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(Post introspettivo e autoreferenziale, tra gli altri difetti)

Lo confesso: mi diverte moltissimo la voce che già avevo sentito girare ? e che gira anche sul conto di altri blogger espatriati o sul punto di farlo, non a caso ? secondo cui questo blog sarebbe un novello Craxi, affidatosi all?ospitalità araba perché riluttante a pagare il conto di chissà quali reati commessi.
Non sto a raccontare come questa voce mi sia giunta all?orecchio perché questo non è un post sulle tristezze di internet: mi piace soffermarmi un po? sull?idea, invece.
Perché questo, dopotutto, è un blog nato sull?andarsene, e perché l?andarsene è un argomento che mi affascina come pochi altri, con tutte le sue contraddizioni legate al fatto che ogni partenza, o fuga che sia, comporta un arrivo, prima o poi, ed io sono un po? presa dal dilemma tra il nomadismo e la stanzialità, perplessa di fronte all?ingombro dell?arrivare.
Cincischio, soprattutto, tra l?idea di viaggiare nella vita leggeri, dando retta a Machado, o il caricarmi di nuovi bagagli.
E no, non sono in preda al post poetico: mi sto chiedendo, piuttosto, se caricare il contenuto della mia cantina milanese (dai libri alla lavatrice, dalle scarpe agli asciugamani ai bicchieri e tutto quello che avete in casa pure voi) in un container per l?Egitto e farmi una casa pesante o se, piuttosto, lasciare tutto lì, pur con la consapevolezza di non avere assolutamente Milano nelle mie prospettive.
Lasciare tutto lì per, boh, per chissà quanto tempo. Boh, davvero.

Le decisioni sul destino dei propri oggetti hanno un sapore esistenziale di cui ho pochissima voglia, questo è il punto.
Tu sei lì nuda e cruda ? tre paia di scarpe in tutto, dieci libri, due set di asciugamani da un anno e quattro vestiti più la pentola per gli spaghetti messa in valigia l?ultima volta che sei stata in Italia ? e certe volte la senti, la mancanza delle cose che giacciono a 3000 km da te.
Lenzuola in cui stare comoda. Quella giacca che metti una volta all?anno ma stasera la metteresti. E, diciamolo, l?infinità di cose finalizzate a vivere con un certo agio e messe insieme lungo mezza vita, che a ricomprarle ? a ricreare l?insieme ? chissà quanto spenderesti e, comunque, il giorno che te ne andrai dall?Egitto ? ma me ne andrò? ? che fai? Riempi un?altra cantina?

La mia Prof di tutta la vita mi diceva, poco tempo fa: ?Ma insomma! Qualità della vita è anche assecondare la propria natura.?
Io ho smesso da tempo di chiedermi in cosa consista la mia natura, però so cosa mi rende felice.
Sentire decollare l?aereo che mi portava in Egitto, un anno fa, è stato un momento di felicità quasi rabbiosa e avrei abbracciato il motore e, peggio di una bambina, sollevarmi con l?aereo mi parve divertentissimo.
Niente di strano, se non per il fatto che, nei venti anni precedenti, gli aerei mi avevano ispirato un terrore indicibile. Dall?11 giugno 1983, a voler essere proprio precisi, quando mi imbarcai in un volo dell?Iberia assieme a una figlia di sei giorni e, sì, mi venne un panico dissoltosi solo sul memorabile Egypt Air dell?anno scorso, appunto, quando decollando pensai che ormai era fatta ? la figlia non ha più sei giorni ma è andata a fare l?università, le cose imprescindibili della vita ormai le ho fatte, ho tutto il tempo che vorrò ? e un pianeta intero ? per fare il topo che balla lontano dal gatto dei doveri. Olè.
E mi è passata la paura dell?aereo, dicevo, perché tanto, anche se fossi morta, non sarebbe successo nulla di troppo-troppo grave. A 20 anni, una figlia si dispiace ma rimane in piedi lo stesso, con o senza mamma, ed è una bella libertà. Soprattutto per la mamma.
E mi sa che solo loro ? le mamme ? possono capirla, questa cosa.

La mia Prof (sì, con maiuscola) dice che ho una natura da cicala e che non ci si può fare niente. Sarebbe qualcosa di molto simile a un?assoluzione, se avessi qualche senso di colpa in circolazione. Non ne ho, ma quando mi sento assolta da chi mi circonda ho la certezza di essere voluta bene e ne sono contenta.

Ed è questo, ciò che mi diverte nella voce di chi mi considera in fuga, qui in Egitto.
La diversità del rapporto con la vita che c?è tra me cicala, che fuggo da ciò che consideravo un carcere a tutti gli effetti, e gli integralisti della formicaggine che, il mondo, lo interpretano alla lettera e ad una dimensione sola, e quattro mura + lavori forzati + rancio sono galera o normalità a secondo del cartello che c?è sulla porta, non dei sentimenti con cui li vivi.
Come se contasse solo quello, e un carcere ti punisce mentre un ufficio ti protegge, e che importa se, poi, la vita che fai è la stessa in entrambi i luoghi, ché essere costretti in meccanismi insensati e comunque a te estranei (lavoro per guadagnare ciò che mi serve per mantenermi in vita quel tanto che basta per continuare a lavorare) è l?esatto contrario della libertà.

Questo terrorizzato formicone del “chissà altrimenti cosa succede” protagonista ormai incattivito dei nostri tempi, quello che ha paura pure della sua ombra e ti guarda con sospetto perchè a lui pare normale sacrificare la propria esistenza alla difesa spasmodica di quattro certezze messe in croce. (Ma certezze di cosa, poi? Di avere diritto a un pitale di Stato allo scoccare dell?ottantesimo anno d?età?)
Quello secondo cui nessuno potrebbe liberamente decidere di fuggire dal carcere della sveglia alle 6, dalla nebbia sulla Statale dei Giovi, dalle ore passate inscatolati nel traffico, dal tran-tran di una vita che già conosci come conosceresti il più palloso dei mariti, dalla fatica ? indicibile ? di guadagnarsi il pane e il tetto come se fossero l?obiettivo finale dell?esistenza e non la sua semplice premessa. (?Impossibile. Chissà cosa c?è sotto. Quella ha combinato qualcosa e fugge, da? retta a me.?)
I superFantozzi ? e che altro, se no? – che non si spiegano che si possa voler fuggire da questa galera perché non capiscono che è una galera tanto e più temibile di quelle tradizionali, quelle con le sbarre alle finestre.
Be?, sì, io sono in fuga. Sono latitante perchè renitente alla leva lumbard. E le guardie da cui fuggo non sono quelle di Craxi ma quelle di Pinocchio, quelle che vogliono ridurti ad essere un bravo bambino obbediente ma, mi dispiace molto, non mi avranno: ormai sono barricata nel Paese dei Balocchi e non mi prenderanno viva.

Richiede il suo tempo – una figlia già grande, un lavoro esportabile, un ex marito che collabori – un?evasione così rotonda (oui, je suis Papillon) e, in queste sere in cui le mie amiche venutemi a trovare mi raccontano di Milano (?I prezzi impazziti, i ristoranti da boicottare, gli studenti sempre più asini, la vergogna e l?imbarazzo di Berlusconi al governo e bisogna fare qualcosa, sì, ma cosa??) io ascolto e mi congratulo con me stessa, ché ho avuto proprio una bella idea a tagliare la corda, ecco.
Ho lavorato per una causa sacrosanta, l?evasione giù da Milano con un lenzuolo alla finestra, e che nessuno gli dica che sono qua, ai presidi, all?Ufficio Personale Docente, agli impiegati ministeriali, all?inverno, ai 23-euro-una-pizza, alla nebbia, alla sveglia e alla voglia di sbattermi che se ne è andata perché un professore, al trecentesimo studente promosso ?perché si deve?, scade come uno yogurt e non si diverte più.
Non dite che mi avete visto.
?Lia chi??, mi raccomando.

Fosse un film, finirebbe qui: io che, felice, guido nel deserto fino a diventare un punto piccolissimo che si confonde con l?orizzonte.

Invece questa è la vita e sono arrivata a destinazione, pare.
Ed ho 150 scatoloni a Milano su cui prendere una decisione e mi scoccio infinitamente.
Non ho molta voglia di affrontare il fatto che gli oggetti ti rassicurano e ti fanno stare comoda e intanto, però, ti tornano a legare con catene ingombranti quanto loro e tu torni ad essere pesante e spostarsi si fa più difficile, dopo, ché gli oggetti non ti assolvono e non ti perdonano, se te ne vai, ma si rovinano manco ti volessero fare un dispetto.
Te lo immagini, Papillon che si cala dalla finestra di Alcatraz con 150 scatoloni e il servizio di bicchieri?

Però poi è bello se la sera, al Cairo, qualcuno ti viene a trovare e tu gli versi da bere nel bicchiere che hai in mente, invece che nella schifezza comprata da Omar Effendi, dico io.
Per non parlare della lavastoviglie, ché a ricordarla mi commuovo.

Una ha dei dilemmi, insomma, e dovrebbe risolverli entro Natale, ché a Natale farà un salto in Italia ma che non si sappia in giro, mi raccomando, ché non vorrei ritrovarmi ammanettata alla Malpensa da un plotone di presidi e rinchiusa in un?aula per i prossimi trent?anni, con un registro al piede.
L?idea di dovere ? forse, se mi decido ? trovare un furgone per Genova e un container per l?Egitto mi pare già abbastanza allarmante e stanotte l?ho sognato ed era un incubo.