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E’ successo un paio di mesi fa, ma chi ha voglia di scrivere cose di oggi?

Scopro, insomma, che da qualche parte vicino alla mia cittadina in Alto Egitto c’è un pittore, ed è pure bravo.
L’IIC ha intenzione di dedicargli una mostra e, insomma, vale la pena andare a vedere i suoi lavori.
Avendo una casa le cui pareti imbiancate di fresco sono decorate solo dai gechi, il qui presente blog calcola, astutissimo, che il pittore bravo va visitato prima della mostra all’IIC e dei relativi ritocchi ai prezzi dei quadri.
Accompagnata dalla fida collega, ferma un taxi, dà delle vaghe indicazioni (“dall’altra parte del Nilo, dove c’è il cimitero mamelucco, non so come si chiama il paese ma c’è un pittore bravo.”) e parte.

Costeggiare il Nilo attraverso la campagna risveglia il turista che è in chiunque. “Uh, guarda che bello! Oh, ma che albero è quello? Oh, ma cosa pazzesca che è il Nilo! Uh, ma quanti aironi! Uh, che tramonto improvviso!” (Ecco, parlo di tramonti così faccio contenti i neoconi.)
Tramonto?
La collega mi guarda e mi fa: “Cazzo. E’ sera e noi ci stiamo inoltrando, da sole, in mezzo alla campagna di XXXX, Egitto centrale pieno di faide e chiuso al turismo. Se lo sa la polizia dell’albergone, che siamo qui senza scorta, ci ammazza!”
Io guardo la giovin collega, penso: “Oddio, è vero!”, ne osservo le maniche corte della camicia, deglutisco e dichiaro: “Vabbe’, non stiamo a preoccuparci.”
Il taxi si inoltra. E si inoltra. E si inoltra. Siamo chissà dove, in mezzo a una strada sterrata che non finisce più e il Nilo è diventato una macchia nera. Della nostra cittadina, neanche più le luci in lontananza, e da un bel pezzo.
Mi raccomando al Dio della Mia Fiducia per l’Egitto, dico due cazzate sdrammatizzanti con la collega e, dopo un po’, cominciamo ad attraversare dei paesini, se così si possono chiamare.
Quattro casupole in mezzo ai campi, bufali a spasso, asini grigi ovunque e tutta la popolazione che accorre a guardare il taxi: siamo un’attrazione e, mentre il taxista chiede informazioni sul paesello del pittore, tutte le facce guardano ‘ste due tizie che devono sembrare due marziane, in quei luoghi e a quell’ora.
Le maniche corte della collega sembrano illuminate al neon: non si riesce ad immaginare nulla di meno adatto all’ambiente, con tutta la buona volontà.

“Cazzo. Qui sono conservatori forte. Qui è dove sparavano, no? Fai la faccia più rispettabile che puoi. Qui, se non ci fanno a fette loro, ci faranno a fette quando torneremo in città, se lo scoprono.”
“Senti, eventualmente io sono tua madre.”
“E mi hai avuto a 14 anni?”
“Sì.”

E’ tutto un consultarsi, tra i turbanti e le giallabiya della campagna, e proseguiamo all’infinito. Sempre dritto, sì.
E, alla fine, becchiamo il paese giusto e tutti conoscono il pittore, ci indicano un dedalo di viuzze, ci inoltriamo sempre più preoccupate, non abbiamo la più pallida idea di dove siamo e, infine, i ragazzini che ci precedono a piedi ci indicano, trionfanti, un cartello appeso a una casetta di mattoni: “Hassan El Shark, Painter.”
E ci tocca scendere dalla macchina.
La colleghina si mette la mia sciarpa sulla camicetta peccaminosa e io, in piena botta di istinto materno, le piazzo il braccio attorno alle spalle e me la trascino dentro la casa del pittore praticamente abbracciandola.
E dentro, meraviglia!
L’atelier è povero ma il pittore sa quello che fa. Ciottoli lucidissimi sparsi per il pavimento, scala di ferro battuto a collegare i due piani, luci belle, pareti piene di quadri, cuscini ricamati per sedersi e noi due incantate.
Una cascata di colori, i suoi quadri, e l’artista gentilissimo che ce li spiega uno per uno e ci indica i simboli magici, le scene quotidiane, la vita nei campi vista attraverso i suoi occhi.
Le mille donne che ha dipinto, la fertilità, un erotismo innocentissimo che spunta dove meno te lo aspetteresti e, guidate da lui, riconosciamo tutta la campagna buia che abbiamo attraversato e scopriamo che è il posto più vivo del mondo, e pieno di sognatori.
E poi sbuca, che non te lo aspetteresti mai, un ritratto di un Arafat di 30 anni, con gli occhiali da sole. Guardo El Shark e lui sorride. “No, questo non è in vendita”.

Ci offre il tè di prammatica, facciamo la nostra brava conversazione seduti sui cuscinoni a terra, ci tira fuori ritagli di giornali in cui si parla di lui e sono giornali di Bogotà, e tedeschi, francesi, inglesi…
Lui venne scoperto un bel po’ di anni fa da un tedesco di passaggio.
Il tedesco corse ad avvisare il mondo che, sperduto nella campagna, c’era questo giovanotto bravissimo, e i suoi lavori cominciarono a circolare. La nostra università gli offrì una borsa di studio alla facoltà di Belle Arti e, così, studiò.
Mi sembra di ricordare che avrebbe fatto il macellaio, altrimenti. Come suo papà.
E poi è diventato conosciuto e ha viaggiato, e i suoi lavori sono finiti in Colombia, in India, in tutta Europa, in Medio Oriente…
E’ rimasto lì al paesello, tuttavia, e continua a dipingere la vita della sua gente, e il fiume e questa luna enorme che si affaccia da tutti i quadri e che vedo dalla sua finestra.

Gli compro un quadro attenta a non rovinarmi troppo, ché io ragiono in valuta egiziana. Trenta euro, lo pago, ignorando le fitte ai polpastrelli mentre estraggo il portafoglio.
E’ una donna che cerca di prendere la luna, con un portafortuna al collo.
Penso che sono io.

Ci scorta fino al taxi, con mezzo paese dietro, e il taxista tutto contento che si è divertito moltissimo, anche lui ad ascoltare il pittore, ed ha passato una bellissima serata.
L’idea di proteggere la collega, lungo la strada che ci riporta al taxi, non mi passa più nemmeno per la mente.
Ripercorriamo la strada verso la città, attraversiamo di nuovo i paesini di prima e incrociamo bancarelle, animazione, chioschetti in festa e, ormai, avremmo voglia di scendere dal taxi e fermarci a vedere cosa c’è.
Un altro giorno, dai. Ci vestiamo un po’ più serie e torniamo.

“Tu hai bevuto il tè”, mi fa la collega a un certo punto.
“Sì, certo.”
“Ma tu lo sai, con che acqua lo avranno fatto?”
“Eh?”
“….”
“No. Non può essere acqua del Ni….”
“Mi sa di sì. Mica arriverà l’acquedotto, qui.”
Il Nilo, prima di passare di lì, ha già fatto diverse migliaia di chilometri. Deve essere mortale, a berlo.
“Dai, tanto era acqua bollita”.
Ma figurati. Mica l’avranno bollita per 15 minuti, dico io.

Forse è per questo, che ci ho messo un po’ a raccontarla.
Temevo di doverci allegare un bollettino medico.

Invece no, non è successo niente, sto bene. Forse non era acqua del Nilo. Chi lo sa.

Però la donna che vuole prendere la luna è appesa alla mia parete.
C’è lei e ci sono i gechi, e basta.
Siamo tutti qua.