Leggo con un sacco di ritardo questo post di Giannitos, con un commento di Comida, che segnala un intervento scandalizzato e abbastanza strumentale, a mio parere, di un blogger che si scaglia contro l’eco-lodge di Basata per la sua decisione di non accettare più israeliani.

Non avevo letto il post originale perchè proviene da un blog che di solito non leggo, a meno che non mi capiti di scoprire – puntualmente su altri blog – che è impegnato in una vigorosa polemica con l’ignara sottoscritta. A quel punto vado a guardare, scopro che è lì che mi dipinge per l’ennesima volta come una nazista sanguinaria, sospiro pensando che i post sull’arredamento o sui vestiti gli vengono meglio di quelli dedicati al Medio Oriente e passo oltre.

Rispondere a Giannitos e a Comida, tuttavia, mi pare importante, perchè in fondo questo blog non fa altro che dire che il Medio Oriente è un posto reale – piccolo, innanzitutto, e fatto di persone in carne ed ossa – e non quella creazione del tutto virtuale – con gli arabi cattivi, i nipotini di Hamas, i nazisti truculenti e altri barocchismi del pensiero rubati all’arredamento del loft o del tinello, a secondo dei casi – immaginata da chi lo giudica dal salotto di casa sua.

Io propongo un esercizio di identificazione, che è forse l’unico modo per capirsi: voi che fareste?
Immaginatevi albergatrici arabe e ditemi quale strada seguireste: faccio affari e mi intasco i soldi senza pormi altre domande o attuo una forma di protesta, per quanto individuale ed anche economicamente autolesionistica?
Poi rispondetevi come vi pare, certo. Sarete comunque meno pronte a giudicare, credetemi.

Da Basata sono stati banditi gli israeliani, non gli ebrei. E sono stati banditi dall’epoca di Jenin, non prima.
Come mai? Cosa ci dice la logica?
E’ un’iniziativa di odiosa discriminazione razziale o di pacifica protesta politica?

Guardate che le cose che voi leggete sui giornali, qui avvengono a un tiro di schioppo. Le distruzioni di case, il muro che divora territorio palestinese, i massacri indiscriminati, la tortura, le carceri speciali e tutto ciò che indigna anche sincerissimi amici di Israele, vissuto da qui non è materia per meditabonde analisi di inizio estate, ma filo spinato a pochi km, lutto collettivo da 50 anni, tragedia di una regione intera nell’indifferenza del mondo.
Ma siete sicuri di poter capire?

Non si può fare niente per fermare ciò che sta accadendo, oggi meno che mai.
Si può assistere attoniti, dall’altro lato della frontiera.
E poi si possono fare i conti con la propria coscienza, questo sì.

E quindi io – o Sheriff, come volete – posso decidere che la mia coscienza si ribella all’idea di servire il tè a chi arriva dai Territori per rilassarsi a casa mia.
Posso decidere che non voglio i soldi dell’unica democrazia del Medio Oriente, quella governata da Sharon.
Posso manifestare la mia condanna morale nell’unico modo – pacifico, spiegato e ragionato – che ho a disposizione: rifiutandomi di vederti e di accoglierti, ritirandoti la mia ospitalità.
Non per quello che sei: fino ai fatti di Jenin, casa mia te l’ho aperta.
Per quello che fai e che, da un certo punto in poi, mi è diventato intollerabile.

Permettete che la carneficina che va avanti in Palestina sia davvero intollerabile?
O, davvero, l’unica posizione degli arabi – di tutti, uno per uno – considerata accettabile è quella prona?

Al momento, un soldato israeliano può tirare giù cento case a Rafah, sulla frontiera un po’ più a nord del luogo da cui scrivo.
Poi può scendere dal suo bulldozer, attraversare il confine e sdraiarsi sulle sdraio di Mohammed o di Omar, fare schioccare le dita e chiedere da bere.
Quegli intolleranti di Mohammed e di Omar gli porteranno tè e spiedini di pollo e il nostro soldato pagherà il tutto un decimo di quanto avrebbe pagato a casa sua.
Poi tornerà a casa e riprenderà a buttare giù le case di quei fanatici, di quei nazisti, di quei musulmani degli arabi, e dal suo paese continuerà la propaganda contro quei fanatici, quei nazisti, quei musulmani degli arabi, e a me continueranno ad arrivare le email di chi cade dalle nuvole nell’apprendere che gli israeliani sono sempre andati in vacanza da quei fanatici, da quei nazisti, da quei musulmani degli arabi, ché chi l’avrebbe mai detto, che tutta Israele ci va in vacanza, da quei fanatici, da quei nazisti, da quei musulmani degli arabi?
Così funziona, qui.

Poi arriva Sheriff che dice: “No, non ti porto il tè perchè voglio che vi arrivi chiara e forte, la mia condanna” e allora è scandalo?
Vabbe’.

Qualche tempo fa si diceva, su questo e su altri blog, che non è possibile che alla società israeliana non arrivino segnali di condanna, per quello che il suo paese sta facendo.
Che la società israeliana lo deve capire, che la sua impunità morale non è più pensabile.
Da Basata, i segnali di condanna arrivano, e non è casuale che sia stato un posto dal forte impegno civile a prendere quest’iniziativa, in un momento e in una circostanza precisa.
Lo trovo sacrosanto.

Pensateci, prima di parlare di razzismo e “buchi nei calzini”: parlate di gente che vuole che il Medio Oriente continui a vivere, e che può opporsi alla sua distruzione solo testimoniando. Lavoro sul territorio e condanna morale di uno Stato che, di altre più autorevoli condanne, se ne frega da decenni.

Questo è ciò che è ciò che stanno facendo a Basata e, certo, sono colpevoli di non essere indifferenti.