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Sono 38, oggi, e la temperatura sta scendendo. Nei giorni scorsi era peggio.
Ad Assuan, ieri, ce n’erano 47.
Io mi sono sempre vantata di reggerlo bene, il caldo, ma questo va al di là della resistenza di qualsiasi organismo umano.
E dicono che, quest’anno, il Khamsin sia pure clemente: pare che 4 anni fa il cielo del Cairo fosse stabilmente rosso, e la gente chiudeva anche le imposte, per proteggere le finestre dalla sabbia, e poi rimaneva lì a guardare i fiotti gialli che entravano dalle feritoie e battevano contro i vetri.
Quest’anno no, per mia fortuna: le finestre di casa mia si aprono ad ogni soffio di vento e non reggerebbero una tempesta di sabbia.
La collega, l’anno scorso, ne beccò una mentre era a lezione: aveva lasciato aperte le finestre di casa sua e, quando rincasò, si guardò attorno, poi si sedette e scoppiò in un pianto dirotto.

Tra i bagordi degli ultimi giorni e il caldo mostruoso, io riesco a stento a pronunciare il mio nome.
Figuriamoci scrivere un post vagamente sensato.
Poi non ce n’è alcun bisogno: le cose che avrei voluto dire io sono già scritte altrove, e a me non rimane che concentrarmi sull’aria condizionata.

Col cavolo, poi: questo è un paese in cui non puoi distrarti più di tanto.
Due minuti fa ho confermato al mio capo-dipartimento che sarei rimasta anche l’anno prossimo: “Sì, però a condizione che mi diate 12 ore, non una di più.”
“Ma non preoccuparti, non te ne do più di 14.”
“Ma ho detto 12, ti prego!! Non sbucarmi con due ore in più, non le voglio!!”
Si è messo a ridere e a me sembrava di essere al Khan Al-Khalili delle ore. Con ‘sto caldo, ma dai!

Uscire di casa, di giorno, è una roba da infarto con annessa asfissia.
Io però avevo da collezionare i miei quotidiani errori da straniera, quindi mi sono precipitata fuori di casa all’1 del pomeriggio, col sole a picco, per correre alla Telecom Egypt: avevo appena appreso che oggi era l’ultimo giorno utile per pagare la bolletta di Gennaio che non mi era arrivata, e che qui non è importante che le bollette ti arrivino o no. Tu sai che le devi pagare, quindi devi andare lì anche se non hai ricevuto nulla.
Pare che in Egitto siano velocissimi, a tagliarti il telefono, ma molto meno lesti nel riattaccarlo.
Sono corsa alla Telecom, quindi, pensando che chiudesse alle 2. Chiudevano alle 8 di sera, invece, ma ormai ero lì e mi sono tuffata nella bolgia.

Il quartiere di Dokki era presente al gran completo nell’androne della Telecom, tutto intenzionato a pagare all’ultimo momento come la sottoscritta.
Un penetrante odore di umanità a 40 gradi, amplificato dall’abuso di materiale sintetico di hijab e affini. E dire che l’Egitto sarebbe uno dei maggiori produttori di cotone del mondo.

Quello che a prima vista sembrava un caos si rivelava, invece, un assembramento dotato di senso: fila maschile a destra, fila femminile in centro, altra fila maschile a sinistra: la coda di noi fanciulle è sempre la migliore, ma era comunque almeno un’ora di attesa.
Io ho pensato che fosse come alla biglietteria della stazione, quindi mi sono intrufolata nel caos apparente.
Invece no, invece.

A Napoli ci sono semafori che vanno rispettati e semafori che vanno ignorati: la cosa non viene segnalata, ovviamente. Se sei di Napoli, sai quali sono. Altrimenti, ti arrangi.
Al Cairo succede la stessa cosa con le code: se io cercassi di rispettare i turni in stazione, probabilmente rimarrei due giorni in Alto Egitto solo per comprare un biglietto di treno.
La coda della Telecom era prussiana, invece, e le perfide egiziane hanno lasciato che io mi intrufolassi salvo poi comunicarmi, serafiche: “Non ti lasceremo pagare: ti sei saltata la coda.”
Uffa.
L’accorta straniera, in questi casi, deve fare l’aria più imbecille che può: è esattamente l’aria che gli egiziani si aspettano che tu abbia, comunque, quindi in qualche modo ci si viene incontro.
Io ho un discreto allenamento, ormai, nel fare la faccia da imbecille, e risulto convincente assai. (Astenersi perfidie, grazie.)
Gli ho spiegato che era tutto caotico e che non capivo la coda, sono stata più o meno creduta ma, soprattutto, sono diventata l’attrazione di tutti gli egiziani armati di bolletta dell’androne.

Perchè gli egiziani sono:

1. Contenti di praticare il proprio inglese, quando lo parlano.
2. Curiosi da morire. Curiosissimi, proprio. I fattacci tuoi sono una cosa affascinante assai, da ‘ste parti.

Tu comunichi di essere italiana e la notizia ripercorre la coda fino in fondo: “Psss… Italìya, aiwa….”
E tutti annuiscono sorridenti: “Oh, Italìya…”
Comunichi tutto, a dire il vero: che non ti è arrivata la bolletta, che è la prima volta che la paghi, che sei di Napoli, che tua figlia non vive al Cairo e che questo è, effettivamente, un peccato. Tutto.

Così sono stata adottata dal gruppo più vicino alla cassa e, dopo un po’ di piacevole conversazione, le signore si sono offerte di infilare il mio pagamento nel loro turno.
La prima che ci ha provato ha sollevato le proteste di altre signore che, non parlando inglese, erano rimaste escluse dalle amichevoli chiacchiere.
Hanno un po’ battibeccato, poi un’esile donnino velato ha preso in mano la situazione: mi ha abbracciato, letteralmente, e mi ha trascinato con sé davanti alla cassa.
Altre proteste, ma lei mi teneva stretta e non permetteva che mi allontanassi di lì.
Ed ho pagato, infine.
Poi ho salutato tutti (alcune mi guardavano severe, altre mi salutavano festose. Gli uomini delle file accanto si sganasciavano.) e me ne sono andata contenta.

A leggermi il Cairo Times davanti a due litri di acqua ghiacciata, al bar Tabasco.

Prima è passato da me un collega che mi ha sgridato: “Ma mandaci il portiere, a pagare le bollette! E’ il suo mestiere!”
“Ma non mi era arrivata, la bolletta!”
“E tu mandacelo lo stesso, risolve lui!”
Vabbe’. Ché il fido Bastawi è capace di pensare che gli abbia voluto sottrarre una mancia, se mi scopre.

Un caldo pazzesco, comunque.
E qui, di giorno, ormai non so più nemmeno cosa sia, l’acqua corrente.
Rubinetti completamente asciutti, fino al pomeriggio.
Anzi, vado a riempire qualche bottiglia per domani, ora che ci penso.