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Camminavo, l’altro giorno, e pensavo che qua è come essere tornata da un ex marito.
Che mica lo odi, un ex marito
Cosa vuoi odiarlo. Anzi.
Che palle, però.

Prevedo di vivere con una desolante mancanza di curiosità il tempo che mi toccherà trascorrere qui. E’ questo, il problema.
Dubito di riuscire a provare particolari emozioni.
Da sobria, almeno.
Che, a proposito di questo, mi pare che due anni in Egitto mi stiano facendo reagire al bendidio alcolico che c’è qua come una pellerossa alle prese con l’acqua di fuoco: dal giorno che sono atterrata a Malpensa fino a qualche sera fa sono andata a dormire sobria assai di rado, ed è che fa uno strano effetto trovare alcool ovunque, e per giunta buono. Abituata ai limiti naturali insiti nel bere il volenteroso Obelisk d’Egitto e stare malissimo il giorno dopo, mi è parso che il vino italiano avesse le virtù della spremuta d’arancia e mi ci sono gettata festosa dentro, mi è mancato solo di farmici la doccia.
Poi c’è stata la cena chez Biraghi e, soprattutto, lo spaventoso spettacolo della mia sveglia che segnava le 8:52, la mattina dopo, e la mia presenza in classe era prevista alle 9:00.
Non ricordo nulla tra il momento in cui ho visto l’orrido numero (otto e cinquantadue, non lo scorderò mai più) e quello in cui ho inforcato la bicicletta e sono volata fuori dal portone. Per quel che ne so, potrei anche essere saltata giù dalla finestra direttamente sul sellino. Tutto quello che so è che la tizia con un piede fasciato e delle vistose sbavature di mascara sulle occhiaie che sfrecciava su una bici completamente senza freni, confidando nella mancanza di traffico del sabato mattina, ero io.
Non ci sono dubbi.
Lo so perché ricordavo che la sera prima mi era stato detto: “Ci sono due categorie di ciclisti: quelli che sono già caduti e quelli che ancora no” e però pensavo che senza freni non si cade: ci si impasta, che è diverso e deve fare più male.
Sono arrivata, invece, e con un ritardo che sarebbe rientrato nei limiti dell’accettabilità se esistessero ritardi accettabili a scuola, ed ho portato le mie sbavature di mascara e le mie bollicine nel cervello in IV G (“Entrate subito in classe, che ci fate nei corridoi?!!” “Ma prof, credevamo che lei non venisse più!”), dove ho inserito il pilota automatico dell’Uso del Congiuntivo e, con quello, ho superato la mattinata. Là dove non arriva la coscienza professionale, a volte, ti soccorre l’esperienza, e questo è tutto. Per lezioni più travolgenti, ragazzi, ripassate quando sarò meno travolta io. Questo, pensavo.
E poi ho pensato che avevo bevuto troppo per 25 giorni di fila, invece, ma questo l’ho pensato quando ero ormai fuori da scuola e constatavo per l’ennesima volta che la mia bici non ha davvero più i freni, e però pensavo anche che era una bella giornata, che mi ero divertita e che, massì, a volte si può vivere pure qua. A volte.
“Vuol dire che stai diventando cittadina di te stessa e non del luogo in cui sei”. Non lo so.
So però che ho ripreso la bicicletta e, stavolta andando piano, sono andata a rifornire il mio frigo di cibi sani e, insomma, ho dato ufficialmente inizio all’operazione “Facciamoci del bene”.
L’operazione è in pieno svolgimento.
Lunedì aggiusto pure i freni della bici.

E poi, che dire.
Mi è mancato, ‘sto diario, e mentalmente ho scritto un mucchio di post.
Sulla cena-live col Biraghi, per esempio: ci sono andata abbastanza terrorizzata (qui si è parecchio timide), ho applaudito uno strepitoso chili, gli ho svuotato la cantina, ho ritrovato l’antica abitudine del terrazzo per fumatori (ma chi non ha un terrazzo che fa, ospita solo non fumatori?), ho discusso di femminismo con Cristina sfidando impavida il tangibile rischio di essere catapultata giù dal balcone (memo: ricordarsi di non esporre le proprie teorie sul femminismo a Milano), ho conosciuto un sobrissimo Alessio che a tratti mi guardava con l’aria un po’ perplessa e un assai meno sobrissimo Rotafixa che, dotato di uno spirito gaudente dalla robustezza almeno pari a quello che ho in dotazione io, mi ha tranquillizzato con la sua sola esistenza e, soprattutto, mi ha contagiato uno splendido buon umore di cui rimane ancora traccia, il che vuol dire che non era poco.
Grazie per la serata, Alberto: vi aspetto nel mio metro quadro di casetta, appena ho i piatti. Spero che ti piacciano le carote all’acqua di fiori d’arancio. Già.
No, non è una minaccia.
O forse sì.

Poi avrei voluto scrivere della mia notte brava in piazza Napoli, ma se me la ricordassi sarebbe meglio.
So di essermi ritrovata alle prese con le profferte seduttorie di una specie di gigolò ventenne che affermava di essere siciliano ed io gli credevo, nonostante sentissi un inequivocabile odor d’Arabia, ed è che i ventenni che cercano di sedurre miti prof col doppio dei loro anni io li avevo visti solo in Egitto, prima dell’altra sera. Cosa diavolo ci facevano, adesso, in piazza Napoli? Non mi raccapezzavo.
Ero là in piazza Napoli, insomma, ed era esattamente come essere al Cairo, e va’ che è una sensazione strana. Poi invece Rotafixa diceva che secondo lui non era vero, che fosse siciliano, ma io sono una che crede a ciò che le dicono e, soprattutto, mi pareva un po’ il colmo che uno andasse a scegliere giusto la sottoscritta, per fingere di non essere arabo e tentare di sedurla spacciandosi per italiano.
Ma renditi conto.
Ed ero lì che, colta da protettivo attacco di sensibilità, mi affannavo a spiegare a ‘sto bambino che non c’era proprio nulla che non andasse in lui e che era bellissimo e splendente come il sole, anzi, solo che, come dire, l’avrebbe trovato piccolino persino mia figlia e, insomma, non poteva essere.
Non era cosa.
E Rotafixa che ne lodava lo stile, tuttavia, ed entrambi ne approvavamo con calore la strategia, le tecniche affabulatorie, la prestanza e tutte le sue mille virtù e deve essere tornato a casa satollo di complimenti, il bambino, sebbene a mani vuote, ed ha pure pagato lui, questo me lo ricordo benissimo, forse per sottolineare un po’ sdegnosamente che, d’accordo, uno può anche avere vent’anni ma è pur sempre un hombre de pelo en pecho e, se vuole, ti offre da bere.
Bravissimo.

Volevo scrivere di un sacco di cose, insomma, e tutte che ruotano attorno al mio ombelico. Ci sono precipitata dentro come in una voragine, nell’ombelico.
Tanto vale che lo faccia.
Prima finisco di farci il bagno dentro e prima ne emergo.
Ché c’è tutto un mondo fuori da lì, lo so.
Inutile ricordarmelo.