Campo Antimperialista: i sordissimi che straparlano

10 September 2008 – 22:59

elephant.jpg

Ma dai. E’ settembre, ti rendi conto? Sono passati quattro mesi da quando ho chiesto al Campo Antimperialista di togliere da un loro sito un comunicato pieno di balle che mi riguardavano, e questi ancora non lo hanno tolto. Ma non ci posso credere, dai.

E sì che ho insistito, direi. Gliel’ho detto per email. Gliel’ho detto via blog (qua, qua, qua etc.). Che debbo fare, andare a casa loro? Passare alla colluttazione? Eddai.

Perché, insomma, qui siamo tipe cocciute e la memoria non ci fa difetto. Non possono sperare che io mi scordi. Andrò avanti per sempre, per tutta la vita. La loro. Moreno Pasquinelli compirà 90 anni e avrà ancora il problema di me che lo inseguo per tutto il web dicendogli che deve togliere quella roba. So’ testarda, qualcuno glielo spieghi.

E non lo capiscono, loro. Credono che gli basti non rispondere, per farmi desistere. So’ tenerissimi, giuro.

No, dico che sono teneri perché lo so, che hanno ideato ’sta brillante strategia di non rispondere. Perché le vie della rete sono infinite e, un bel giorno, qualcuno di loro ha deciso che stavano esagerando in pirlaggine e che forse non avevo tutti i torti, io, e così ha iniziato ad arrivarmi la loro mailing list. Ed io, attonita, ho iniziato a leggerla scoprendo che si stavano scervellando, sul che fare, e che questo è quanto avevano partorito, dopo ampio dibattito in cui c’era pure la fazione che voleva inventarsi nuovi nickname con cui impestarmi il blog, troll e così via. Non rispondere, era stata la consegna finale. Con tanto di comunicati ufficiali per dirlo. Troppo polli, dai. E si credono importantissimi:

“Il punto è che il Campo non passa per caso nel blog della signora Lia o in postacci simili, ma è costretto a passarci, ancora per poco spero, per monitorare una situazione e trovarsi preparato qualora questa situazione sia presa in mano da ambienti che contano, sul tipo di Magdi Allam o Pio Pompa, tanto per essere chiari […] Se poi un nostro simpatizzante, che ignora la nostra attuale caduta in basso, interviene non sarà certo sottoposto a procedimento disciplinare.
Ma il Campo come tale e i suoi singoli dirigenti, non devono  rispondere - neppure ricorrendo a giochetti tipo pseudonimi e varie identità - nè devono stimolare altri a farlo”.

Ché poi lo sanno, che hanno scritto cazzate e che era in casa loro che dovevano guardare, e non dalle mie parti. E infatti, eccoli con la Solennissima Decisione del Direttivo (notare stile e linguaggio, questi so’ strani assai…) che parte proprio da quel comunicato per uscirsene con questo buffissimo litigio interno in cui dicono al Miguel Martinez di fare “scompagno a morte” con l’amica sua ché altrimenti loro fanno “scompagno a morte” con lui:

Nel gennaio 2007 la sezione italiana del Campo Antimperialista diffondeva un comunicato che mentre respingeva come calunnioso l’attacco di Magdi Allam al presidente dell’UCOII Hamza Piccardo, denunciava la signora Dacia Valent e la cosiddetta IADL proprio per aver spalleggiato l’attacco in questione. Quella nostra denuncia sanciva pubblicamente la rottura di ogni rapporto con la signora Valent e la cosiddetta IADL.
Siccome non trasformammo quella rottura in una direttiva vincolante, due nostri militanti, Miguel Martinez e Anika P., continuarono sia a mantenere un rapporto cooperativo con la Valent che a far parte della IADL.
1) il 15 aprile u.s. la Com. Esecutiva,  incontrava Anika P. e Miguel M. al fine di chiarire definitivamente che in quanto dirigenti e militanti del Campo, avrebbero dovuto immediatamente interrompere ogni relazione con la
signora Dacia Valent e con tutti gli pseudo-organismi di cui la signora stessa è artefice;
2)    nel corso dell’incontro Anika P. (che nel frattempo e con modalità da noi non condivise si era gettata in una penosa querelle con la Valent), comunicava alla Com. Esecutiva di dimettersi dal Campo e da tutti i suoi organismi, proprio allo scopo di potersi difendere come meglio le sembrava opportuno. La Com. Esecutiva accettava le dimissioni di Anika P. e intimava a Miguel M. di troncare ogni rapporto con la Valent, pena la sua esclusione dal Campo.
3)    nonostante l’invito esplicito ad osservare la massima riservatezza, Miguel M. ha ammesso di aver messo al corrente la signora Valent dell’incontro del 15 aprile;
4)    successivamente Miguel commetteva “ingenuamente” un altro grave errore: inviava  nella lista riservata agli aspiranti soci di SUMUD un inquietante e devastante messaggio, che affermava provenire da un suo non meglio identificato amico libanese [* Vedi nota sotto], relativo al fatto che il campo profughi Ein el-Hilweh, dove SUMUD intende svolgere un campo di lavoro la prossima estate, sarebbe un luogo dannato e infestato di spie;
5)    alla vigilia delle mobilitazioni previste a Torino contro la scelta di Israele quale ospite d’onore dell’annuale Fiera del Libro, la signora Valent pubblicava nel suo blog un post sfacciatamente filosionista, finalizzato a mettere in cattiva luce queste mobilitazioni, compresa l’iniziativa organizzata dal Comitato Gaza Vivrà, peraltro con argomentazioni finalizzate a sostenere l’infame accusa di  ”Rossobrunismo” rivolta al Campo. Miguel M., pur sollecitato da un dirigente del Campo a prendere inequivocabilmente le distanze dalla signora, si limitava a pubblicare nel suo blog un post in cui criticava blandamente quanto scritto dalla signora e, contemporaneamente, inviava ai dirigenti del Campo messaggi in cui tentava una difesa della signora stessa e ribadiva che non gli era possibile interrompere definitivamente ogni rapporto con lei, pena uno tsunami che avrebbe investito anche il Campo;

Ritiene necessario, ai fini di autotutela politica del Campo, stante la perseveranza di Miguel M. nel ribadire la sua impossibilità di troncare i rapporti con la signora Valent e addirittura nell’assumere un atteggiamento difensivo nei suoi confronti, di sospendere ogni rapporto con Miguel M.

Quando Miguel M. avrà troncato in maniera inequivoca ogni relazione con la signora Valent, solo allora potremo prendere in considerazione l’eventualità di una sua riammissione nei ranghi.

Il CDN della sezione italiana del Campo Antimperialista
Perugia il 24 maggio 2008

 

Benone“, dice una, mentre nel contempo spende qualche riflessione sul loro inquietante linguaggio. “Mi fa molto piacere che abbiano capito di dovere prendere le distanze da gente un tempo vicina, e che la genesi del famoso articolo di Allam era sporchetta assai. Ma io che c’entro, di grazia? Se lo ricordano, ciò che hanno scritto su di me, in quel comunicato? Me la fanno, la cortesia di togliere da lì le sciocchezze che mi riguardano?” Be’, no. Piuttosto, subito dopo mi ritrovo a leggere ’ste conversazioni qua, in cui analizzano la mia ipotesi di querelarli:

>> cmq SE la tipa querela per calunnia (lo vedo poco probabile ma sai mai) per me la si riquerela. Ha detto cose allucinanti sul Campo (sempre se non le ha cancellate nel frattempo).

> No, se proprio vuole querela per diffamazione, perchè calunniare tecnicamente significa accusare qualcuno di un reato. Ma non credo farà nulla, mira solo ad innervosirci. Inoltre credo che i termini per un’eventuale querela siano scaduti da un pezzo. Noi stessi, del resto, avremo qualche difficoltà a riquelare, dato che una querela per l’accusa di rossobrunismo, di fascismo o di essere pagati dai servizi non avrebbe alcun seguito, perchè un qualunque pubblico ministero valuterebbe tutti i fatti come parte di uno scontro politico. Diverso sarebbe se l’accusa fosse stata di ricostituzione del partito fascista, ricostituzione vietata da una disposizione finale e transitoria della Costituzione.

Insomma: dai che è curioso, vederti recapitare le riflessioni di questi che parlano di te. E ti senti proprio presente nei loro pensieri, e pensi che comunque non ha senso, tutto ciò: è un gruppo politico, non una banda di amici. Un gruppo politico che mi calunnia sapendo di farlo e che, invece di smetterla o di spiegare, almeno, PERCHE’ non la smette, ti rende protagonista di dibattiti che poi ti arrivano pure. E quindi scrive, Moreno Pasquinelli:

Molto riservata
INOLTRO IL MESSAGGIO SOTTOSTANTE IVIATOCI DALLA FAMIGERATA LIA

E’ palese il disperato tentativo di tiraci in ballo, innervosirci e farci cadere nella trappola.
Non facciamo cazzate!! Massimo silenzio e non fate girare questa mail.
… E ovviamente nessuna risposta. Questa cazzona merita solo un tombale silenzio da parte nostra.

Due minuti dopo, la “molto riservata email” è nella mia attonita casella di posta. E il dibbbbbattito, poi. Perché qualcuno dotato di una briciola di residuo buonsenso fa sommessamente notare:

 Probabilmente è stato un errore dare per certo che l’avesse mandata lei a Magdi: pare che non sia così, alla fine.
   Anzi (puttane a parte) è stata effettivamente una calunnia.

Ma il Pasquinelli, che deve essere un tipo restio a riconoscere gli errori:

Ma non scherziamo! Io sono l’autore di quel pezzo di Notiziario, e so che mi sforzo sempre di misurare le parolre, e invito di nuovo a leggerlo attentamente.

      1. Il pezzo non tira affatto in ballo la questione di chi abbia passato certe carte a Allam. Scrivemmo ad un giorno solo dall’editoriale di Allam, e la questione di chi avesse passato le carte non si poneva. [Bugia: si poneva eccome, ed io già avevo detto che avrei denunciato Allam]

      2. l’attacco nostro e’ decisamente piu’ semplice e allude non al passaggio di carte ma a tutta l’operazione e se ben legggete non c’e’ alcun riferimento diretto se non, retoricamente, alla sola IADL. [Bugia, vedi la citazione sotto]

      3. “Puttana” e tra virgolette e comunque l’epiteto si evinceva dal tono e dal profilo del pezzo di Allam. [Bugia: il comunque orrido pezzo di Allam parlava di poligamia, cosa c’entrano le puttane???]

L’ultimo problema che mi pongo è se sia stato un “errore”, …visto che… pare.. Non pare…forse pare ma forse no…… Non mi pongo probemi di correttezza e bon ton davanti ad una vipera che non fa che gettarci merda addosso. Scrupoli li si fanno con gli amici, non coi nemici, tanto piu’ se giurati.

 Ovvero, detto in altri termini: “Siccome la Tizia parla male di noi, io mi ostino a tenere online una cosa in cui la accusiamo di essere andata a parlare con Magdi Allam anche se sappiamo che non è vero”. Perché questo è ciò che dice il loro comunicato, per quanto Pasquinelli si ostini ad arrampicarsi sugli specchi. Cito dal comunicato, testualmente: “Così lei s’incazza fino a tal punto che decide di vuotare il sacco. Indovinate a chi? Ma si! Proprio al Magdi Allam il quale spiattella il tutto sul quotidiano piu’ diffuso della penisola.” Qualcuno glielo dica, a Moreno Pasquinelli, che l’italiano non è un opinione e che glielo va a dire agli allocchi degli amici suoi, che questa frase “allude non al passaggio di carte ma a tutta l’operazione e se ben legggete non c’e’ alcun riferimento diretto se non, retoricamente, alla sola IADL.

Ma davvero si fanno prendere per il naso così, i Comunitaristi suoi?? Ma cose dell’altro mondo.

Io, leggendoli, ho avanti la netta sensazione di avere a che fare con gente che non ragiona, che è totalmente impermeabile alla realtà. Mentono sapendo di mentire, sfuggono al confronto dopo averti calunniato, ti considerano una nemica giurata perché in passato ne hai criticato il modo di fare politica e, invece di rispondere NEL MERITO a ciò che gli viene contestato, si mettono pure a straparlare di “potenza di fuoco”:

Ai provocatori di norma non si risponde. E questo significa silenzio assoluto.
Se viceversa - come in alcuni casi può essere necessario - si decide di rispondere lo si deve fare con una potenza di fuoco adeguata. Detto in altri termini, la polemica, che è pur sempre una forma di dialogo, va sempre evitata.
Di questo parlammo già in autunno, quando partì il primo attacco a Gaza Vivrà. Io invitai tutti, ripetutamente, al silenzio assoluto. Ripeto, non è successo niente di grave, ma spero sia chiaro ad ognuno di noi che sarebbe stato meglio se ci fossimo attenuti tutti a quella linea.

Cioè, giusto per sapere: ma che vuol dire “Se si decide di rispondere lo si deve fare con una potenza di fuoco adeguata“?? Mi volete venire a sparare perché vi continuo a chedere di rimuovere le vostre balle? Ma dove avete la zucca, davvero?

Io voglio che ’sta gente rimuova dal suo sito le fregnacce che mi riguardano. Glielo sto dicendo da mesi. Glielo continuerò a dire. Possono reagire come vogliono, fare quello che vogliono: venirmi a sparare, mandarmi l’esercito, scatenarmi dietro l’avvocato di Costanzo Preve detto Costantino, trasferirsi a fare il Campo Antimperialista su Orione: non me ne frega niente. Continuerò a dire che devono togliere dal web quella schifezza e a spiegare perché devono farlo.

E vediamo chi è più testardo.

*Nota: sciocchezze, certe volte sono proprio candidi, ’sti qua. Lo sanno tutti quelli che conoscono il Martinez,  chi è il suo “non meglio identificato amico libanese“. E’ Agostino Sanfratello, ex di Alleanza cattolica, poi passato in Forza Nuova, per anni residente in Libano a fare il cristianissimo antisemita DOC. Le solite frequentazioni del Martinez, insomma. Proprio il tipo di persona che fa del bene alla causa palestinese, come no…

P.S.: Questa, gliela dedichiamo a Pasquinelli. Fosse meno triste, ’sta gente, gli verrebbe meglio pure la politica:

Musulmane pensanti a congresso

6 September 2008 – 09:41

femislam.jpg

Abdennur Prado è una delle teste pensanti del mondo islamico spagnolo, nonché uno dei fondatori di Webislam (a tutt’oggi il miglior sito web islamico che io conosca) e direttore del Congresso Internazionale di Femminismo Islamico che si tiene annualmente a Barcellona. Per quello che lo conosco io, mi è parso una persona lucida e onesta. Direi anche che agisce in un contesto di più ampio respiro rispetto a quello italiano, e i frutti del suo lavoro lo dimostrano.

Ricevo e pubblico, quindi, l’invito al prossimo congresso che si terrà a Barcellona a fine Ottobre. E ricordo, visto che ci siamo, che in occasione del II Congresso, quando questo blog faceva notare certe questioncelle sulla coerenza tra teoria e pratica nel tema dei diritti delle musulmane (questioncelle che altri, poi, avrebbero svilito a schifezza con l’entusiastico appoggio di Magdi Cristiano Allam), la responsabile delle questioni femminili dell’italica UCOII chiese di andarci, a ’sto congresso. E le dissero che non c’erano soldi. Cento euro, sarebbe costato il suo biglietto aereo, e non glieli diedero. Inutile dire che, una settimana più tardi, un altro caporione dell’UCOII era giustappunto a Barcellona a fare tutt’altro. Cose importantissime, dobbiamo pensare. Mica uno sciocco congresso internazionale per donne.

Due anni dopo, leggo che Tariq Ramadan  si sta esprimendo sul tema. Direi che ’sti italiani non possono proprio più esimersi dal mandare qualcuno, quindi. Al massimo, ’sti benedetti cento euro glieli si può pure fare avere. Una li mette in una busta e glieli manda.

Anche se, diciamocelo, l’ideale sarebbe che non se ne impadronissero ’sti politicanti ambiguetti, di certi discorsi, ché credo che lo farebbero solo per disattivarli dall’interno. Sarebbe bello se ci andassero ragazze musulmane - e ce ne sono - slegate da questo ambiente. Le alternative bisogna pur costruirle, dico io, e il programma di questo evento (leggetelo) è molto, molto interessante. Io spero che a qualcuno/a fischino le orecchie…

Tercer Congreso Internacional de Feminismo Islámico

Barcelona, del 24 al 27 de Octubre del 2008

www.feminismoislamico.org

El Congreso estará centrado en la problemática de las mujeres musulmanas en la era de la globalización, enfrentadas a una doble opresión: económica (neoliberalismo) y política (fundamentalismo religioso). Se analizará las respuestas desde el feminismo islámico a esta situación, y su contribución a la construcción de una nueva sociedad civil planetaria, basada en la cultura de los derechos humanos y en valores centrales al Mensaje del Corán como son la democracia, la justicia social, la libertad de conciencia y la igualdad de género.

Entre los asistentes, se encuentran personalidades como la Ministra Siria para los Refugiados y candidata al Premio Nóbel de la Paz, Bouthaina Shaaban, y la Baronesa Uddin, la primera mujer musulmana en entrar en la Cámara de los Lores en Gran Bretaña.

Está prevista la asistencia de intelectuales musulmanas de primer orden, como Amina Wadud, Penda Mbow, Fatou Sow, Asma Barlas o Norani Othman. También asistirán Siti Musdah Mulia, presidenta del Muslimat Nahdlatul Ullama de Indonesia, la mayor organización social islámica de Indonesia, con más de 40 millones de miembros; y Subhashini Ali, presidenta de la rama femenina del Partido Comunista de la India, con más de 10 millones de mujeres afiliadas.

Se darán a conocer la campaña contra la lapidación en Irán, la lucha por la participación política de las mujeres en la Península Arábiga, o las estrategias para la mejora de los derechos de las mujeres musulmanas en países como Marruecos, Senegal, Pakistán o Malasia.

En total, una veintena de ponentes provenientes de Marruecos, Siria, Omán, Arabia Saudí, Pakistán, Irán, India, Senegal, Malasia, Indonesia, EEUU e Inglaterra.

El Congreso ha sido organizado por la Junta Islámica Catalana y cuenta con el patrocinio de la Agencia Española de Cooperación al Desarrollo (AECID), la Generalitat de Catalunya (Agencia Catalana de Cooperación para el Desarrollo, Dirección General de Asuntos Religiosos e Instituto Catalán de las Mujeres), del Instituto Europeo de la Mediterránea (IEMed) y del British Council (BC).

El Congreso tendrá lugar en el Hotel Alimara: www.alimarahotel.com

Programa completo e inscripciones: www.feminismoislamico.org

Contacto: info@feminismeislamic.org

Il giorno che feci spatasciare la mia banca

4 September 2008 – 16:33

bank.jpg

Allora: essendo questo un blog privo di tabù, oggi si parla del mio conto in banca.

Io, dunque, ho uno stipendio da prof: 1400 euro al mese. Considerando la mia anzianità di servizio dovrei guadagnare di più, ma sono in fervida attesa di una cosa che si chiama “ricostruzione della carriera” e che ci mette circa due anni ad arrivarti, dal momento in cui la legge ti autorizza a chiederla. Io non l’ho ancora avuta, e questo vuol dire che lo Stato, prima o poi, mi pagherà un aumento e i suoi arretrati. Ma è dal giorno che ho iniziato a lavorare, che mi tocca aspettare secoli per essere pagata, quindi ho imparato a gestirmi l’attesa con spirito paziente. Un giorno avrò tutti i capelli bianchi. Un giorno sarò in Africa a lavorare. Un giorno sarò nonna. Un giorno avrò la ricostruzione della carriera.

Poi, siccome sono una sconsiderata, ho un fido presso la mia banca. La quale, per inciso, mi sopporta pazientemente da oltre 20 anni in cambio di un salasso trimestrale che terrorizza tutti quelli che incappano nell’analisi dei miei conti ma che lascia serenissima me che sono, appunto, una sconsiderata. E il salasso mi arriva perché vivo in pianta stabile annidata nel mio fido, con periodiche incursioni nello sconfinamento.

Poi, ogni tanto e per imperscrutabili motivi legati alla politica della banca in questione - o ai casi dell’economia mondiale, non ne ho idea - essi decidono che non sta bene che una signora sconfini e mi ingiungono di rientrare.  Sono i momenti in cui una medita sulla difficoltà del vivere, questi, giungendo a profondissime riflessioni che, disgraziatamente, non placano i pragmatici direttori determinati a testare la mia inventiva nel recuperare fondi. Ed è che, si sa, difficilmente un direttore di banca è un uomo di lettere. Essi amano i fatti, più che le riflessioni, e il cielo sa quanta fatica mi costi fare violenza alla mia natura e accontentarli, quando ciò avviene.

A luglio scorso, tuttavia, ricevetti la visita di una cara amica che, essendo a sua volta pragmatica, ebbe l’illuminazione di rendermi edotta dell’esistenza di una cosa che si chiama “prestito Inpdap”. Eravamo sugli scogli di Pieve Ligure, non lo dimenticherò mai. Sono i momenti di svolta di un essere umano, quelli. Lì, con la ciccia al sole e il mare blu sotto di me, seppi cosa intendevano tutti coloro che considerano vantaggioso essere pagati dallo Stato. Il prestito Inpdap, gessù. Ma avete visto il tasso? E’ una cosa meravigliosa, io non ne avevo idea.

Corsi quindi a chiederne uno, spiegando al signor Stato che in esso sarebbero confluiti tutti i due o trecento debiti accumulati negli anni con la banca e che, così facendo, una nuova erà di prosperità ci avrebbe arriso  e tutto sarebbe andato bene. Felice e fermamente inserita in un circolo virtuoso di risanamento bancario, me ne andai poi a lavorare in quel del Cairo ad agosto, riuscendo nell’impresa di essere l’unica italiana a compiere a ritroso la via mediterranea dell’emigrazione. E poi sono tornata e, subito, ho chiamato l’Inpdap, ente che ormai assorbe ogni mio pensiero come nessun uomo ha mai saputo fare.

Buongiorno. Ho chiesto un prestito a metà luglio, mi avevate detto che me lo avreste dato dopo 60 giorni, è pronto?

Uhm, sa, abbiamo un problema al nuovo sistema operativo, provi a ricontattarci più in là.”

Argh

Per farla breve ho appena parlato con la mia banca. Gli ho detto che avrei sconfinato un attimo, questo mese,  ma di essere fiduciosi perché poi arrivava lo stipendio, poi il fido, poi tanta allegria e un futuro migliore. E, intanto, dall’altro capo del telefono si udiva un ticchettar di calcolatrice.

Ma, scusi, il suo stipendio corrisponde esattamente all’ammontare dello scoperto che mi sta dicendo di prevedere!

Non me lo ricordi…

Ahahahah! No, non è che voglia infierire, ma è proprio lo stesso importo!” E mi si è sganasciato, il direttore. Era proprio divertito, gli è parso buffissimo. “Va bene, ma sia prudente con le prossime spese (ahahahahaha) e quindi aspettiamo (uaz uaz uaz) l’Inpdap e certo che le cifre (ihihihihihihi) sono quelle che sono e comunque stia bene, la saluto (ahahahahaha)

Grazie, arrivederci…“, ho detto io.

E quindi adesso mi siedo e aspetto l’Inpdap, appunto. Però, nel frattempo, straccio anche il memo con cui mi ripromettevo di chiudere il conto con loro, non appena avessi avuto i miei soldini nuovi. Perché pensavo di darmi a un ContoPosta senza spese e senza fido, in realtà, in modo da genovesizzarmi con le cattive, visto che con le buone non ci riesco, e da essere obbligata alla salute finanziaria da ’sti truci postini capaci di chiuderti i conti e mandare al macero te e la tua Visa se solo sfori di un euro. Mi avrebbe fatto bene, pensavo, nell’entusiasmo francescano che mi aveva preso all’idea di avere un inedito “+” davanti al mio saldo.

Ma adesso, mi pare evidente, non posso più. Io non resisto davanti a chi ride. E’ il mio punto debole, proprio. Ed è che ero preparata a una lotta, quando ho chiamato. Non a una risata. E quindi, spiazzata e disarmata, so che me lo terrò, ’sto conto che mi costa un botto e che mi fa indebitare sempre. Ed è che, dai, come faccio a chiuderlo? Un direttore col senso dello spirito, dove mai lo ritrovo più?

“La manina. Così. Per volersi bene.”

3 September 2008 – 02:23

hands.jpg

Gli piombo nel locale (per fortuna non era ancora l’una e la Vincenzi non mi aveva ancora condannato a rincasare)  e mi lascio andare, felice di farmi accogliere dal suo divertito sguardo amico: “Gessù, che roba terrificante. Questo mi voleva fare le carezzine sulla mano e si è offeso perché non mi prestavo…” E lui, che conosce il mondo: “E ti ha detto che la voleva solo per amicizia, la tua mano, vero?” E io: “Esatto. Per contatto umano. E che ero strana io a dire che, se mi metto a farmi carezze sulla mano con un tipo conosciuto ieri sera, è per andarci a letto, non per contatto umano. Si è pure offeso…” E lui si sganascia e mi offre un vino rosso, ché ce n’è bisogno per riprendersi.

Dice: “Certo che ce ne è, di coglioni. Ma pure tu, ci hai un radar…”

Mi difendo: “Ma scusa, pareva intelligente: c’è gente che compra i suoi libri, che ne ascolta le lezioni. Come potevo pensare che mi scivolasse sulla Teoria dell’Affettuosità via Mano???” E lui: “E’ che tu non vedi il Cretino che si nasconde dietro questi tipi: e non è manco la prima volta che ti capita,  pure il tuo improbabile musulmano aveva un seguito. Li collezioni o cosa?”

Io però continuo a pensare che fosse intelligente, a modo suo, e poi a me i tizi improbabili intrigano, che ci devo fare: questo, per dire, ha passato tutta la serata di ieri a dirmi che era napoletano, di Mergellina, e a parlarmi con un accento che era dieci volte il mio. Poi stasera, indispettito perché non gli cedevo la mano, mi fa: “E comunque io non sono di Napoli. Non ci sono mai stato, anzi. Il dialetto l’ho imparato sui film di Totò, ma io sono nato e vissuto a Genova.”

Dicevo, io, che mi pareva un accento più di Torregaveta che di Mergellina. Comunque per poco non gliel’ho mollata, la mano, a quel punto. Dai, uno che passa la serata a parlarmi della sua infanzia mergellinese senza esserci mai stato, e poi chissà perché… E’ un genio, pensi tu. Che altro vuoi pensare?

No, ma guarda che è piena di tipi strani, Genova. Davvero, giuro. Una si diverte assai, abbi pazienza.

Solo che io ci ho il limite della mano, che vuoi da me.

Puoi zomparmi addosso. Puoi prendermi per i capelli, puoi fare Tarzan contro Cita, puoi inoltrarmi domanda di pernottamento in carta bollata, puoi sedurmi come vuoi tu. Ma la manina dopo cena, no. Non la reggo. E’ più forte di me. Se è accompagnata dal “è che mi piace avere un contatto e il sesso non c’entra”,  poi, è che mi prende un malore. Direttamente. Non la posso sopportare.

E poi un’ora a offendersi perché non gli davo ’sta caspita di mano. Che chissà cosa andavo a pensare. Che come potevo associare al sesso la sua innocentissima richiesta di un mio arto a noleggio. Che lo deludevo, associando la cessione di una mia mano ad altre e più esplicite cessioni. Che quanto ero malpensante, e quanto era innocente lui.

Ecco: io non li posso sopportare, gli approcci così. Posso calarmi dalla finestra pur di fuggire, se mi chiedi in prestito la mano dopo cena. Mi chiedessi una scapola, l’ombelico, un sopracciglio, potremmo ancora discutere. Ma la mano per scambiarsi vibrazioni di fratellanza universale, no. Io lì mi fermo. E la prendo proprio male, tipo che dopo mi devo purificare, devo fare riti di cancellazione, mi angoscio. Letteralmente. Mi successe uguale con uno in Egitto, e fu terribile: “Lasciami salire a casa tua. Giuro che ti bacio solo una spalla e poi me ne vado.” No, ma dai. Ma che gli prende, agli uomini, certe volte? Ma non si rendono conto che ti fanno venire solo voglia di scappare urlando, se fanno così?

Ed una è gentile e reprime il grido ed esala, piuttosto, un “Be’, io andrei…”

E il paladino della fratellanza universale e dello scambio disinteressato di arti: “Stronza.”

E una rincasa, pensa a Scienziato suo e si dice: “Be’, aveva tanti difetti ma non ha mai tergiversato sulla mano, bisogna dargliene atto.” E le pare un campione di capacità seduttive, Scienziato suo, rispetto a questo qua di stasera, e pensa: “Uff, Scienzi, se solo fossi meno matto, tu…”

Secondo me, ciò che mi ci vuole è un sano camallo.  Con un peschereccio. Io e lui andremmo a pescare sardine, nella notte, e saremmo felici. Se NON me la chiede gli mollo pure una mano, tra una sardina e l’altra. E tutto il resto appresso. Basta che non me la chieda. O, se proprio deve, che lo faccia con molto, moltissimo spirito. E non “per volerci bene”, gessù, ché nulla è più nobile di una sana fame, consapevole e manifesta.

Ci abbiamo un’età, ci abbiamo. Eccheccavoli.

Ordine e disciplina: le belle pensate di una giunta di sinistra

30 August 2008 – 08:50

vincenzi.jpg

 Lunedì 4 agosto 2008 è entrato in vigore un nuovo regolamento varato dal Comune di Genova sugli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali. Tra i punti dell’ordinanza, spicca l’obbligo di chiusura anticipata dei locali del centro storico: all’una l’ultima somministrazione, all’una e mezza la chiusura. Per le serate di venerdì e sabato (ma anche prima delle festività), l’orario limite è posticipato alle due di notte.

Bene: questo geniale provvedimento - fino ad ora lo avevo rimosso dai pensieri per non rovinarmi il rientro ma, insomma, c’è e si nota - è destinato a peggiorarmi di moltissimo l’esistenza, e sono furiosa oltre che dispiaciuta. “Ma non si può protestare?” ho chiesto, quando un po’ di gente sconsolata mi ha dato la notizia. “E chi protesta, ormai?“.

Per arrivare a casa mia bisogna attraversare una serie di vicoli dimensione-budello percorribili solo a piedi e francamente inquietanti, se non c’è nessuno in giro. Tutte le volte che mi è stato chiesto: “Ma non hai paura a vivere lì?” ho sempre risposto che non c’era nulla di cui avere paura: “Ma va’: è pieno di locali e di gente, sono tranquillissima“. Adesso, l’altra sera, ho sperimentato il rientro dopo l’ordinanza del sindaco: un deserto, appunto. Io e i topi, e io che mi sbrigo ad aprire il portone il più in fretta possibile con la certezza - ma la certezza, proprio - che mi succederà qualcosa, prima o poi, in mezzo a ’sto deserto. Non è statisticamente pensabile che una donna sola possa attraversare una serie di budelli bui, ogni volta che rincasa, e uscirne incolume. E pensa che è stato possibile grazie alle “norme sicurezza”, un provvedimento simile.

Il mio palazzo è ricoperto di impalcature, lo stanno ristrutturando. Nel budello in salita che lo costeggia, le impalcature formano una specie di nicchia dietro cui si infilano i tizi che commerciano in bustine, quelli che devono fare pipì e, in generale, chi si vuole nascondere. Mi è capito di trovarci qualche faccia da galera, lì dietro, imboccando la salita. Ma 20 metri più sopra c’era il locale che ho sotto il portone, e i ragazzi che ci lavorano dentro erano lì a guardarle in cagnesco, le facce da galera, ed io passavo tranquilla e poi glielo dicevo: “Cavoli, meno male che ci siete voi qui sotto, ché sennò mi spaventavo sul serio, guarda.” Be’, adesso il locale è chiuso, quando rientro da una cena o dai cavoli miei. Fantastico. E, appunto, manco un taxi posso prendere. Non ci passano le macchine. A piedi, devo farmela, e per un bel pezzo.

Non so cosa hanno creduto di fare, con questo provvedimento che pare pensato da gente che, le strade del centro storico di sera, le ha viste solo dalla finestra. Eppure bastava passeggiare, a una certa ora, nelle zone dove ci sono i locali e, subito dopo, in quelle dove non ci sono: nelle prime non lo sentivi, il brividino che ti ispirano le seconde. Non ci hanno pensato, i “residenti che vogliono dormire?” Ma dai.

Benone, chiudono i locali. Questo vuol dire che, in strada, rimarranno solo quelli che non ci vanno, nei locali, ma non per questo vanno a dormire. Proprio quelli che nessuno vorrebbe incontrare in un vicolo, appunto. Oppure, come in Spagna, i ragazzotti che si fanno i botellones in strada e poi, belli sbronzi, si ritrovano padroni della strada e senza ostacoli. Geniale.

Io non lo so, che voglia di farsi ordinare come vivere gli è presa, alla gente. Come si fa a non capire che un ambiente come quello del centro storico con i suoi locali aperti è un contenitore, per i ragazzi, e non uno spazio fuori controllo? Ma da quando i posti morti sono più sicuri di quelli vivi?

Dice: è che i residenti vogliono dormire. Dico: a parte che io conosco solo residenti incazzatissimi per questa novità, ma mi spieghi che pretesa è andare a vivere in piazza Erbe e poi protestare se c’è casino? Ma se prendi casa vicino a un aeroporto fai fermare gli aerei? Se abiti lungo le rotaie del tram chiedi che i tram si fermino la notte? Sì, ok, c’è casino. E’ la vita: in tutti i posti del mondo ci sono vie e piazze dove c’è casino. Uno lo sa e, se gli risulta impossibile viverci, si organizza diversamente. Eccheccavoli. No: più si è stronzi, rompiscatole, tristi, infelici, biechi e invidiosi dell’altrui allegria, e più si incarna il cittadino medio. Quello a cui i sindaci vogliono piacere, evidentemente. Be’: pure ’sto cittadino medio rincaserà di notte, prima o poi: spero che la becchi lui, la gang di ubriachi da strada o certi tizi orridi che girano, in mezzo al vicolo deserto. Mi pare molto più giusto che li facciano quelli che hanno voluto fare chiudere i locali, certi incontri, piuttosto che li faccia io.

Avvilita, sono. Per la vita e per l’allegria che si perde attorno a casa mia e, soprattutto, per la tranquillità notturna che questo provvedimento mi ha fatto perdere.

Quando mi succederà qualcosa - ed è sicuro, che qualcosa mi succederà: il contrario è impensabile, e vorrei fotografare la mia strada per farlo capire - considererò il sindaco Marta Vincenzi personalmente responsabile, lei e la sua bella pensata. E vorrei tanto - davvero lo vorrei - che l’avvilimento di tutti coloro con cui ne ho parlato arrivasse chiaro e forte a chi magari è lì che si bea, ché non c’è come reprimere per fare credere agli idioti che si sta governando.

P.S.: io poi vorrei capire che discorso è mai, questo. Fare vivere il centro storico di giorno? Ma perché, scusa? Cos’è, morto? A me pare vivo e vegeto, di che diamine  parlano? A meno che, davvero, qui non si vagheggi di fantomatiche “iniziative” (dai, magari farci mettere un grembiulino dalla sindaco che poi provvederà a presentarci l’un l’altro, che ne dite?) che dovrebbero calare dall’alto per fare incontrare di giorno ciò che in stantio sinistrese viene così enumerato:

 ”Il centro storico deve essere un quartiere vivo, dove si trovino giovani famiglie, anziani, studenti e operatori commerciali, artigiani ed artisti. Non può diventare un quartiere di tendenza  per studenti fuori sede e giovani gaudenti. Deserto di giorno e caotico la notte”.

Guarda: la gente, di giorno, lavora. Forse quelli che stilano ’sti proclami non lo fanno, ma gli altri sì. Io, di giorno, vado a scuola. Non posso andare a “trovarmi con i giovani, gli anziani e gli artisti” a piazza Sarzano. Di giorno, in strada, ci sono gli anziani, appunto. E le 3 casalinghe rimaste al mondo che vanno a fare la spesa. Qualcuno li avvisi, questi qua, che non è colpa dei locali se di giorno c’è meno folla che di sera. E’ che è normale. Si lavora, e non in strada.

Ma roba da matti, guarda.

P.P.S.: Comunque, e diciamocelo, è anche colpa di chi non lo voleva, questo provvedimento. Perché in primavera erano apparsi dei cartelli che annunciavano un incontro della Vincenzi con i famigerati “residenti”, ed io avevo letto, avevo storto il naso ed ero passata oltre. Come una cretina. E invece non è così che si fa. Bisognava andarci, all’incontro, e dire ’ste cose là, non qua a disastro compiuto. Mea culpa. E’ che una si fida del buon senso altrui, e invece no. Non si deve. Bisogna difenderlo con più energia, ’sto povero buon senso orfano e mazziato.

P.P.P.S.: metto qui in vista il commento di Linus con il suo sacrosanto suggerimento:

perchè non metti nel testo un linkino alla email del comune di Genova,

redazione@comune.genova.it

(di quelli che aprono direttamente il browser) così il lettore, comodo comodo, scrive una lettera di protesta?

Anche standard, tipo:

Le misure di “sicurezza” che impongono la chiusura dei locali del centro hanno il paradossale effetto di rendere la città meno sicura, come fa notare - bene argomentando - una cittadina di Genova. Ci uniamo alla sua protesta, e chiediamo che la città torni ad essere viva e sicura, di giorno e di notte.

Bisogna iniziare a difendersi, direi.

Linus

Spetteguless

29 August 2008 – 23:06

Un mio amico riceve, per lavoro, una giovane signora che si presenta porgendogli il biglietto da visita e puntualizzando: “Lei mi conoscerà sicuramente, sono la blogger più famosa d’Italia“. E il mio amico, un po’ interdetto: “Veramente io leggo poco i blog… giusto quello di una mia amica, a dire il vero, quindi non saprei…

Non ne rivelerò il nome nemmeno sotto tortura, ovviamente - quello della blogger, dico - però le sono debitrice, oltre che del divertente resoconto fattomi dall’amico perplesso, anche di qualche riflessione sulla prospettiva che si acquisisce stando troppo in rete. Forse dovremmo tutti farci del bene e andare periodicamente a zappare, non so, o a raccogliere pomodori. Qua ci si restringe la visione del mondo, altrimenti.

blogger.jpg

[Tzk, tzk, tzk. Qui operiamo un po’ di autocensura, ché confidare nell’autoironia maschile non è mai una bella idea. Facciamo che rimane un segreto tra me e i lettori abituali, questa piccola cancellazione di considerazioni ridanciane…]

Lunedì, intanto, ciò che comincia è la scuola. Ed io, forte dei due corsi appena fatti al Cairo, vorrei proseguire con quel metodo, quei libri e tutto il materiale che mi sono portata - ho svaligiato il Cervantes, praticamente - e non so come farò, ché ai ragazzi è stato detto a giugno quali libri comprare per quest’anno, e non posso arrivare e cambiarglieli, ché i libri costano e non si fa. Mi dispiace parecchio, però. E sono giorni che ci penso e non vedo una soluzione, eppure la devo trovare per forza, ché altrimenti cosa ho lavorato a fare, ad Agosto e dalla mattina alla sera, se non per portare nella nuova scuola le cose che ho tirato fuori da lì? Devo meditare, e velocemente.

(Ehi, Umm Omar: mentre io medito, tu mandami per posta l’indirizzo a cui devo spedire la rivista egiziana che ti ho preso.)

Diamole un nome: casa

29 August 2008 – 03:09

Sono tornata, e ne avevo voglia.

E’ stato un viaggio che ci voleva, è stato importante. Volevo vedere gente a cui voglio bene, e non mi rimarranno molte altre occasioni per farlo: Pepe si trasferisce definitivamente a Istanbul lunedì prossimo, e ci siamo salutati l’altra sera a casa sua, con lui che aveva mille bottiglie da aprire e io che sarei partita la mattina dopo alle 7, erano le 2 di notte e dovevo ancora fare le valigie. “Dai, apriamo il cava?” “A me non ne versare, ho bevuto birra e sake, non ci arrivo all’aereo…

Sono uscita da casa sua con un abbraccio, un cd di musica turca, un invito ad Istanbul e un magone infinito: Pepe è il primo ma, dopo di lui, partono tutti i miei punti di riferimento forti. Entro giugno non mi rimarrà più nessuno, al Cairo. Mi toccherebbe ricominciare dalla Pensione Roma, tornandoci, come in un gigantesco gioco dell’oca che si chiamerebbe “La mia vita”, e non posso. E’ da 13 anni che, se posso, sono lì. Tredici anni. E’ arrivato il momento di provare ad andare altrove.  E mi sono preparata a questo, quindi, salutando persone che ho stampate nel cuore, e posti e sentimenti a cui devo il meglio che sono riuscita a fare di me. Umm el dunia. La madre del mondo. Di tutti noi: tutti messi e rimessi al mondo, in un modo o nell’altro, e le madri si salutano, prima o poi.

Ultima sera, col collega al Sapporo, lo stesso ristorante dove feci la mia ultima cena da residente cairota: “Sono qui da 5 anni”, dice lui. “E’ da 5 anni che amo questo posto, poi lo odio, poi lo amo, poi lo odio… mi sono consumato. Devo andare in un posto dove non mi succeda questo. Meno emozioni da spendere così, non ne posso più. Cinque anni sono tanti, e la mia esperienza qui è conclusa.”

E poi da Pepe, appunto, con le sue bottiglie, la sua casa vuota perché i traslocatori gli stavano imbarcando la vita in direzione Turchia. E c’era persino Miriam, la mia vicina di pianerottolo di un tempo. Flahback: “Ciao, apro una bottiglia di vino e un chorizo, vieni?” “Certo”. E le volte che ero io a portare una torta a lei. E i suoi racconti da archeologa che si immergeva nel porto di Alessandria a recuperare meraviglie e tutti che la guardavano mentre si metteva la muta e scopriva il corpo per un attimo, e la sua incazzatura e la sua passione, e la volta che mi disse che non avrebbe saputo vivere fuori dall’Egitto e che però lo sapeva, che il prezzo era rimanere sola per sempre, sposata al suo lavoro. Miriam, con quei capelli biondi lunghissimi e le caviglie sempre gonfie. Condividere un po’ di anni di pianerottolo, quando lei tornava dai suoi campi di lavoro e io dall’Alto Egitto, e fare circospetti tentativi di amicizia mangiando una la roba dell’altra o bagnandoci le piante a vicenda, e poi addio, fino all’altra sera. C’era anche lei, da Pepe, in questa cerimonia degli addii. Miriam, non me l’aspettavo.

E poi, la più importante di tutti: la colleghina, Julia.

Affetto, tensione, allegria, difese, chiacchiere e litigi, lei che è cresciuta e io che sono invecchiata, lei che mi prende per i capelli quando sto per andarmene troppo in là e io che la vedo spaesata, tesa, con i suoi amici già partiti - anche loro - e tutto da riprogrammare e poi l’ultima sera, che torniamo a casa sua e, prima che io cominci a fare la benedetta valigia, lei scoppia a piangere ed io so solo dirle: “Non perdiamoci…“. E, a partire da lì, di nuovo sul divano a parlare, e a parlare del Cairo: “Devo andarmene, devo chiedere un’aspettativa per poi decidere una nuova sede. Devo avere dei figli e non posso averli qui, con questo inquinamento pazzesco e tutto ciò che sai. Ma come riuscirò ad andarmene? Come faccio, dopo tutto quello che mi ha dato questa città? Umm el dunia. Io ci sono cresciuta, qui. Mi ha dato tutto, il Cairo. Il Cairo, senti come suona questo nome, ti rendi conto? E, sai, la cosa peggiore è il senso di gratititudine: come faccio ad esprimerla, la mia gratitudine per questa città?

Io ci ho messo tre anni, a elaborare il lutto della mia partenza dal Cairo. Pensavo che non sarebbe finito mai. Dall’arrivo - io che inciampo a Milano e mi slogo un piede, io che  litigo con i “compagni” filoarabi parlando di sigarette e mi ritrovo con Miguel Martinez e consorte nemici a vita perché rimpiango la libertà egiziana di fumare al ristorante, e lì mi rendo conto che vanno trattati e assecondati come fossero pazzi, gli italiani con cui dovrò riprendere contatto, ché sennò litigherò col mondo tutto. Io che mi ritrovo in 25 metri quadri di casa a Milano e il posto di lavoro in un istituto professionale pieno di guai in cui devo fare l’assistente sociale e non la prof, e mi ci consumo. Io che mi ritrovo con l’islam italiano sotto al portone del mo palazzo. Ed è un pio islam che non solo è piazzato sotto casa mia ma mi deve pure scopare urgentemente e però è peccato, quindi prima mi deve sposare islamicamente, ché sennò va all’inferno, ed io che ormai non vedo altro che pazzi e dico che ok, come vuoi, visto che pure io ho voglia di sgranocchiare te e potrebbe essere bello, e invece da lì al delirio e a consumarmi da sola per non essere inghiottita e digerita da altri, e le comiche con il travolgente finale dello scandalo mediatico, e il mio preside di Genova che leggeva delle mie prodezze e, ovviamente, domandava alle mie colleghe: “Ma questa nuova prof, ci riesce a lavorare nonostante ’sto casino? E non è che fa propaganda islamica in classe, per caso?” E le colleghe: “Ma no, preside, lavora ed è seria, no che non fa propaganda…” Mamma mia, quanto tempo è passato anche da ’sta cosa. Ed io che infine vado di nuovo al Cairo, come sempre quando ho un attimo libero, e che mi accorgo che mi manca Genova.

Perché è andata così: mi è mancata, Genova.  Avevo voglia di tornare a casa ed ho scoperto che casa mia è Genova; e che sono contenta che sia così.

Marzia: “E’ la prima volta da sempre, che torni in Italia contenta di farlo…” Vero. Genova mi è mancata. Non so cosa ne sarà della mia vita, prima o poi - ho come obiettivo tornare a partire, si sa - ma so che casa mia è qua, ormai. Tre anni, ci ho messo, per smaltire il lutto del Cairo. Tre anni, sono tantissimi. Ma è passata. Mi pare un miracolo, nonché il permesso per una felicità nuova. E’ passata, come passa ogni grande amore. Tre anni, e adesso ho casa mia e so che è a Genova. Va bene, è ciò che mi serviva. E capisco Julia, quando parla di gratitudine per la propria città, visto che io ne faccio indigestione, di gratitudine, dall’Egitto a Zena, e poi penso che sono una tizia felice, io, tutto sommato, e che anche Julia lo sarà: “E’ che tu sei stata felice, al Cairo. E la felicità tende a riprodursi, una volta che ti si è installata dentro. Sarai felice anche fuori di qui.” Inshallah.

E’ stato un viaggio importante. Sono successe tante cose. Solo che io ho più bisogno di andare al mare, adesso, che di scrivere.

La città ha qualche problema

24 August 2008 – 00:56

Davanti a un’insalata, Pepe mi fa: “Ma com’è che i pomodori sono così buoni al ristorante e fanno così orrore quando li compri? Io ieri li ho buttati tutti, i miei, ché avevano i semini verdi e blu…” Ed è che l’inquinamento tocca vette tali da rendere possibile qualsiasi mutazione genetica, in questo paese di 80 milioni di abitanti con una striscetta di terra coltivabile che non basterebbe per un decimo della popolazione e che costeggia un Nilo che ci arriva dopo essersi inquinato lungo 6000 km, in Egitto, e sono 6000 km che attraversano il continente eletto a discarica del primo mondo, come è noto.Ti ritrovi con i pomodori radioattivi, per forza.

polluted.jpg

Ti abitui a non pensarci, a cose come l’igiene, la composizione effettiva dei cibi, lo strato di polvere nera che hai in faccia e tra i capelli quando rincasi, ed è un tale miscuglio di sporcizia umana e inquinamento industriale che, se ci pensassi, non vivresti più. Viceversa, poi ti ritrovi spiazzato da delizie e meraviglie e, vabbe’, il paese è così. Mille volte ti ci incazzi e mille volte ti sciogli come un budino, mille volte ti pare un inferno e duemila un paradiso, e passa dalla bruttezza più sordida alla bellezza più mozzafiato. E’ così, lo sappiamo. Ma qui la gente sta male assai, questo è il punto. Sta fisicamente male, ché l’organismo non può sopravvivere in queste condizioni. “Come vuoi che si metta a pensare alle grandi cause, uno che si fa un’ora al giorno di autobus per andare al lavoro e che, solo di fumo che respira, se non ha il cervello e i riflessi in pappa è un miracolo?” No, davvero. Poi magari, un giorno, con l’ultimo residuo di forze faranno la rivoluzione, chennesò. Ma, secondo me, i pomodori coi semini blu li stroncano prima. Non so quanto si possa resistere, chiusi per anni in una bolla di veleno.

Poi attraversi Mohandessin, che fino a 3 anni fa era un quartiere borghese ma senza le pretese di una Zamalek, per dire, e ti ritrovi in un mare di luci al neon e di negozioni occidentali scintillanti, e c’è tutto quello che non esisteva a pagarlo oro, quando io arrivai qui: dalla cosmetica alle marche di abbigliamento passando per le grandi catene di ristoranti e così via. Non la riconosci, Mohandessin. Pare New York. Perché, appunto, nel disastro economico generale i ricchi si arricchiscono. Loro e basta, certo. Intanto l’euro è rincarato di parecchio (e, con lui, le cose che si importano), i prezzi sono aumentati da fare spavento e, per dire, la casa in cui vivevo io costa il doppio di prima, a volerla riprendere adesso. Sui 4000 pounds, se va bene, che sono 500 euro al mese. Io ne pagavo 1700, tre anni fa. E quindi pure gli stranieri si stanno spostando in quartieri sempre più popolari (è il turno di Shubra, adesso, che ha una sua grazia e un suo carattere ma è a un secolo di viaggio dai centri culturali dove si lavora, lontanissimo) ma comunque non sono loro il problema, è ovvio: è che non si capisce come viva la gente di qui, questo è il problema.

Perché un chilo di lenticchie, l’anno scorso, costava un paio di pounds. Adesso ne costa 12. Costano come in Europa, adesso, le lenticchie. E finché rincara la carne, diceva Julia, vabbe’: tanto, il grosso della gente di qui la vedeva comunque una volta ogni tanto, la carne. Ma le lenticchie? Che si mangia, la gente, se la base della sua alimentazione gli diventa più cara che in Spagna guadagnando un decimo di quello che guadagna uno spagnolo?

E siamo passate davanti a un negozio di Max Mara, a Mohandessin. Max Mara. Davvero, mica scherzo. Uno stralusso, da quelle vetrine, che manco a Montenapoleone. Però era Mohandessin, col carretto dei meloni parcheggiato davanti, i babwab con la gallabeya lacera che dormono nei sottoscala degli edifici, le vecchiette impolverate che vendono fazzolettini, i bambini di 7 anni che lavorano e, su tutto questo, Max Mara. E mi si ritorce lo stomaco, a vederla.

Perché almeno, qualche anno fa le cose non c’erano e non c’erano per nessuno. I cosmetici? Non c’erano, pazienza. I bikini? Niet. Il bendiddio europeo al supermercato? Ma figurati. Max Mara? Uaz, uaz, uaz, non farmi ridere. Ma per nessuno, c’erano. Non come adesso.”

La sensazione che ne deriva è brutta, parecchio. Ma la gente manco ci pensa, sembrerebbe, a questo scandaloso squilibrio economico tra i pochi ricchi e la massa di poveri sempre più in miseria. La gente cerca di vivere e di portare a casa la pagnotta, mentre respira fumo e mangia mutazioni genetiche.

E poi, come è noto, il dissenso politico è il capitale su cui campano Fratelli Musulmani e affini e, sempre di più, parlare in termini di capitale, di rendita acquisita, mi pare azzeccato, con buona pace delle antiche speranze mal riposte. Perché - e ormai la tecnica è collaudata - basta inventarsi qualche nuova regola religiosa e sono tutti contenti. Basta pregare e non li noti più, i semini blu nei pomodori.

E quindi vengono fuori stronzate galattiche come quella dei trapianti, che uno la legge e non ci crede e invece è vera, cose da pazzi.  E di chi è l’idea? Dell’Unione Nazionale dei Medici, controllata dai Fratelli Musulmani il cui capo, casualmente, guida anche la commissione parlamentare per la sanità. Perfetto.

No, dico. I medici. Gente con una formazione scientifica, particolare che ne smaschera il cinismo rendendolo ancora più insopportabile di quanto già sia a prima vista.

E pensi che sia un’idea condivisa, pensi che la gente lo desiderasse, che stesse lì a struggersi sulla provenienza religiosa di chi gli poteva un domani donare un organo? Figurati. Queste sono idee che calano dall’alto e su cui, poi, la gente viene catechizzata. Uno manco ci pensa, a una roba simile, finché non ti arriva il capetto dell’organizzazione a riempirti la testa di baggianate sui perfidi copti che ti vogliono rubare un rene, e alè: nel frattempo Al Azhar si sarà opposto alla bella pensata - si spera, almeno - ma il terreno per nuovi problemi basati sul niente è già pronto, bello fertile. Poi, magari, da Max Mara ci va la moglie dell’ideatore di ’ste pensate. Tanto, sotto l’abaya nera, un estraneo non lo indovina di certo, che hai addosso l’equivalente di tutta una sua vita di lavoro sotto forma di camicetta.

E, come è tipico dell’islam ribassato a strumento politico, un’idea simile è orrida per quello che non dice, più che per quello che dice. Perché c’è la scusa ufficiale, quella del “Vogliamo impedire il traffico di organi“. E poi, dietro la scusa ufficiale, c’è la verità sussurrata, il discorso vero (”Un organo copto, schif schif, un pezzo di corpo di cristiano dentro di te, ti immagini?!? “) che si riserva ai già convinti, a quelli che non ti discutono e si bevono tutto ciò che dici. Si chiama “doppio discorso“, e i nostri italiani lo hanno imparato lì, dove vuoi che lo abbiano imparato?

Gli studenti che sto vedendo io, intanto, manco lo sapevano che c’era ’sta novità. Li abbiamo informati noi prof. “No, davvero??? E dove è scritta ’sta notizia?” “Be’, suppongo che sui giornali. Comunque, se non la trovate sulla stampa egiziana, basta andare sulla stampa internazionale, è su tutte le prime pagine.” E ridono di avvilimento, i ragazzi, e ti dicono: “Bene, ci mancava giusto un altro po’ di benzina sul fuoco, non c’erano già abbastanza problemi…” E te lo dicono le ragazze velate così come le musulmane senza velo, e ragazzi che non metterebbero mai in dubbio la loro identità islamica ma che hanno ancora un cervello funzionante, e che il cielo glielo conservi. Te lo dice la gente a cui dovrebbe andare il nostro supporto, ché ’ste cose sono da delinquenti, da assassini di un paese. Peccato che noi ce lo scordiamo, che il Medio Oriente è ancora pieno di gente così, nonostante tutto.

Nonostante noi, anche, che abbiamo deciso - da destra e da sinistra, per motivi uguali e contrari a secondo dei rispettivi sguardi ma comunque perfettamente speculari - che il Medio Oriente interessante è quello di chi si fa venire ’ste pensate, non quello di chi si mette le mani nei capelli quando le sente.

Saggezza partenopea

23 August 2008 – 17:49

Io amo molto gli Squallor e li considero dei saggi. Alla napoletana, certo, ché la saggezza partenopea è sempre un po’ brutale di fondo.

Di conseguenza, ripensando agli slanci ideologici di questa ed altre epoche, non potevano che tornarmi in mente loro: “Mi ha rovinato il 68″, 1988.

Comunicazione di servizio per amici e parenti

23 August 2008 – 01:03

nomo.jpg

Si avvisano amici e parenti che qui abbiamo finito da tempo la scheda del cellulare, che non riusciamo a ricaricarla via web e che, tutto sommato, manco ci siamo impegnate troppo.

Il risultato è che questo blog riceve (a volte) gli sms ma non è in grado di rispondere. Quindi non è che mi sia dimenticata del mondo, è solo che registro in silenzio messaggini, saluti e notizie. Poi, mo’ che torno in Italia mi farò viva.

In particolare: Lillo, fammi trovare una casa smagliante ché sennò ti inseguo con un randello. Se occorre, sullo sportello del frigo c’è il numero di una signora delle pulizie. Fanne uso. Amedeo: buonanotte pure a te, baci tanti. Italo: torno, torno. Preparati per un pellegrinaggio all’osteria che sai. Roberta: congratulazioni a mille, ti scrivo appena torno. Ex alunna dell’anno scorso: bacioni, peste bubbonica! Hai fatto i compiti?? :D Vari ed eventuali: tutto bene, lavoro sempre, mi perdo pure le email e le risposte ai commenti, tra un po’ torno.

Ah: per Paola che è al Cairo: io ci sto, per un caffè. Sono a Dokki. Concretizziamo? Per Umm Omar: mi ripeti il nome della rivista? Così te la prendo domani stesso e riesco a non scordarmi, ché la mia è una lotta contro il rimbambimento e non sempre vinco io.

(Ok, fatto. Mi sento efficiente assai, dopo ’sto colpo d’ingegno.)