specchiorotto.jpg

Poco fa.

Sono entrata in un locale che ho praticamente sotto casa e mi sono chiesta una birra.
Ero là che la bevevo al bancone, immersa nei miei pensieri e con un po’ di fretta di tornare a casa, quand’ecco che uno scarrafone avanza verso di me, correndo felice sul bancone.
Eccheccavolo.
Ho fatto un salto, un gemito e uno sbuffo. Il cameriere è accorso, ha chiamato un aiutocameriere armato di tovagliolo acchiappa-scarrafoni, mi ha piazzato (in salvo, secondo lui) su un divanetto e poi ha diretto il safari contro la bestia, peraltro infruttuoso.
Lo scarrafone egizio è lesto: se perdi tempo a mettere in salvo le straniere, lui se la svigna.

Sta di fatto che mi sono seccata: il Tabasco sarebbe un posto fighetto, con il suo arredamento arabeggiante-chic e la clientela tutta snob. Possibile che ogni volta che ci passo becco uno scarrafone?
Ho quindi fatto le mie rimostranze al cameriere, lui ha chiamato il direttore e il direttore si è cosparso di cenere ed è venuto a spiegarsi: “Noi abbiamo chiamato l’impresa già 3 volte, ma questi scarrafoni vengono dalla strada.”
“Dalla strada? Siete sicuri? L’altra volta uscivano dalla cucina, a dire il vero.”
“No, dalla strada, glielo assicuro: se nascessero qui nel locale, lei vedrebbe i cuccioli. Invece vede solo esemplari adulti, proprio perché vengono da fuori.”

Il ragionamento mi ha ammutolito e, approfittando del vantaggio, lui ha subito dato ordine al cameriere di versarmi da bere a spese della casa: “Uno shot alla signora, svelto!”
Ma come, uno shot? “No, grazie, stavo andando…”
“Solo un momento, il tempo di una vodka offerta dalla casa!” E, intanto, il cameriere è lì che versa vodka liscia nell’apposito bicchierino e mi sorride tutto contento.

Ora: io sono una donna normale. Una birra fresca prima di cena me la bevo volentieri, ma una vodka liscia potrebbe stendermi e, comunque, non bevo superalcolici.
“Non bevo superalcolici…”
“Solo una!”
“No, davvero, devo andare, mi stanno aspettando, sarà per la prossima volta…”
E me la sono svignata, non prima di giurargli che prima o poi sarei passata a bermela, una vodka liscia a digiuno, e lasciandoli comunque un po’ delusi.

Il fatto è che io sono straniera.
E avevo appena dimostrato di bere alcolici, con la mia birra.
Secondo loro, quindi, una straniera che beve felice la sua birra non può che essere ancora più felice, davanti a una vodka liscia. E se è doppia, tanto meglio.
Il fatto che le due cose siano diverse, e che comunque il normale organismo di una mite prof recepirebbe la differenza con spavento, non li sfiora.
E pure questo è un modo di disumanizzare l’altro, pensavo, sia pure con le migliori intenzioni di questo mondo.

In Italia mi avrebbero offerto un’altra birra, al massimo. Non avrebbero pensato di farmi più felice a colpi di vodka.
D’altra parte, in Italia fanno articoli e interviste al TG sul significato di un paio di pantaloni addosso a un arabo: quanto a vedere il prossimo attraverso una lente deformante, non ci batte nessuno.

Funzione sempre allo stesso modo: prendi un particolare che ti stupisce dello straniero che hai di fronte a te (“Mangia il kebab!” “Beve birra!”). Lo amplifichi fino a farlo diventare tutto lo straniero. Il povero straniero si ritrova ad essere una specie di caricatura ambulante (“Mi guardano male se mangio l’hamburger!” “Ci rimangono male se non bevo la vodka!”) e tu, felice, vai a letto la sera convinto di avere capito il mondo.

Una vodka liscia alle 7 di sera. A una mite prof.
Gessù.