Diamole un nome: casa

29 August 2008 – 03:09

Sono tornata, e ne avevo voglia.

E’ stato un viaggio che ci voleva, è stato importante. Volevo vedere gente a cui voglio bene, e non mi rimarranno molte altre occasioni per farlo: Pepe si trasferisce definitivamente a Istanbul lunedì prossimo, e ci siamo salutati l’altra sera a casa sua, con lui che aveva mille bottiglie da aprire e io che sarei partita la mattina dopo alle 7, erano le 2 di notte e dovevo ancora fare le valigie. “Dai, apriamo il cava?” “A me non ne versare, ho bevuto birra e sake, non ci arrivo all’aereo…

Sono uscita da casa sua con un abbraccio, un cd di musica turca, un invito ad Istanbul e un magone infinito: Pepe è il primo ma, dopo di lui, partono tutti i miei punti di riferimento forti. Entro giugno non mi rimarrà più nessuno, al Cairo. Mi toccherebbe ricominciare dalla Pensione Roma, tornandoci, come in un gigantesco gioco dell’oca che si chiamerebbe “La mia vita”, e non posso. E’ da 13 anni che, se posso, sono lì. Tredici anni. E’ arrivato il momento di provare ad andare altrove.  E mi sono preparata a questo, quindi, salutando persone che ho stampate nel cuore, e posti e sentimenti a cui devo il meglio che sono riuscita a fare di me. Umm el dunia. La madre del mondo. Di tutti noi: tutti messi e rimessi al mondo, in un modo o nell’altro, e le madri si salutano, prima o poi.

Ultima sera, col collega al Sapporo, lo stesso ristorante dove feci la mia ultima cena da residente cairota: “Sono qui da 5 anni”, dice lui. “E’ da 5 anni che amo questo posto, poi lo odio, poi lo amo, poi lo odio… mi sono consumato. Devo andare in un posto dove non mi succeda questo. Meno emozioni da spendere così, non ne posso più. Cinque anni sono tanti, e la mia esperienza qui è conclusa.”

E poi da Pepe, appunto, con le sue bottiglie, la sua casa vuota perché i traslocatori gli stavano imbarcando la vita in direzione Turchia. E c’era persino Miriam, la mia vicina di pianerottolo di un tempo. Flahback: “Ciao, apro una bottiglia di vino e un chorizo, vieni?” “Certo”. E le volte che ero io a portare una torta a lei. E i suoi racconti da archeologa che si immergeva nel porto di Alessandria a recuperare meraviglie e tutti che la guardavano mentre si metteva la muta e scopriva il corpo per un attimo, e la sua incazzatura e la sua passione, e la volta che mi disse che non avrebbe saputo vivere fuori dall’Egitto e che però lo sapeva, che il prezzo era rimanere sola per sempre, sposata al suo lavoro. Miriam, con quei capelli biondi lunghissimi e le caviglie sempre gonfie. Condividere un po’ di anni di pianerottolo, quando lei tornava dai suoi campi di lavoro e io dall’Alto Egitto, e fare circospetti tentativi di amicizia mangiando una la roba dell’altra o bagnandoci le piante a vicenda, e poi addio, fino all’altra sera. C’era anche lei, da Pepe, in questa cerimonia degli addii. Miriam, non me l’aspettavo.

E poi, la più importante di tutti: la colleghina, Julia.

Affetto, tensione, allegria, difese, chiacchiere e litigi, lei che è cresciuta e io che sono invecchiata, lei che mi prende per i capelli quando sto per andarmene troppo in là e io che la vedo spaesata, tesa, con i suoi amici già partiti - anche loro - e tutto da riprogrammare e poi l’ultima sera, che torniamo a casa sua e, prima che io cominci a fare la benedetta valigia, lei scoppia a piangere ed io so solo dirle: “Non perdiamoci…“. E, a partire da lì, di nuovo sul divano a parlare, e a parlare del Cairo: “Devo andarmene, devo chiedere un’aspettativa per poi decidere una nuova sede. Devo avere dei figli e non posso averli qui, con questo inquinamento pazzesco e tutto ciò che sai. Ma come riuscirò ad andarmene? Come faccio, dopo tutto quello che mi ha dato questa città? Umm el dunia. Io ci sono cresciuta, qui. Mi ha dato tutto, il Cairo. Il Cairo, senti come suona questo nome, ti rendo conto? E, sai, la cosa peggiore è il senso di gratititudine: come faccio ad esprimerla, la mia gratitudine per questa città?

Io ci ho messo tre anni, a elaborare il lutto della mia partenza dal Cairo. Pensavo che non sarebbe finito mai. Dall’arrivo - Io che inciampo a Milano e mi slogo un piede, io che  litigo con i “compagni” filoarabi parlando di sigarette e mi ritrovo con Miguel Martinez e consorte nemici a vita perché rimpiango la libertà egiziana di fumare al ristorante, e lì mi rendo conto che vanno trattati e assecondati come fossero pazzi, gli italiani con cui dovrò riprendere contatto, ché sennò litigherò col mondo tutto. Io che mi ritrovo in 25 metri quadri di casa a Milano e il posto di lavoro in un istituto professionale pieno di guai in cui devo fare l’assistente sociale e non la prof, e mi ci consumo. Io che mi ritrovo con l’islam italiano sotto al portone del mo palazzo. Ed è un pio islam che non solo è piazzato sotto casa mia ma mi deve pure scopare urgentemente e però è peccato, quindi prima mi deve sposare islamicamente, ché sennò va all’inferno, ed io che ormai non vedo altro che pazzi e dico che ok, come vuoi, visto che pure io ho voglia di sganocchiare te e potrebbe essere bello, e invece da lì al delirio e a consumarmi da sola per non essere inghiottita e digerita da altri, e le comiche con il travolgente finale dello scandalo mediatico, e il mio preside di Genova che leggeva delle mie prodezze e, ovviamente, domandava alle mie colleghe: “Ma questa nuova prof, ci riesce a lavorare nonostante ’sto casino? E non è che fa propaganda islamica in classe, per caso?” E le colleghe: “Ma no, preside, lavora ed è seria, no che non fa propaganda…” Mamma mia, quanto tempo è passato anche da ’sta cosa. Ed io che infine vado di nuovo al Cairo, come sempre quando ho un attimo libero, e che mi accorgo che mi manca Genova.

Perché è andata così: mi è mancata, Genova.  Avevo voglia di tornare a casa ed ho scoperto che casa mia è Genova; e che sono contenta che sia così.

Marzia: “E’ la prima volta da senpre, che torni in Italia contenta di farlo…” Vero. Genova mi è mancata. Non so cosa ne sarà della mia vita, prima o poi - ho come obiettivo tornare a partire, si sa - ma so che casa mia è qua, ormai. Tre anni, ci ho messo, per smaltire il lutto del Cairo. Tre anni, sono tantissimi. Ma è passata. Mi pare un miracolo, nonché il permesso per una felicità nuova. E’ passata, come passa ogni grande amore. Tre anni, e adesso ho casa mia e so che è a Genova. Va bene, è ciò che mi serviva. E capisco Julia, quando parla di gratitudine per la propria città, visto che io ne faccio indigestione, di gratitudine, dall’Egitto a Zena, e poi penso che sono una tizia felice, io, tutto sommato, e che anche Julia lo sarà: “E’ che tu sei stata felice, al Cairo. E la felicità tende a riprodursi, una volta che ti si è installata dentro. Sarai felice anche fuori di qui.” Inshallah.

E’ stato n viaggio importante. Sono successe tante cose. Solo che io ho più bisogno di andare al mare, adesso, che di scrivere.

La città ha qualche problema

24 August 2008 – 00:56

Davanti a un’insalata, Pepe mi fa: “Ma com’è che i pomodori sono così buoni al ristorante e fanno così orrore quando li compri? Io ieri li ho buttati tutti, i miei, ché avevano i semini verdi e blu…” Ed è che l’inquinamento tocca vette tali da rendere possibile qualsiasi mutazione genetica, in questo paese di 80 milioni di abitanti con una striscetta di terra coltivabile che non basterebbe per un decimo della popolazione e che costeggia un Nilo che ci arriva dopo essersi inquinato lungo 6000 km, in Egitto, e sono 6000 km che attraversano il continente eletto a discarica del primo mondo, come è noto.Ti ritrovi con i pomodori radioattivi, per forza.

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Ti abitui a non pensarci, a cose come l’igiene, la composizione effettiva dei cibi, lo strato di polvere nera che hai in faccia e tra i capelli quando rincasi, ed è un tale miscuglio di sporcizia umana e inquinamento industriale che, se ci pensassi, non vivresti più. Viceversa, poi ti ritrovi spiazzato da delizie e meraviglie e, vabbe’, il paese è così. Mille volte ti ci incazzi e mille volte ti sciogli come un budino, mille volte ti pare un inferno e duemila un paradiso, e passa dalla bruttezza più sordida alla bellezza più mozzafiato. E’ così, lo sappiamo. Ma qui la gente sta male assai, questo è il punto. Sta fisicamente male, ché l’organismo non può sopravvivere in queste condizioni. “Come vuoi che si metta a pensare alle grandi cause, uno che si fa un’ora al giorno di autobus per andare al lavoro e che, solo di fumo che respira, se non ha il cervello e i riflessi in pappa è un miracolo?” No, davvero. Poi magari, un giorno, con l’ultimo residuo di forze faranno la rivoluzione, chennesò. Ma, secondo me, i pomodori coi semini blu li stroncano prima. Non so quanto si possa resistere, chiusi per anni in una bolla di veleno.

Poi attraversi Mohandessin, che fino a 3 anni fa era un quartiere borghese ma senza le pretese di una Zamalek, per dire, e ti ritrovi in un mare di luci al neon e di negozioni occidentali scintillanti, e c’è tutto quello che non esisteva a pagarlo oro, quando io arrivai qui: dalla cosmetica alle marche di abbigliamento passando per le grandi catene di ristoranti e così via. Non la riconosci, Mohandessin. Pare New York. Perché, appunto, nel disastro economico generale i ricchi si arricchiscono. Loro e basta, certo. Intanto l’euro è rincarato di parecchio (e, con lui, le cose che si importano), i prezzi sono aumentati da fare spavento e, per dire, la casa in cui vivevo io costa il doppio di prima, a volerla riprendere adesso. Sui 4000 pounds, se va bene, che sono 500 euro al mese. Io ne pagavo 1700, tre anni fa. E quindi pure gli stranieri si stanno spostando in quartieri sempre più popolari (è il turno di Shubra, adesso, che ha una sua grazia e un suo carattere ma è a un secolo di viaggio dai centri culturali dove si lavora, lontanissimo) ma comunque non sono loro il problema, è ovvio: è che non si capisce come viva la gente di qui, questo è il problema.

Perché un chilo di lenticchie, l’anno scorso, costava un paio di pounds. Adesso ne costa 12. Costano come in Europa, adesso, le lenticchie. E finché rincara la carne, diceva Julia, vabbe’: tanto, il grosso della gente di qui la vedeva comunque una volta ogni tanto, la carne. Ma le lenticchie? Che si mangia, la gente, se la base della sua alimentazione gli diventa più cara che in Spagna guadagnando un decimo di quello che guadagna uno spagnolo?

E siamo passate davanti a un negozio di Max Mara, a Mohandessin. Max Mara. Davvero, mica scherzo. Uno stralusso, da quelle vetrine, che manco a Montenapoleone. Però era Mohandessin, col carretto dei meloni parcheggiato davanti, i babwab con la gallabeya lacera che dormono nei sottoscala degli edifici, le vecchiette impolverate che vendono fazzolettini, i bambini di 7 anni che lavorano e, su tutto questo, Max Mara. E mi si ritorce lo stomaco, a vederla.

Perché almeno, qualche anno fa le cose non c’erano e non c’erano per nessuno. I cosmetici? Non c’erano, pazienza. I bikini? Niet. Il bendiddio europeo al supermercato? Ma figurati. Max Mara? Uaz, uaz, uaz, non farmi ridere. Ma per nessuno, c’erano. Non come adesso.”

La sensazione che ne deriva è brutta, parecchio. Ma la gente manco ci pensa, sembrerebbe, a questo scandaloso squilibrio economico tra i pochi ricchi e la massa di poveri sempre più in miseria. La gente cerca di vivere e di portare a casa la pagnotta, mentre respira fumo e mangia mutazioni genetiche.

E poi, come è noto, il dissenso politico è il capitale su cui campano Fratelli Musulmani e affini e, sempre di più, parlare in termini di capitale, di rendita acquisita, mi pare azzeccato, con buona pace delle antiche speranze mal riposte. Perché - e ormai la tecnica è collaudata - basta inventarsi qualche nuova regola religiosa e sono tutti contenti. Basta pregare e non li noti più, i semini blu nei pomodori.

E quindi vengono fuori stronzate galattiche come quella dei trapianti, che uno la legge e non ci crede e invece è vera, cose da pazzi.  E di chi è l’idea? Dell’Unione Nazionale dei Medici, controllata dai Fratelli Musulmani il cui capo, casualmente, guida anche la commissione parlamentare per la sanità. Perfetto.

No, dico. I medici. Gente con una formazione scientifica, particolare che ne smaschera il cinismo rendendolo ancora più insopportabile di quanto già sia a prima vista.

E pensi che sia un’idea condivisa, pensi che la gente lo desiderasse, che stesse lì a struggersi sulla provenienza religiosa di chi gli poteva un domani donare un organo? Figurati. Queste sono idee che calano dall’alto e su cui, poi, la gente viene catechizzata. Uno manco ci pensa, a una roba simile, finché non ti arriva il capetto dell’organizzazione a riempirti la testa di baggianate sui perfidi copti che ti vogliono rubare un rene, e alè: nel frattempo Al Azhar si sarà opposto alla bella pensata - si spera, almeno - ma il terreno per nuovi problemi basati sul niente è già pronto, bello fertile. Poi, magari, da Max Mara ci va la moglie dell’ideatore di ’ste pensate. Tanto, sotto l’abaya nera, un estraneo non lo indovina di certo, che hai addosso l’equivalente di tutta una sua vita di lavoro sotto forma di camicetta.

E, come è tipico dell’islam ribassato a strumento politico, un’idea simile è orrida per quello che non dice, più che per quello che dice. Perché c’è la scusa ufficiale, quella del “Vogliamo impedire il traffico di organi“. E poi, dietro la scusa ufficiale, c’è la verità sussurrata, il discorso vero (”Un organo copto, schif schif, un pezzo di corpo di cristiano dentro di te, ti immagini?!? “) che si riserva ai già convinti, a quelli che non ti discutono e si bevono tutto ciò che dici. Si chiama “doppio discorso“, e i nostri italiani lo hanno imparato lì, dove vuoi che lo abbiano imparato?

Gli studenti che sto vedendo io, intanto, manco lo sapevano che c’era ’sta novità. Li abbiamo informati noi prof. “No, davvero??? E dove è scritta ’sta notizia?” “Be’, suppongo che sui giornali. Comunque, se non la trovate sulla stampa egiziana, basta andare sulla stampa internazionale, è su tutte le prime pagine.” E ridono di avvilimento, i ragazzi, e ti dicono: “Bene, ci mancava giusto un altro po’ di benzina sul fuoco, non c’erano già abbastanza problemi…” E te lo dicono le ragazze velate così come le musulmane senza velo, e ragazzi che non metterebbero mai in dubbio la loro identità islamica ma che hanno ancora un cervello funzionante, e che il cielo glielo conservi. Te lo dice la gente a cui dovrebbe andare il nostro supporto, ché ’ste cose sono da delinquenti, da assassini di un paese. Peccato che noi ce lo scordiamo, che il Medio Oriente è ancora pieno di gente così, nonostante tutto.

Nonostante noi, anche, che abbiamo deciso - da destra e da sinistra, per motivi uguali e contrari a secondo dei rispettivi sguardi ma comunque perfettamente speculari - che il Medio Oriente interessante è quello di chi si fa venire ’ste pensate, non quello di chi si mette le mani nei capelli quando le sente.

Saggezza partenopea

23 August 2008 – 17:49

Io amo molto gli Squallor e li considero dei saggi. Alla napoletana, certo, ché la saggezza partenopea è sempre un po’ brutale di fondo.

Di conseguenza, ripensando agli slanci ideologici di questa ed altre epoche, non potevano che tornarmi in mente loro: “Mi ha rovinato il 68″, 1988.

Comunicazione di servizio per amici e parenti

23 August 2008 – 01:03

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Si avvisano amici e parenti che qui abbiamo finito da tempo la scheda del cellulare, che non riusciamo a ricaricarla via web e che, tutto sommato, manco ci siamo impegnate troppo.

Il risultato è che questo blog riceve (a volte) gli sms ma non è in grado di rispondere. Quindi non è che mi sia dimenticata del mondo, è solo che registro in silenzio messaggini, saluti e notizie. Poi, mo’ che torno in Italia mi farò viva.

In particolare: Lillo, fammi trovare una casa smagliante ché sennò ti inseguo con un randello. Se occorre, sullo sportello del frigo c’è il numero di una signora delle pulizie. Fanne uso. Amedeo: buonanotte pure a te, baci tanti. Italo: torno, torno. Preparati per un pellegrinaggio all’osteria che sai. Roberta: congratulazioni a mille, ti scrivo appena torno. Ex alunna dell’anno scorso: bacioni, peste bubbonica! Hai fatto i compiti?? :D Vari ed eventuali: tutto bene, lavoro sempre, mi perdo pure le email e le risposte ai commenti, tra un po’ torno.

Ah: per Paola che è al Cairo: io ci sto, per un caffè. Sono a Dokki. Concretizziamo? Per Umm Omar: mi ripeti il nome della rivista? Così te la prendo domani stesso e riesco a non scordarmi, ché la mia è una lotta contro il rimbambimento e non sempre vinco io.

(Ok, fatto. Mi sento efficiente assai, dopo ’sto colpo d’ingegno.)

“Non la sconfiggeremo mai, Israele”

22 August 2008 – 18:57

E’ tutto ciò che ha da dire, la collega esausta dopo avere passato la giornata a fare l’esame di lingua agli ufficiali nel quartiere generale dell’esercito egiziano, qui al Cairo: “Non ce la faremo mai, a sconfiggere Israele…” Per la distanza che c’era tra il luogo in sé (ultramoderno, ipertecnologico, con schermi giganti e meraviglie che suggeriscono marziale efficienza in ogni angolo) e il nonsense delle piccole cose (”Ed è che poi, invece, sono egiziani. Egiziani-egiziani, proprio.”)

E quindi succedono cose del tipo che vengono scortate fino all’aula dell’esame dal capitano assegnato a vegliare su di loro, e il capitano fa partire l’avviso di inizio lezione e, dagli altoparlanti inseriti tra gli schermi giganti, parte la musichetta del Settimo Cavalleggeri e, subito dopo, va e mette un cd di Laura Pausini: “E’ che mi piace tanto, Laura Pausini, e poi si capisce tutto, è facile! Sentite, che si capisce tutto? Su, cantiamo insieme sulle note della Pausini, tutti e tre insieme!

Ed eccole là: le due prof e il capitano egiziano che intonano, tutti assieme: “Sai… innamorati come nooooi… non si arrenderanno maaaaai…” e il capitano, tutto cicciottello e baffuto ed entusiasta che guida l’improvvisato karaoke e loro, obbedienti, dietro: “Siamo una cosa sola nooooi…. è tutto quello che vorreeeeeiii…” e, infine, per rifocillarsi dalle fatiche del canto gli portano un tè, e poi un altro, e poi un altro, e poi un altro, e poi un altro e poi loro che implorano: “No, basta tè, davvero…” e allora gli portano una banana.

E poi hanno fatto le foto, col capitano che insisteva per farle davanti alla finestra nonostante il controluce, ma è che così si vedeva anche il panorama e ci teneva moltissimo a ’sto panorama, ma poi, visto che non venivano bene, si sono trasferiti a fotografarsi nella sala dei quadri, pieni di dipinti di qualche battaglia con gli inglesi e, sopra i dipinti e le loro cornicione dorate, grandi teli di plastica trasparente a coprire il tutto. Ché, in questo polveroso paese, forse non è manco una cattiva idea, coprire di cellophane le pareti che ospitano i quadri. “Ha una faccia da brava persona, ’sto capitano, ma davvero bravo-bravo, sai?” Me lo immagino…

Nella foto, due che non sono ufficiali e manco soldati (sono della Polizia Turistica) e che sicuro che manco le vedranno mai, queste sale con gli schermi giganti e così via, ma che incarnano perfettamente l’idea di marzialità che c’è nel fondo del militare medio, se solo gli si dà modo di esprimerla (credit qui):

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Una arriva e si incendia il Senato

20 August 2008 – 00:23

Battutona del giorno: “Sì, ma quando dicevamo che odiavamo il Parlamento mica ci riferivamo all’edificio…

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Qui parte subito il tamtam telefonico, quando succede qualcosa, quindi ho saputo dell’incendio perché Pepe ha chiamato mentre eravamo a Zamalek e, chiaro, il centro era bloccato ma già sulla 26 Luglio, che passa lì vicino, il casino di macchine e traffico non pareva diverso dal solito. Siamo passati di là verso le 23, diretti all’edificio della scuola italiana, e non mi pare proprio che si notasse, che poco più in là c’era ’sta specie di apocalisse. Il Cairo è pacioso, c’è poco da fare.

Dicevano che si è danneggiata anche un’ala dell’Università Americana. E che non lo riuscivano a spegnere, l’incendio, ché hanno tirato fuori tre elicotteri scassati per farlo e, per quanto il Nilo sia proprio lì accanto, l’acqua che riuscivano a buttare sulle fiamme gli faceva il solletico, all’incendio.

Twitter, comunque, si conferma come il sistema più immediato per avere notizie egiziane in tempo reale. Qui c’è il twitter di Zeinobia, per farsi un’idea, e qui quello di Ircpresident. Foto e video dell’incendio, sui rispettivi blog (1 e 2) e su Youtube, in costante aggornamento.

L’islam in Italia: contributi alla riflessione

19 August 2008 – 13:31

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Qualcosa di buono è comunque venuto fuori, credo, dalla discussione sull’islam e sul modo di viverlo da convertiti che c’è stata nei giorni scorsi.

La premessa di Abdannur, intanto:

 Correttamente inteso, il termine convertito sarebbe percio’ un riconoscimento di cui nessuno oserebbe fregiarsi da se’. Al contrario, oggi e’ piuttosto invalso come un sostantivo statistico e burocratico, quando non proprio come un aggettivo polemico. Io personalmente tendo perlopiu’ a definirmi “un persuaso“, secondo la definizione che ne diede Aldo Capitini, un filosofo cristiano del secolo scorso.

Aspetto di leggere presto il seguito delle sue riflessioni.

E Khadi che traccia un bilancio in cui, a modo mio e nel mio piccolissimo, mi riconosco:

Le considerazioni conclusive dell’esperimento si riassumono più o meno così:

-         La pratica che si chiude alla vita e alla molteplicità dell’esperienza sensibile, proprio come il misticismo, porta all’alienzazione, a volte anche al delirio, e allontana dall’islam.

-         Affrontare e sciogliere i nodi fondamentali della propria vita, assumersi le proprie responsabilità e accettare il ruolo che ci è stato dato nel contesto in cui ci troviamo è propedeutico alla pratica.

-         Rifiutarsi di assolvere ai propri doveri sociali, familiari e spirituali e fuggire via in un luogo in cui è più facile applicare le regole annulla gli eventuali benefici derivanti dalla possibilità di esercitare una pratica migliore.

La via islamica, dal mio punto di vista, non può essere semplicemente cercare e trovare un’ampolla in cui praticare a occhi chiusi senza più scocciature, ma affrontare la vita quotidiana, ponendo attenzione prima di tutto alla risoluzione delle sfide che, non a caso, ci sbarrano la strada. La pratica va inserita all’interno dell’esistenza che ci è stata assegnata nella misura in cui ci aiuta qui e ora a migliorare il nostro rapporto col mondo, è da scansare nel caso in cui concorre a peggiorarlo e a peggiorarci.

L’islam e l’intelligenza, l’islam e l’onestà intellettuale, l’islam senza secondi fini di potere e vantaggi personali e - quindi - senza doppi discorsi, l’islam come ritorno verso noi stessi e non come tappo per altre inquietudini: esiste, dopotutto, e se ne può parlare. Ed io avrei voglia di ascoltare, tutto qua. Sono anni che desidero sentire trasportare in parole, nella mia lingua, la cosa che riconosco e  che mi fa stare bene quando sono qua, a Umm el Dunia. Mi serve davvero, ché certe fratture sono troppo innaturali per potere vivere tranquilli portandosele dentro.

Sotto attacco dello scarafaggio volante

18 August 2008 – 23:53

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Poco fa ero al Fish Market, che è un ristorante all’aperto su uno dei barconi sul Nilo attraccati a Giza, e c’era vento ma si stava bene e mangiavamo i mezzeh in attesa del pesce quando mi è arrivato qualcosa di grosso e svolazzante addosso e mi ha colpito a una spalla e lo avevo visto arrivare una frazione di secondo prima e pareva un passero ma - ovvio - di notte non può essere, quindi ho pensato: “Cribbio, un pipistrello!” e mi sono alzata per liberarmene temendo che mi fosse rimasto attaccato alla maglietta e che mi arrivasse ai capelli e, intanto, Julia era già in piedi urlante e temendo - giustamente - che la buttassi addosso a lei, la bestia che mi stavo scuotendo di dosso, e Pepe ci guardava pacifico e io non la trovavo più, la roba strana che mi aveva colpito, e non capivo se era volata via o che fine avesse fatto.

Julia: “E’ lì!! Sotto al tavolo!!!”

Io: “Dove???” e intanto confondo la tasca dei miei pantaloni neri con la bestia in questione e mi viene un colpo, poi capisco che è solo una tasca, appunto.

E ci ritroviamo tutti chini sotto al tavolo: io, Julia, Pepe, i clienti del tavolo accanto e i camerieri accorsi in forze. E la bestia è lì, appunto, rannicchiata accanto alla gamba del tavolo, ed è enorme (come un passero, appunto) e non si capisce cosa sia. Uno scarafaggio gigantesco e volante. Qualcosa di orribile. E io sento ancora il colpo sulla spalla e decido che la cosa non mi scuoterà, di qualunque bestia si tratti. “Nervi saldi!” è la consegna.

I camerieri la estraggono a calci da lì sotto e cercano di schiacciarla con la scarpa: niente da fare, non ci riescono. Ha una corazza seria, non la schiacci facilmente.

Finiscono col trascinarla a calcetti dall’altra parte della barca per schiacciarla con calma, e si sente: “Schiaccia più forte, saltaci su con decisione!”. Il “craac” finale ci viene misericordiosamente risparmiato dal fato, ma deve esserci stato. E noi torniamo alle nostre insalate, con Pepe che è totalmente zen, in queste cose (lui si svegliò coi topi addosso, una volta, ad Alessandria) e io che sono un modello di anglosassone distacco perché lo ho deciso e Julia che scruta con sospetto l’orizzonte, invece, caso mai ne arrivassero altri, e ripercorriamo la scena chiedendoci come cavolo abbia fatto, una roba del genere, a piombarmi addosso trascinata dal vento del Nilo. Ché ci sono 20 milioni di persone, in ’sta città, dopotutto. Proprio addosso a me doveva finire?

Anche se poi, pensandoci, se finiva nell’insalata era peggio.

E poi sono venuti i camerieri a esprimersi, pure loro, sul bizzarro caso, e ci confermano che l’analisi del cadavere non lascia dubbi e che era proprio uno scarafaggio, e vogliono essere sicuri che non venisse dall’interno della barca e noi confermiamo: veniva da fuori, lo abbiamo visto: portato dal vento a tutta velocità, non chiedetemi come. A meno che il vento non lo avesse spazzato via dal tetto del barcone per poi ricacciarlo dentro, addosso a me. Boh. E per un attimo immagino che vogliano congratularsi con me, i camerieri: devo essere la fiera vincitrice dell’impatto contro uno scarrafone dell’anno. E nessuno che io conosca l’aveva mai vista, finora, una bestia di questa entità al Cairo. Figurati in versione aereo da guerra che ti punta e ti colpisce in volo.

Le insalate erano buone, comunque. La birra, un po’ calda. E siamo tutti su Google, adesso, a cercare di capire quale tipo di scarrafone può mai essere una bestia grossa quanto un passero e capace di volare.

Ho fatto vedere a Julia delle foto di cervi volanti, ma lei dice di no: che il nostro era più brutto e più marrone.

Ed io continuo a sentire un certo formicolio alla spalla, nel punto in cui è avvenuto l’impatto. La maglietta, la lavo domani mattina presto.

Tecnologica Cairo

16 August 2008 – 20:22

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Una si sente provinciale assai, si sente…

 An Egyptian Electronic website portal specialized in offering the services of Home Delivery for Food, Fast Food in Egypt, Flowers and pharmaceuticals. Enjoy the service of Order food now to any where.

Praticamente: tu vai su questo sito che si chiama Otlob. Ti appare una cartina del Cairo e tu clicchi sul tuo quartiere. Indi ti appaiono tutti i ristoranti del tuo quartiere, appunto, con una piccola scheda che ti dice orari di consegna (normalmente fino all’1, le 2 di notte, con picchi di 24 ore al giorno), tempo di consegna e altro. Scegli il ristorante su cui cliccare e ti esce il menù completo, con prezzi e tutto. Spunti le cose che vuoi mangiare e invii. Parte l’orologio e, nel tempo previsto, suonano alla tua porta e la cena è lì. Portentoso.

Ieri sera abbiamo ordinato cinese, al Chopsticks.  Sono arrivati in 43 minuti contro i 45 previsti e l’anatra era ottima.

Adesso siamo in attesa della pizza di Thomas. Io, una Funghi regular ((Tomato sauce, Mozzarella, Mushrooms, Olives, Oregano) . In questa città, stare a dieta è un’impresa che esula dalle possibilità di un normale essere umano. E’ un posto dove vivere insani e felici, questo.

Però no, non lo farò. Resisterò alla tentazione di cercarmi le pasticcerie, su Otlob, perché so quando è il momento di comportarsi da uomo.

(Gessù, la pizza è già qua.)

L’islam e le cose che non si possono lasciare senza risposta, ahimè

15 August 2008 – 16:18

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Dal blog di ArabawiEgyptian women protest against mass harassment

Bene, dicevamo. Eravamo arrivati a parlare di velo, negli ultimi commenti, ché dalla zona delle italo-musulmane seccate con questo blog era venuto fuori questo discorso qua che aveva suscitato - sanamente - un po’ di perplessità tra qualche lettore:

 In un certo senso, il velo serve più adesso che ai tempi del Profeta ss. Questo perchè oggi la donna è considerata come un oggetto, un qualcosa da guardare, da prendere, da possedere, da usare. Non mi si dica di no, sono occidentale, il mondo lo vedo come gira. E il velo serve appunto per dire “Hey, guarda che c’ è anche una testa ed un cuore oltre al corpo, guarda che io a questo gioco non ci sto”. E’ anche una protezione per fare in modo che la bellezza venga preservata dagli sguardi di chi non lo merita, e ripare la donna da chi potrebbe dire oscenità su di lei. La credente infatti detesta che questo avvenga.

Mah. Che, in termini generali, una maggiore islamizzazione della società abbia una valenza politica centrata sul rifiuto della mercificazione degli esseri umani e del corpo della donna in particolare, ci sta. Purché poi regga, questa valenza, e non faccia la fine di ogni ideologia, tra fallimenti sostanziali e ipocrisie per mantenere la facciata.

Ma, a livello individuale, io credo che tra i mille motivi per cui si può scegliere di portare il velo, quello esposto qui sopra sia tra i meno validi in assoluto.

1. Perché offende chi non lo porta, per cominciare, sottintendendo che essa non detesti - al contrario della credente - essere considerata un oggetto eccetera. Con buona pace delle cristiane tutte, ad esempio, e soprattutto delle donne di ogni credo, razza e colore che se lo guadagnano sul campo, il rispetto del mondo, e facendo cose un po’ più complicate del coprirsi la cocozza. E a me pare che non dovrebbe servire a rendere arroganti le credenti, l’islam. Dico io.

2. Perché è una motivazione autobiografica spacciata per universale, direi, visto che arriva da una generazione di convertite in età fertile, mi pare, e dimentica totalmente qualche milione di vecchiette che lo portano pacificamente a 70 anni, il loro velo, e certo non per respingere i desideri di maschi interessati solo a “prenderle e a usarle”, direi. E cos’è il loro velo, allora? No, per sapere.  Di più: è una motivazione che sfiora da vicino la mitomania, abbiate pazienza. Immaginare un mondo intero pronto a zomparti addosso se non “celi la bellezza” deve essere una sensazione interessante a livello di ego, non dico di no, ma poco aderente alla realtà. Sono certa che ognuna di loro, in una metropolitana cittadina come in un autobus come  in un supermercato e come ovunque sarebbe notata molto meno senza velo che col velo, e osservo che i passanti che “non meritano la bellezza” delle nostre convertite abbiano un mucchio di cavoli loro a cui pensare, nel nostro affaticato paese, tra i quali non è detto che ci sia la loro, certo irresistibile, avvenenza. E l’islam, che io sappia, non dovrebbe fare da veicolo per narcisismi travestiti da modestia.

(Ho avuto l’opportunità di conoscerla da vicino, questa motivazione affibbiata all’uso del velo, all’epoca del mio tuffo nel delirio, e - come la storia dei jinn nel lavello - mi faceva ridere eppure mi sforzavo di mantenermi seria e di capire, giacché - era evidente - chi la portava avanti non stava scherzando. “Se hai alunni maschi non devi mostrarti in maniche corte!” “Ehm: ma i miei alunni hanno 15 anni e io 44, non credo che le mie braccia rivestano grande interesse, ai loro occhi…” E, no, non c’era verso. Ed io trovo che la minuziosa attenzione al livello di ipotetico desiderio che si potrebbe scatenare nei maschi estranei per ogni millimetro di pelle scoperta sia indice di una sessuomania - di cui la sessuofobia non è che il volto apparente - che, secondo me, potrebbe essere spesa in modo più sano togliendole ’sta patina di religiosità da dosso.)

3. Perché non regge alla prova del nove del riscontro con la realtà, soprattutto. Ho davanti a me il numero di Agosto di Egypt Today: tra le notizie brevi, a pag. 32, si legge: “Secondo una ricerca dell’Egyptian Center for Women’s Rights, in Egitto l’84,5 delle donne subisce molestie.[…] Dalla ricerca non è emersa nessuna relazione tra l’abbigliamento e le molestie, giacché il 72,5% delle donne intervistate ha riportato di avere subito molestie mentre indossava l’hijab o il niqab.” Nel mio piccolo, l’ho scritto in tempi non sospetti che la moltiplicazione dei veli in Egitto è andata di pari passo con la moltiplicazione delle scocciature da parte degli uomini. E mi pare pure ovvio, se ci si pensa un attimo a mente lucida.

Ora (e potrei aggiungere un “ya Rabb”, a ’sto punto, che fa figo)  posso sapere che gusto c’è a fare dell’islam qualcosa che, per reggere, deve chiudere gli occhi di fronte alla realtà, negarla, inventarsi realtà parallele dove ottenere le auspicate dinamiche di causa-effetto che, nel mondo vero, falliscono?

Se un’idea, sperimentata nella realtà, non funziona, non vi viene il dubbio che che forse è l’idea, ad essere campata in aria, e non la realtà? Ma proprio l’islam, dico io, deve servire come scusa per ignorare il mondo e guardare altrove? Proprio la più logica, la più realistica delle religioni? Quella che mi era sempre parso che partisse dall’uomo per come era e non per come dovrebbe essere in teoria? Pensavo che la differenza di fondo tra l’islam e il cristianesimo fosse questa. Ne ero proprio convinta, pensa te. E guarda qua, invece.

Cosa ci trovate di bello, mi domando, in un islam privato della sua capacità di armonizzarsi con la realtà senza stravolgerla, senza fuggirne, senza temerla? Perché non rimanere cristiane, se l’obiettivo era proteggersi da un mondo di peccati, darsi a una clausura di fatto collettiva, guardare i fiorellini per non guardare il mondo?

Io, l’ho già scritto, se avessi conosciuto questo islam, a suo tempo, lo avrei archiviato alla velocità della luce.  Se l’argomento mi interessa ancora è nonostante certi discorsi. E c’è spazio, in questo “nonostante”. Parecchio, proprio.

Quindi, su certi discorsi, credo abbiano ragione questi signori qua:

These are strange ideas to associate with the most universal and rational religion in the world. Obviously, these alien notions fossilize Islam and constitute a serious misreading of the true Islamic message.

Tradotto, che ci sono strane idee associate alla più universale e razionale religione del mondo. E che queste nozioni aliene fossilizzano l’islam e costituiscono un serio malintendimento dell’autentico messaggio islamico.

Poi, ragazze, vedete un po’ voi.

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E poi c’è l’anatema,  ya salaam

Dice una:

[…] di riflessione ne possiamo fare tanta senza ricorrere ai post di Lia; o in generale di persone che si danno per estranei alla religione dell’Islam e invece ne sono nemici.

Ed io ci rifletto su, mentre me ne sto al Cairo a lavorare a Ferragosto - perché siamo tipe bizzarre, qua, e manifestiamo l’estraneità o l’inimicizia nei modi più insoliti, si vede - e ricordo che l’ho vista fare anche al boss dell’Ucoii, questa cosa di litigare con le persone e comunicargli: “Tu sei fuori dall’islam!“, come se parlasse del giardino di casa sua. Come se lo avesse comprato all’Upim, come se ne stesse pagando le rate del mutuo. E penso che meno male che sono al Cairo, mentre discuto con questa specie di Opus Dei nostrana dell’islam, ché non c’è come Umm el Dounia per obbligarti a mantenere la prospettiva. E’ troppo grande, il Cairo, per farti confondere le nicchie con l’universo.

Poi penso anche che uno come Magdi Allam, per dire, ci ha costruito una fortuna politica ed economica, su un banale “Tu sei fuori dall’islam!” detto da ’sti qua, e ne concludo che lui è più italiano di me, in effetti, - ma lo sospettavo già, come dire - ché va’ che ci vuole una faccia di bronzo italiana assai, per scrivere un libro e chiedere una scorta perché ’sti pirloni ti buttano lì la loro frase preferita: “Sei cattivo e ti tolgo l’islam, ecco, e me lo porto a casa perché è mio“. Io so che è un vezzo, Magdi Allam lo chiama fatwa. Io ci rido, Magdi Allam ci diventa miliardario. Vedi come va il mondo? Roba che una pensa: “Oh, se rinasco mi faccio astuta pure io, guarda.” O forse no, visto che un Magdi Allam, per esistere, ha bisogno di loro per ispirarsi, e a me una simile prospettiva pare una condanna per cui non c’è denaro che possa consolarti.

E rimbalzo nei taxi cairoti e, intanto, rifletto su questo islam italiano infarcito di slang preghieristico in arabo che ha come modello:

 […] tutti i muslimin che, AL HAMDULILLAHI, senza esagerazioni ma semplicemente seguendo la via del Profeta (salla Allahu alayhi wa sallam) e dei Compagni (radiAllahu ‘anhum) e dei Pii Predecessori, si strappano di dosso l’etichetta di “musulmano medio”. Quello che prega 5 volte al giorno, digiuna nel mese di Ramadan, paga la zakat e insha Allah un giorno farà l’Hajj. E basta. Quelli che ritengono un optional digiunare nei giorni e nei mesi in cui digiunava il Profeta (salla Allahu alayhi wa sallam). Quelli che non pregano le due rak’ah prima del fajr. Quelli che si infilano prima la scarpa sinistra o prima quella destra indistintamente. Quelli che bevono o mangiano in piedi o sdraiati.

E so che, anche in Egitto, c’è un sacco di gente che pensa che la tragedia del mondo arabo sia una punizione per la laicità degli scorsi decenni, e di questi chissà quanti la considereranno centrale, la faccenda di quale scarpa ti infili prima, e mi dico ancora una volta che io le capisco in certi contesti, queste cose, ma faccio fatica a considerare completamente sano un europeo che avrebbe tutti gli strumenti per distinguere la spiritualità di un messaggio dalla sua riduzione a cavolata, all’infilarsi la scarpa destra o a tapparsi i pori dell’unghia prima di pregare.

Io posso capire, guarda, che uno si rimbambisca se deve fare la guerra. I soldati occidentali vengono spesso impasticcati ad anfetamine, mi pare. Impasticcarsi con ’ste cose, per i combattenti musulmani, può avere un senso e un’utilità momentanea. Ma farlo fuori da un contesto di guerra, fuori da una tragedia identitaria, fuori dalla totale mancanza di mezzi e di possibilità di formazione - farlo da italiani nati e cresciuti a Potenza, a Brescia, a Cuneo - è talmente insensato da non potere essere manco raccontabile. Finisce che prendono per visionaria te, qui, se lo racconti.

E quindi sono aggressiva e irritante, certo, mentre discuto di ’ste cose, ma è che sono pure irritata, mica solo irritante. E assai, pure.

A me importa poco - dai, niente - del voto in islamicità che ’sti svitati mi possono dare. Trovo solo grave che il discorso islamico sia monopolizzato da costoro, in qualche modo, e mi infastidisce vederli all’opera, tra di loro, con le tecniche tipiche delle sette. E tra queste tecniche spicca l’anatema come risposta al dissenso, e già solo questo mi pare un ottimo motivo per starsene a mille miglia, da ’sti qua.

Ma, appunto: se uno si vuole fare una setta, dico io, proprio “Islam” la deve chiamare? Non potevate dedicarla al Sacro Carciofo, piuttosto?*

Io ricordavo che era un peccato anche piuttosto grave, ostacolare il prossimo nel cammino (che sia di conoscenza o di fede, non so e non è pertinente, adesso) verso l’islam. Mostrargliene i lati peggiori, dissuadere con i fatti chi desidera avvicinarsene senza buttare il cervello alle ortiche. Voi, santo cielo, siete peggio di un Tir messo di traverso sull’autostrada. Io, quando vi guardo, mi viene voglia di chiamare il carro attrezzi. Si può mica passare la vita a fare marcia indietro perché ci siete voi, sai?

Ingranare la prima e passarvi sopra mi pare un’idea migliore, ecco.

* Mi riferisco alle dinamiche di gruppo che vedo in azione, non ai singoli. Tanto vale specificarlo.