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Sono lì che mi urge una manicure, prima di partire, ma il mio parrucchiere di riferimento è chiuso e mi ricordo che vicino casa ne ho uno da cui mi trovai male, tempo fa, ma per una manicure direi che basta e avanza.
Mi avvicino e mi pare di vedere le luci spente: è al primo piano di un palazzo, ma qui quasi tutti i parrucchieri sono al primo piano: le signore non amano lavarsi i capelli in vetrina.
Mi avvicino ancora e la luce si accende. Strano, ma boh.
Chiedo al portiere: “Ma il parrucchiere è aperto?”
Mi dice di sì e vado.

Dentro non c’è nulla di ciò che ricordavo: le piante, molti mobili, le suppellettili: sparito tutto.
Ci sono ancora i caschi e le poltrone, però, e seduti sulle poltrone ci sono i parrucchieri. Saranno cinque o sei, ma questo è un paese in cui la gente da impiegare non scarseggia.
Sono tutti seduti lì, nella penombra, con le loro giacche di ordinanza in un salone in disarmo. Ognuno sulla sua poltroncina, lontani l’uno dall’altro, alcuni più stravaccati che seduti. La luce è quella di un lume, non molta.
“Posso fare una manicure?” chiedo, incerta.
“Naturalmente”, e si avvicina una ragazza con il camice macchiato che mi porta in un’altra stanza, prepara la bacinella per il pedicure, che qui è incluso nella manicure, prepara gli arnesi e mi offre un tè. Chiedo una bibita, mandano qualcuno a comprarla.

E siamo io e lei in questa stanza in disarmo piena di lavandini, e lei prende un asciugamano sporchissimo, mi toglie lo smalto, poi prende un tronchesino e mi spazza via un’unghia della mano fino alla carne viva.
Poi, malinconica, mi chiede se va bene.
Io sono ipnotizzata, la guardo stupefatta e penso che si sia sbagliata, mormoro qualcosa e lei mi spazza via un’altra unghia.
Fino alla carne, come se mi volesse fare mani da mangiatrice di unghie, mani da bambina, chennesò. “Va bene?”
No, che non va bene! Non così corte, non fino alla carne, non c’è più nulla da limare e sono esterrefatta, le dico di no.
Lei non fa una piega e, tristissima, si rivolge alla terza unghia e stavolta la taglia di meno ma poi, con la lima, comincia letteralmente a segare e mi fa male, mi becca la carne un paio di volte, è un disastro. Non ha mai preso una limetta in mano, sta inventandosi la prima manicure della sua vita, è fuor di dubbio.

E mi riscuoto, capisco di dovere fuggire immediatamente e tolgo i piedi dalla bacinella e li infilo nelle scarpe, ancora gocciolanti, e le dico che mi spiace ma io vado e lei non è stupita, continua solo ad avere quell’aria malinconica.
“Quant’è?” le chiedo, e lei: “Niente”.
Rassegnata, indifferente, triste.
Le infilo una banconota nella tasca del camice e vado verso l’uscita, assieme a lei.
Attraversiamo di nuovo il salone in penombra e i parrucchieri sono sempre lì, seduti e in silenzio.
Non si sorprendono nemmeno loro, a vedermi andare via.
Uno è seduto dietro la cassa, credo in mio onore, ma non mi dice nulla. Mi sorride nella penombra e mi saluta gentile, mentre me ne vado.
Prima di imboccare le scale mi giro e, dalla porta a vetri, vedo che la ragazza è tornata a sedersi al suo posto, sulla sua poltrona, tra gli altri.

Cerco di darmi una spiegazione.
Era un salone abbastanza pretenzioso, quanto lo conobbi io.
Immagino che i proprietari siano falliti o che siano fuggiti, che ne so.
E gli impiegati sono rimasti soli, è evidente.
E sono lì che aspettano, senza sapere dove andare.
La manicure sarà la sorella di uno di loro, una che si sarà fatta spiegare a occhio e croce come fare e poi si è seduta tra gli altri, a passare le giornate in penombra a presidiare un deserto, ad aspettare chissà cosa.
Me, che me ne vado pensando a ‘sto paese pieno di guai.