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Cittadina in Alto Egitto, cancelli dell’università.
La collega è sola, stavolta: io non ci sono e me lo perdo, mannaggia.

Ferma un taxi ed è pure fortunata a trovarlo, ché a quell’ora c’è un mucchio di gente che prende autobus e qualsiasi cosa si muova.
Ferma il taxi, appunto, e si sporge verso il conducente per dirgli che va alla stazione.

Una tizia la urta da dietro ed è una velata integrale, di quelle tutte in nero che a malapena ne vedi gli occhi.
E la collega, stupita di essere toccata così chiaramente da una velata integrale – ché in genere non paiono granché propense ai contatti fisici – ha il riflesso di guardarsi la borsa e di beccarla con le mani dentro.
E siccome non è un tipo remissivo, la mia colleghina, le tira uno spintone e alla tizia cade il suo cellulare (di lei, della collega) dalle mani e finisce a terra.
La collega lo raccoglie e lo mostra al taxista: “E’ il mio cellulare! Me lo stava rubando!” e, prima ancora che finisca la frase, la velata prende e le tira uno sganassone col pugno chiuso, ma proprio uno sganassone che alla collega volano via gli occhiali e si fa un male blu, ma siccome la giovane iberica è tosta, l’ho già detto, non si tira indietro e parte la colluttazione.

Davanti ai cancelli dell’università, dunque, la mia collega se le dà di santa ragione con una velata integrale.
Che poi li ha sempre odiati, i veli integrali, quindi mi raccontava: “E’ la prima cosa che ho fatto: ho preso il velo e gliel’ho strappato via, non ti dico con che piacere!”
“Ah. E com’era sotto il velo?”
“Ma guarda: io in quel momento pensavo persino che fosse un uomo, ché lo sganassone che mi aveva tirato era stato micidiale, e invece era proprio una donna, una faccia da contadina di quelle toste.”

Talmente tosta che menava di brutto. Riavutosi dalla sorpresa e vedendo la sua cliente soccombere sotto le mazzate, il taxista scende a darle man forte e comincia ad assestare calcioni alla velata.
Intanto accorrono pure gli studenti, si sparge la voce: “Al ladro, al ladro!” e si fa una folla e cominciano a picchiarla tutti di santa ragione, la povera velata ex-integrale.

Non è la prima volta che lo vedo succedere, in Egitto: una volta, qui sotto, ho assistito alla scena di una cinquantina di persone che inseguivano un solo ladro. Lo presero, gli diedero un po’ di botte e poi se lo portarono via per le orecchie.
E pure nel Sinai, una volta, un tizio che mi aveva messo una mano sul culo prese botte da tutto un ristorante; con certa pena da parte mia, tra l’altro, ché la punizione mi parve sproporzionata rispetto al crimine commesso.

La scena, dunque, vede la mia collega circondata dai suoi studenti che, a loro volta, si dividono tra quelli che menano la donna velata che aveva menato lei e quelli che vanno a chiamare la polizia.
Uno le raccoglie gli occhiali da terra: “Prof, io la conosco, sono di Francese ma la vedo tutti i giorni! Ho visto tutto, è stata la velata a picchiarla per prima! Adesso lo testimonio, lei è stata derubata e percossa!!”

La collega, recuperati occhiali e cellulare, in realtà vuole solo prendere il treno – poi ci manca solo che la polizia ne approfitti per riprendere a scortarci, per carità – e si fa portare in stazione dal taxista recalcitrante che insisterebbe per caricarsi pure la velata, nel taxi, e andare in caserma piuttosto che alla stazione.
Manco il tempo di arrivarci, ai binari, ed eccola circondata dai poliziotti: “Lei deve essere quella che è stata derubata e percossa. Abbiamo arrestato la ladra. Ci racconti tutto.”
Efficienti, non c’è che dire.

E la collega, ovviamente: “Veramente ho picchiato pure io, mica solo lei. E poi ha preso un mucchio di altre botte da tutti, mi sa che una lezione l’ha già avuta. Poi ho anche recuperato tutto, quindi non voglio fare denuncia. Ma sì, giuro. Davvero. No, non voglio fare denuncia, ho detto!”

La sua denuncia non serve, le dicono.
Ci sono montagne di testimoni, il taxista ha visto il cellulare trafugato e, soprattutto, tutti hanno dichiarato che è stata la ladra a picchiare per prima.
La processeranno comunque.
Forse dovrà pure andare al processo, la collega. Gessù.

Pepe a volte mi legge la cronaca nera dei quotidiani egiziani.
L’altro giorno c’era la notizia di uno condannato a 5 anni, di cui 3 di lavori forzati, per avere rubato 5 pound: meno di un euro.
Aveva minacciato la vittima con non so cosa, però.

Poi non ci poteva pensare, la collega in treno, mentre si massaggiava la faccia ancora dolorante: voglio dire, mica è tanto normale essere derubati in Egitto.
Succede proprio di rado, è un evento più che raro.
Esserlo in pieno giorno, poi, e davanti all’università, è ancora più strano.

Ma che poi sia una tizia coperta da capo a piedi, il tuo rapinatore, e che per giunta sfoggi sganassoni da pugile, è proprio strano forte.

“Non crederai mai a cosa mi è appena successo, aspetta che ti racconto…”, mi dice dal telefonino, appena il treno si mette in moto. “Non ci credo ancora nemmeno io.”
Ma glielo senti proprio vibrare nella voce, che quando ha strappato via quel misterioso velo nero dalla faccia – dopo tanto dibatterne – si è presa una certa, occidentalissima, soddisfazione.