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La curiosa vicenda di cui sono stata involontaria protagonista nei giorni scorsi è stata di spunto, qui e là, per riflessioni che ho trovato interessanti.
Le vie degli spunti, poi, sono infinite e non è necessario che tra una vicenda e le riflessioni che ne conseguono ci sia un filo diretto. In questo caso non c’è, credo, ma il punto non è questo.

Le riflessioni a cui mi riferisco riguardano il rapporto tra un blog e suoi commentatori.
E’ un tema su cui mi interrogo da un po’.

Sono in una situazione un po’ bizzarra, perchè la riflessione parte proprio da un commentatore che ho cacciato via da questo blog – con l’aggravante di non essermene nemmeno pentita – e che compie autentici e gentilissimi salti mortali dialettici, nel suo post, per non dire con chiarezza che pensa che io abbia come minimo un brutto carattere. :)
E viene ripresa, in termini a cui vorrei aggiungere il mio soldino di contributo, da un altro blog che, però, avverte che gli sono antipatica.
Non riesco quindi a scindere del tutto l’aspetto personale da quello più generale, su questo tema,
e forse non è nemmeno il caso che io lo faccia.

Credo che la riflessione sui blog abbia lo stesso limite di quelle sulla scuola: per quanto tu voglia dare al tuo approccio i nobili connotati del discorso teorico, alla fine devi fare i conti con il fatto che, in classe o su un blog, c’è una persona che propone se stessa, oltre e forse prima di ciò di cui parla.
Me lo disse una vecchia prof alla vigilia del mio primo giorno da insegnante: “Ora che ci siamo dette tutto, sappi che, comunque, un prof vende innanzitutto quello che è. La materia passa attraverso la testimonianza del prof che la ‘incarna’. Tu sarai lì tutta intera, con toni, sguardi, modi, limiti e virtù, e non potrai imbrogliare. Che funzioni o no, quindi, alla fine non dipende mica dalla tua volontà.”
Era verissimo. A scuola, il motivo per cui allontaniamo o avviciniamo un interlocutore anzichè un altro, sta semplicemente in ciò che siamo. E ciò che siamo ci rende più o meno bravi in un certo metodo o in certo approccio.

Su un blog – dove, pure, c’è uno che parla e qualcuno che ascolta – succede la stessa cosa, pur considerando tutte le ovvie differenze tra una situazione e l’altra.
Non posso non avere un approccio introspettivo alla questione, quindi, e forse non è nemmeno un caso che io non raccolga molti fan tra i sostenitori del ‘blog aperto’ in cui un pacato padrone di casa mantiene aperta la conversazione facendo sentire tutti a proprio agio.

Non sono d’accordo con Gattostanco, quando dice:

Una delle migliori componenti dei commenti è proprio il fatto di essere scritti, consentendo a chi li legge di impiegare un secondo per considerare ciò che viene espresso, superando il confine della loro forma. Non penso sia sempre facile o sempre dovuto, ma si può fare, volendolo.

Credo che dipenda dalla velocità della propria scrittura e dal rapporto che si ha con essa: io, se penso prima di scrivere, non scrivo più.
Nove post o commenti su dieci, li inizio senza avere la più pallida idea di ciò che ho intenzione di dire. La forma scritta mi serve proprio a trasformare il magma delle percezioni in pensieri e il mio obiettivo finisce lì.
Se lo raggiungo prima di scrivere, cosa scrivo a fare? Mica voglio fare i comizi…
Il passo successivo, quello della comunicazione, è qualcosa in cui sono più spettatrice – a volte contenta, altre per niente – che attrice.

Da questo punto di vista, la forma è tutto fuorchè un confine. E’ l’essenza, la sostanza del messaggio.
E’ il mio strumento per pensare e la mia guida per capire ciò che leggo. Capirlo nella sua interezza, voglio dire.
Se “ne superi i confini” scegli di rapportarti a solo una parte del messaggio o a un messaggio diverso, non a ciò che hai sotto gli occhi.
Non riesco proprio a capire perchè uno dovrebbe farlo. Lo dico davvero, senza ironia.
Se l’intento dei blog fosse solo quello di scambiarsi informazioni puntando all’asetticità, tanto varrebbe comprarsi un’enciclopedia, dico io.
Io leggo soprattutto la forma, quindi, e rispondo soprattutto a quella.
Non perchè lo decida, ma perchè altrimenti non avrei un blog. Andrei più spesso in biblioteca, piuttosto.

Sono aperti i blog delle persone aperte, sono chiusi quelli delle persone chiuse.” ?
Ma no, perchè?

Queste sono pagelle personali che sottintendono che ci sia un modo migliore o peggiore di essere e di tenere un blog.
Totalitarismo democratico. :)

Uno può usare un blog come spazio di introversione senza che ciò voglia dire che è “una persona chiusa”
Il mio blog non è particolarmente aperto, in fin dei conti, e lo diventerà sempre meno in futuro, temo.
Ma perchè io sono impaziente, impulsiva, sbrigativa, polemica e pure dispersiva.
Che c’entra l’essere chiusi?
Se una come me non lo chiude un attimo, il suo blog, tra un anno si ritrova ad avere scritto le stesse cose 8.888 volte. E ad essere capace di scriverle una volta di più se riescono a farla arrabbiare abbastanza, cosa peraltro non difficilissima.
E, quando ti ripeti, non cresci. Ti impoverisci. Ti svuoti.

Il burn-out internettiano è il rischio più grosso che corriamo tutti, qui sopra.
L’unico modo per salvarsene è decidere che il filo dei propri pensieri deve prevalere rispetto all’ascolto di quelli degli altri. E questo vuol dire fare silenzio, quando ti accorgi che è il caso, e pensare alle tue parole e basta, se scrivere ti piace.
La tendenza, fino ad ora, è stata chat-forum-blog.
Sempre meno comunicazione, quindi, e sempre più espressione di sé.
Non perchè la gente sia chiusa, ma perchè dubito che esista un altro modo per salvare il piacere dello scrivere.
Per me non è un periodo, questo: io vorrei scribacchiare le mie cazzate fino a 99 anni, se è possibile. E un minimo di feedback mi serve, per questo non tengo un diario.
Un minimo di feedback, non un forum di discussione.

Dialogare non è scrivere.
Cambia proprio l’obiettivo.
Il padrone di casa che mantiene viva la conversazione facendo sentire a proprio agio gli ospiti, si aspetta pure che, prima o poi, gli ospiti se ne tornino a casa.
Su internet, questo desiderio è l’anticamera del burn-out.

Non voglio che mi succeda perchè battere i tasti e vedere comparire le parole, tutte belle ordinate, sul mio schermo, è forse una delle cose che più mi piace fare al mondo.
E la voglio proteggere, questa mia gioia di farlo. A che serve un blog, se non a renderci felici di scriverlo?

Io me li voglio tenere, i miei commenti, e li sogno tranquilli e piacevoli, funzionali al blog.
Mica è un reato, dico io, avere dei desideri.

Credi che se avessi voglia di litigare, chessò, su Israele, non verrei sul tuo blog, o Commentatore Ferox?
Ci so arrivare, sai?
Mica mi perdo, per le vie della rete.
E perchè, invece, non ci vengo? Chieditelo, dai.
Chieditelo prima di scrivere il commento, magari.

O, se vuoi, te lo dico io: perchè scrivo su internet da cinque anni.
Mettiti una mano sulla coscienza, adesso: tu credi davvero di avere un argomento che io, in cinque anni, non abbia mai sentito e a cui non abbia già risposto, mettendoci dentro tutti gli argomenti di cui dispongo?

Ecco: se lo pensi, ti prego, scrivilo.
Scoprirai che so essere apertissima, di colpo.
Altrimenti, te ne prego, mollami.
Perchè mi fai passare la voglia di scrivere e mi togli una gioia.
Mi fai in qualche modo violenza, credimi.
E poi va a finire che sembro io, quella violenta, e solo perchè non ce la faccio più, a spiegarmi, e soprattutto non ero qui per farlo.

(Poi, certo, una è impaziente, impulsiva, incazzosa. Tendo a pensare che, se io fossi paziente, riflessiva e quieta, in questo momento sarei a Milano e non avrei un blog.)

Nel mio blog, l’ombelico ha un ruolo importante.
Lo considero una parte del corpo molto nobile: è un angolo di pelle particolarmente sensibile.
Forse è il mio principale strumento di percezione, l’ombelico. Tutto ciò che mi arriva dal mondo passa di lì.
Agli altri non succede?
Voi con cosa vi rapportate al mondo?
Con la testa? Con gli occhi?
Beati voi. Bravi.

No, io no.
Il mio ombelico mi manda dei messaggi ed io, poi, cerco le parole per decodificarli.
Qui.

(Forse questa è la FAQ che tanto cercavo, da qualche tempo a questa parte.)