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Stavo pensando al riassunto sullo stato della guerra al terrorismo fatto da Brodo.
(Oggi ho girato un sacco per blog, credo che si noti… )

Lui dice: “[…] ecco perchè la guerra all?Iraq ha rafforzato il terrorismo e il sentimento anti-americano coltivato dagli arabi.” ed io penso che sì, l’ha rafforzato. Altrochè.

Io ho, come è noto a chi passa di qui, un centinaio di studenti arabi. Più che arabi, anzi: arabissimi, immersi fino al collo nella loro specificità.
Chiusi in una provincia blindata da preoccupatissime forze dell’ordine e poveri come noi non sappiamo nemmeno che si possa essere, con abiti spesso surreali, vecchie agende usate a mo’ di quaderno, una prospettiva di disoccupazione da cui si salveranno in tre, forse, e nessuno svago nella vita che non sia internet, la TV che trasmette immagini di morti arabi a centinaia, e quella capacità tipica dei ragazzi di svagarsi con qualsiasi cosa.
Cantando a squarciagola le canzoni che scarichi nell’internet cafè, per esempio, senza accorgerti che tu la stai sentendo in cuffia ma tutti gli altri avventori sentono solo te che canti e stoni…

Ho degli studenti che sono dei bravissimi ragazzi. Mai avuto studenti così in tutta la mia vita.
Studiano come pazzi e si entusiasmano, si emozionano, si divertono, si indignano con nulla.
Sembrano appena venuti al mondo, con tutto sottopelle.
La cosa più ingenua che io abbia mai visto. E ne ho viste, e di ragazzi ne avrò visti a migliaia.
E determinati a fare tutto per bene, poi: non c’è mica, qui, il tipo ‘trasgressivo’. Siamo a un livello economico pre-trasgressione, temo. Al Cairo è diverso. Dove siamo noi, proprio no.
I miei studenti cristiani mi hanno visto una volta in chiesa, per esempio, e gli è piaciuto da matti, e mi invitano a messa e mi parlano di frati cattolici simpatici che dovrei assolutamente conoscere, visto che la mia italianità mi situa tra i cattolici.
I musulmani si entusiasmano per la mia curiosità per l’Islam, gli pare meravigliosa e se ne stupiscono da matti.
E se ti arrabbi con loro, poi ti inseguono per scusarsi, e se li sgridi si mettono sull’attenti e incassano senza fiatare e poi, pazzesco, non ti serbano rancore.
E io li guardo sospettosa e penso che magari lo nascondono, il rancore.
E invece no: loro pensano che, se tu li hai sgridati, hai fatto il tuo lavoro.
Un attimo dopo sono lì che ti sorridono, con tutt’altro per la testa. Qualcosa da raccontarti.

E, sapete, io non ho MAI visto uno studente fumare all’interno dell’università.
Noi prof sembriamo ciminiere, tutti quanti, che il mondo arabo fuma come un turco e non è un modo di dire.
Loro no.
Fumeranno di sicuro, ma altrove.
In università non si fa e rispettano la regola, anche se vale solo per loro.

Sono bravi ragazzi.
L’ 8 marzo raccontai che, in Italia, c’era l’usanza di regalare mimose, e non l’avessi mai detto: tutti a scusarsi che non lo sapevano, e per questo non mi avevano fatto trovare i fiori ed erano imbarazzatissimi e si vergognavano e non sapevano più come scusarsi.
Io allibita: “Ma no, ragazzi, ve lo stavo solo raccontando…”
E mi piace pensare che qualcuno mi si sia affezionato, in questi mesi, anche se sono spigolosa e ho l’arrabbiatura facile.
Ho ricevuto il mio basilico, e poi certi sorrisi, certi racconti un po’ emozionati di successi linguistici, piccole cose che una prof riconosce e che sono la parte dolce di questo mestiere.

Sono bravi ragazzi, insomma, ma su Madrid mi si sono chiusi davanti, come ricci.
Dici: “Avete saputo dell’attentato?” e le facce diventano di colpo impassibili e distanti. Quelle facce lì, che impassibili non lo sono mai.
E impassibili quando va bene, che c’era anche chi era francamente contento. Tra le ragazze soprattutto, ché le ragazze sono più assolutiste in tutto.
Poi, attenzione, ce ne sono un sacco che dicono che no, questa non è roba da musulmani, non si uccidono donne e bambine etc.
E tutti quelli che hanno chiamato la collega per farle le condoglianze etc.
Ma sono una parte, e nemmeno la maggioranza. Tra quelli che ho visto io, dico.

“Ma la Spagna perchè ha dichiarato guerra all’Iraq? Che le aveva fatto, l’Iraq?” E si mettono a braccia incrociate.
Fanno l’aria da machos.
Non sai se li vorresti prendere a sberle o cosa. Ma cretino, non vedi che così sbagli tutto??
“Quei 200 non la volevano, la guerra. Non è giusto.”
E allora uno (uno che mi è particolarmente caro, per giunta) si alza in piedi e sbotta: “E’ che il mondo è pieno di ingiustizia!! Duecento morti arabi, o 400, o 600, non cambiano niente e non impressionano nessuno! Perchè devono morire solo gli arabi, e senza reagire??”

Da quello che ho capito, la collega spagnola è stata più brava di me, ieri.
Al di là del fatto che ha razionalizzato perfettamente il rovesciamento di prospettiva che c’era tra il suo punto di vista e il loro (non male, per una collega tanto giovane e tanto colpita), ha anche guidato bene la faccenda, spingendo alla riflessione standosene fuori dalla discussione, solo a base di domande calibrate per bene.
Me l’ha raccontato, ed è stato un ottimo lavoro.
(Anche se l’ha iniziato con un insulto -in spagnolo incomprensibile- lanciato a caldo ad una studentessa contenta, appunto. Quella è stata l’apertura. Poi ha preso le redini.)
“Sei stato brava, accidenti!”
“Ma no, cavoli! E’ che se uno non capisce, qui, è perchè è scemo!”
“L’altro giorno si parlava delle loro capacità logiche, ti ricordi?”
“Già: oggi le hanno tirate fuori. E sono schiaccianti.”

Io non sapevo cosa dirgli, ai ragazzi.
Mi colpivano più le loro facce, e tutti i pensieri che gli indovinavo, che le cose che effettivamente mi dicevano.
Era come se avessi voluto rispondere alle loro emozioni e mi distraevo sulle parole, mi sembravano una formalità inutile; cose dette per dare forma a un groviglio, e smontarle non serve a sciogliere il nodo.

Volevo dire qualcosa del tipo: “C’è un movimento vastissimo contro la guerra, in Europa. Queste cose lo indeboliscono, gli tolgono argomenti.”
E mi sono vista in pieno paradosso, come a chiedergli di dare fiducia, per la soluzione dei LORO problemi, a una fantomatica sinistra europea che chissà cosa ha mai contato, in cent’anni di politica criminale in Medio Oriente.
E il terrorismo, e chi sono i veri terroristi, e tutte quelle robe lì.
No, non ero molto in forma.
In terza abbiamo deciso che ne avremmo riparlato la settimana prossima, magari. Con reciproco sollievo.

Alcuni miei alunni, in un tema del primo semestre sul classico “Cosa farai da grande?”, hanno scritto che probabilmente sarebbero morti in guerra.
In Europa si continua a parlare di “rischi”, si continua a usare il futuro. Qui il futuro è già arrivato, e da un pezzo.

La religione, la mentalità, la democrazia… sono stupidaggini, andrebbero lasciate perdere.
Servono a confondere gli occidentali, non certo a spiegare gli arabi.
Qui la guerra c’è già, e da un bel pezzo, e sta nelle immagini dei morti palestinesi, nel mezzo milione di bambini uccisi dall’embargo a Saddam, nei morti di questa guerra in Iraq.
E’ questo, il problema, ed è questa la guerra.
Da noi si parla di cambiargli la religione, di trasformargli la mentalità, di portargli la democrazia… loro, semplicemente, chiedono che si metta fine alla tragedia palestinese e a quella irachena.
Non ci si capisce, a quanto pare.

I miei studenti sono arabi, e non necessariamente musulmani.
Quasi metà di loro, a dire il vero, sono cristiani. Cristianissimi.
Come i palestinesi, del resto, che sono sia musulmani che cristiani, e combattono la stessa guerra con la stessa disperazione.
Non cambia nulla, nemmeno tra i miei giovani egiziani.
Musulmani e cristiani, la pensano nello stesso modo ed hanno la medesima causa: che la si pianti di fargli la guerra.

Non so se Bush spera di sterminarli uno a uno, gli arabi.
In Palestina ci provano da un pezzo, a sterminarli, ma ne continuano a nascere di nuovi.
E’ che sono tenaci, gli arabi. Deboli, divisi, schiacciati tra mille morse diverse, ma tenacissimi su un paio di concetti basici.
Il “non è giusto”, per esempio.

Io continuo a pensare (lo penso da anni) che, finchè rimarrà anche un solo arabo sulla faccia della terra, l’unico modo per combattere il terrorismo consiste nel risolvere il problema palestinese, innanzitutto, e poi tutti quelli che abbiamo pensato bene di aggiungerci, Iraq in testa.
Io credo che tocchi al più ricco e al più ‘maturo’ (non vorrei dover spiegare questa parola), ritirarsi dalla guerra e proporre strade di pace percorribili.
Senza prenderli per il naso, se è possibile.