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E’ giusto che si sappia che, mentre scrivo, qui c’è il terremoto.
La sedia si muove con una certa grazia, in modo direi “denso”.
Niente sussulti, niente di brusco. E’ un terremoto che ricorda il mare.

“E che ci fai seduta là a scrivere come una deficiente?” dice il saggio.
“E che faccio, sennò?” rispondo io.

Dice Pepe che lui ne ha vissuti un sacco, di terremoti al Cairo. “Cose da aggrapparsi alla parete, e nel ’96 ci furono due mesi orribili, non te lo puoi immaginare.”
Lo vedo tranquillo e cerco di farmi contagiare la tranquillità, e comunque sono in pigiama e non mi va di rivestirmi per scendere e stare là come un’idiota, a guardare il palazzo da fuori fino a chissà quando. Direi che non è necessario.
E’ seduto a terra per riordinare delle carte, Pepe, quindi lo sente ancora più di me.
“Uh, mi sta venendo il mal di mare!” ha detto.

Dormirò con le scarpe a portata di mano.