned that the SCAF might groom a presidential candidate from the barracks before the presidential poll set for December.

By a similar logic, Mubarak’s regime spent many years establishing and solidifying its legitimacy. In the 1990s, secularists, liberals and Copts rallied behind him to fight armed Islamist groups. Such support allowed him to build a draconian police state that violated human rights on the pretext of defeating Islamist opponents. After succeeding in stemming terror, Mubarak groomed his regime as the sole guardian against the resurgence of violent groups. At the same time, he implemented the same notorious strategies against peaceful opposition.

E’ uno schema più che collaudato, e stupisce davvero rendersi conto che gli anni di carcere che tanti di loro portano ancora sulla pelle non gli hanno insegnato nulla. Del resto, quello che penso io dell’islam politico è noto a chi mi legge: un po’ di leader venduti al potere di turno che muovono masse di gregari tra le cui virtù – che pure esistono, a livello umano – non brilla sicuramente l’acume. In Egitto come in Occidente, direi.

Arabawi ieri scriveva:

Per settimane, tutte le forze islamiste, senza eccezioni, hanno continuato a denunciare il sit-in di Tahrir, diffondendo ogni tipo di squallida, losca bugia sensazionalista contro i manifestanti, in larga maggioranza laici, accompagnati dall’agitazione diffusa dai militari stessi, che già avevano aizzato gli abitanti del quartiere di Abbassiya contro il corteo del 23 luglio.

Le forze islamiste i cui leader, senza eccezioni, sono in un modo o nell’altro alleati con le Forze Armate e in attesa della parte di bottino che gli arriverà dalle elezioni in arrivo e dalle riforme costituzionali, hanno deciso di alzare il tiro contro i rivoluzionari di Tahrir annunciando, circa due settimane fa, che avrebbero convocato una protesta di massa nella piazza per affermare “l’identità islamica dell’Egitto, denunciare il progetto di riforma della Costituzione e chiedere l’applicazione della Shari’a.” L’annuncio andava di pari passo con la campagna per “ripulire Tahrir dai laici”.

Quello che è successo dopo, l’ho scritto ieri: gli incontri tra i laici e i religiosi (Gamaa Islamiya, Partito del Nour dei Salafiti e Fratelli Musulmani) e l’approvazione di un documento comune in cui, in nome dell’unità nella giornata di protesta,  i laici si impegnavano a non lanciare slogan contro le Forze Armate e a non richiedere l’approvazione della Costituzione prima delle elezioni, e gli islamisti, in cambio, si impegnavano a non lanciare slogan religiosi e a non richiedere lo Stato islamico. La protesta doveva focalizzarsi esclusivamente sui punti di accordo.

I religiosi, con l’accordo sottoscritto, ci si sono bellamente soffiati il naso (con la lodevole eccezione di alcuni giovani dei FM che hanno cercato di fermare lo scempio senza successo) e, per protesta, i partiti laici hanno convocato una conferenza stampa per annunciare che abbandonavano la manifestazione.

Zeinobia fa notare che è previsto un incontro a Washington tra i rappresentanti dell’Esercito e la Clinton per discutere della transizione egiziana, e che quello che è successo potrebbe essere il consueto messaggio delle Forze Armate all’Occidente, in particolare all’America: lo spauracchio islamico per affossare le riforme democratiche.

Intanto, i Salafiti hanno ripreso i loro pullman e sono tornati nelle loro campagne.

E gli orfani di Mubarak sono così felici, mentre scrivono su internet di come Mubarak e la polizia segreta sapevano fermare questi salafiti che oggi hanno agitato la bandiera saudita nel cuore del Cairo. E lo spavento dei liberali e dei laici.
Che Dio protegga la nazione e la rivoluzione.

(La foto, presa dal solito Arabawi, mostra un Tantawi ritratto come salafita in via Talaat Harb.)

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Tahrir: il giorno dei Salafiti

Avrebbe dovuto essere il Venerdì dell’Unità, questo, e le richieste politiche da avanzare assieme erano tali da rendere impossibile qualunque disaccordo tra i partiti e i movimenti chiamati a manifestare: stop ai processi militari contro i civili, velocizzazione dei processi contro i poliziotti accusati degli oltre 800 morti di gennaio e febbraio, nomina del tribunale che dovrà processare i membri corrotti dell’ex regime, esclusione dei suddetti membri dalla futura vita politica del paese e, infine, la richiesta di stabilire per legge i salari minimi e massimi. Un programma, insomma, tale da unire tutte le forze politiche del paese. Che, infatti, si erano dette tutte d’accordo.

Gli islamisti hanno deciso di andare per conto loro, invece, e di organizzare una prova di forza in piazza Tahrir che si è tradotta in una manifestazione contro la piazza stessa, provocando l’abbandono per protesta delle altre forze politiche presenti. E, in barba a tutti gli accordi della vigilia, la loro richiesta politica è stata solo una, ripetuta così ossessivamente, e per ore, che ho imparato a dirla in arabo persino io: “No allo Stato secolare, sì allo Stato islamico.”

Erano organizzatissimi, i salafiti: sono arrivati in pullman e minibus da tutto l’Egitto, pare. Io sono arrivata in piazza a piedi, dal ponte dell’Opera, e i loro pullman erano ovunque. Tutti belli numerati, affinché i passeggeri potessero riconoscerli al ritorno dalla piazza, e pieni di cartelli assai espliciti:

Migliaia, decine di migliaia. Mai viste tante barbe tutte assieme, mai. Nemmeno in Alto Egitto, da nessuna parte. Non so da dove fossero usciti ma erano ovunque. Tahrir, l’hanno riempita completamente. Tutta, tranne l’aiuola del centro dove, indomiti e assai incazzati, resistevano, tra le tende, i giovani del movimento. E vederne le facce, in mezzo all’invasione dei salafiti, era uno spettacolo. Non dei più allegri.

Non hanno cercato la rissa, per quello che ho visto. Con me sono stati gentili; alcuni mi hanno offerto l’acqua, ché c’era un sacco di gente che sveniva per il caldo e suppongo che la mia faccia fosse preoccupante. Altri ripulivano la piazza, prendendo esempio dai giovani del movimento. Ma quello slogan costante, “Islameya, islameya, la medineya“, e le bandiere saudite brandite nel centro del Cairo e l’evidente e provocatoria esibizione di muscoli, l’estremismo espresso e rivendicato e gli sguardi e i tweet sconvolti e incazzati dei laici presenti facevano venire i brividi. Io ero lì a fare pessime fotografie con l’iPhone, a girare tra le tende e a chiacchierare con chi cercava di convincermi che la piazza era unita, nonostante tutto, ma la sensazione era quella di un disastro.

Uno dei ragazzi con cui ho fatto amicizia è stato intervistato da un giornalista inglese, a un certo punto, e ha fatto un discorso pacatissimo che era un capolavoro di equilibrio: “I salafiti devono capire che siamo musulmani anche noi e che uno stato secolare non va contro i loro diritti, anzi. Semplicemente, l’Egitto è fatto di tante anime: musulmani, cristiani, gente di sinistra, nazionalisti: c’è posto per tutti. Io sono musulmano, credo nell’islam e voglio anche io una sharia, una legge di Dio. E’ sul modo di arrivarci che non siamo d’accordo. Per me passa attraverso il rispetto dei diritti di tutti, e uno stato secolare li garantisce.” Un salafita che era lì ha chiesto a sua volta la parola, per ribattere: “La gente in questa piazza vuole manipolare il pensiero della maggioranza degli egiziani. Vogliono fare una costituzione prima delle elezioni, e questo è antidemocratico. La maggioranza dell’Egitto vuole che ci siano prima le elezioni. Lì verrà fuori la nostra forza e si dimostrerà che il popolo vuole uno stato islamico.” Sono andati avanti a dibattere per un bel pezzo. Alla fine mi sono stufata io e me ne sono andata, lasciandoli lì che ancora discutevano. Non lo sopportavo più, il salafita, e mi ero pure depressa.

E poi, verso le sei, hanno sgombrato quel loro enorme palco da cui avevano passato la giornata a gridare: “Islameya” e le migliaia di barbe hanno cominciato ad andarsene. Io mi sono distratta un attimo giusto in quel momento, seduta tra le tende a fumarmi una sigaretta e a cercare di farmi passare il nervoso. E, proprio allora, è esplosa all’improvviso una valanga di musica pop e tutti, a partire dai bambini, hanno iniziato a ballare. Sono andata a vedere cosa stesse succedendo e- giuro che erano passati solo pochi minuti – di barbe non se ne vedevano più ma, in compenso, la piazza era ugualmente strapiena. Di gente normale, stavolta, che ballava e agitava bandiere egiziane sotto un altro grande palco pieno di ragazzi e ragazze – molte col loro bravo veletto – che, in mezzo alla musica, gridavano al contrario lo slogan che avevo sentito per tutto il giorno: “Stato secolare, Stato secolare! No allo Stato islamico!
Un’esplosione di vita, commovente.

Sono rimasta ancora un po’ a guardarli, poi sono andata via.

Dritta a mangiarmi un dolce, ché ne sentivo assoluto bisogno. Poi dice che una ingrassa. Per forza.

(Per chi volesse saperne di più, consiglio questo post di Zeinobia.)

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Sì, è il tradizionale post sulla ceretta in Egitto

Come da tradizione, ieri ho preso il cosciotto peloso, il piede incolto e le unghie smangiucchiate ed ho portato il tutto a riparare dal mio parrucchiere di sempre. E’ al primo piano di un palazzone sulla Mossadek, in un salone dove nessuno parla inglese ma siamo sempre andati molto d’accordo, pur senza capirci mai. Io gli parlo a gesti, lui mi risponde in arabo, ci sorridiamo molto e, infine, io mi abbandono in poltrona con sigaretta e tè e tutto il suo staff mi circonda, mi prende, mi rigira, mi pastrugna e mi trasforma infine, come dice lui, in un bon-bon.

Ormai ci vediamo solo una volta all’anno, quando torno da ‘ste parti, ma il rito è sempre uguale: “Oh ma buongiorno, bentornata, manicure-pedicure-culùr?” “Oh, sì.” “Shai?” “Ma sicuro.” E poi arriva la fanciullina velatissima, mi requisisce il piede inselvatichito da troppa Italia, lo guarda inarcando le sopracciglia e poi scoppia a ridermi, senza ritegno, sul muso. Il fumetto sulla sua testa esprime in modo inequivocabile ciò che pensa dell’occidentale brada e del resto, come dicevo, parlare arabo non è per nulla necessario, dal parrucchiere.

Della ceretta ne avrei anche fatto a meno, stavolta: non ne avevo bisogno, almeno secondo i miei canoni, e difendersi dai canoni di un’estetista araba richiede enormi energie e grande decisione: no, non voglio che mi depili le braccia, la faccia, i piedi, le mani, la pancia e tutto il resto. Non ho peli, lì. Lo so che tu li vedi, ma sei l’unica al mondo. Metti giù quella roba, ché va a finire che me li fai venire tu, ‘sti maldetti peli. No, non mi toglierò le mutande. Non ci penso nemmeno, stavolta non mi fregate. Lasciami stare, vado benissimo così.

Poi, però, ho pensato al mio amichetto feticista del blog accanto – sì, lui – e ho capito di non poterlo deludere.
Ho consegnato il polpaccio, quindi, e questo mini-servizio fotografico è per lui.

Dedicato a un pirla, con saluti dal peletto.

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L’unica (o quasi ) turista in Egitto

Una che va nel Sinai cerca, tendenzialmente, tranquillità e mare, e non è un caso che il mio rapporto d’amore con Dahab, durato la bellezza di 16 anni, si sia infranto una mattina dell’agosto scorso, esattamente nel momento in cui, dagli altoparlanti situati attorno alla piscinetta dove SMP e io cercavamo refrigerio e facevamo colazione, esplose una cascata di techno-music. Mi parve troppo.

Stavolta sono andata a cercare refrigerio tra Taba e Nuweiba, quindi – i 43 gradi del Cairo stavano per uccidermi, ché avevo addosso tutto l’inverno genovese e il mio fisico reclamava una tregua – e, di tranquillità, ne ho avuta quanta ne volevo e pure di più: c’ero solo io. Letteralmente, e nel raggio di chilometri.

Beer Sweir, vista dalla strada, è una lunga striscia di sabbia su cui sorgono, uno accanto all’altro, una decina di piccoli camp fatti di capanne di paglia e bambù in riva al mare. Arrivare lì non mette di buon umore: quel pezzo di costa è un monumento all’instabilità medio-orientale, disseminata com’è di alberghi di mattoni e cemento costruiti o lasciati a metà nel momento in cui speculatori e piccoli e grandi imprenditori egiziani vivevano il loro momento di ottimismo turistico nel Sinai, prima della fatidica passeggiata di Sharon sulla Spianata di Gerusalemme e di tutto quello che ne è seguito. Alberghi dove non è mai andato nessuno e nessuno andrà mai, pugni in uno scenario di montagne rosse deserte, mare azzurrissimo, barriera corallina a pelo d’acqua.

Le capanne di bambù hanno il grande pregio di non deturpare alcunché e lì me ne sono andata io: al White Sand, base nel Sinai della mia amica Julia e della sua banda di spagnoli, e c’ero io, unica ospite di quel camp e di tutta Beer Sweir, e i due sudanesi che lo gestiscono, al lavoro solo per me. Basta. Niente altro.

Io che dormivo fuori dalla mia capannina, ché dentro fa sempre troppo caldo, su un materasso sotto l’esagerazione di stelle che c’è là, in riva al mar Rosso di sempre, e i sudanesi ad accudirmi qual regina di Saba: il tè appoggiato sulla sabbia davanti al mare ogni mattina, il pancake della colazione con cui il sudanese cuoco – Montaser – faceva sforzi di creatività e un giorno me lo dava con la cioccolata, l’altro col miele, l’altro ancora con la marmellata e poi, la sera, mi sedevo nella capannona comune col mio libro e il pc, con la corrente attivata dal generatore, e c’era la cena fatta solo per me: pescioni alla griglia, riso, tahina, le cose del Sinai. Una sera mi hanno fatto un pollo “all’africana” piccante, buonissimo, come testimonianza esotica della loro provenienza. Ed era, insomma, una situazione bizzarra, io da sola con ‘sti due africanoni che cucinavano, mi portavano il cibo, sparecchiavano, e io lì a giacere e a pensare ai cavoli miei, chiacchierando ogni tanto e standomene in beato silenzio il grosso del tempo, o a nuotare e a sentirmi in simbiosi coi pesci in mare. Mi ha fatto bene, ne avevo bisogno.

Pare che ci fossero anche due israeliani nudisti, qualche camp più in là, ma li ho intravisti solo da lontano. Non capirò mai che bisogno abbiano, gli israeliani, di venire a fare nudismo qui, in un paese musulmano. Nel loro paese, di nudisti non ne ho mai visti, anche se me ne segnalano l’esistenza. Qui lo fanno confidando, evidentemente, nella sempiterna pazienza e nel quieto vivere degli stessi beduini e arabi che tanto disprezzano, di cui raccontano l’arretratezza e il bigottismo fanatico sui media di tutto l’Occidente.

In compenso, l’ultima mattina all’alba mi è apparso dal nulla un altro israeliano, giovanissimo e coi dred, e da lontano mi ha gridato se avevo da accendere. Gli ho mostrato l’accendino e lui si è avvicinato con un gigantesco spinello in bocca ed era giovanissimo, con gli occhioni neri, e mi ha chiesto di dove ero e poi ha esclamato: “Oh, italiana? Sai, ci sono stato: ero a Como, che è il posto più bello che abbia visto in vita mia.” Ho pensato che era simpatico, dolcissimo e che dovevo assolutamente trattarlo bene ed essere gentile, non il solito orso scostante, e quindi mi sono sforzata di pensare a qualcosa di amichevole da dire e ciò che mi è uscito dalla bocca è stato: “E hai già fatto il militare?

Meno male che mi ero pure sforzata.

Sono tornata al Cairo abbronzata, ritemprata e col doppio delle energie che avevo prima. La città pare appena meno bollente, Tahrir è piena di gente dopo le botte dell’altro giorno – ne parlerò in un altro post – ed io continuo a sentirmi l’unica vacanziera nel paese, ché gli stranieri che vedo sono giornalisti o cooperanti, poco più, e gli egiziani che vivevano di turismo bevono tè, depressi, davanti alle botteghe deserte o direttamente chiuse del Khan al Khalili, o cercano di portarti in taxi da qualche parte e di svoltare la giornata.

Per la prima volta da quando frequento questo paese, non contratto e non faccio storie di soldi, né tantomeno di principio su qualche euro da pagare in più o in meno. Non è veramente il caso.

Ieri, scendendo dal pullman che mi riportava da Nuweiba, mi ha abbordato un taxista molto distinto, di una certa età, e il mio riflesso è stato quello solito di dirgli di no e di andare a cercarmi un taxi col tassametro. Lui insisteva, come sempre insistono, ma il tono, la voce, non erano quelli di sempre: “You tell me the price, please!”, e c’era dell’urgenza nelle parole, un bisogno vero. “Andiamo”, gli ho detto. Poi, sotto casa, mi ha detto: “Io mi chiamo Ahmed. Ricordati di me, se mi rivedi quando ti serve un taxi. Ricordati il mio nome: Ahmed.” “”, gli ho detto. “Va bene”. In una strada qualunque, in una città di venti milioni di abitanti. Ahmed.

La sera, stranieri ed egiziani affollano i posti dove si beve birra – il Club Greco, l’Horreya – perché il Ramadan inizia tra qualche giorno e, per un mese, le birre bisognerà cercarle altrove, ché lì chiudono.

Io, intanto, mi guardo attorno, leggo i giornali, parlo con la gente e penso che ha tante speranze come non gliene avevo mai viste, questo mio amato paese pieno di guai. E poi ha un mare di guai, come sempre, più che mai.

A me, in tutto questo, basta stare qui, comunque sia. Mi sento rilassata, mi sento in pace, mi sento comoda. Mi sento adagiata, a mollo nell’inevitabile. Ché, tanto, ovunque vada o cerchi di andare è sempre qui che torno, e cercarmi altri luoghi da amare è inutile, ormai lo so bene.

Nella buona e nella cattiva sorte”, pensavo, mentre cercavo – abbastanza pateticamente, certo – di risarcire con i miei quattro soldi tutti i taxisti del Cairo per il tradimento dei miei connazionali fuggiti in vacanza altrove, mentre cercavo di ricambiare col poco che ho – quattro soldi in valuta pesante, pensa te – l’ospitalità di un paese che mi accoglie e mi spupazza pure mentre fa la rivoluzione, e quasi non te lo fa manco notare.

 

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Twitter ed altro a Tahrir

A Tahrir c’era un sacco di roba, l’altra sera: l’inaugurazione della scuola in piazza, il cinema all’aperto e, prima, quest’esperimento chiamato Tweetnadwa di cui parla anche Paola Caridi qui:

Si tratta di una specie di assemblea di twitters: un palchetto con uno schermo su cui scorrono i twits della gente seduta lì attorno, su appositi lenzuoloni stesi per l’occasione, un moderatore e vari interventi di persone che sono abituata a leggere su Twitters e poi, dal vivo, ti impressionano per come sono giovani.
Molta borghesia cairota, tra questi ragazzi: la piazza è più interclassista, spesso decisamente popolare. In questi incontri, invece, noti un livello socioculturale diverso, e la sensazione di stare assistendo alla crescita della futura classe dirigente egiziana si fa ancora più forte.

Tahrir è comunque, sempre di più, un Egitto in miniatura. Io ho trovato strepitoso questo post di Sandmonkey: il post dell’anno, per quanto mi riguarda. Qui un piccolissimo assaggio, ma il post va letto tutto:

Tutto è iniziato nella zona delle tende, dove dormiamo: la prima notte le tende erano una accanto all’altra, in formazione sparsa. Poi abbiamo cominciato ad avere problemi con la gente che passava: domande indiscrete, occhiate (c’erano ragazze nelle nostre tende, figuratevi…) e occhiolini alle ragazze. Così, il giorno dopo abbiamo cambiato la posizione delle tende, in modo da creare un grosso circolo con uno spazio all’interno per gli ospiti ed un’unica entrata/uscita all’area. Il tutto, per proteggerci dagli sguardi e dalle azioni della stessa gente i cui diritti stavamo difendendo. Così, senza neanche accorgercene, abbiamo creato – noi, gente che considera elitisti e classisti i quartieri residenziali – il nostro involontario quartiere residenziale. E la cosa più tragicamente comica è stata che, nel nostro tentativo di assicurare il passaggio all’area e di controllarne l’accesso, abbiamo pure reso impossibile la fuga nel caso fossimo stati attaccati. Standard di sicurezza egiziani al loro meglio!

Poi sono arrivati i ragazzini di strada. Tre di loro, di 8, 12 e 13 anni. Un giorno sono arrivato e li ho trovati lì con noi, giacché la gente delle tende, in lotta per l’uguaglianza, li aveva fatti entrare ed aveva iniziato a insegnargli cose, a giocare con loro e a condividere i ventilatori, l’ambiente comodo, l’acqua fredda e i succhi e gli snacks. E quando sono arrivate le scorte e abbiamo cominciato ad aprirle e a organizzarle, loro hanno iniziato ad aiutarci, e a ripulire la zona. Alla fine eravamo così a nostro agio in questa dinamica che abbiamo cominciato a rivolgerci a loro quando ci serviva roba da mettere in freddo o dovevamo ripulire la zona delle tende, creando quindi, senza farlo apposta e senza volerlo, qualcosa che somigliava molto allo sfruttamento del lavoro minorile, in cui i ragazzini lavoravano in cambio di cibo, bevande, svago e posto per dormire, il che è economia trickle-down ai suoi livelli più basici: bella cosa, da parte di un gruppo di rivoluzionari e attivisti dei diritti umani [...]

No, ma leggetelo tutto . Sul serio.

A Tahrir, di giorno, ci sono comunque una quarantina di gradi: è un forno, dico sul serio.  Io mi sono già presa un po’ di malanni – dal torcicollo, a furia di passare dal forno all’aria condizionata, a un accenno di attacco di porfiria che sto sconfiggendo bevendo litri di acqua e zucchero. Le successive riflessioni sulla mia scarsissima forma fisica mi hanno fatto capire che ho bisogno di un paio di giorni di tregua al mare. Forse parto domani.

Adesso, invece, vado a cena al Fish Market, confidando in un’improbabile brezza dal Nilo.

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Caffè e pensieri

Nella grande casa a Dokki in cui sono ormai sola – Julia e Felipe sono partiti e torneranno in autunno, ed è partita anche la gatta Salma, per quanto mi sembri di vederla in ogni angolo ed ho l’istintivo timore che graffi i divani nuovi della mia amica, ora sotto la mia responsabilità – trovo l’ultimo libro di Maruja Torres, come un ironico messaggio del destino.
Senti cosa dice della sua Beirut, Maruja:

Ma lo scopo di questo libro non è, dicevo, analizzare l’intreccio politico del Medio Oriente né la specificità libanese. Questa è solo una storia d’amore tra Beirut e me […] Come potevo non innamorarmene? Come avrei potuto non prometterle che sarei tornata per condividere la sua sorte, una volta e l’altra? Mantenevo questa promessa e, quando lo facevo, un pezzo di me rimaneva lì. Tornavo alla normalità del mio paese, dei miei amici e parenti, ma dentro di me la colpa gridava. Beirut viveva dentro di me con più forza del mondo saturo e presuntuoso che mi circondava e in cui mi rifiutavo di integrarmi, inquieta, preparando già un nuovo viaggio, un nuovo ritorno, il mantenimento dell’ultima promessa. L’odore e i suoni e le immagini di Beirut impregnavano ogni minuto – questo è l’amore, impregnarsi dell’altro, smarrirsi nell’altro – e, verso il resto, sentivo solo distacco.

Quando viaggiavo in altri paesi che pure mi son cari cercavo di condividere la mia Beirut con gli amici di lì, ma loro avevano già le proprie catastrofi. Solo quando tornavo nella città bianca e sepolcrale e follemente viva mi sentivo bene, mi sentivo completa, mi sentivo al mio posto.

Ed eccomi qui, al mio posto, nella Cairo che è la mia malattia incurabile, e passerò il prossimo mese e mezzo a non fare nulla, assolutamente nulla: a impregnarmi della città e del paese, semplicemente, a diluirmici dentro senza nemmeno più pensare, senza farmi domande che mi facciano male, sapendo che parlare, e interpretare e razionalizzare ciò che respiro è uno spreco di tempo, un puerile tentativo di controllo. E qui non c’è niente da controllare: né i miei sentimenti né, tanto meno, il senso di ciò che avviene in quest’estate di Primavera Araba, in questo Ramadan che si prepara, in questo paese vuoto di turisti che punta tutto ciò che ha su una scommessa, su una sfida che ancora non mi capacito che abbia potuto lanciare.

Lo stupore è ancora il mio sentimento dominante, quando sono in piazza Tahrir. “Ma tu guarda che hanno combinato. Ma chi lo avrebbe mai detto. Ma come hanno fatto, ma come è riuscito a succedere?”

Lo scheletro bruciato del vecchio palazzo del partito di Mubarak, accanto al museo Egizio. La piazza occupata in cui si concentrano tutti gli infiniti strati di cui è fatta l’identità della città, la politica, i venditori di tutto, la gente che ride e gioca e quella che piange i propri morti, i laici e le barbe, le famiglie che fanno lo struscio ed è come se avessero riscattato una piccola provincia nel cuore della megalopoli, come se il DNA egiziano avesse ricreato il paesello, il villaggio, e lo avesse incastonato nel centro della capitale, senza altra legge, senza altro controllo che il familiare, vecchio controllo sociale che le società più tradizionali della nostra esercitano affinché si stia tutti tranquilli e nessuno si faccia male: “Se ti becchiamo, o ladruncolo/teppista/baltageya, sono veramente cavoli tuoi.

Sembra una festa di paese, piazza Tahrir, eppure è il centro del pianeta e, attorno, vigilano gli USA, Israele, i paesi arabi, noi tutti, chi come avvoltoio, chi sperando di lasciare un mondo un po’ meno schifoso ai propri figli.

Con Filippo, ieri sera, si diceva che sarà lunga, e la gente lo sa. Nella migliore delle ipotesi, la trasformazione dell’Egitto richiederà anni. L’ho detto mille volte: se la Spagna – europea, alfabetizzata, senza nemici e vicini pirateschi – ha avuto una transizione di 7 anni, quanti ne serviranno all’Egitto, con la sua povertà diffusa, con i suoi mari di analfabetismo e la corruzione elevata a sistema da prima che la maggior parte di loro nascesse?
Sarà lunghissima, difficile e- speriamo di no – pericolosa. “Si areneranno?” “Ma certo che si areneranno!” Ma poi andranno anche avanti. Ha forgiato una generazione, questa storia, ha cambiato le coscienze e ha creato quella che domani sarà la classe dirigente.
Bisogna stare a guardare e dimenticare i tempi televisivi, la fretta dei media, il consumismo dei risultati. Tempo, ci vuole tempo. L’Egitto ha partorito un bebè che deve crescere, in mano a 80 milioni di genitori inesperti. Ma vedrai che sopravvive, ne sono certa.

Penso alle manifestazioni che vedevo quando vivevo qui: 100 manifestanti e 1000 poliziotti armati fino ai denti, sempre. A piazza Tahrir circondata da divise nere, schierate in circolo dando le spalle al traffico, spettrali, e io che chiedo al farmacista della piazza: “Ma perché?” E lui: “Perché siamo in Egitto.” Al sempiterno senso dello spirito egiziano che ti permetteva di vivere qui dimenticando i desaparecidos, le torture, la gente imprigionata secondo l’arbitrio del potere, e il ladrocinio contro un popolo e quell’ultimo schiaffo del gas venduto sottocosto a Israele in cambio di mazzette, il cemento egiziano usato da Israele per fare il suo muro, l’infinito schifo dell’ingiustizia.
Ingiustizia che certo non è finita e chissà se e quando finirà: ma è finita la certezza dell’impunità di chi la esercitava, ed è da qui in poi che si costruisce.

Scrivo e mi guardo attorno: sono al Costa Coffee, in questo momento, e attorno a me è pieno di gente che scrive sul proprio computer. Il ragazzo di fronte a me ha un adesivo sul suo netbook: “January 25. I was there”. Di adesivi simili ne vedi ovunque: sui taxi, sulle macchine, sui portoni delle case, sui muri della città. E c’è un merchandising infinito, dalle magliette ai portachiavi a ogni cianfrusaglia immaginabile: Jan. 25, come un logo che non poteva non essere mercificato, in questo paese di commercianti, ma che dubito che finisca col perdere il suo significato, come non lo perdono i versetti coranici che, pure, sono venduti ad ogni angolo di strada da sempre.

La gente, intanto, è quella di sempre. Il cameriere, quando mi ha visto, mi ha ripetuto serio la mia ordinazione dell’unica altra volta che mi aveva visto, tre giorni fa: “Lo so, vuoi un caffè, un succo di mango e una brioche alla cannella.” “Uh, bravo!”, faccio io. E lui fa un ghigno alla Bogart e se ne va e io rido, ricordando che non c’è giorno che qualcuno non ti faccia ridere, in questa città. Poi, ovviamente, si dimentica di portarmi il tutto e io ricordo che non c’è giorno che qualcuno non ti faccia incazzare, in questa città. E comunque mi accampo, uso la loro elettricità, fumo felice, scrivo per due ore senza che nessuno faccia una piega, sonnecchio e guardo il traffico dalle vetrine, mi godo l’aria condizionata e ordino un’altra limonata alla menta. Sto pensando di andare al Khan al Khalili, ai luoghi del turismo, e vedere con i miei occhi le botteghe chiuse di cui mi hanno parlato, le saracinesche abbassate, la gente che non lavora da sei mesi perché i turisti hanno paura di venire e, qui, se non lavori non mangi. Per sei mesi, per chissà quanto tempo ancora.

Turisti benedetti, ma di cosa hanno paura? Come se non fossimo tutti nelle mani del destino, come se le autostrade italiane non fossero pericolose, come se un vaso non potesse cascarti sulla testa ovunque. Dai, venite. Che sarà mai? Era più pericoloso prima della rivoluzione, guarda: quando gli scagnozzi di Mubarak facevano scoppiare bombe ad Alessandria, a Dahab e ovunque per incolpare chissà quali ignoti terroristi e giustificare l’ennesima legge d’emergenza, riscuotere l’ennesima legittimazione dal solito Occidente spaventato.
Io sono scaramantica e non amo sfidare gli dei: la napoletana che è in me è certa che, se esagero a parlare di sicurezza, finisce che esco di qua e becco l’unico barbuto impazzito del Cairo che mi spara. Tuttavia, davvero, cosa mi rappresenta questa mancanza di turisti al Cairo quando, per semplice calcolo di probabilità, andare a Lloret de Mar mi pare tanto più pericoloso?
Finitela, dai.
Venite, che il mango è nel pieno della stagione e pure questa limonata con la menta è nettare divino.
Non fate i cretini, ché qui bisogna lavorare.

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Giovincelli

Ascoltando musica a Tahrir, ieri sera.

(Foto di Julia)

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