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Mentre propongo una mappa dei confini del ’67 (è la prima che ho trovato via Google ma credo renda l’idea delle proporzioni tra Gaza e Cisgiordania) per meglio chiarire il mio post a proposito del ritiro da Gaza, leggo su Limes una notizia che mi riporta brutalmente a ricordare che il Medio Oriente è una realtà relativamente piccola ma assai complessa, e che a cercare di osservarla nell’insieme non si fa male.

Limes, 1-2005.
L’articolo è di Marco Ansaldo e si intitola: “Il Kurdistan iracheno fa già da solo e conta su Israele”.
Ne riporto un estratto:

In un quadro tutt’altro che pacificato, la cuestione curda rischia di esplodere. Il governo israeliano guidato da Ariel Sharon ha infatti deciso in via del tutto informale e coperta di rafforzare i già storici legami tra ebrei e curdi stabilendo una significativa presenza di “coloni” nel Nord dell’Iraq.
Affermano fonti turche che da qualche mese agenti del Mossad, uomini d’affari e cittadini curdi di religione ebraica risultano attivi in più aree, da Kalak (non lontano da Arbil) ad Altun Kupru, dall’intera provincia di Kirkuk a Kifri, giù fino ad Hanakin e infine a Mandali, addirittura poche decine di chilometri ad est di Baghdad. Gli ebrei stano acquistando dagli arabi – spinti dai curdi a lasciare la zona per tornare verso la capitale – case e terreni pagandoli fino a cinque volte il prezzo di mercato. Un disegno che avrebbe il nemmeno troppo nascosto intento di calarsi in un’area dalla fortissima valenza economica e strategica, ma denso di rischi se davvero una nuova presenza etnica, e di quella portata, riuscisse a imporsi in una realtà sfaccettata e carica di tensioni.

Il piano di Israele potrebbe rivelarsi gravido di conseguenze per la zona, con un rimescolamento di alleanze e la formazione di un nuovo asse composto da Iran, Siria e Turchia, paesi dove la minoranza curda è guardata con sospetto e considerata un potenziale pericolo. Il governo di Gerusalemme, non nuovo nell’appoggiare nei decenni passati la ribellione curda contro l’Iraq al fine di destabilizzarne il regime e stringere intese con elementi mediorientali non arabi, sarebbe pronto a incoraggiare i curdi alimentando le loro ambizioni indipendentiste. Un Kurdistan sovrano e dotato di ragguardevoli riserve petrolifere avrebbe però ripercussioni enormi sulle politiche interne ed esterne di Teheran, Damasco e Ankara.
Senza contare che la presenza di un “nuovo Israele”, cioè di uno Stato non voluto dai vicini e circondato da forze ostili, in qualche aspetto così simile all’originario progetto sionista, causerebbe una situazione drammatica. […]

L’articolo, che continua descrivendo il progetto di fare ripartire un vecchio oleodotto Mosul-Haifa, è assai interessante e ne consiglio la lettura: il numero di Limes a cui mi riferisco è quello che ha per titolo: “L’agenda di Bush”.

A dare uno sguardo d’insieme alla politica di Sharon, con questo nuovo dato che non conoscevo, mi viene da pensare che forse non hanno tutti i torti, i palestinesi di Gaza, quando dicono di essersi “liberati da soli”.
Con quello che Sharon ha da fare, impegnare risorse per tenersi 54 km di terra incuneata tra i più disperati, tignosi e irriducibili tra i palestinesi, era in effetti assai discutibile sul piano strategico. Nel loro piccolo, i Gaziani si sono duramente guadagnati almeno l’accesso alla loro spiaggia.
Credo che sia però dovere dell’opinione pubblica europea cercare di capire i motivi di ciò che accade in questa complicata regione. Non credo che ci sia dell’ “estremismo”, nel provarci.