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Joaquín Lavín, leader della destra cilena, ha dichiarato che se avesse saputo delle violazioni dei Diritti Umani commesse in Cile sotto Pinochet avrebbe votato “No” al referendum che si fece nel 1988 per mantenere il dittatore al potere.

E’ del 1953, Joaquín Lavín. Ha una decina di anni più di me.
Eppure lui “non lo sapeva“.
Lo sapevo io quando avevo 14, 16, poi 20 anni e così via, e sono cresciuta associando le divise della polizia cilena o di quella argentina al Male per eccellenza, all’orrore, e quei racconti che sentivo da ragazzina mi hanno messo addosso una paura che ancora mi fa venire i brividi, a sentire parole come “Estadio Nacional” e persino i nomi delle città, ché mi sembrerebbe così strano sentirmi dire: “Sai, vado in vacanza a Santiago de Chile”, e immaginerei carceri, coprifuoco e le mani spezzate di Victor Jara che fu poi portato all’obitorio dagli spazzini, ché i morti li buttavano per strada come sacchetti dell’immondizia.

Io lo sapevo e invece Joaquín Lavín, che vuole essere presidente del Cile, no.
Nel 1988, quando io avevo già 26 anni e lui 35, non lo sapeva.
Eppure ha anche fatto un po’ di università negli USA, manco a dire che, sai, il silenzio cileno. Nei liberi USA, ha studiato.
Ma forse non lo sapevano nemmeno negli USA, che ti devo dire. Forse si parlava di altro. Dell’attacco della sinistra cilena al “nostro sistema di valori”, della “guerra al terrorismo” cileno, argentino.
Lo sapevo solo io, lo sapevamo solo al liceo Umberto di Napoli.
Un’avanguardia, che ti devo dire.

Non lo sa mai nessuno.
Non lo sapevano i tedeschi (“Lager? Non lo sapevamo.”) e poi non lo sapevano gli argentini, non lo sapevano manco i cileni.
Mai nessuno.
Sai quante cose non sanno, gli israeliani?
E negli USA, poi, morire se sanno mai qualcosa, lontani come sono.
E noi.

Però in Cile molti altri sapevano, invece, e Carlos Franz scrive sul Pais di oggi, a proposito della transizione cilena, e dice che l’autocoscienza degli ultimi 17 anni, il doversi giustificare, da padri, di fronte ai figli che chiedono: “Ma tu dov’eri?” hanno fatto bene al Cile. Lo hanno fatto diventare “un paese meno manicheo, più complesso e profondo”.
E’ quello che succede quando si soffre, no? E’ il motivo per cui si dice che soffrire faccia bene, dopotutto.
A noi non succede da un pezzo.

Penso a tante brave persone appassionate che dai giornali, dai blog e dai bar “liberano l’Iraq“, si sbracciano per “il diritto di Israele a esistere“, combattono “contro il terrorismo” e mi chiedo se pure a loro capiterà, prima o poi, che un figlio gli chieda: “Ma tu dov’eri?”
“Non lo sapevo.”
Che vuoi che rispondano?