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Una scrive di ciò che ha in mente e, come si sarà potuto notare, io nelle ultime settimane non ho avuto in mente il mondo che mi circonda. Quindi non so niente dei nostri trionfi cinematografici al Festival del Cairo e mi sono persa pure Eugenio Bennato all’Opera di qui, e dire che avevo il biglietto.

Però lavoro e oggi, per un motivo o per l’altro, non ho fatto altro che parlare di Cristianesimo in università.
Coi primini per via del Natale, e giù descrizioni di presepi e Re Magi e tutti a prendere appunti. E con la III, ché si parlava dell’Orlando Furioso e io a chiedere: “Sapete cos’è un evangelista?” “Sapete cos’è un voto?” e si alzavano le mani dei ragazzi cristiani mentre i musulmani arrancavano e quindi ho detto: “Sentite, la cosa migliore è che i ragazzi musulmani si facciano spiegare o rispiegare queste cose dai compagni cristiani, altrimenti non ne usciamo più. Collaborate tra di voi e che gli uni chiariscano i dubbi agli altri.”
E un po’ di testoline velate hanno annuite serie e ci sono stati scambi di sguardi di accordo da un capo all’altro della classe, e del resto i miei cristiani sono molto più ferrati di me, in materia di religione.

In realtà, delle botte che sono volate qui in Egitto tra musulmani e cristiani in questi giorni io mi ero completamente scordata. Mi sono tornate in mente vedendo annuire le fanciulle con l’hijab mentre i loro compagni copti si pavoneggiavano tra profeti e tradizioni bibliche richiamate da ciò che stavamo leggendo.
Li ho guardati e ho pensato: “Uh, ma qui la settimana scorsa si sono menati!”

Che è successo, dunque.
E’ successo che la moglie di un prete copto è fuggita con il suo amante musulmano e, già che c’era, si è convertita all’Islam.
Una cosa grave, mica paglia. Magari non sembra grave a noi, ma ai cristiani di qui gli fai prendere un coccolone, se fai una cosa simile. Moglie di prete, per giunta.
E quindi la parrocchia si è imbufalita, le famiglie si sono sotterrate per il disonore, sono volate mazzate e un po’ di gente è finita al fresco.
Questo al Cairo, ma con gli intrecci che ci sono qui le randellate sono proseguite pure da noi.

Sarebbe persino pittoresca, la cosa (e per quanto mi riguarda lo è, e molto) se non si verificasse puntualmente, in questi casi, il malefico connubio tra padri-fratelli-sposo della cristiana fuggitiva che ululano: “E’ stata costretta, l’hanno drogata, non è più lei!” (ma cosa vuoi che dicano, santo cielo??) e la stampa straniera (con la italiana in testa, manco a dirlo) che, con rara imbecillità, riferisce: “Una donna costretta a convertirsi all’Islam.”

Costretta. Ma dai.
O forse sì, si potrebbe anche dire.
Qualsiasi uomo ti può costringere a fare un mucchio di cose, in effetti. “Rinvenuto il corpo congelato di una docente napoletana. Era stata costretta a trasferirsi in Alto Adige e il suo fisico non ha resistito.” Perchè no?
Deve essere un grande amore, quello tra questa signora cristiana sposata e il suo bel musulmano: l’ha fatta grossa, la signora, e piantare tutto il suo clan deve esserle costato mille anni di vita, ché qui la famiglia pesa tonnellate e il gruppo, la reputazione, il senso di appartenenza non sono come da noi, nemmeno un po’.
Convertirsi all’Islam deve esserle sembrato uno scherzo, in confronto, o forse il modo più efficace per fuggire fino in fondo e, anche, per essere accettata dall’altra famiglia, quella dell’amante. Che non sarà stato orfano manco lui, suppongo, e non è che sia proprio la fidanzata ideale da presentare alla propria madre, una cristiana che cornifica il marito prete. In un paese come questo. Non ci voglio nemmeno pensare.

Poi ‘sto marito non doveva essere un tipo semplice, ecco: aveva il diabete e gli erano state amputate entrambe le gambe, va detto. Il particolare avrà avuto un qualche peso nella fuga della sposa, voglio dire.
Non so: io la posso comprendere, una che fugge da un marito prete senza gambe e da una parrocchia di esaltati religiosi pronti a scendere in piazza in 3000 per imporre al governo di venirmi a cercare. Ché poi la sono andati a cercare davvero, la polizia l’ha trovata. A casa dell’amante. “Io sto qua, voglio diventare musulmana” ha detto. Ebbé. Sintetica ma efficace, direi.

Ora: io capisco che in questa società un po’ sicula le corna private possano diventare una questione pubblica e capisco pure che, volendo spostare il discorso su un piano più serio, questa convivenza più che millenaria tra cristiani e musulmani si basi su una serie di taciti patti, il primo dei quali è: “Evitare come la peste i matrimoni misti e non innamorarsi a vicenda manco per sbaglio.”
Se non ci fosse questa regola, non scritta ma stampata a caratteri cubitali nel cervello di tutti, cristiani e musulmani, la convivenza sarebbe finita da un pezzo perchè la diversità religiosa avrebbe smesso di esistere, semplicemente.
Ok, benissimo: sono fattacci loro, in fin dei conti, e se un sistema funziona per oltre un millennio sarà che ha dei vantaggi, dico io.

Quello che non capisco è come sia possibile che di fronte a un classico – e pure un po’ grassoccio – episodio di trasgressione alla regola di cui sopra, la stampa internazionale senta il bisogno di aggregarsi alla cagnara andando a dare man forte al clan che sente religiosamente affine.
“Una donna costretta a convertirsi”??? Ma fatemi il piacere, dai!
Circola la paranoia, si contano le Giuliette scappate col Romeo inturbantato, i copti USA telefonano a Bush, il Corriere abbaia dietro a tutto il corteo e io mi guardo attorno esterrefatta e mi convinco, ogni giorno di più, che la nostra epoca passerà alla Storia come l’Era dell’Imbecillità.

E’ stancante vedere continuamente che dall’Europa, dagli USA, la gente non desidera altro che soffiare sul fuoco per scatenare incendi in case altrui.
Qui non ci sono soldi, c’è una crisi economica che definire ‘nera’ è poco. E’ ovvio che i diversi clan si irrigidiscano, in un momento così, e che basti poco per fare saltare scintille.
E’ meno ovvio che il mondo ricco ci giochi, con queste scintille, godendosi l’attesa di vedere bruciare qualcuno.

Tutta la storia su Al-Ahram Weekly.