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L’idea sarebbe di partire con quella che è comunemente nota come “valigia dell’africano”.
Dicesi “valigia dell’africano”, appunto, la tipica valigia da emigrante assolutamente enorme (di più) munita di rotelle che la rendono vagamente trasportabile, la cui funzione consiste nell’arrivare semivuota a destinazione per poi essere riportata indietro strapiena. Nel mio caso, dovrebbe essere riempita di un po’ del contenuto della mia cantina, che è lì inutilizzato da un anno e mezzo e invece a me servirebbe tanto.
Vorrei recuperare le superga, per esempio, e anche un maglione rosso che mi stava tanto bene e dei pantaloni blu che spesso rimpiango quando vado al lavoro.
Dei libri, ovviamente, ché è davvero ridicolo che io sia qui e loro siano là.
I cd, tutti.
Qualche pentola, se ci riuscissi. Il mio accappatoio giallo, che era bellissimo e dove lo ritrovo, un accappatoio così?
Insomma, questa sarebbe l’idea.
Tra l’altro viaggio con una compagnia che è generalmente pietosa, verso il bagaglio in eccesso: l’ultima volta avevo 50 chili invece di 20 e non mi hanno detto niente, e vorrei tanto fare il bis.

E invece.
Invece mi si sta riempiendo di già, la valigia dell’africano, ed è un fenomeno che non mi spiego.
Dico: le so fare, io, le valigie. Non sono il tipo che si porta dietro la casa. Infatti ce l’ho a Milano, quella, e mica è un caso.
Eppure è già piena, ‘sta cavolo di valigia, e ancora non ci ho messo dentro le calze.
E deve essere perchè da voi è inverno e a me viene freddo solo a pensarci e, comunque, i maglioni occupano molto più spazio di quanto ricordassi. Sì, deve essere questo. Che è voluminosa, la roba invernale. Che l’inverno è ingombrante, persino in una valigia.
Mi rende di pessimo umore, questa cosa.

Non ho comprato regali a nessuno; ho deciso che come regalo basto e avanzo. Ecco.
Giusto al fidanzato di mia figlia, quello che si chiama Israel. Gli ho preso una kefia, sono una suocera originale. Ora scendo a prendere un hijab alla bambina: ho giusto un negozio qui sotto, si chiama “Different veil”. E’ una vita che lo vorrei fotografare, il “Different veil”, ma mi scordo sempre.
Forse lo dovrei prendere, qualche regalo. Non faccio in tempo. Sì. No.
Stasera alle 11 ho l’ultimo appuntamento con il dentista. Stasera alle 11, sì. Da noi usano questi orari qui, già.

Il parrucchiere mi ha trasformato in una pecora.
Gli avevo detto che li volevo naturali, i capelli, e lui ha deciso che la mia vera natura è quella di un ovino. Meno male che l’Eid è passato, altrimenti mi sacrificavano.
Io metto la testa sotto l’acqua e vado da un altro. Sì, farò così. Non posso presentarmi in Italia travestita da pecora.
Tra poco ho pure appuntamento con una diabolica palla di cera e non è che il pensiero contribuisca a farmi rilassare. Ho messo il rosso sulle unghie dei piedi, e questa è l’unica cosa che oggi mi rende serena.

Non ho niente da mettermi.
Non so che mettermi.
Qualunque cosa mi metta, mi congelerò.

Il frigo. Devo svuotare il frigo. Maledizione, devo svuotare il frigo. Devo affrontare il fatto che ho una mozzarella scaduta in un contenitore, ed è un pensiero che rimuovo da settimane. Dovrei smetterla, di rimuovere i pensieri sgradevoli. Dieci anni di analisi freudiana per un cavolo, per continuare a rimuovere – imperterrita – mozzarelle e altre spiacevolezze. Sono un’idiota.

I documenti. Il tesserino ASL. La voglio saccheggiare, la vostra ASL. Mi farò controllare fino all’ultimo centimetro. Mi vendicherò di tutte le tasse pagate nei secoli, ecco.
Il libretto degli assegni. Bello, ché non faccio assegni da non so quando. Credo di non saperli nemmeno compilare, con l’euro.
La patente, caso mai qualche incosciente mi prestasse la macchina. Che non guido da mesi, manco a dirlo.

L’aspirina.
Il tè verde datomi dalla moglie del dentista che ha virtù antiossidanti – il tè, non la moglie – e lo berrò al posto della birra e mi antiossiderò tutta e mi farà benissimo.
Il taxista. Devo prendere appuntamento col taxista. Meno male che sto scrivendo ‘sto post, altrimenti mi scordavo.
‘Aeroporto’ si dice ‘Matar’, in arabo. Come ‘uccidere’ in spagnolo, esatto. Guarda i casi della vita.

Vabbe’, lo dico: per quanto possa sembrare strano, io ho un po’ paura degli aerei.
Ecco, l’ho detto.