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Una delle prime cose che ho capito, quando ho cominciato a mettere su casa mia, è che in Egitto i raccoglitori per documenti stanno in piedi da soli.
Non esiste, qui, la parte di dietro in cui li infiliamo noi (vedi foto, ché non mi so spiegare).

Al principio credevo che mi volessero vendere raccoglitori a cui mancava un pezzo.
Poi ho ipotizzato che i due pezzi si vendessero separatamente, magari anche in negozi diversi.
Infine ho capito che no, era inutile continuare a cercare: i raccoglitori stanno in piedi da soli, e anche benissimo.

In Egitto, le cose inutili sono abbastanza difficili da trovare.
Non parlo del voluttuario: gli egiziani e la voluttà vanno d’accordissimo e, volendo, anche al Cairo si possono buttare via i quattrini con lo stesso piacere con cui lo si fa in Europa.
Parlo delle stupidate di cui ci si accorge di avere bisogno solo quando le si vede, anche se mai prima di allora ne avevi avvertito la mancanza.
Gli oggettini per la cucina, per esempio, o per l’ufficio: in Italia, se andavo al Fiordaliso a comprare due tazze, poi tornavo a casa pure con un cava-noccioli di pesca, un affetta-meloni, la vaschetta per fare il ghiaccio a forma di margherita e l’amara consapevolezza di non potermi permettere la piastra speciale per le crêpes.
Qui vai a comprare due tazze e torni con due tazze, più un senso di vago disagio, come se ti mancasse qualcosa: ti manca il senso di colpa di chi ha comprato un affetta-meloni sapendo benissimo che non lo userà mai.
Ti senti un po’ come hai sempre saputo che dovresti essere, solo che lo sei per forza di cose ed è strano.

Una filosofeggia: “Come è possibile che, da noi, ci sia gente che si compra la Vaporiera, quando basta mettere lo scolapasta in una pentola con un filo d’acqua, coprire col coperchio e voilà la vaporiera??” E si sente astutissima, ovvio.
Oppure vive nell’incertezza: “Esisteranno i porta-biglietti da visita, in Egitto?” Esistono, sì. Meno male.

Poi ci sono le cose che ti mancano perchè, ormai, davvero non puoi più vivere senza: la carta da forno, per esempio. Qui, solo pellicola trasparente e carta argentata. Altro, non c’è.
Oppure il coso per lavare l’insalata che sopra ha la manovella e tu giri e l’insalata si asciuga. Quello è utile, maledizione. No, non c’è.

In compenso, ci sono cose che da noi non ci sono: oggi giravo tra i costumi da bagno da donna e c’era la sezione pudibonda, con camiciona e pantalone lungo da bagno, con gonna incorporata. Io avevo sempre creduto che le arabe pudibonde facessero il bagno vestite, gessù. E invece no: è un costume da bagno, giuro, che sembra un vestito. Ma la stoffa è quella di un costume. Tu pensa.

In realtà, al Cairo c’è tutto ma con meno varietà che da noi: rossetti, smalti e fard, ma con pochissimi colori.
Oppure marche come Shiseido o Clarins, ma solo per le creme importanti: una semplice crema per le mani, non la trovi della Clarins. Suppongo che ne venderebbero tre scatole in tutto l’Egitto.
Ed io che, pur essendo l’essere che meno si trucca al mondo, poverina me, anche a 20 anni ero convinta che in queste cose bisognasse rivolgersi alle buone marche e non contemplavo nemmeno morta l’idea di mettermi in faccia roba che non fosse Clinique o Lancôme. E ora mi ritrovo, a 40 anni, a guardare interessata la scelta di creme per il contorno occhi al bancone del supermercato.
Il declino di una donna, già.
E proprio adesso che finalmente mi servivano, ‘ste cose qui.

Questo è un posto dove difficilmente ti capita di spendere soldi senza rendertene conto. L’arte di svaligiare il consumatore rimbambendolo di luci e colori non è sviluppatissima.
Tu, consumatore, ci rimani pure un po’ male.

Si fa fatica, a 40 anni, a riprogrammare i propri sensi di colpa.
E, comunque, a me serve lo smalto n. 57 (Autumn) di Estée Lauder e, porca miseria, non c’è.