13678110_d9e62d5a5d.jpg

La sensazione è di totale irrealtà.

Tutto che si muove, io che non so dove sono e il mio punto di riferimento che salta in aria, e scoppiano i luoghi dove trovo pace da 12 anni – dove ho cominciato a imparare tutto quello che mi dà gioia, forza, curiosità e voglia di stare al mondo da 12 anni – e vedo il ponte transennato, e lì c’era il parcheggio dei cammelli, un tempo, e quando fecero quello stupido ponticello per turisti io mi ci feci un pianto sopra, ché non sopportavo che Dahab venisse sfregiata.
Da un ponticello di legno.

Lì stazionano i beduini che ti propongono le gite o un giro a cavallo.
Dietro ci sono i taxi. I cammelli li hanno portati più in là, dicevano che in mezzo a Dahab sporcavano.
Poi non è più sterrata, quella strada: hanno messo le piastrelle per i turisti. Le vedevo inquadrate dalla telecamera a caccia di sangue, ieri sera, e continuavo a pensare che erano brutte. Bruttine, sì. A me piaceva quando era ancora sterrato, lì. E i cammelli facevano un passo ed erano a mare. Nuotano, i cammelli.

Davanti al ponte ci sono i ristoranti sul mare, che prima erano tappeti a terra e cuscini, poi tappeti a terra, cuscini e luce elettrica, poi ancora e ancora e ancora, con i ragazzi che li avevano messi su a negoziare con il governo che li voleva spazzare via, ché il governo aveva Sharm per modello e Dahab non gli ha mai reso una lira, all’Egitto, e neanche alle multinazionali del turismo, agli speculatori, ai distruttori di Sinai.
Anni e anni a negoziare.
Il governo: “Noi non vogliamo i vostri turisti da due soldi, vogliamo Sharm.” E loro a combattere, ché Dahab la si amava e i “vecchi” fanno a gara a chi la conosce da più tempo, a chi l’ha amata per primo, e che tu sia un turista o uno che ci è andato a vivere, a lavorare o a montarci qualcosa è ininfluente. Sempre innamoramento era.
Una legge che obbligava i ristorantini a togliere i cuscini da terra e a mettere i divani.
E noi ci si sdraia sui divani, un divano a testa, e non cambia nulla: lo spirito è sempre quello, siamo solo sdraiati un po’ più in su.

I morti sono loro: i ragazzi che lavorano lì, quelli che hanno montato il giocattolo, i beduini che ci vivono ed è roba loro. La gente che va a farci due soldi perché è divertente e bella, e sono due soldi guadagnati volentieri.

Poi il Ghazala, il supermercato di cui hanno parlato da subito e poteva solo essere quello, il Ghazala.
Era una botteghina, ai miei tempi. Quando c’era ancora la polleria dove decapitavano i polli, giusto di fronte.
L’estate scorsa si stavano ingrandendo ancora: feci un complimento a uno dei fratelli che la gestivano e lui era contento, gli piaceva che io avessi memoria di come era cresciuto.
Una volta, tanti anni fa, io mi comprai una forcina per capelli, al Ghazala. Il ragazzino che me la vendette mi diede uno specchio, convinto che volessi provarmela per vedere come mi stava.
Una forcina.

Ci sono emozioni che non sono raccontabili.
A Dahab è nata la seconda fase della mia vita.
A Dahab ho deciso di separami una notte che guardavo le stelle e pensavo che il mondo era grande.
A Dahab andai a smaltire l’avvelenamento da Israele, da scoperta di quella stanza di Barbablù che sono i Territori.
A Dahab mi accorgevo che dovevo lasciarmi andare, per ritrovare il mio centro di gravità, e abbandonare la presunzione di tenermi sotto controllo, di controllare la mia vita.
Io andavo là e mi toglievo tutto ciò che era inutile da dosso, e ritrovavo l’essenziale. Mi recuperavo.
Non esiste posto al mondo che mi abbia fatto più bene di quello.
Mia figlia una volta sognò che io ero morta e che mi ci doveva portare perché le mie ceneri dovevano finire lì.
Mia figlia.
Ti sentono, le figlie.
A Dahab mi sono emozionata, per la prima volta nella mia vita, davanti a una preghiera, e ho capito cosa prova la gente che crede in Dio. E’ una scoperta di quelle che ricordi a lungo, poi. Ricordi in che punto eri, cosa facevi, che odore c’era, il colore del mare che guardavi.
Quel colore, prima che il sole tramonti.
Le luci puntate nell’acqua e un acquario di pesci leone che vengono sotto, e tu non avevi mai visto un pesce leone e pensi che sei nel posto più bello del mondo.
Dodici anni fa, o tredici, non ricordo.
E poi, sempre.
Ogni volta che ho potuto, ogni volta che sono riuscita a fuggire.
Sempre là, volevo tornare.
E ogni volta mi dispiaceva vederla crescere, vederla commercializzarsi, e ogni volta dovevo comunque riconoscere che non si perdeva, che era sempre lei, che noi “vecchi” la riconoscevamo, era là.

Non ho voglia di essere retorica ma non ho nemmeno voglia di rileggermi, non ho voglia di parlarne davvero e non posso non parlarne, non ho voglia di stare male e non posso girare le spalle a questa cosa. E quindi è tutto solo irreale.
Non ho voglia di sapere chi è morto.
Degli egiziani.
Lo sapete, no, che i giornali non li danno mai, i nomi degli egiziani che muoiono? A stento ne danno il numero.
Io non ho voglia di pensare a chi passava di lì per caso.
A me interessano solo loro, solo a loro voglio pensare.
O non pensarci, pensare che è un bagno di irrealtà e che forse non è vero niente di quello che mi pare di stare vivendo, ed io non sono tornata, il mondo non è impazzito e Dahab non è saltata in aria.
Il mondo come era la sera che arrivai lì ed entrai al Napoleon, che è dietro al ponticello e chissà se ha avuto morti, e chiesi un succo di guava senza sapere cosa fosse la guava e poi Magdi mi raccontò una balla per parlare con me, e poi le prime parole in arabo della mia vita e poi la Laguna di sera.
E non avevo ancora nemmeno incominciato, ad emozionarmici, là.

Non hanno senso, queste bombe.
Davvero.
Non è un obiettivo, Dahab.
Non colpisci il turismo, a Dahab. Non dove sono esplose le bombe.
Colpisci la gente.
Non possono essere stati i beduini. E’ roba loro.
Non ha senso.
Non voglio parlarne, non è il momento, ma non ha senso, non c’è logica, non c’è nemmeno modo di portare là dell’esplosivo, se non sei un beduino. O un militare dell’esercito. O qualcosa di molto simile.
Non ha né capo né coda, questa storia.

Gli sms di Julia:

“Lia?? 3 bombe, 30 morti per adesso. Nessun israeliano.”

“E’ una settimana che eravamo sbalorditi dai controlli di polizia, un’esagerazione. Non normali. Sapevano che sarebbe successo qualcosa, era chiaro.”

“Non ci ha preso per miracolo, stavamo andando là. Ora rimaniamo attaccati ad Al Jazeera, poi ti dico”

“Sono troppo addolorata. Dahab non è l’Hilton di Taba, non è Sharm. Vogliono colpire tutto.”

“Gli analisti di Al Jazeera sospettano i beduini per la pressione che subiscono dal governo dai tempi di Taba. Molta gente pensa che sia stato il governo, invece, che è in difficoltà per i cristiani ed è a due settimane dall’abolizione dello stato di emergenza. A me non convince nessuna delle due ipotesi.”

“Non ne ho idea. Il governo temeva qualcosa, questo è sicuro.”

“Si parla di ciò che succederà se il governo manda le truppe nel Sinai: Israele cosa farebbe? Quello che si sa è che comunque non ci sono morti, tra gli israeliani.”

“Forse sono arrivate per mare, le bombe: l’Arabia Saudita è di fronte. Nel Sinai c’è troppo controllo”.

Io non ci credo, che siano stati dei terroristi islamici. Lì?
E i beduini non è possibile. Era possibile a Sharm, non lì.

Stasera facciamo che continuo a percepire l’irrealtà della cosa, dai.
Preferisco non smuovermi da lì, non pensare oltre.
Domani, magari.