
Stavo guardando su Repubblica il solito video fatto a scuola per finire su YouTube, stavolta con un professore sulla cui testa i ragazzi giocano a ping pong.
Io l’ho detto già in passato, cosa ne penso di ‘ste cose.
Adesso volevo solo buttare giù qualche pensiero in ordine sparso, giusto per togliermi di dosso l’angoscia che lo spettacolo mi ha trasmesso.
Pensavo – è la prima cosa che ho pensato – che chissà se lo sentono, i ragazzi, il disprezzo che prova nei loro confronti quel professore lì.
Perché si rinuncia ad educare quando si entra in uno stato d’animo di disprezzo senza ritorno, credo. Oppure quando qualcosa dentro di te fa crick e ti rompi, e pure questo succede a scuola, a volte.
Ma torniamo al disprezzo: credo che sia più diffuso tra i colleghi maschi. Noi siamo più testarde o più naturalmente educatrici, suppongo. E poi lo stipendio che riceviamo ci offende meno di quanto offenda un uomo, temo. Il nostro lavoro rientra in un’ottica del “dare” a fondo perduto su cui le donne si sono allenate per millenni, e del resto ho sempre pensato che pure la nostra debolezza sindacale fosse dovuta anche – e forse soprattutto – a questo: al fatto che siamo soprattutto donne, a scuola.
Mostra un baratro emotivo tra studenti e professore, questo video. E tra il professore e il suo ruolo, anche. Gli è totalmente indifferente. Chissà quanto ha scavato dentro di lui, il disprezzo che prova per quegli idioti che lo circondano, la certezza dell’inutilità di qualsiasi coinvolgimento, di qualsiasi impegno.
Ha scavato un fossato, lui. Ha tirato su i ponti e niente lo può toccare, spera.
E i ragazzi lo assecondano, ovvio. Sono tutti uniti dallo stesso sentimento, lì dentro. In fondo vanno d’accordissimo, vedono i rispettivi ruoli nello stesso modo. Si adeguano perfettamente gli uni all’altro. La classe è un piccolo regno animale, sempre. Tutte le classi.
A parità di burn out, le donne non si limitano a scavare fossati, credo.
Le donne impazziscono proprio.
Perché noi abbiamo paratie molto meno efficaci, ammesso che le abbiamo.
Io ho una madre a cui la scuola ha fatto seriamente del male. Insegnava lettere, è stata per anni nelle scuole della periferia di Napoli – Secondigliano o giù di lì, mica paglia – e non ne è uscita intera.
Quando dico che non insegnerei mai a Napoli, ho qualche motivo per dirlo. Ed io sono antropologicamente molto più attrezzata di lei, per confrontarmi con certe situazioni. Lei, fatina e poetessa com’era, proprio non era adatta.
Ma poi non c’è bisogno di stare a Napoli per fare “crick” a scuola anche se, certamente, la circostanza aiuta non poco. L’impazzimento è diffuso, e proprio l’altro giorno una collega mi diceva di avere fatto un patto con altre sue colleghe della stessa materia: “Il giorno che mi vedi diventare strana come Tizia o Caia, per favore, avvisami.”
“Ok. Anche tu. Avvisiamoci a vicenda.”
Mia madre deve essere stata una delle poche insegnanti italiane ad essersi dimessa dalla scuola.
Non si mise in malattia: quando capì di non farcela più, scrisse la lettera di dimissioni e se ne andò. E’ un tipo orgoglioso, la mia mamma, e non trovò che fosse il caso di perdersi in troppe chiacchiere.
Normalmente, invece, ci si trascina.
Poi il disagio psicologico, notoriamente, uno se lo nota fino a un certo punto.
E più facile che accada ciò che è descritto in questo studio: “[…] evolvere verso la patologia psichiatrica con la perdita delle capacità di critica e giudizio e la conseguente espulsione sociale (spesso scambiata per mobbing dall’interessato).”
A quel punto possono succedere cose diverse: c’è il collega che non lo vedi mai e che le rare volte che c’è fa danni, e i dirigenti scolastici chiudono un occhio o anche due o tre. Perché non è che sia facile intervenire, del resto. A meno che, per “intervento”, non ci si riferisca al semplice licenziamento del collega. E francamente, non è che mi paia giustissimo gettare via la gente dopo averla spremuta fino all’ultima stilla, giusto perché alla fine si rivela di una materia prima non sufficientemente solida.
Oppure ci sono le situazioni di equilibrio col collega destinato ad incarichi fuori dalla classe, e ben vengano le biblioteche e simili, cosa vuoi che ti dica.
Di sicuro, è bene impazzire una volta che sei già passato di ruolo, se proprio devi.
Impazzire da precario è veramente il colmo della malasorte, diciamocelo.
Dice: ma per quale motivo ci si arriva a stressare così tanto, a scuola?
Perché da fuori è difficile da capire, credo, e lo stipendio basso e la maleducazione imperante e la contradditorietà delle direttive e le aspettative magiche della società e il senso perenne della propria impotenza sono tutte cose antipatiche, certo, ma non è che giustifichino proprio-proprio l’impazzimento.
Infatti.
In realtà, io sono certa che si impazzisca per questo motivo qui:
l’abbandono dell’educazione “normativa” che è oggi rimpiazzata da quella “affettiva”.
Il bombardamento su quello che sei, su quello che provi, sui tuoi sentimenti veri o presunti, su quello che dovresti provare, fingere di provare, fare come se provassi e avanti all’infinito, tra un’aspettativa di comprensione cosmica e il soggiacente sospetto di personalismi, motivazioni nascoste dietro ogni tua scelta, paranoie di studenti e genitori che, alla fine, fanno diventare paranoico te.
E’ tutto un invadersi la privacy emotiva a vicenda.
Ecchecavoli, ci vuole il fisico.
Ma tanto, proprio.
E ci vuole – soprattutto – una buona dose dell’unica armatura efficace, utile e – anche – professionale che io conosca per rimanere interi, a scuola: l’autoironia.
Lo dice pure il medico, qua:
Occorre inoltre abituare i docenti a gestire le proprie energie, non smarrire nel tempo la capacità di auto-valutare le proprie condizioni psicofisiche, monitorare sistematicamente lo stato di salute e soprattutto non scordarsi di fare ricorso a buone dosi di autoironia durante il lavoro scolastico.
Oh, sì.
Assolutamente.
Sennò è la fine, davvero.
Credo di avere ciucciato scuola dal biberon da quando sono al mondo.
Dalla mamma che incarna la scuola degli anni ’70 e ’80, nella mia mente, con quella fatica orripilante, i chilometri macinati fino ai confini col Lazio ogni mattina per anni, l’ambiente che si degrada e il mestiere che perde prestigio e senso, e quella crisi d’identità generale e l’impoverimento, economico e non solo.
E da mio nonno che era preside, invece, in un liceo classico dell’Italia meridionale di provincia e, ai tempi, questo voleva dire qualcosa. E il senso dello Stato, la fede assoluta negli studi classici, la vocazione formativa e il Dovere e il Decoro e l’educazione che, allora, era normativa eccome, altroché, e se ne andò in pensione in tempo per non farsi terremotare dal ’68 e postumi, il saggio nonno, e ai miei occhi di bambina quel liceo pareva una specie di Palazzo del Governatore, e mio nonno il Governatore in persona, ovviamente, e il primo giorno che insegnai, nella mia vita, il nonno era già morto da un po’ di anni ma ne sentii l’odore, giuro, nella macchina che mi riportava a casa emozionata ed entusiasta, come se fosse stato là: “Ehi, nonno, guardami! Hai visto? Hai visto?” L’odore. Come se lo avessi avuto accanto.
E poi il preside con cui feci l’anno di straordinariato per passare di ruolo, due anni fa, ed era stato alunno di mio nonno. Pensa te. A Milano, me lo ritrovo. Un preside alle soglie della pensione che, chissà quanti decenni prima, aveva avuto per preside mio nonno. 800 chilometri più a sud.
Che ne so.
Sono qui a fare la terza generazione di lavoratrice della scuola e non lascerò tracce particolari, ché non sono mio nonno né è più tempo di consegnare con dignità la propria vita alla scuola.
Nemmeno mi lascerò stritolare, ché non sono né fatina né poetessa come la mamma e, all’occorrenza, sarei perfettamente capace di fargli fare tutta Secondigliano a calci in culo, al prototipo dell’ex alunno di mia madre.
Faccio il mio mestiere come so e come posso, senza più l’amore travolgente di un tempo ma divertendomi il giusto, ché ancora sono capace di uscire da una classe contenta e, finché dura questo, mi dura anche il mestiere.
Sarà la generazione dell’autoironia, la mia.
Lo strumento richiesto dall’epoca che mi è toccata in sorte è questo.
E qua siamo attrezzate, credo.
Però non fatemene vedere più, di video come quello che mi ha provocato ‘sto post.
Perché ci sto male, a guardarli.
Divento troppo triste, mi incazzo troppo.
Davvero.

Ma come hai fatto, dopo che tua mamma è stata tanto male per la scuola/gli alunni, a intraprendere un percorso simile al suo, invece di venire inondata di rancore nei confronti di tale istituzione?
Mah…
In realtà ho sempre distinto tra malessere dovuto a cause specifiche e scuola-ragazzi-materia in sé.
Poi tutti noi abbiamo sempre un ventaglio di esperienze complesso, quando si parla di scuola. Ed io ho avuto bravi prof, compresa mia madre e mio nonno.
Poi, sai: gli altri lavori mi hanno sempre fatto sentire prigioniera. Io credo che sia un lusso di prima categoria, guadagnarsi da vivere parlando – per mestiere – sempre di cose che ci piacciono.
l’ho visto io pure, quel video, e pensavo: da quando l’istruzione ha smesso di essere un privilegio? da quando si costringono i ragazzi a stare a scuola, da quando ci sono le masse degli extracomunitaria a cui far fare i lavori di m. e per i nostri figli pretendiamo in massa il privilegio immeritato dei lavori “acculturati”. Scusa, lia, io li manderei a casa quei ragazzi. Sospesi la prima volta, risospesi la seconda, espulsi la terza. A lavorare. Magari è questo quel che desiderano, no? diamoglielo. Mi sono tanto stufata di questa cultura in cui tutte le cose più importanti sono gratis: la scuola, la sanità, e siccome le abbiamo in cambio, apparentemente, di niente, valgono, apaprentemente, niente.
Tutto sbagliato.
io son stufo di leggerti e aver sempre dei brivi, cidenti ;-)
Chi ci perde sono i ragazzi.
Il proff lo sa e sarà la sua vendetta,della serie volete restare ignoranti?..bene io vi aiuto vi lascio fare ciò che volete.
Pagherete carissimo questo vostro comportamento.
Ecco se io fossi nei panni del proff del filmato gli regalerei le racchette nuove..toh.
La pagheranno sulla loro pelle e sarà doloroso.
Peggio per loro
sono senza parole…cioè le avrei ma non sono propriamente belle…la cosa triste è che ormai E’ COSI’ PUNTO. DAPPERTUTTO, MICA SOLO A SCUOLA! Qui al lavoro, io sono al pubblico e molto spesso mentre parlo con genitori spiegando quanto a me richiesto i figli saltabeccano per tutto l’ufficio facendo disastri. A volte smetto di parlare e li guardo come se fossi una vecchia prugna zitellata e ignorante di pargoli..in realtà ne ho la casa piena ed è piena di risa, musica, litigate e casino, ma la regola per crescerli è stata un pò alla tedescamaniera: “i bambini si vedono ma non si sentono” sennò poi crescono e dallo sputacchio della pappa passiamo al lancio del piatto, all’insulto al professore e via a dire il tutto MOLTO SPESSO GIUSTIFICATO ANCHE DAI (TERRORIZZATI ????) GENITORI!!! forza Lia e grazie per la bella testimonianza che hai dato raccontando di tua madre (e nonno)
Quel filmato è veramente di una violenza assurda. Verrebbe voglia di andare a prendere i genitori di quei ragazzi e riservargli lo stesso trattamento che loro riservano a quel professore. Già perchè nessuno mi leva dalla testa che i principali responsabili del vuoto che popola l’anima di quei ragazzi siano proprio i genitori.