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Chiariamoci: io, per vacanza, intendo una cosa in cui tu stai sdraiata su cuscini beduini bevendo, se possibile, solo acqua fresca e leggendoti tutti i libri che non sei riuscita a leggere durante l’anno, o, in alternativa, fai ciaf ciaf in un mare assolutamente incontaminato guardando pesci e coralli senza disturbare.
Questo vuol dire che la mia vacanza ideale è quella dove non c’è nulla che non sia il mare, appunto, e il cielo stellato sopra di me, come si suol dire.
Quando dico nulla, intendo proprio dire nulla.
Che poi è un nulla solo apparente: è incredibile la quantità di cose che ci sono dove non c’è nulla.

Premettendo questo, Basata mi è sembrata il paradiso in terra.

E’ una spiaggia incontaminata e sabbiosa, cosa insolita in quella distesa di reef spigoloso che è spesso la costa del Sinai, con un gruppetto di capanne di bambù tirate su davanti al mare e, dietro, alcuni chalet molto belli e costruiti di recente.
Io mi sono diretta senza esitare verso le capanne di bambù, e qui torniamo a ciò che io intendo per mare: io voglio avere la sabbia sotto di me, il cielo sopra di me e il mare a esattamente un metro dal mio risveglio. Un metro, massimo due: lo chalet è a venti metri e per me sono già troppi, abbastanza da instillare una goccia di impercettibile infelicità nella mia giornata che si apre dovendo fare dei passi in più che rompono la continuità perfetta tra il risveglio e il primo bagno in mare.

Io avevo una capanna a due stanze, di cui questa è la prima:

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E con la sua terrazza per poltrire di giorno quando persino la capannona comune mi pareva troppo mondana o per dormire di notte se dentro avevo caldo:

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La luce? Ottime candele. Il bagno e la doccia? Ce ne sono due comuni, ai due lati della spiaggia, e sono bellissimi e puliti che luccicano: credo che Basata sia il posto più pulito dell’intero Egitto. Il più immacolato che io abbia visto, comunque, trattato con amore, attenzione e consapevolezza assoluti.
Credo che il segreto di questo posto sia proprio qui: chi lo gestisce (un ingegnere egiziano e la sua bravissima moglie tedesca) ama e protegge la dimensione primitiva e il ritmo beduino del primo turismo nel Sinai, quello dove eri tu e una capanna, appunto, ma lo fa con assoluta consapevolezza e, spenderò il termine, professionalità.
Strumenti culturali odierni in difesa di un ecosistema e di una cultura eterni. Ma su questo torno dopo.
Ora racconto come funziona.

Tu arrivi lì e ti accoglie questa giovane fanciulla egiziana dall’inglese perfetto (si è appena laureata in ingegneria all’American University del Cairo) che ti dà delle istruzioni un tanto militaresche: “Allora, questa è la cucina: l’unica differenza tra questa e quella di casa tua è che, qui, tu prendi quello che vuoi a qualsiasi ora del giorno e della notte e poi lo segni su quei fogli lì.”

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“Quando hai finito di cucinare, lì c’è il lavello per i piatti: questo è il rubinetto per l’acqua salata, questo è il lavello per risciacquare con acqua dolce: qui l’acqua è importante. Lì c’è la panetteria dove facciamo il pane e le pizzette. Tu prendi e segni sui foglietti. Mi raccomando, niente droga, niente alcool nella capanna comune, niente topless, niente bottomless, se hai un partner non essere overly romantic in pubblico…” Io, a questo punto, la sto già guardando un po’ stranita, mentre cerco di immaginarmi bottomless che mi drogo mentre abbraccio i vicini di spiaggia.

Poi la sensazione militaresca si dissolve: il Sinai è il regno dello starsene in pace a farsi gli affari propri, e Basata ne tiene alta la bandiera. E mi ritrovo in paradiso.
Ti svegli la mattina e, per lavarti la faccia, caracolli direttamente in mare. Fondali come quelli della Laguna a Dahab: sabbia che – incredibile, nel Sinai – puoi entrare in acqua scalza (magari senza camminare troppo, oso consigliare, ché il pesce pietra è uno stronzo e si imbosca) e poi, qualche bracciata più in là, ci sono i cespuglioni di corallo con tutti pesci del mondo e di tutti i colori e le dimensioni. Spettacolare.
Poi vai alla capannona comune e ti fai il tè.

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C’è il pane caldo, la mattina presto. Ci sono i meloni, i succhi in frigo, la marmellata di mango e di datteri, niente burro.
C’è una tonnellata di vita sana, se la vuoi. E, se non la vuoi, ti vai a comprare il burro e la Nutella in paese (25 chilometri, ma c’è il taxi a disposizione) e te la metti in frigo col tuo nome scritto sopra.
Afferri una bottiglia di acqua minerale e ti vai a lavare i denti con quella: se lo faccio io, che sono in Egitto da un anno, sarà meglio che lo facciate anche voi, che avete gli anticorpi tenerelli dell’Italia.
E poi ti godi le cose essenziali della vita: un bel libro, i tuoi pensieri, il dormiveglia tra la sabbia e il sole, la partita di pallavolo se proprio non sai stare fermo. C’è una rete. E il mare. E poi mare e poi ancora mare, e vorrei ricordare che il Mar Rosso è il più bello del mondo, dicono. Con una maschera e un boccaglio sei al cinema, o direttamente in un acquario.

Io mi sono ingegnata per non avere troppi piatti da lavare: a pranzo, pizzette o tonno e pomodori, cose da non cucinare.
La sera fanno da mangiare loro, se vuoi, e si mangia tutti assieme e, in questo modo, si fa amicizia: turisti solitari o in coppia, piccoli gruppi di amici. Tedeschi, americani di origine araba alla riscoperta delle radici, giovani cairoti di buona famiglia e buoni studi, canadesi, giordani… gente interessante, c’è. Del resto, un posto così attira per forza la gente che, a me, pare interessante.
Poi è un posto privo di chiavi: la capanna ha, come porta, una bella tenda beduina che sposti con la mano. Tutta Basata si fonda su una parità di intenti tra chi la gestisce e chi ci va. Del resto, tu ti segni le tue consumazioni sul foglietto ed è implicito che non imbroglierai. E questo è esattamente il Sinai che io ho sempre conosciuto e che non vorrei che cambiasse mai.

Il fatto che non ci siano israeliani previene un sacco di tensione, credo: parlavo con un giornalista TV tedesco e con un informatico canadese e gli ho chiesto: “E dai vicini del piano di sopra, siete andati?” E loro: “No. Io non ci vado più. Non darò i miei soldi a Israele.” E io, dopo un po’: “Voi lo sapete che, in Italia, le cose che state dicendo voi non si possono dire? Passi immediatamente per antisemita.”
Mi guardano un po’ straniti, poi si illuminano: “Oh, certo, l’Italia! Sì, abbiamo saputo della Fallaci, sappiamo di Berlusconi. No, in Germania – in Canada – la differenza tra ebraismo e sionismo è ben chiara, sai?”
“Oh”, sospiro.

Non l’ho chiesto direttamente al boss, come è andata che ha chiuso la struttura agli israeliani, ma da quello che ho sentito l’ha deciso all’epoca di Jenin, come ho detto l’altra volta: ha concluso che non ne poteva più e che non li voleva più. E pare che scatenasse pure un sacco di liti, la loro presenza, e non mi stupisce. Il livello di informazione di chi arriva in un posto come Basata è alto. Se questo vuol dire vedere finalmente i palestinesi della diaspora, poi, ben venga: con gli israeliani, puoi parlare in ogni posto del Sinai. I palestinesi, io li ho visti e ci ho parlato solo lì e non credo sia un caso.

Hanno fatto anche una scuola, a Basata: è una succursale della scuola legalmente riconosciuta fondata a Dahab per i figli della miriade di coppie egiziano-europea che vivono lì, e ci vanno i due figli dei boss e alcune ragazze beduine: questo è un particolare interessante, faccio notare. Queste bimbe beduine imparano, oltre alle materie curricolari egiziane (arabo, scienze, mate, religione etc.) anche un perfetto inglese e tedesco e, comunque, una cultura che non è la loro ma con cui convivono.
“Non ha controindicazioni che queste bimbe crescano, comunque, diverse dagli altri bimbi della loro comunità?”
“Ne abbiamo parlato a lungo con le famiglie del loro villaggio e loro hanno scelto che così fosse: noi spieghiamo che la loro cultura è semplicemente diversa e che loro ne devono essere fiere, è la loro. Ma, imparando a capire bene la nostra, saranno in grado di parlare e, anche, di tutelare efficacemente le proprie ragioni, da grandi. Vogliamo che siano un ponte tra i due mondi. L’obiettivo è questo, inshallah.”
Sono arrivata lì alla vigilia della festa di fine anno: c’era questa maestra americana (è la maestra di inglese e scienze, ho appreso dopo) con la chitarra e si è portata le ragazzine in riva al mare. Lei suonava e le bambine facevano le prove di un balletto ed erano bellissime, testoline bionde tedesche e testoline nere beduine che si agitavano tutte assieme e braccia su, braccia giù, sculettamento generale e girotondo ed io volevo applaudire ma sono timida.
Ho solo pateticamente tentato di fotografare ma la mia webcam, a due metri di distanza, si confonde con l’infinito:

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Il giorno dopo, sono passata davanti alla scuola e ho visto la festa: il balletto delle bambine come saggio per i genitori, canzoni e applausi dei presenti.
Una bella cosa. Bella davvero.
Pagherei, per insegnare anche solo un mese in un’iniziativa così. E’ una vita, che mi piacerebbe farlo, e mannaggia alle mie lingue latine, completamente surclassate dallo spirito d’iniziativa delle anglo e delle crucche espatriate.
Vabbe’: quando la gente è brava, glielo riconosci. Questi/e sono bravi, e non ce n’è.

Hanno fatto un mare di cose, quelli di Basata: stanno montando un altro eco-lodge a Santa Caterina ed ho letto gli studi, le relazioni e le statistiche messe a disposizione di chi le voleva leggere. Ho chiesto se li avevano anche in rete, ché li volevo linkare: Sheriff, il boss, mi ha spiegato che il loro sito è ancora mezzo vuoto. Ci sono solo delle foto, per il momento. Prima o poi lo faranno, suppongo.

Allora: per una come me, Basata è il paradiso in terra.
Ovviamente, se uno vuole essere servito e riverito, andare a ballare, rompere i coglioni e schiamazzare o trovare l’Europa in mezzo al deserto è meglio che lasci perdere. Non è il posto giusto, decisamente.
Altrimenti, con la titubanza di chi non li vorrebbe pubblicizzare troppo, i paradisi, oso consigliarla. Con cautela e con calma, ripeto, ché il posto è piccolo ed io, gli italiani al mare, li temo che mi vengono i capelli bianchi solo a immaginarli, sapendo di cosa sono capaci.
Spero che Sheriff abbia comunque qualche cammello feroce da sguinzagliare contro chiunque arrivi lì “con le scarpe”, per dirla in qualche modo.
A prescindere, non è un posto che consiglierei ai neoconi: si sentirebbero soli e il cuore mi si spezza al pensiero. Andate a Sharm, dai.

(Gli chalet bellissimi, dicevo: ci sono, sono una figata e hanno i loro bellissimi bagno e doccia privati, ovviamente, e pure l’elettricità, il terrazzo, le imposte a mashrabiyya e le bouganville. Costano 40 euro a notte e li valgono. Occhio, però: questa è una struttura ecologica e l’aria condizionata non c’è. C’è un ventilatore, e non so se basta. Secondo me, d’estate fa caldino, lì dentro. Vuoi mettere il venticello che ti rinfresca passando tra le canne di bambù? Ah: e nemmeno una zanzara. Neanche una.)