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Sembrerebbe logico pensare che se per attraversare un po’ di interno di Sinai ci hanno fatto tante storie, chissà quante ce ne faranno sulla via per Rafah. E quando cominci a vedere i cartelli che te la indicano, è strano. A furia di associarli a degli eventi, certi posti, finisci per dimenticare che sono semplici luoghi, dopotutto. Che esistono, stanno là.

Da El Arish basta andare dritto, non devi fare altro.
Dune che nascondono il mare da una parte, alberelli e casupole dall’altra.
Venditori di fichi lungo la strada, con i cestini e la bilancia.

Posti di blocco, bandiere dell’esercito e delle forze multinazionali.
Non ci fermano neanche: gli basta guardarci mentre facciamo slalom tra i bidoni disposti in mezzo alla strada.
E noi, increduli. Quando si decideranno a fermarci?
“Se passiamo questo è fatta”, dice Jose.
E passiamo, seguiamo il cartello e ci troviamo di fronte al Rafah Gates. Il confine, con dei camion fermi, venditori di noccioline, due ragazze che lo attraversano tenendosi per mano.
Lì inizia la striscia di Gaza, ma l’Autonomia non esiste e la frontiera è controllata da Israele, Gaza è accerchiata.
Penso al mio passaporto nuovo senza timbri israeliani e mi piace così.

Giriamo la macchina per scendere in città e Jose osserva, sornione: “Perfetto. Venendo da qui, sembreremo due autentici israeliani”.
“Ommamma”, penso io, e spero proprio di non dovere spiegare perchè, almeno stavolta.

Rafah è grande. Palazzi alti. E’ su una collina e si estende un bel po’.
Ci ritroviamo in un centro vecchiotto e sgarrupato, macchine e cavalli, carretti e negozi. C’è un sacco di gente e un sacco di vita ma si guida tranquilli, le macchine sono poche.
Guido io, stavolta, e cerco il mare perchè voglio vederla da lì, la città.
“Mi scusi, dov’è il mare?”
Ce lo indicano, sono intrigati, infilo nel discorso che sono italiana e il signore ci dice che più tardi andrà in spiaggia anche lui, assieme al “dottore” che hanno chiamato perchè pare che parlasse inglese, e tutti ci sorridiamo traboccando di reciproca curiosità.

E scendiamo lungo la collina e, santo cielo, io sento aria di casa.
Come le discese a mare di Posillipo.
Stessi odori, stessi colori, stesso cielo e il mare in lontananza, giù.
Mi viene in mente “Mediterraneo”, la canzone di Serrat e la canticchio, ma è che io sono parecchio più sentimentale di Jose.

E arriviamo alla spiaggia e c’è un baracchino di paglia, delle cabine di paglia al posto degli ombrelloni, famiglie e bambini, ragazzi e pescatori.
Eppure la spiaggia sembra vuota, ché è sterminata.
Sabbia bianca finissima e onde lunghe, ampie, tranquille. Per chilometri e chilometri, verso sinistra.
A destra una barriera, reticolati e un bel po’ di spazio vuoto. Dopo il vuoto, il profilo di altri palazzi alti, città, altra spiaggia. Quella è la striscia di Gaza, quella è Rafah, il pezzo di là.

Rafah è una città antica, un tempo base importante lungo la via Ottomana.
Nell’82 venne divisa tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, e quelli che si trovarono in Egitto possono dirsi abbondantemente fortunati.
Tu sei lì in spiaggia (una spiaggia dove le tartarughe marine vanno a deporre le uova, come a Lampedusa, e c’è tanto di cartello che invita a non disturbarle) e, dall’altra parte, c’è l’inferno.
Se ti butti a mare vedi bene l’altra Rafah, che è alla tua sinistra e, come io ho visto i palazzi e le case, suppongo che in certi momenti si possa vedere il fumo che si alza, gli elicotteri che sparano.

“Sono le frontiere”, dice Jose. “Durante la guerra civile, i francesi vedevano le nostre città bruciare dal terrazzo di casa loro.”
Però la guerra civile durò poco, “solo” tre anni. Questo è molto peggio.

Jose fa foto, un pescatore gli dice che non si può. Devono esserci più poliziotti che bagnanti, qui attorno. Qualcosa è riuscito a prendere, comunque, ma le sue foto le potremo vedere solo al Cairo.
Io ho i piedi in mare ed è un Mediterraneo caldissimo, trasparente, bello che ti fa venire un nodo in gola.
Io non ci posso pensare, che là dietro c’è l’inferno.
Mi chiedo cosa potrei scrivere per farlo capire a chi mi viene a fare le lezioncine proisraeliane sul blog, come mi sento.
Cosa potrei fare io, nel mio piccolissimo, per smuovere anche solo mezza coscienza?
“Le tartarughe”, mi dico. “Nemmeno loro potranno nidificare in pace, qui accanto”.
E penso che il nido di una tartaruga può colpire più di quello di un palestinese, da noi, e forse potrei parlare di loro, devono finire sotto le bombe anche loro.
E chissà come è, il mare di là. Chissà se le bombe inquinano.

Andiamo sotto il capanno di paglia a bere qualcosa e nessuno ci guarda.
Il ragazzo del bar ha uno spinello in bocca. “Sarà tabacco, Jose?”
“Non credo.”
Nessuno mi guarda.
“Jose, perchè qui non mi guarda nessuno e ad El Arish mi guardavano tutti?”
“Perchè qui ci hanno già catalogato, siamo israeliani.”
Parliamo in spagnolo ed io vorrei alzare un po’ la voce, mentre si sente solo il ticchettio delle pedine del domino e la voce bassa dei giocatori, un paio di tavoli più in là.
In mare, c’è un ragazzo che fa la verticale sott’acqua e un altro ragazzo gli conta i secondi, e vedo queste gambe giovani, forti, muscolose e vive, e penso ai ragazzi di là.
Conta un sacco, l’amico del proprietario delle gambe. “Sono giovani e forti”, penso. Ed è terribile.

Poi paghiamo e ce ne andiamo ma, intanto, devono averlo capito che non siamo israeliani. Mentre usciamo, il proprietario del bar ci corre dietro e, finalmente amichevole, ci spiega che lì c’è il bagno, se vogliamo. Grazie, gli sorrido.

Risaliamo per questa salita bellissima che sembra Posillipo, riattraversiamo la città, riprendiamo la Statale e stiamo zitti.
Lungo la Statale, ci fermiamo a comprare dei fichi.
Sono piccolini ma dolci, quello che me li ha venduti si chiama Yussef. Si è presentato, ha fatto tutto lui. Era lì con delle bambine. Ciao, Yussef. Giuseppe.

I fichi sono nel mio frigo, adesso, qui a Dahab assieme a me. Un po’ pesti ma interi.
E io ho ancora il mare di Rafah negli occhi, e il mar Rosso mi sembra un mare qualunque, in confronto; mi sembra finto.
Il Mediterraneo è un’altra cosa, quando è così bello.
Lì è bellissimo, ed io so solo che ci tornerò, a Rafah.

L’ho scritto, e non so nemmeno io a quale Rafah mi riferisco.
A quella che ho visto, la Rafah come dovrebbe essere, come è giusto che sia, o l’altra Rafah, la vittima di uno scherzo assurdo del destino e della Storia altrui?
Non lo so.
So solo che questo pezzo di mondo è bellissimo. Potrebbe essere bellissimo.
E noi non lo sappiamo, oppure lo vogliamo rubare o distruggere ed io non me ne capacito.