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L’Università di Glasgow ha pubblicato uno studio sulla copertura giornalistica del conflitto israelo-palestinese che esamina, in particolare, il lavoro svolto dalla BBC e da ITV News.
Secondo l’University of Michigan Press si tratta della maggiore ricerca mai effettuata su quest’argomento.

Traduco alcune delle principali conclusioni tratte dallo studio.
Seguendo questo link le trovate in lingua originale, con la possibilità di consultare in PDF i relativi estratti, cosa che consiglio caldamente.

Risulta, dunque, che:

1. Il punto di vista ufficiale israeliano è preponderante, soprattutto su BBC 1 dove gli Israeliani sono intervistati o citati due volte più che i Palestinesi.
Godono inoltre di forte esposizione gli uomini politici USA che supportano Israele. Essi appaiono in TV più dei politici di qualsiasi altro paese e il doppio dei politici britannici.

2. La storia delle origini del conflitto è praticamente esclusa dalle notizie televisive e per la grande maggioranza degli spettatori le news costituiscono la principale fonte di informazione. Le lacune nelle loro conoscenze sono parallele alle lacune informative delle news.

La maggior parte non sapeva che i Palestinesi furono obbligati ad abbandonare le proprie terre quando Israele fu costituita nel ’48. Nel ’67 Israele occupò militarmente i territori in cui i rifugiati palestinesi si erano trasferiti.
Molti spettatori non sapevano che, di conseguenza, i Palestinesi vivono sotto occupazione militare israeliana o che Israele ha il controllo delle risorse chiave come l’acqua, né conoscevano le conseguenze di questa situazione per l’economia palestinese.

La mancanza di spiegazioni da parte delle news genera una grande confusione negli spettatori persino su chi stia occupando i Territori Occupati.
E’ risultato che per alcuni il termine “occupato” significava che c’era qualcuno nel territorio (come quando un bagno è occupato) e che quindi pensavano che i Palestinesi fossero gli occupanti.

Molti vedevano il conflitto come una sorta di disputa di frontiera tra due paesi in conflitto su una terra tra loro.
Come ha detto un intervistato:

L’impressione che avevo (dalle news) era che i Palestinesi avessero vissuto attorno a quell’area e che adesso stessero cercando di tornarci per ottenere più terra per se stessi. Non mi ero reso conto che erano stati scacciati da quei luoghi in guerre precedenti.

3. I giornalisti hanno proposto diverse letture sulla mancanza di spiegazioni relative alle notizie.
George Alagiah della BBC ha evidenziato questioni di tempo:

L’approfondimento richiede molto tempo ma ci viene costantemente ricordato che la durata dell’attenzione del nostro spettatore medio è di circa 20 secondi e che se non catturiamo il pubblico – abbiamo visto le cifre – il numero di persone che fanno zapping durante il mio programma, che ora è alle 6:00 p.m., crea un movimento di circa 3 milioni nel primo minuto che vanno e vengono.

Lindsey Hilsum di Channel 4 News ha anche citato le difficoltà proprie delle zone controverse:

In un conflitto come questo, quasi ogni singolo fatto è controverso ed io penso: “Oddio, i Palestinesi dicono una cosa e gli Israeliani ne dicono un’altra…” So che è una questione di interpretazione e che quindi devo dire ciò che entrambe le parti pensano ma penso che a volte questo ci freni dal fornire i retroscena che dovremmo presentare.

Il libro esamina anche altri fattori in gioco come le lobby e le pubbliche relazioni tra entrambe le parti.

4. In mancanza di informazioni su eventi storici quali la perdita delle case da parte dei Palestinesi, gli spettatori tendono a vedere il problema come “scatenato” dall’azione palestinese.
Nelle notizie, le azioni israeliane tendono ad essere spiegate e contestualizzate – spesso vengono mostrate come semplici “risposte” ad azioni compiute dai Palestinesi (nei campioni relativi al 2001, le azioni israeliani vengono presentate come “risposta” sei volte più di quelle palestinesi).
Questo pare aver condotto molti spettatori a dare ai Palestinesi la colpa del conflitto, come appare da questi commenti di due ventenni:

Le storie che senti nelle news ti fanno pensare che i Palestinesi siano davvero aggressivi… Io penso sempre che gli Israeliani stiano contrattaccando ai bombardamenti effettuati contro di loro.

Io non avevo l’impressione che le frontiere israeliane fossero cambiate o che loro avessero preso terra da altra gente. Pensavo che gli aggressori fossero più i Palestinesi che gli Israeliani.

Alcune persone contestavano questi punti di vista, ma tendevano a farlo citando fonti di informazione alternative rispetto alle notizie televisive.

5. I servizi giornalistici tendono a presentare gli insediamenti israeliani nei Territori Occupati come comunità vulnerabili piuttosto che come luoghi che svolgono un ruolo nell’imporre l’occupazione. Ma, come ha scritto lo storico israeliano Avi Shlaim, essi svolgono un ruolo chiave dal punto di vista militare e strategico. Sono costruiti in luoghi alti per dominare dalla loro posizione e i loro occupanti sono spesso pesantemente armati. L’associazione israeliana per i Diritti Umani B?Tselem ha messo in evidenza il loro ruolo nell’aggredire i Palestinesi per sequestrargli terra.
La maggior parte degli spettatori sa molto poco di questo – uno descrive la sua sorpresa nell’apprendere che gli insediamenti controllano più del 40% della Cisgiordania:

Non sapevo assolutamente che la percentuale fosse questa. Mi ero fatto l’idea che fossero piccoli e circondati da Palestinesi ostili – e questo solo per aver guardato le notizie TV.

6. C’è una forte enfasi sulle perdite israeliane, nelle news, rispetto a quelle palestinesi (anche se quelle palestinesi superano 2 o 3 volte quelle israeliane).
In una settimana di Marzo 2002 segnalata dalla BBC come come quella in cui ci furono più vittime palestinesi dall’inizio dell’Intifada, la maggior parte della copertura televisiva è di fatto dedicata ai morti israeliani.

Ci sono inoltre differenze nel linguaggio usato dai giornalisti rispetto agli Israeliani e ai Palestinesi.
Parole come ‘atrocità’, ‘omicidio brutale’, ‘assassinio di massa’, ‘omicidio selvaggio a sangue freddo’, ‘linciaggio’ e ‘macelleria’ vengono usate per descrivere le morti israeliane e non quelle palestinesi. La parola ‘terrorista’ viene usata dai giornalisti per descrivere i Palestinesi, ma i servizi sul gruppo israeliano che cercò di mettere una bomba in una scuola palestinese parlarono di ‘estremisti’ o ‘vigilantes’ (BBC 1 news ora di pranzo e ITV notiziario principale, 5/03/02).

La copertura TV ha fatto pensare a molti spettatori che gli Israeliani avessero subito il maggior numero di perdite, come si vede in questi commenti relativi ai servizi sui kamikaze:

Mi ricordavo che c’erano i kamikaze – quelli che entrano e magari fanno esplodere un intero autobus, e ho pensato che i morti fossero soprattutto israeliani.

Quest’altro intervistato pensava che le perdite israeliane fossero 5 volte superiori a quelle palestinesi:

Pensavo che ci fossero più perdite tra gli Israeliani, ma questo è per la televisione. E’ lì che mi informo.

7. I giornalisti e i ricercatori affrontano anche il tema delle differenze culturali.
Hanno chesto agli spettatori se vedevano il conflitti in termini di identificazione, e con chi.
Simpatizziamo immediatamente con coloro che ci somigliano e rifiutiamo la visione di persone dall’aspetto “strano”?
La ricerca dimostra che le nostre percezioni degli altri sono influenzate da questi fattori, ma i giornalisti hanno voluto sapere cosa dovessero fare al riguardo.

Dovrebbero intervenire per aiutare il pubblico a vedere “attraverso” le differenza culturali appellandosi a valori più universali p.e. la comprensione della sofferenza umana e della perdita – e farlo in nome dell’equilibrio?
Questo tema è esplorato in diversi e affascinanti scambi tra giornalisti. (Estratto)

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Ok, mi sono stancata di tradurre.
Consiglio di leggere i vari estratti, che sono tutti affascinanti.
Ho visto su internet che la BBC riporta la notizia di questa ricerca illustrandola con la foto che c’è qui sopra e la didascalia: “Israele è fortemente sensibile alle coperture sfavorevoli da parte dei media“.

Mi piacerebbe che anche in Italia si facessero ricerche simili.
Mi chiedo se ci siano le condizioni e i fondi. E la collaborazione dei giornalisti.
Me lo chiedo solo: se qualcuno lo sa, me lo dica.

Un’ultima nota: quando insegnavo lingue a Scienze politiche, lavoravo molto con gli articoli di stampa e, in quell’epoca, i giornali erano pieni di articoli su questo conflitto.
Bene: erano gli articoli meno compresi dai miei studenti, semplicemente perchè El Pais e El Mundo presentavano le notizie in modo diverso rispetto alla TV italiana.
Gli studenti non avevano difficoltà linguistiche vere e proprie, nel comprenderli: semplicemente, sovrapponevano le loro informazioni previe a ciò che era scritto nell’articolo, finendo col non capire il messaggio o col fraintenderlo del tutto.
E quando chiedevi: “Ma insomma: su cosa combattono, Israeliani e Palestinesi?” molti di loro ti dicevano che non lo sapevano, o che si trattava di una guerra di religione.
A Scienze Politiche.

Ah, dimenticavo:

Negli ultimi 4 anni, ovvero dall’inizio della II Intifada, la BBC è stata oggetto di continui attacchi da parte del Governo israeliano i cui portavoce ufficiali le hanno negato interviste per mesi, incolpandola di coprire in modo “parziale” il conflitto.
La stessa BBC di cui parla questo studio.
C’è da chiedersi cosa combinino i giornalisti graditi a Israele, viene da pensare.