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Finita la pausa post-esami e finito l’Eid-al-Adha, la qui presente prof infila pigiama e spazzolino in una borsa e, armata di fotocopie e lezioni preparate, parte fiduciosa per l’Alto Egitto.

Alle 6,30 del mattino, davanti alla biglietteria della stazione di Giza c’è poca gente prima di me.
L’impiegato, approfittando di una pausa tra una stampa e l’altra, urla: “Duktora!” e mi fa segno di sganciargli tesserino e soldi, che mi fa il biglietto al volo.
Cioè, voglio dire: Giza non è Ariano Irpino, è la seconda stazione del Cairo. Tipo Lambrate, per intenderci.
Come fa questo qui, che giurerei di non avere mai visto, a sapere cosa faccio e dove vado??
Comunque, adesso siamo in due a sapere che ho ripreso le lezioni. Il bigliettaio ed io.

Arrivo in Alto Egitto solo per scoprire che continuiamo ad essere in due, e il resto del mondo non lo immagina, lo ignora e, soprattutto, non lo vuole sapere.
In facoltà risuonano solo i passi malinconici dei professori assunti quest’anno.
Tutti gli altri si sono ben guardati dal venire, e apprendo che è consuetudine, da noi, che gli studenti si prendano una settimana di vacanze dopo le vacanze.
Per riprendersi dalle vacanze.

Niente studenti, niente lezioni, e torno alla stazione intenzionata a salire su un fantomatico treno delle 13,30 per il Cairo che, me l’hanno giurato, esiste.
In biglietteria negano, ma ormai ho imparato che non bisogna credergli.
Sventolo il tesserino dell’università, insisto, starnazzo, affronto tre sportelli e ottengo un biglietto scritto a mano.
Alle 13,30 non arriva nessun treno, alle 14,05 ne arrivano due.
Panico mio e del collega: su quale saliamo?
Uno va a destra, l’altra a sinistra, torniamo al centro, ci consultiamo su quale dei due è più vuoto, chiediamo lumi nel nostro improbabilissimo arabo, non capiamo e non veniamo capiti, cerchiamo di capire quale treno è più bello e, quindi, più veloce, ed entrambi i treni ripartono.
Il destino ha scelto per noi, e saltiamo su quello che è ripartito più lentamente.
(Qui in Egitto, i treni arrivano e ripartono con gli sportelli aperti e gli atletici egiziani sanno saltare giù o su al volo. Noi, più modestamente, ci aggrappiamo e caracolliamo dentro.)
Il bigliettaio, poi, ci dirà che siamo saltati sul treno sbagliato ma che, per questa volta, ci perdona.

Arrivata al Cairo, monto su un taxi senza ricordarmi che non ho spiccioli. Errore clamoroso e, quando me ne accorgo, ho solo la forza di gemere.
Sotto casa, la trattativa: “Hai 5 LE? Se tu mi dai 5 LE, io te ne do 10”.
“No, non le ho.”
“Sì, le hai. Altrimenti andiamo a cambiare.”
“Ok, dammi i 10 LE.”
“No, dammi prima tu i 5 LE.”
“Ecco i 5 LE.”
“Questo è 1 LE. Questi sono 2. Dai, non fare così. Caccia fuori i LE. 3 LE. Ne mancano 2. No, non ti pago se non mi dai i 5 LE”.
Un quarto d’ora dopo, riesco a entrare a casa.

Il tempo di togliere il pigiama dallo zaino e mettermelo, e suonano alla porta.
“Buongiorno, sono l’uomo della spazzatura.”
Premessa: l’uomo della spazzatura è un signore a cui devi dare 10 LE al mese. Solo che, questo mese, da me ne sono già venuti due, ed entrambi hanno voluto 10 LE. Questo è il terzo.
Dichiara di essere il figlio dell’uomo della spazzatura e vuole per forza darmi una borsa contenente 200 sacchetti che, dice, mi dureranno fino a Luglio.
Faccio per prenderli, e mi informa che dovrei anche pagarlo fino a Luglio, a 20 LE al mese.
Fanno 120 LE.
Lo mando a cagare. Giustamente.
Oggi, l’Egitto mi ha discretamente affaticato.
Credo che, in segno di protesta, mi farò della pasta al sugo.

Sul treno, il collega mi ha raccontato la storia del palazzo caduto a Madinit Nasr: pare che il palazzo fosse stato costruito per reggere sei piani, e che ne avessero aggiunti abusivamente altri sei.
E’ scoppiato l’incendio e hanno chiamati i pompieri. Solo che, i pompieri, ci hanno messo un secolo ad arrivare e, intanto, il pianterreno aveva continuato a bruciare.
Quando sono finalmente arrivati, hanno pensato bene di rovesciare tonnellate di acqua su questo povero pianterreno che, bruciacchiato e poi ridotto a una spugna, è giustamente crollato.
Il collega me lo raccontava ridendo come un matto.
“Ma dai, ma cosa hai da ridere??”, gli ho detto io.
“E’ che io abito al 30esimo piano.”