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Leggo che il responsabile della sicurezza nel Sinai è stato destituito. E gli va ancora bene, ché credo che in molti se lo mangerebbero, in questi giorni.
Io però ero nel Sinai un mesetto fa, e ricordo la coda infinita per entrare in aeroporto a prendere la mia amica, ché tutte le macchine erano controllate una per una, con gli specchi sotto il motore e i cani per fiutare l’esplosivo.
E in Egitto c’è un poliziotto per abitante. Troppo giovani, spesso, e più propensi a sonnecchiare che a temere i pericoli, ma ci sono.
E per lasciare la macchina nel parcheggio di un hotel, a Sharm, fummo costretti a lasciare lì i documenti.
E quando vai nel Sinai in pullman, dal Cairo, parti col bus pieno di egiziani e arrivi che ce ne sono la metà, nel bus, ché l’altra metà se la sono presa “per accertamenti” lungo gli infiniti posti di blocco che ci sono da qui a là.

Voglio dire: non c’è un cavolo da fare, le misure di sicurezza sono illusorie.
Se vogliono, si scoppia, e sennò no. Ci si può militarizzare all’infinito, non cambia niente.

Prima parlavo con Martin che è a Dahab.
E’ un filogovernativo che campa di turismo ed è ottimista a tutti costi, sempre. Stavolta non lo era tanto: “Sì, ci sono ancora turisti. Ce ne sono ancora…”
Dice che un gruppo di danesi se ne era dovuto andare per forza, stamattina, anche se non ne aveva voglia né intenzione: “Il loro governo li ha costretti a prendere l’aereo, ché sennò se ne dovevano pagare un altro di tasca loro.” Pensa.
E, mentre mi parlava, sentivo le pale di un elicottero che gli svolazzava sulla testa.
“Hanno voluto colpire gli egiziani: sono andati a scegliere il luogo dove ci si riuniva dopo il lavoro. Sai, a bere un tè, a chiacchierare, a fumare una shisha…”
Ho provato a dirgli quanto mi dispiaceva, ma in realtà di parole non ce ne sono.
Gli ho detto che farò un salto là, ad Agosto. Ho voglia di andare.

Dicono che stiano volando mazzate in un paio di villaggi di beduini: qui si mischia un po’ tutto, compresa la complicata situazione dei beduini del Sinai, appunto.
Non se ne uscirà più, non riesco a immaginare il fondo di ‘sto baratro.

Lo sto anche rimuovendo, in qualche modo. Me ne proteggo.
“La terza guerra mondiale è questa, c’è da anni. E in Europa ne parlano come se fosse il futuro.” Me lo diceva Pepe mesi fa, e aveva ragione.

Lascio l’Egitto nel suo peggiore momento, a un passo dalle elezioni e da un prevedibile crollo turistico che sarà la ciliegina sulla torta del lastrico, per milioni di persone.
Ci avrò pensato un miliardo di volte, in questi due anni: “Se qui tutto si mettesse male, che farei?” “Rimango, non ho dubbi.”
E guarda, invece.