
Sto leggendo, con piacere quasi fisico, Lo schiavo del manoscritto di Amitav Ghosh, scrittore e antropologo che ha dedicato una decina d’anni alla ricerca sul campo in un villaggio egiziano.
Lui è indiano, e descrive gli sforzi sinceri e benintenzionati dei contadini egiziani per ‘civilizzarlo’.
(“Ma davvero adorate le vacche, nel tuo paese? Davvero bruciate i morti? Ma tu devi spiegarlo, quando torni, che è sbagliatissimo….! Non è che, per caso, adorate anche il fuoco…??”)
– Vuoi dire, – disse con stupore crescente, – che nel tuo paese ci sono persone non circoncise?
In arabo la parola “circonciso” deriva da una radice che significa “purificare”: dire di qualcuno che non è circonciso equivale all’incirca a definirlo impuro.
– Sì, – risposi, – sì, nel mio paese molte persone sono impure -. Non avevo alternative, la lingua mi intrappolava.
– Ma naturalmente tu…. – non riuscì a concludere la frase.
– No, – dissi. Ero rosso per l’imbarazzo e avevo la gola secca. – No. Io no.
Rimase a bocca aperta e i suoi occhi sbalorditi corsero alla patta dei miei pantaloni. Per un attimo mi guardò con incredula curiosità e poi, con uno sforzo, disse: – E quando vai dal barbiere non ti fai depilare le ascelle come facciamo noi?
– No, – dissi, – e voi perchè lo fate?
– E’ l’usanza egiziana, – disse, – radiamo tutto il pelo del nostro corpo.
Si sporse in avanti, accigliato. – E allora dimmi, – disse indicando il mio pube con un dito, – non ti radi nemmeno lì?
– No.
– Ma allora, – gridò, – i peli non diventano sempre più lunghi finchè….
Involontariamente abbassò gli occhi e sbirciò le mie caviglie. Sono tuttora convinto che era sicuro di veder spuntare dai miei pantaloni le estremità di due lunghe trecce ricciute.
