Vediamo se lo ricostruisco.

Fiduciosa, prendevo una scorciatoia per arrivare al luogo dove erano concentrati i miei impegni. Era un luogo che conteneva degli studenti che mi sono cari, quindi erano i miei impegni.

Era un po’ come il golfo di Napoli: per arrivare da una punta all’altra della città potevo fare un semicerchio via terra o attraversare il mare.
Puntato verso il mare c’era un invogliante ponticello di legno, come quelli delle barche, e io lo imboccavo. Fiduciosa, appunto, e certa di arrivare dall’altra parte.
E invece finiva nel mare, il ponticello.
Cazzo.

Mica era un mare amico, poi: era Atlantico, quello; grigio e freddo e incazzoso. Lo riconosco subito, l’Atlantico, non mi frega.
Ed era lì ai miei piedi all’improvviso e “Marcia indietro!”, mi dico, ma provaci tu a fare dietrofront camminando all’indietro, su un ponticello di legno traballante e tutto in discesa.
Tenendoti al parapetto con una sola mano, ché nell’altra hai dei fogli tutti scritti che non si devono perdere, forse dei compiti in classe.

Un po’ alla volta, quindi.
Una fatica boia e le gambe che fanno male, mentre retrocedi. Infinito.
Ma, per quanto tu retroceda, l’oceano ce l’hai sempre ai piedi.
Ma che fa, sale?
E certo che sale, idiota.
E’ Atlantico. Te l’eri scordata, come sono le alte maree dell’Atlantico? Non ti puoi fidare manco per sbaglio, vengono su che non guardano in faccia nessuno.
Retrocedi, che è meglio.

E vado indietro con una mano sola, ché l’altra è occupata a non fare bagnare i fogli, e vado pianissimo e mi fa male tutto, e ‘sto mare che sale e poi non ce la faccio più ma manca pure poco, eppure sono lentissima, esausta.
Ma dietro di me c’è il molo e c’è gente, e c’è un tipo preoccupato che mi guarda, mentre io sono lì che non ce la faccio più a muovermi.

E allora gli dico: “Me li puoi tenere tu questi fogli, per favore?”

E finalmente, con tutte e due le mani libere, divento veloce e salgo su in un attimo, è fatta.

Mi sveglio e, memore di 10 anni di analisi freudiana, osservo tra me e me: “Bisogna sapere chiedere aiuto, cazzo.”

Io sogno poco.
La mia analista freudiana si seccava – con freudiana discrezione, ovvio – per questo: d’altra parte, non portare sogni a un’analista freudiana è una cosa effettivamente un po’ sgarbata. E’ come non portare i compiti corretti agli alunni: ci si ritrova senza materiale su cui lavorare.

Il mare, poi: l’ultima volta che l’ho sognato mi avvisava che ero incinta di mia figlia. E nemmeno lo conoscevo ancora, Freud, non baravo. Simbolo di vita intrauterina, esatto. Bingo.

Stavolta non era un mare amichevole, però.
Non è che mi facesse paura: sapevo, semplicemente, di dovermi spostare da là.
Del resto è del tutto inutile spaventarsi di fronte ai fenomeni naturali. Ci si organizza e amen.

Parlando di cose serie, invece:

1. Anche oggi non ho fatto passare un commento che si riferiva a un post vecchissimo. Niente di ideologico, nessuna censura. Questo era pure un commento pro-palestinese, poi. Figurarsi.
Semplicemente, su questo blog non c’è il plug-in per chiudere i commenti dei messaggi vecchi, è troppo complicato spiegare perché.
Mi scusino, quindi, i vari Girgis etc., ma non ha senso tenere vive discussioni vecchie e stravecchie.
E’ un limite tecnico di questo blog a trarvi in inganno, non una mia volontà censoria.
Me ne scuso comunque, ovviamente.

2. Ho deciso che il blog cambia sede, dopotutto.
Non per amore né per dramma: stavolta non ho litigato con nessuno e non succede niente.
E’ solo che tutto ciò è insano e non mi ci riconosco.
Le mie beghe da una parte e il blog dall’altra, quindi, ché sennò qui è un manicomio ed io, francamente, tendo ad esprimermi troppo per potermi permettere di tenere le cose tanto mischiate.
Mi pare una decisione sensata.

(“Me li puoi tenere tu questi fogli, per favore?”)