Davanti a un’insalata, Pepe mi fa: “Ma com’è che i pomodori sono così buoni al ristorante e fanno così orrore quando li compri? Io ieri li ho buttati tutti, i miei, ché avevano i semini verdi e blu…” Ed è che l’inquinamento tocca vette tali da rendere possibile qualsiasi mutazione genetica, in questo paese di 80 milioni di abitanti con una striscetta di terra coltivabile che non basterebbe per un decimo della popolazione e che costeggia un Nilo che ci arriva dopo essersi inquinato lungo 6000 km, in Egitto, e sono 6000 km che attraversano il continente eletto a discarica del primo mondo, come è noto.Ti ritrovi con i pomodori radioattivi, per forza.
Ti abitui a non pensarci, a cose come l’igiene, la composizione effettiva dei cibi, lo strato di polvere nera che hai in faccia e tra i capelli quando rincasi, ed è un tale miscuglio di sporcizia umana e inquinamento industriale che, se ci pensassi, non vivresti più. Viceversa, poi ti ritrovi spiazzato da delizie e meraviglie e, vabbe’, il paese è così. Mille volte ti ci incazzi e mille volte ti sciogli come un budino, mille volte ti pare un inferno e duemila un paradiso, e passa dalla bruttezza più sordida alla bellezza più mozzafiato. E’ così, lo sappiamo. Ma qui la gente sta male assai, questo è il punto. Sta fisicamente male, ché l’organismo non può sopravvivere in queste condizioni. “Come vuoi che si metta a pensare alle grandi cause, uno che si fa un’ora al giorno di autobus per andare al lavoro e che, solo di fumo che respira, se non ha il cervello e i riflessi in pappa è un miracolo?” No, davvero. Poi magari, un giorno, con l’ultimo residuo di forze faranno la rivoluzione, chennesò. Ma, secondo me, i pomodori coi semini blu li stroncano prima. Non so quanto si possa resistere, chiusi per anni in una bolla di veleno.
Poi attraversi Mohandessin, che fino a 3 anni fa era un quartiere borghese ma senza le pretese di una Zamalek, per dire, e ti ritrovi in un mare di luci al neon e di negozioni occidentali scintillanti, e c’è tutto quello che non esisteva a pagarlo oro, quando io arrivai qui: dalla cosmetica alle marche di abbigliamento passando per le grandi catene di ristoranti e così via. Non la riconosci, Mohandessin. Pare New York. Perché, appunto, nel disastro economico generale i ricchi si arricchiscono. Loro e basta, certo. Intanto l’euro è rincarato di parecchio (e, con lui, le cose che si importano), i prezzi sono aumentati da fare spavento e, per dire, la casa in cui vivevo io costa il doppio di prima, a volerla riprendere adesso. Sui 4000 pounds, se va bene, che sono 500 euro al mese. Io ne pagavo 1700, tre anni fa. E quindi pure gli stranieri si stanno spostando in quartieri sempre più popolari (è il turno di Shubra, adesso, che ha una sua grazia e un suo carattere ma è a un secolo di viaggio dai centri culturali dove si lavora, lontanissimo) ma comunque non sono loro il problema, è ovvio: è che non si capisce come viva la gente di qui, questo è il problema.
Perché un chilo di lenticchie, l’anno scorso, costava un paio di pounds. Adesso ne costa 12. Costano come in Europa, adesso, le lenticchie. E finché rincara la carne, diceva Julia, vabbe’: tanto, il grosso della gente di qui la vedeva comunque una volta ogni tanto, la carne. Ma le lenticchie? Che si mangia, la gente, se la base della sua alimentazione gli diventa più cara che in Spagna guadagnando un decimo di quello che guadagna uno spagnolo?
E siamo passate davanti a un negozio di Max Mara, a Mohandessin. Max Mara. Davvero, mica scherzo. Uno stralusso, da quelle vetrine, che manco a Montenapoleone. Però era Mohandessin, col carretto dei meloni parcheggiato davanti, i babwab con la gallabeya lacera che dormono nei sottoscala degli edifici, le vecchiette impolverate che vendono fazzolettini, i bambini di 7 anni che lavorano e, su tutto questo, Max Mara. E mi si ritorce lo stomaco, a vederla.
“Perché almeno, qualche anno fa le cose non c’erano e non c’erano per nessuno. I cosmetici? Non c’erano, pazienza. I bikini? Niet. Il bendiddio europeo al supermercato? Ma figurati. Max Mara? Uaz, uaz, uaz, non farmi ridere. Ma per nessuno, c’erano. Non come adesso.”
La sensazione che ne deriva è brutta, parecchio. Ma la gente manco ci pensa, sembrerebbe, a questo scandaloso squilibrio economico tra i pochi ricchi e la massa di poveri sempre più in miseria. La gente cerca di vivere e di portare a casa la pagnotta, mentre respira fumo e mangia mutazioni genetiche.
E poi, come è noto, il dissenso politico è il capitale su cui campano Fratelli Musulmani e affini e, sempre di più, parlare in termini di capitale, di rendita acquisita, mi pare azzeccato, con buona pace delle antiche speranze mal riposte. Perché – e ormai la tecnica è collaudata – basta inventarsi qualche nuova regola religiosa e sono tutti contenti. Basta pregare e non li noti più, i semini blu nei pomodori.
E quindi vengono fuori stronzate galattiche come quella dei trapianti, che uno la legge e non ci crede e invece è vera, cose da pazzi. E di chi è l’idea? Dell’Unione Nazionale dei Medici, controllata dai Fratelli Musulmani il cui capo, casualmente, guida anche la commissione parlamentare per la sanità. Perfetto.
No, dico. I medici. Gente con una formazione scientifica, particolare che ne smaschera il cinismo rendendolo ancora più insopportabile di quanto già sia a prima vista.
E pensi che sia un’idea condivisa, pensi che la gente lo desiderasse, che stesse lì a struggersi sulla provenienza religiosa di chi gli poteva un domani donare un organo? Figurati. Queste sono idee che calano dall’alto e su cui, poi, la gente viene catechizzata. Uno manco ci pensa, a una roba simile, finché non ti arriva il capetto dell’organizzazione a riempirti la testa di baggianate sui perfidi copti che ti vogliono rubare un rene, e alè: nel frattempo Al Azhar si sarà opposto alla bella pensata – si spera, almeno – ma il terreno per nuovi problemi basati sul niente è già pronto, bello fertile. Poi, magari, da Max Mara ci va la moglie dell’ideatore di ‘ste pensate. Tanto, sotto l’abaya nera, un estraneo non lo indovina di certo, che hai addosso l’equivalente di tutta una sua vita di lavoro sotto forma di camicetta.
E, come è tipico dell’islam ribassato a strumento politico, un’idea simile è orrida per quello che non dice, più che per quello che dice. Perché c’è la scusa ufficiale, quella del “Vogliamo impedire il traffico di organi“. E poi, dietro la scusa ufficiale, c’è la verità sussurrata, il discorso vero (“Un organo copto, schif schif, un pezzo di corpo di cristiano dentro di te, ti immagini?!? “) che si riserva ai già convinti, a quelli che non ti discutono e si bevono tutto ciò che dici. Si chiama “doppio discorso“, e i nostri italiani lo hanno imparato lì, dove vuoi che lo abbiano imparato?
Gli studenti che sto vedendo io, intanto, manco lo sapevano che c’era ‘sta novità. Li abbiamo informati noi prof. “No, davvero??? E dove è scritta ‘sta notizia?” “Be’, suppongo che sui giornali. Comunque, se non la trovate sulla stampa egiziana, basta andare sulla stampa internazionale, è su tutte le prime pagine.” E ridono di avvilimento, i ragazzi, e ti dicono: “Bene, ci mancava giusto un altro po’ di benzina sul fuoco, non c’erano già abbastanza problemi…” E te lo dicono le ragazze velate così come le musulmane senza velo, e ragazzi che non metterebbero mai in dubbio la loro identità islamica ma che hanno ancora un cervello funzionante, e che il cielo glielo conservi. Te lo dice la gente a cui dovrebbe andare il nostro supporto, ché ‘ste cose sono da delinquenti, da assassini di un paese. Peccato che noi ce lo scordiamo, che il Medio Oriente è ancora pieno di gente così, nonostante tutto.
Nonostante noi, anche, che abbiamo deciso – da destra e da sinistra, per motivi uguali e contrari a secondo dei rispettivi sguardi ma comunque perfettamente speculari – che il Medio Oriente interessante è quello di chi si fa venire ‘ste pensate, non quello di chi si mette le mani nei capelli quando le sente.


Mamma quanto mi sono mancati i tuoi post dal Cairo!
Un bacio
Interessante notare come gli attivisti islamici, gli islamisti, i neo-islamici o come li si vuole chiamare, non si occupino mai di temi che riguardino la qualità della vita dei fedeli; per esempio l’inquinamento, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse ambientali, i cambiamenti climatici, lo sviluppo sostenibile ecc. E tantomeno si occupano di analizzare le cause della crisi economica e dell’impoverimento generale..Ho conosciuto gente che faceva abluzioni 10 volte al giorno e viveva in mezzo all’immondizia; la stessa sensazione di trascuratezza che si ha entrando nelle “macellerie islamiche” nostrane, nelle moschee, nei quartieri abitati dagli immigrati arabi. Se parli con queste persone, loro ti dicono che l’unica cosa che conta è essere un “buon musulmano”, e cioè seguire alla lettera tutte le regole e regoline di comportamento su cui si dibatte (unghie smaltate, dare la mano alle donne, aceto di vino, dire la tal cosa prima di entrare in bagno ecc), e chissenefrega del buco dell’ozono, tanto è tutto nelle mani di Dio, che ne sa di più. La filosofia di fondo è che tanto la vita terrena non vale niente, è solo una prova a cui Dio ci sottomette e se siamo bravi e seguiamo tutte le regoline, poi andremo in paradiso, che lì è la vita vera, con i giardini puliti e l’aria pura. E per quanto riguarda gli arricchiti, anche lì vale lo stesso discorso: se sono “buoni musulmani” non li si può criticare, perchè il mondo è diviso in fedeli e infedeli, e non c’è spazio per altro. Quindi se il figlio di Mubarak (per dire) è un arrichito lo si critica, si dice che è un corrotto, pervertito e infedele, che ruba i soldi dei musulmani, mentre il petroliere saudita arrichito invece è un modello, perchè fa costruire tante moschee, aiuta la “resistenza” in Iraq, e segue tutte le regoline. Se tutte le energie investite nel definire regole e regoline venissero liberate per pensare ai promblemi veri, staremo tutti meglio. Ma forse la gente è troppo spaventata dai problemi veri, tanto che rinuncia anche a pensarci, e si autoconvince che la soluzione sia nel far finta che se segui le regoline tutto sarà sotto controllo.