La scuola

14 June 2008 – 14:37

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Arriva, mi posa una lettera sulla cattedra, mi stampa due baci e se ne va.

A scrutinio finito. Una con cui ero arrabbiatissima. E rimango lì, nel mio ultimo giorno in quella scuola, a pensare che faccio un bel mestiere, sì, e che sono fortunata.

(Non è vero che non vi sopportavo più. Ero solo arrabbiata. Ecco, l’ho detto.)

“Lei non sa chi sono io”: l’Italia cortigiana e quella no

12 June 2008 – 22:18

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Non è un segreto che, nel momento in cui io ed altri blog ci siamo trovati a rompere i rapporti con un certo ambiente internettaro - ognuno per motivi e in tempi diversi - ci siamo ritrovati a fare i conti con una serie di ricatti e pressioni che hanno riguardato in modo particolare la diffusione dei dati personali e la tranquillità sul posto di lavoro.

Uno poi, come è ovvio, fa delle scelte. A me dà fastidio, l’idea di essere ricattata, e quando mi sentii avvisare: “Eh, ma sai, se fai storie verranno fuori il tuo nome e cognome“, dissi: “Evvabbe’“. E, siccome faccio pur sempre la prof, aggiunsi anche, rivolta a chi mi ‘avvisava’: “Comunque guarda che è brutto, rendersi ricattabili. Non va fatto. Dispiace vedere gente che, alla tua età, già cede a queste cose“.

Qui, di fastidi, ne abbiamo avuto qualcuno. All’epoca in cui pubblicai la sentenza del Garante relativa al caso Corriere che qualche lettore ricorderà, feci una richiesta all’ambiente in questione che, prevedibilmente, reagì nascondendosi dietro un polverone che andò avanti per un migliaio di commenti sul blog di Miguel Martinez, alimentato dallo stesso, da qualche suo amico e dai suoi molteplici fakes, ché a Martinez piace molto giocare con le identità. E a un certo punto - e prevedibilmente, appunto - venne tirato fuori il mio posto di lavoro, con tanto di ex onorevole che scriveva:

Credo che il caso di Lia meriti un qualche approfondimento. Voglio anche i sapere come cazzo ha fattoa farsi traseferire in questa maniera a Genova. Userò il mio ruolo istituzionale e storico (si, fatevene una ragione, faccio parte della storia di questo paese) per sapere. (Link: assegnazione.jpg )

e Miguel Martinez che, divertito e ridanciano, ammiccava:

Dai, Dacia, lasciala a Genova. Sai che casino farebbe, se fosse costretta a tornare a Milano? (Link: martinezassegnazione.jpg )

Io, in quei giorni, ero in ballo per avere il rinnovo della mia assegnazione provvisoria a Genova. Siccome avevo già ricevuto un sms minacciosetto (”Buon trasloco a Milano“) e siccome li conosco, i miei polli, e li avevo già visti sufficientemente all’opera sul caso dell’imam di Segrate, avvisai l’Ufficio Scolastico della possibilità che arrivassero telefonate di presunte onorevoli, appunto, e di avvisarmi, qualora ce ne fossero gli estremi, affinché potessi tutelarmi legalmente.

Poi, siccome sono gentile, spiegai anche a questa gente che non è che l’Italia funzioni necessariamente secondo le modalità con cui ragionano loro, e illustrai le regole che reggono le assegnazioni provvisorie nella scuola. (Link: rispostaassegnazi.jpg )

E’ passato un anno: ebbi la mia assegnazione, quest’anno ho avuto il trasferimento definitivo e - come del resto ero certa che sarebbe successo - lo starnazzare di questa gente è rimasto questo: semplice starnazzare. Qualche insulto in rete legato ai miei dati (”Ah, ho visto che c’è una che ce l’ha con te“, è l’unico commento pervenutomi in proposito), qualche telefonata di concitate e bizzarre minacce e poco altro.

Ero certa che i comportamenti con cui questa gente è solita giocare non avrebbero attecchito, nel mondo in cui vivo io, per due motivi: il primo è che io lavoro per lo Stato, e lo Stato non è cortigiano. Si regge su delle regole chiare e precise tra cui c’è quella secondo cui è illegale, semplicemente, molestare chi lavora sulla base di telefonate di presunte onorevoli. E il secondo è che io vivo a Genova. E se già lo Stato non è - o non dovrebbe essere - cortigiano, la città che mi sono scelta è proprio agli antipodi rispetto a qualsiasi forma di cortigianeria e schifezze simili. Qui, il metodo: “Pronto, sono l’onorevole Tal dei Tali” non attacca, direi. Aggiungici che ho avuto degli ottimi dirigenti, in questi due anni, ed hai il quadro di un ambiente lavorativo sano e di un senso della legalità e dello Stato abbastanza radicati da fare sì che, dal primo momento, io abbia vissuto qui sapendo di essere nella versione perbene della mia - ben più sfortunata, ahimè - città di origine.

Racconto tutto questo perché, ahimè, non sto parlando di cose scontate. Basta leggere un po’ in giro per sapere che una collega della Manzoni di Milano, da quel che si percepisce, ha avuto attorno a sé un ambiente meno saldo nel reagire, almeno in un primo momento. Il solo fatto che qualcuno possa scrivere, a proposito di questa insegnante: “Il tuo preside mi ha detto la tal cosa e la tal altra” mi pare indice quantomeno di un errore del preside in questione che, presumibilmente, avrà avuto il riflesso condizionato di attribuire dell’autorità a chi si presentava come “onorevole” e, quindi, di accettarla come interlocutrice. Almeno lì per lì. Errore marchiano, direi, e credo che il fatto che la Manzoni non sia una scuola dello Stato bensì del Comune c’entri qualcosa con la diversa mentalità dei rispettivi dirigenti. Da noi c’è un maggiore orgoglio della nostra funzione, credo.

E poi Milano si è “meridionalizzata” nel senso deleterio del termine, da un po’ di anni a questa parte, e queste piccole cose lo dicono più di mille saggi sul tema. Nella Milano di un tempo le “telefonate degli onorevoli” o presunti tali erano materia di barzellette sul Sud. Pensa quanto tempo è passato, da allora.

Io sarei la terza generazione di gente di scuola della mia famiglia, e il senso dello Stato me lo hanno messo nel biberon, letteralmente. Solo che, come spesso capita con le cose molto radicate, certe volte una se lo scorda persino, per quale motivo lo ha. A me questa vicenda è servita, tra le altre cose, per rinfrescarmi la memoria: ce l’ho perché non esiste alternativa allo Stato per formare cittadini, per fornirli di diritti e doveri chiari e per tutelarli quando è il caso. L’alternativa è l’arbitrio, il dipendere dagli umori - e dalle debolezze - di chi ti è gerarchicamente superiore, la lecchinaggine, la cortigianeria, i piccoli soprusi assunti a sistema. E una in teoria lo sa, che la chiave della libertà individuale passa da queste parti, ma vederselo confermato nelle piccole cose della propria vita è pur sempre istruttivo.

(Solidarietà alla collega, ovviamente. E, quasi dimenticavo: succedono in un’autoproclamatasi sinistra, queste cose. Pensa se erano di destra.)

Cose da rete: Martinez e l’estetica del nome famoso

11 June 2008 – 16:20

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Non è un segreto che, da quando sono incappata nel fenomeno degli Svoltatori via Islam, seguo con interesse ciò che accade nei mondicelli che, a mio parere, rappresentano una straitalianità alla Alberto Sordi trasferita su argomenti che, in paesi diversi dal nostro, sarebbero seri quando non drammatici. Non qui, ahimé.

Torno da scuola, quindi, e do uno sguardo al solito Kelebek dove c’è Miguel Martinez che, tutto contento, segnala che un suo articolo è uscito in una raccolta di saggi dell’Editoriale Jouvence, e pubblica l’indice del saggio - L’Iran e il tempo: una società complessa - dove spicca il nome di Pino Arlacchi che, apprendiamo, cura la presentazione e la chiusura del volume.

Tutto normale, se non fosse che arriva un altro autore tra quelli presenti nel volume, tale Alessando Cancian, poeta (ricercatore a Siena) (ci rinuncio, non capisco cosa faccia questo signore), il quale ti spiega tra i commenti che la presenza di Pino Arlacchi nel volume è dovuta al fatto che:

L’Editore voleva un nome “di prestigio” (anche lui ha le sue esigenze) e siccome l’iranistica non ha mai reso famoso nessuno, bisognava trovare un nome noto che avesse qualcosa a che fare con l’Iran [sic!].

E, siccome la scortesia è spesso garrula, chiosa:

E poi devo dire che mi piaceva accostare Arlacchi e Miguel: altro materiale che complica la sua misteriosa biografia. Sarà divertente vedere come i suoi detrattori collegheranno le informazioni :-)

Bah. Come vuole che le colleghino, signor Cancian? Osservando che un certo opportunismo gossiparo (il “nome di prestigio“, gessù) di Miguel Martinez è condiviso, pare, dalle sue frequentazioni.

A margine: ci rendiamo conto che, per un poeta per un ricercatore, le parole possano assumere significati che non sono necessariamente quelli letterali. E tuttavia è la prima volta che ne vediamo uno che usa il termine “misterioso” come sinonimo di “losco“. Suppongo che Cancian sia il nuovo capostipite della corrente eufemistica della poesia ricerca contemporanea.

(Nota: io ho corretto perché il buon Cancian mi ha fatto cortesemente notare che non è poeta, però diciamo che sarebbe stato meglio se lo fosse stato. Da un ricercatore, una si aspetta un maggiore rigore nell’uso dei termini.)

L’esorcismo

10 June 2008 – 16:17

Una ha un cd che le avevano regalato e che non aveva più risentito.
Stasera glielo regala al pescatore di coralli, ché le pare di aver capito che De Gregori gli piace e così cambiano pure un po’ musica, lì dentro.
E, per quel che riguarda la sottoscritta, facciamo che niente si distrugga ma, semplicemente, tutto si trasformi.

La Mosaico Arredamenti e il post da 400.000 euro

10 June 2008 – 14:19

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Questa storia della Mosaico Arredamenti e di Sergio Sarnari che si era lamentato sul suo blog del servizio ricevuto da loro è portentosa, e si riassume nel seguente commento apparso sotto il post in cui se ne parlava:

Scrivo la presente in qualità di amministratore della Mosaico – Sistemi di Arredamento s.r.l.
Mi preme preavvertire che ritenendo il presente blog di carattere indiscutibilmente diffamatorio, ho presentato in data 14.05.2008 - per conto della società che rappresento - sia una querela alla Procura della Repubblica di Ancona nei confronti del sig. Sarnari, creatore dello stesso blog, sia un ricorso d’urgenza finalizzato alla richiesta di risarcimento danni nei confronti dello stesso Sig. Sarnari per un importo non inferiore a 400.000,00 euro, con fissazione della prima udienza per il 18.06 p.v.
Il procedimento civile per il risarcimento dei danni nei confronti del Sig. Sarnari per il risarcimento dei danni nella misura suindicata, o in quella maggiore che la prosecuzione temporale del blog comporterà, procederà poi il suo corso.
Consiglio a coloro che hanno intenzione di inserire sul presente blog notizie non veritiere e/o diffamatorie sulla società da me rappresentata di valutare l’opportunità di tale comportamento, rappresentando che le azioni giudiziarie sin d’ora promosse nei confronti del sig. Sarnari saranno estese a quanti concorreranno a tale fattispecie criminosa e/o civilmente illecita.
Con i migliori saluti.
Rossetti Andrea

I casi sono due. O questo commento è uno scherzo e mo’ arriva la smentita dell’ignara Mosaico Arredamenti, oppure senti: la prossima volta che decido di querelare qualcuno per fatti di web, io giuro che mi procuro l’avvocato di Rossetti Andrea, costi quel che costi. Altro che trotterellare fiduciosa verso gli uffici della Polizia Postale, dilettante che sono. Li voglio pure io 400.000 euro di risarcimento, checcavoli. Voglio un avvocato che semini il panico nella blogosfera, ecco.

(Se ne parla anche in un sacco di altri blog. Io l’ho saputo ieri sera su Twitter e ci sono rimasta di sale, dai.)

Venghino, bambine: lezione di depilazione masri

8 June 2008 – 18:21

Post ad uso della chiave di ricerca “depilazione araba zucchero e limone”, gettonatissima su questo blog.

Dunque: si prende un giorno di pioggia, ci si guarda il cosciotto e si esclama: “Mioddio, ma è peloso!” Per un attimo, dinanzi al vostro sguardo smarrito si materializzeranno immagini di pescatori di corallo che fuggono in preda all’orrore, ma niente paura: la ceretta egiziana è qui per aiutarvi ed Haramlik vi spiega come si fa.

Si compra la ceretta, innanzitutto. E’ una cosa così:

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Io ne ho comprate un po’ di scatole al supermercato, l’ultima volta che sono andata al Cairo, ma secondo me si trova anche nei negozi di cose arabe di qui. Poi c’è chi se la fa in casa ma deve essere una cosa appiccicosissima da preparare, e comunque io non la so fare. Compriamola, dunque. E poi si mette il contenitore per un po’ a mollo in acqua calda, per ammorbidirla il giusto per poterne prendere un pezzo senza usare lo scalpello.

Quando sarete finalmente riuscite ad avere un pezzo di cera tra le mani, lo iniziate a impastare tra le dita per ammorbidirlo ancora di più. Bisogna ottenere una cosa spalmabile ma anche abbastanza solida per strapparla via, poi. Nessuno vuole rimanere con una crema al mou sul cosciotto. Deve venire una striscia tipo questa:

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Sì, mi rendo conto che non si capisce molto, ma vorrei vedere te a fotografarti il cosciotto col cellulare e le mani piene di cera mentre fuori piove e non c’è luce. Ve la spalmate sul pelazzo, comunque.

Una volta spalmata, la si prende da sotto e si tira con goduriosi piccoli strappi calibrati. Ad ogni strappetto la si arrotola, tipo così:

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Alla fine si presenta così, l’ultima fase dell’arrotolamento di ceretta:

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E poi si ricomincia in un’altra zona e così via.

Il trucco sta nel mantenerla spalmabile ma non molle: se si ammorbidisce troppo la si mette un po’ in frigo e poi si ricomincia, per dire.

E funziona, non c’è storia: mille volte più efficace dell’Epilady e infinitamente meno laboriosa della ceretta normale. ‘Sta palletta te la puoi portare ovunque e usare su due piedi in qualsiasi circostanza. Furbissima, è.

E questo blog non ha un cavolo da fare, finché non smette di piovere, e se qualcuna si volesse mettere dei bigodini in diretta, chennesò, qui ne seguiremmo volentieri la cronaca.

E sennò qui si esce, senti, a costo di farci i vicoli in barca. Non se ne può più, di domenica casalinga.

Risacca

7 June 2008 – 21:19

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Pensavo di uscire e fare sfaceli, stasera. Guardando il fascinoso oste che pescava coralli, l’altra volta, mi ero detta: “Uhm, prima di venerdì sera non gli posso lanciare ami ché ci ho troppo da fare, ma sabato lo impacchetto e lo porto via, questo.” E invece è sabato e mi sono svegliata da due ore scarse dopo essere crollata come un piombo appena tornata da scuola, e prepararmi una cena a base di bietole al vapore e altri toccasana per la salute è stata la mia unica ambizione e mi vengono i brividi solo a pensarci, di impiastricciarmi di mascara che poi bisogna togliersi e di essere simpatica e ciarliera, stasera, ché farei fatica anche solo a grugnire. Il pigiama è la mia meta, ecco. E a letto ci sono già, col pc sulla pancia e i piedi per aria, e non avrei la forza di prendere in considerazione pescatori di corallo manco se mi sbucassero a domicilio, ché dovrei comunque pettinarmi prima di aprire la porta e chi ce l’ha, la forza di sollevare il pesantissimo pettine? Mica me ne ero accorta, che ero così stanca.

Stancano, i fine anno scolastici. Stancano di una stanchezza che Pupina fotografò alla perfezione anni fa, vedendomi rincasare in epoca di maturità: “Ti svuoti e non ti riempi, tu a scuola”. E’ una buonissima definizione del mestiere, trovo. Ti svuoti e non ti riempi. Che non vuol dire che non ti dia cose, ’sto lavoro. E’ semplicemente una definizione di ciò che accade alle energie, come dire. Sei la pila che è lì per scaricarsi. Per ricaricarti, devi uscire di lì. Ti ricarichi coi libri, con gli interessi, con le chiacchiere, con tutto ciò che è fuori scuola. Poi rientri in classe, ricacci tutto lì dentro, lasci le energie ed esci vuota di nuovo, e così ogni volta. A fine anno sei strizzata e non sai manco come sia possibile.

Perché poi, non vorrei dire, ma all’alba del millennio di esperienza si fanno ormai in automatico, certe cose. Posso mettere giù una relazione finale in due minuti al massimo, un programma finale in dieci secondi, fare medie e chiudere registri mentre mangio la pizza. Eppure ci si svuota lo stesso, è stranissimo. Ci si strizza.

E’ come preparare scartoffie per i concorsi: che sarà mai, dici tu. Che hai fatto, hai tradotto un po’ di roba, hai messo su un archivietto? E se andavi in miniera che succedeva? Morivi?

Ed è che siamo fatti di emozioni, suppongo: il guaio è quello. Che a tutto corrisponde una reazione emotiva, santo cielo. E’ sentire le cose, ciò che stanca. Il coinvolgimento. E sono tornata a casa e mi sono tolta le scarpe e giù a dormire, come un sasso. E tra poco, ancora. Venti ore, voglio dormire. Me le merito, tutte e venti.

Mi guardo la mia disordinatissima casetta sui tetti e il lettone colorato e ringrazio il cielo di vivere da sola, ché fare i conti con qualcuno che ti si aggira da mane a sera tra le scatole è fuori dalla mia portata, e sul serio. Penso che nemmeno l’amore più grande del mondo, ormai, potrebbe spingermi a mettermi un uomo in casa. Un uomo tutto intero, madonna. Ingombranti come sono. Non potrei, e non potrei da ormai molti anni. E non è che me ne sia vissuto poco, di ammore, negli anni in questione. Anzi. I più grandi della mia vita, mi sono sbucati nell’ultimo decennio. Sarà che meno li hai tra i piedi, gli oggetti del tuo ammore, e più li ami. Appunto.

E me ne sto qua coi piedi per aria, il pc sulla pancia, la sigaretta a letto e le carte che ingombrano tutto il soggiorno, di là, e le raccolgo domani se ho voglia e sennò lunedì, e che cosa ottima che sono le bietole al vapore, so’ buonissime, rifletto. Joaquín Sabina che canta nel pc e mi pettino domani, ché adesso ci ho da stiracchiarmi le dita dei piedi, che è più importante.

Al pescatore di coralli ci pensiamo verso giovedì, e il bello degli uomini è che non c’è manco bisogno che loro lo sappiano, che hanno un appuntamento con te.

Non c’ero per nessuno

6 June 2008 – 22:12

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Siccome qui ci piace complicarci la vita, ho passato l’ultima settimana a prendere ogni singolo pezzo di carta attestante la mia esistenza professionale e a tradurlo in spagnolo perché ho deciso di fare questo concorso che non ho alcuna possibilità di passare, al momento, però intanto imparo come si fa e l’anno prossimo, con tutto già tradotto e il grosso già fatto, ci riprovo e poi boh. Ci sono cose che bisogna fare per forza, ogni tanto. Giusto per dirsi che le si è fatte, appunto - o, meglio, per non dirsi che non le si è fatte. Sennò va a finire che ci si impigrisce, oltretutto, e comunque un po’ di sano stress (”Oddio, ho due giorni di tempo per tradurre 103 documenti!!“) fa bene ai neuroni e li disincaglia, così poi funzionano più spediti. Si spera.

E poi oggi sono andata a Milano a consegnare il malloppone nell’apposito ufficio - pagando 65 euro per un biglietto di treno Genova-Milano, e così imparo a pensare: “Uh, sto per perdere il treno, dai che il biglietto lo faccio a bordo!” - ed era un bel po’ che non ci andavo, nella Big Rucola, e tornare a casa è sempre un piacere, quando si va lì. Scendi dal treno del ritorno, a Genova Principe, e l’effetto è quello di rivedere i colori dopo una giornata passata in bianco e nero. Una ci andrebbe giusto per godersi il piacere del rientro, quasi quasi.

Ho passato giorni e giorni a fare ’sta cosa, quindi: a tradurre, a ricostruire, a raccogliere documenti mancanti, a sprizzare agitazione con tutti gli spagnoli che mi capitavano a tiro (”Ma che è la quiescenza?? Ma voi come la chiamate, la Corte dei Conti?? Ma i numeri tu li metti con la penna o col pennarello??“) e a ringraziare il cielo perché qui abbiamo amici pazienti che le crisi di panico organizzativo che ci assalgono ogni volta che si tratta di fare ordine in qualcosa non le prendono troppo sul serio, per fortuna, ed io non conosco nulla di più tranquillizzante del non essere presa sul serio, appunto, quando ho il panico organizzativo. E adesso ho la casa che è un tappeto di fotocopie di documenti sparsi a terra - sono le spoglie di ciò da cui ho tratto il meraviglioso fascicolone organizzatissimo di cui mi sono finalmente disfatta stamattina - e le tiro su domani, ché stasera non voglio toccare nulla che abbia forma di foglio di carta, non ne posso più. Basta.

Dialogo nell’osteria sotto casa mia, l’altra sera:

Io, esausta: “Uff: preparatemi qualcosa voi, ché sto facendo il concorso per andare a Vattelappesca e non ho avuto manco il tempo per fare la spesa, oggi!

L’oste: “A Vattelappesca? Ah, ma la conosco!

Io: “Come, la conosci?? Non la conosce nessuno, come fai a conoscerla? Io l’ho dovuta cercare su Google…

L’oste: “E’ che quando facevo il marinaio ho passato anni a pescare coralli da quelle parti. Che ti faccio, un minestrone?

E tu rimani lì a guardarlo, l’oste che pescava coralli a Vattelappesca, e ne concludi che è portentosa, Genova. Pensavi che fosse esotica da morire, Vattelappesca, e invece ti basta scendere sotto casa per fartela descrivere dal tuo oste di fiducia.

La città non è granché, ma il mare è così pulito che nel porto ci cresce il corallo“.

Ah, ecco.

Altro che Gaypride: 5 domande sulla cosiddetta IADL

2 June 2008 – 16:24

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La rete, si sa, ha il potere di informare in modo critico e, nello stesso tempo, il potere di abbindolare la gente.

Io vorrei che tra i due prevalesse il primo, quindi cerco di contribuire per quello che posso. Mi è chiaro che nell’ambiente dei blog - per non parlare di chi legge qua - certi traffici sono ormai talmente risaputi e sputtanati da non meritare nemmeno una citazione; tuttavia, il mondo è pieno di gente che certe realtà non le conosce. Temo che astenersi dal mettere a disposizione delle bussole per interpretarle, quando se ne hanno gli strumenti, sarebbe molto autoreferenziale e anche un po’ troppo snob. Tocca farlo, quindi, visti i tempi che corrono.

1) Leggo:

Ci teniamo a precisare che Notizie gay ha dato solo la notizia dell’adesione dello Iadl ai gaypride, notizia peraltro pubblica essendo stata diramata da un’agenzia giornalista internazionale (l’Aki, facente capo all’AdnKronos).

Capisco benissimo e, infatti, ecco qui l’agenzia: http://www.adnkronos.com/AKI/Italiano/Religione/?id=1.0.2203897607

Vorrei quindi chiedere ad Hamza Boccolini, giornalista dell’Aki: è vero o non è vero che le agenzie sulle cosiddette “notizie” che riguardano Dacia Valent e le sue identità, tra cui la cosiddetta IADL, le fai uscire tu? E lo fai per quieto vivere, onde evitare di ritrovarti con la Valent per nemica che dà in escandescenze, o lo fai perché trovi che siano notizie degne di essere date? Sono davvero curiosa di saperlo visto che, a quanto ne so io, la IADL non è rappresentativa di nessuna comunità islamica.

Inoltre, visto che siamo in tema: quando Libero diede la notizia della denuncia della Valent contro l’imam di Segrate, la Valent mi giurò e spergiurò di non avere mai parlato con Libero, ma di averne parlato solo con te e che tu, poi, avevi raccontato la storia a Libero, con cui collaboravi. Questo è vero o fu la Valent a parlare direttamente con Morigi di Libero? Me lo chiedo da un mucchio di tempo. La domanda è pertinente, visto che faccio fatica a capire come si possa essere una “Lega contro la Diffamazione dei Musulmani” e poi usare Libero per farsi pubblicità contro un imam anziché un altro.

2) Leggo:

[…] i rapporti che abbiamo costruito con gli sponsor, soprattutto quelli che danno ai nostri bambini la sensazione di essere normali [di solito le loro merendine hanno la dicitura “aiuti UE” e ogni tanto - grazie alla Coop, alla GS, alla Conad, alla Carrefour, che ringraziamo - possono “esibire” e mangiare merendine come quelle dei loro compagni, sentendosi meno “anormali”.

Ora: una volta - all’epoca in cui io contemplavo questo mondicello pensando che il cinema non era niente, in confronto - la Valent mi spiegò che aveva intenzione di chiedere al Monopolio dello Stato non so quante casse di cartoni di sigarette in dono come genere di conforto per i clandestini appena sbarcati, o qualcosa di simile. Perché: “Così, una parte la mando effettivamente ai clandestini e con l’altra mi assicuro da fumare per un anno.

Be’: avendo poi appreso (all’epoca della Mezzaluna d’Oro del 2007) che la Coop dona effettivamente dei buoni sconto alla IADL, e vedendo citate dalla Valent anche Conad, Carrefour e GS come sponsor, sorge spontanea la domanda: queste imprese si ritrovano a collaborare alla stra-italiana arte di arrangiarsi descrittami a suo tempo dalla Valent sulle sigarette, o hanno effettivamente traccia di dove vanno a finire le donazioni in questione? TUTTE, dico. Perché io ci credo anche, che da qualche parte risulti che ai bimbi di chissà quale asilo siano andate, chessò, cento merendine. Quello che voglio sapere, però, è se le merendine donate erano cento o erano mille. O centomila. Esiste traccia di ciò? I benedetti conti della IADL (che è una ONLUS il cui codice di partita IVA è: 97386810580) esistono, sono pubblici o cosa?

3) Questa domanda l’ho già fatta ma la ripropongo: secondo l’Agenzia delle Entrate del Lazio, la responsabile della IADL risulta essere ancora oggi Donatella Salina, ex presidentessa che a me risulta si sia dimessa alla fine del 2006. Adesso vedo che risulta intestato a lei anche il sito de Il Partigiano, neo-creazione della IADL. Ma la Salina, quindi, si è dimessa dai suoi incarichi oppure no? E, se si è dimessa, come mai l’Agenzia delle Entrate non ne ha notizia? Credo che sia illegale non sostituire la responsabile dimissionaria di una ONLUS o non darne comunicazione ufficiale, ma su queste cose di sicuro c’è chi ne capisce più di me. Sarebbe bello chiarire questo particolare, ad ogni modo.

4) Sempre a proposito di donazioni di generi vari di conforto: si può sapere cosa c’entrano con una Lega contro la Diffamazione degli Islamici?

5) Ovviamente non ho mai fatto parte di nessuna IADL, al contrario di quanto hanno detto oggi da quelle parti, anche perché a me risultava che la IADL fosse una roba più millantata che reale, appunto. Però sto seguendo con interesse la nuova puntata di questo bizzarro serial, con la Valent che accusa Cloro di avere comprato domini web per conto della IADL, appunto, e la Cloro che, sbalordita, risponde che a lei era stato chiesto il favore di comprarne uno chiamato “Muslim Retriever” e che era per Miguel Martinez (e ti pareva) ’sto dominio di cui aveva pure dimenticato l’esistenza. E quindi, ennesima domanda: ma per quale motivo Martinez fa comprare un dominio web chiamato “Muslim Retriever” a terze persone e tramite la Valent, invece di comprarselo direttamente? E cosa diamine è un Muslim Retriever, comunque??

Infine, e sempre a proposito di Cialtroneide: si dice in giro che Miguel Martinez sia stato espulso dal Campo Antimperialista. E’ vero? E si potrebbe sapere perché, visto che del Campo è stato fedele sponsor in rete per anni?

Mi procurerò dei nuovi pop-corn, ché qua non finiscono mai, i colpi di scena.

Il menù della vita

31 May 2008 – 21:23

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Quando ero un’adolescente terribile - ma terribile sul serio, mica per modo di dire - mio padre mi disse, tra il furibondo e il conoscitore di femmine: “Tu, è inutile che posi a nichilista, a gioventù bruciata e a ’ste stronzate. Non mi fai fesso e non mi preoccupi, ché non conosco nessuno desideroso di vivere quanto te. Basta portarti al ristorante, per vederlo: è tutta la vita che ti osservo mentre guardi il menù e ti scervelli e te lo guardi per ore perché, in realtà, vorresti tutto.”

Io sono una tipa felice, di fondo. Credevo di avere smesso di esserlo, tornando in Italia e con tutti i disastri successi in seguito, e invece no. E guarda che lo credevo sul serio, ché non sembrava proprio possibile tornare ad essere come prima.

Io che lo dico a Ivano e a Marzia, nella cucina di casa mia: “Ma io solo due anni fa ero felice. Davvero, ero una persona felice. Non me lo sogno.” Io che torno in Egitto e lo domando a Julia: “Senti, ma io come ero, quando vivevo qui?” E lei: “Mah, eri una tipa felice, piena di vita.” E io: “Ecco, vedi che ricordavo bene?”

E tutta quell’infelicità, poi. A Milano, durante quella terrificante storia sentimentale in cui ricordo me stessa in bici per la circonvallazione che affiancavo i TIR e speravo che mi urtassero e che mi mettessero sotto, ché non vedevo altro modo per uscirne. E poi tutto quel peggio che non finiva mai e non sapevi più da che parte acchiapparti, ché non c’era millimetro di te che ne venisse risparmiato, da quello che succedeva. E chiedere a Marzia: “Ma finirà? E come ne uscirò?” E lei: “Non lo so. Ne uscirai inaridita, ma ne uscirai”. Ed io che mi immagino inaridita e penso a una vita intera da vivere così, inaridita, e penso che allora voglio morire e non c’era mattina che mi svegliassi senza pensare che, guarda, volevo proprio morire.

E poi no. Poi credo che ci sia stato un periodo in cui non sentivo quasi niente, forse, se non una vaga simpatia per ciò che mi circondava - per Genova - e un sorridere che non arrivava fino a dentro, ma c’era. E sono stata per mesi in una specie di limbo in cui non sapevo quante energie mi rimanessero, e quanto fossi capace di rimettermi al centro della mia attenzione e di prendermi cura di me. Non ero certa che fosse possibile.

La svolta vera è arrivata a Gennaio, quando sono andata a fare “toc-toc” al San Martino e gli ho detto che volevo mettermi a dieta, che ero un disastro da rieducare e che mi servivano istruzioni. E mi capirono perfettamente, mi dissero cosa fare e poi mi dissero di prendere l’appuntamento successivo tramite l’ASL e io li guardai atterrita e mi venne fuori un: “No, però non abbandonatemi!” Ecco: capiscono tutto, là. Sono di una bravura da fare spavento, eppure mi hanno solo insegnato a mangiare più verdura e a camminare di più. Hai detto niente…

Poi arrivò lo scienziato nella mia vita e lì mi feci proprio il collaudo, un pezzo alla volta: sì, sono ancora capace di farmelo piacere, un uomo, e di fare casini inutili, metterci un po’ di dramma, far volare lenzuola e pure innamorarmi il giusto. Funziona tutto. Collaudo riuscito. Poi è finita, con lo scienziato, ma a modo suo è stato importante. E sennò come facevo a saperlo, che era tutto a posto?

E poi mi sono accorta che ero tornata ad essere felice. A un certo punto ho cominiciato a dire a Marzia che stavo tornando del mio umore vero, che cominciavo a sentirmi come “prima”. Prima che lei mi conoscesse, molto prima di arrivare a Genova, prima di lasciare l’Egitto. Mi svegliavo di nuovo col friccicorìo nel petto, la mattina, e con la risata a fior di pelle, la voglia di stare non bene ma benissimo, il piacere di stare al mondo e le cose belle che sono lì per te, il mondo che ti è amico. Fine della convalescenza, è tutto a posto. Incredibile.

E poi mi arriva come fiocco di panna finale sulla torta il trasferimento definitivo a Genova. Ed io che passo tre giorni a stringermi la mano colma di ammirazione per me stessa, per il mio angelo custode e per il Fato benigno, e mi dico che sono bravissima - che dico, stra-brava - e che, non si sa come, le cose importanti le ho beccate e mi assaporo i palazzi del ‘400 e i miei vicoli, il mare e la luce di Genova, il mondicello che ho qui e le osterie e le chiacchiere e questa dimensione che mi è così congeniale, questa città spigolosa il giusto per non chiedermi di scusarmi per la mia, di spigolosità, e amichevole di fondo come me, oltre gli spigoli. Felice, e grata a ’sto posto e al colpo di culo galattico che me lo ha fatto trovare, e alle cose che più lisce non potevano filare, davvero.

Tre giorni così.

Al quarto giorno, esce un concorso in Spagna con un’opportunità di lavoro che non c’entra un beato cavolo con Genova e con tutto ciò di cui ho parlato fino ad ora. Mi viene comunicato con un sms dall’Africa: “Prepara i documenti, è uscito il concorso”.

E adesso sono qui, sommersa dalle carte da ricostruire, dai documenti da tradurre, dal labirinto burocratico in cui annego e mi devo districare e mi prende la paralisi e io le odio con tutte le mie forze, ’ste cose, ma ho 5 giorni di tempo per fare tutto e lo devo fare, lo farò e non ci sono per nessuno fino a che non ho finito.

Di fare ’sta cosa che non c’entra un cavolo ma che, uff, una ci prova, e un pochetto sta già sognando, ché comunque vada c’è il friccicorìo pure a sognare e perché dovrebbe perderselo, una?

Ed è di nuovo il menù di quando ero piccola, quello che mi ricordava mio padre: tutte quelle cose buone da mangiare, e sapere che il pasto è uno solo e bisogna scegliere, ma tu vorresti tutto.

Una vita sola è troppo poco, non è possibile. Non ce la faccio. Devo averne almeno un’altra. Altre due. Altre quindici. Perché sono talmente tante, le cose, ed è talmente ricco, ’sto menù, che l’unica è viversi una vita all’anno, o ogni due o tre anni, ché altrimenti è troppo, quello che ti perdi.

E quindi una ci prova.

Compatibilmente col suo caos, la sua disorganizzazione e la sua incapacità strutturale di districarsi fra le carte, una deve - proprio deve - affrontare ’st’incombenza e vedere cosa succede. E magari quest’anno non succede niente ma tu intanto hai già tutte le carte a posto e hai capito come si fa, e l’anno prossimo ci ritenti e poi chissà.

Il punto è mantenerlo aperto, ’sto menù pieno di roba, ché ognuna sa volersi bene come può, e il mio modo di volermi bene deve essere questo, e a 46 anni ce l’ho nelle mie mani, la mia felicità, ed è tutta roba mia. Mi sa che è il senso di libertà, il responsabile del friccicorìo.

Vado a fare un giro. Poi risalgo a tradurre, sì.