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Quelli che odiano il Natale tentano regolarmente di rendermi infelice da un po’ di anni a questa parte. Da quando, per l’esattezza, essendomi separata ed essendo quindi entrata nel club degli Irregolari Sentimentali, ci si aspetta che io vada a mia volta a fare parte della categoria.

Senonché a me piace, il Natale.
Mi piace cucinare, mi piace fare le lasagne della nonna, il capretto, gli struffoli e tutte ‘ste cose, mi piace fare o ricevere regali, mi piace sentire le persone che non sento tutto l’anno e, insomma, mi piace.
E mi piace aspettare Capodanno.
Capodanno è il mio compleanno, sono nata l’1 gennaio.
Capodanno per me è il Bene, è la mia festa, è che quando partono i botti il primo brindisi è per l’anno nuovo e il secondo è per me. Da quando sono nata.
Ci credo che poi una diventa egocentrica, se nasce l’1 gennaio. Pensa se nascevo in un giorno feriale, magari ero tutta diversa.
E invece sono nata a Capodanno e mi aspetto di festeggiare ed essere festeggiata perché è la mia festa ed è bello, una è tutta lì che aspetta mezzanotte (e intanto si interroga su come sarà compiere 13 anni, 18 anni, 30 anni, 40 e poi 43 e poi ancora) e poi s’umbriaca e sta contenta.

E invece no.
Pare che le persone intelligenti, complesse, sensibili, con del chilometraggio alle spalle e il pizzichino di cinismo doveroso alla nostra età debbano, per contratto, odiare il Natale.
Il risultato è che le persone a cui io voglio molto, molto bene (quelle con cui mi piacerebbe passare il Natale, per intenderci) io le debbo frequentare 363 giorni all’anno.
A Natale e Capodanno no, altrimenti mi tocca smettere di voler loro del bene. Per legittima difesa, ché i distruttori di gioie sono criminali a tutti gli effetti.

Intanto, cercano di intimidirti: “Ah, io odio il Natale! Anche tu?” Si sottintende che mica sarai una servetta di quelle a cui piace la paccottiglia natalizia, noi si è superiori. Si sottintende che mica sarai schiava del divertimento a comando, dell’amore a comando, delle false riunioni dei falsi affetti, della falsa letizia, del falso sorriso, dell’istituzione familiare che gronda ipocrisia, insomma, anche tu non sopporti il Natale, VERO?

Ah, ehm, aspetta. Perché poi è sempre gente che stimo, che amo, che non voglio aggredire.
Però aspetta un attimo: se lo odi tanto, è perché tu sei schiavo di queste cose qua, non io. Sei tu quello che ha il trauma della famiglia e scruti con la lente per vedere chi è falso e chi è sincero, sei tu quello che ha problemi, sei tu il conservatore mancato, tanto mancato che adesso, per dispetto, odi il Natale.

Io sono schiava delle lasagne, del capretto e degli struffoli. Non è questione di famiglia, non è questione di amori doverosi. E’ un’altra cosa, è un patto di lealtà, è un omaggio a ciò che siamo e a chi abbiamo (ma fosse pure il gatto, che importa?), e lo si impara da piccoli. Io vorrei essere contenta in nome della bambina che sono stata, ché non vedo perché dovrei sopprimerla. Io voglio fare festa perché, appunto, è festa.
Ma perché devo difendere un desiderio tanto inoffensivo, tanto legittimo?
Ma per quale motivo tu hai deciso che devi essere triste proprio a Natale? Che devi essere di cattivo umore proprio a Capodanno? Ma perché devi celebrare la festa del tuo malumore giusto quando io vorrei fare gli struffoli? Ma va’ al diavolo.

Il fatto è che, crescendo, ci si ritrova sempre più circondate da gente che crede che volersi bene consista nel solidarizzare nella realtà. E’ una cazzata: volersi bene è anche e soprattutto accogliere il sogno dell’altro, il gioco dell’altro. Temo che la vera, grande responsabilità che ci si assume, nel momento in cui si decide di volere bene a Tizia, è la consapevolezza che, se non sogni e giochi con Tizia, lei poi magari non gioca e non sogna più. Perché tu non hai voglia e lei, che deve fare, solidarizza.
E’ quella, la responsabilità. Altro che mettere su un bilocale.

Perché poi, attento, il gioco è gioco. Il sogno è sogno. Qui nessuno fa confusione.
Solo tu, forse.
Se io faccio la donnina di casa a Natale, poi non è che sogni di farlo a vita. Se prometto, non è detto che poi mantenga. Quello che vorrei sognare adesso, non è detto che lo voglia davvero, tra mezz’ora.
Io voglio solo dire: “Facciamo che è Natale e tu mi facevi i regali e io facevo gli struffoli?”
No.
Perché è davvero Natale e tu non te lo scordi mai, morire se te lo scordi un anno.
Perché se io chiedo: “Ma faremo la tal cosa, succederà la tal cosa?” tu non hai la stracazzo di generosità di dirmi una balla.
Solo la verità, devi dire.
Ordine del confessore, immagino.
Tu la realtà non te la scordi mai, che bravo.
Tu fai solo sogni plausibili.

P.S. Che nessuno si azzardi a chiedermi cosa cavolo sono gli struffoli. Sono una cosa che, da quando sono diventata grande, non piace a nessuno, visto che frequento solo stranieri. E dire che sono anche brava, a farli.
E sono testarda, li faccio tutti gli anni.
Li faccio per tutti e me li mangio da sola.
Non che mi dispiaccia: mi toccherebbe non mangiarli, altrimenti.