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E’ arrivato il collega mandato dal ministero e Dio sa se ce n’era bisogno: vederlo e improvvisare mentalmente una piccola danza di ringraziamento agli dei è stato tutt’uno.
Mi presento, contenta e incuriosita, e lui mi guarda serio e mi fa: “Te lo devo dire: sono un lettore del tuo blog.”
“Urgh”, faccio io.

Certo che è strana, la vita: tu stai per trasferirti a lavorare in un posto sperduto dell’Africa e, mentre sei su Google che ti informi su Islam e diritti umani, non ti va a sbucare il diario in rete di una che sta lì, proprio lì, e ti racconta tutto per filo e per segno?
E così ci è arrivato preparato, il collega, nella cittadina in Alto Egitto: si è portato il lenzuolo per sopravvivere all’albergone e scusate se è poco.

Ha già avuto il suo battesimo con la polizia, mi raccontava. Perchè, mentre era lì nell’albergone, è successo che la collega di francese ha pensato bene di sparire per un paio di giorni lasciando le sue cose in camera, e ai poliziotti gli è venuto un coccolone.
L’avranno cercata, si saranno strappati i capelli, il povero poliziotto che strapazzo sempre sarà dovuto andare dai suoi superiori a dire che aveva perso una straniera, deve essere stato terribile.
Solo che il povero collega, passato dallo status di “uno degli stranieri in albergo” a quello di “unico straniero rimastoci in albergo causa scomparsa dell’altra” è stato sequestrato dall’intero corpo di polizia locale ormai in preda a una crisi di nervi.
La scena descrittami lo vedeva circondato da uniformi che gli impedivano, fisicamente, di raggiungere la strada, e lui incavolatissimo: “Ma devo prendere il treno! Mi fate perdere il treno!”. E loro niente: credo che lo avrebbero messo volentieri sotto vetro avvolto nell’ovatta, a quel punto.

Probabilmente pensavano che la francese fosse stata rapita.
Forse se la immaginavano morta in qualche canale del Nilo, e vaglielo a spiegare poi alla stampa di tutto il mondo: secondo me si vedevano già tutti dati in pasto ai leoni, ché sospetto sia la fine che fanno i poliziotti se ti perdono, da quelle parti.
E poi, firulì firulà, la francese è tornata: era andata a farsi il weekend in campagna e aveva lasciato apposta le sue cose in albergo per seminare la scorta. Gioia, tripudio e abbracci tra i poliziotti non più dati in pasto ai leoni. Il collega, invece, avrebbe volentieri sbranato lei, e a ragione.

Poi gliel’ho chiesto, a quelli dell’albergo: “Ma perchè avete bloccato il collega?”
“Just to save him!” mi hanno risposto serissimi. “Per salvarlo!” Vabbe’.

C’è stata un po’ di strana sovrapposizione tra il blog e la vita, ieri.
Io: “Questo è il ristorante dove ti danno la birra in Ramadan nelle tazzone del caffelatte.” Lui: “Mi hanno detto che c’era uno studente che era stato in Italia e io stavo per dirgli che lo sapevo già, poi mi sono fermato in tempo.”
Fa uno strano effetto, una cosa così.

E poi mi fa: “Ti ho letto, sai, che eri arrabbiata perchè non arrivavo, ma non dipendeva da me!”
“Urgh.”
In effetti avevo scritto una frase un po’ acida, chiedendomi dove fosse finito. E me lo chiedevo davvero, ché a novembre eravamo in piena emergenza, senza di lui. Potevo mai pensare che, tra tutti i posti sulla terra dove avrebbe potuto essere, l’agognato collega fosse proprio sul mio blog??
“E perchè non hai risposto al post?”
“Ero troppo arrabbiato! Ma come, proprio tu con i pregiudizi??”
Oh, accidenti. Mi dispiace, ecco. Solo che un blog è un posto dove una pensa a voce alta, e queste cose possono succedere.
E’ un po’ la maledizione di Harry a pezzi, per chi ricorda il film: raccontare è un’operazione tanto piacevole quanto rischiosa, se chi ti legge si riconosce.
E, ormai, questo blog spunta fuori un po’ troppo velocemente quando si cerca l’Islam e o l’Egitto.
Ci mediterò.

Intanto, benvenuto Duktor D. O, meglio, “ahlan wa sahlan”, come è d’uso dire in questa gabbia di matti.
Ti piacerà.