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Questa mattina mi sono affacciata per salutare con lo sguardo la pecora del cortile sotto la mia stanza da letto. Poi, alzando lo sguardo, mi sono ritrovata faccia a faccia con un’altra pecora, stavolta bianca o quasi: era sul balcone dell’appartamento di fronte al mio e mi guardava.
Poi mi sono distratta a fare il ragù e, dopo un po’, ho sentito il muezzin.
Mi sono affacciata di nuovo, quindi, e la pecora bianca non c’era più e quella nel cortile c’era ancora, invece, ma l’avevano già sacrificata e la stavano aprendo e il sangue inondava il cortile intero.
C’era tutta la famiglia, a farla a pezzi, tutti compresi nell’operazione e i bambinetti che cercavano di scopare via il sangue con gli spazzoloni. Sono rimasta ad osservare un padre con suo figlio, fianco a fianco. Mi sarebbe piaciuto, da piccola, condividere con mio padre un rituale così profondo, indelebile. Mettere le mani insieme nella carne e imbrattarci di sangue prima di mangiare, tra vita e morte. Ai miei fratelli, soprattutto, avrebbe fatto un gran bene: oggi avremmo tutti un rapporto più sano, forse, e meno imbarazzato. E delle priorità meno artificiali. Questo ho pensato.

Il sangue ha un’odore penetrantissimo. Io sono al quarto piano e mi arrivava e, dopo un po’, non ce l’ho fatta più a seguire la scena ed ho chiuso la finestra. “Buone costolette, ragazzi!” ho pensato, e li ho lasciati alla loro festa e a tutta quella carne. Tanta, tantissima. Un terzo a loro, un terzo agli amici e un terzo ai poveri, dice la regola.

E poi ho letto un vecchio post di Tristan Bantam, grazie a Mirella che ne l’ha fatto scoprire.
E dice così:

Usiamo carne locale, in Marocco si macella il toro adulto i cui attributi vengono debitamente esposti insieme al quarto posteriore ad attestarne la qualità.
I polli si scelgono vivi al mercato, vengono sgozzati sul posto e poi spiumati. Non esiste il tipo di distribuzione che c’è in Europa, qui non ti dimentichi che il filetto prima di stare nel piatto era dentro una mucca.
L’esperienza della morte è visibile, nella sua crudezza, senza pudore. E questo credo eviti la perdita di contatto con la realtà. Non ho paura di ciò che vedo, ma di ciò che non vedo. L’allevamento intensivo, industriale è una bruttura che può sopravvivere grazie allo stesso principio che deresponsabilizzò i responsabili dell’olocausto. Non sto dicendo che è la stessa cosa, ma la dinamica per cui ciò è possibile è la medesima. Qualcuno si occupa solo di produrre soia geneticamente modificata, qualcun’altro ci aggiunge solo farine animali, un altro fa crescere la bestia dentro uno spazio che la deforma, dove viene scientificamente tenuta in vita, un altro si occupa solo della salute delle bestie e all’università gli hanno insegnato che ci vuole quell’antibiotico e che questo è legale anche se è una merda, quest’altro meglio di no, al massimo di nascosto. Un altro l’ammazza. Un altro la seziona. Uno ancora la mette nei frighi del grande magazzino. Per mangiare carne basta allungare una mano, a volte te la danno già cotta, solo da mettere in microonde. Allora preferisco guardare il pollo negli occhi mentre muore dopo averlo scelto e ricordarmi che in quella carne c’era vita prima di cucinarla e che se la mangio lo devo fare con rispetto.

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Ho aggiunto un po’ di lauro al ragù, a proposito, ed è venuto ottimo.