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Qua si accoglie l’inizio dell’Operazione Complichiamoci la Vita in stato di inconsulta serenità, temo provvisoria.
E accompagnate dalla recentissima (due ore circa) scoperta di quel genio di Cesarea Evora, beccata mentre cercavo di capire dove avevo già sentito “Tu ausencia” di Amparanoia (ho problemi col mio programma di ftp, cavoli, ché sennò la mettevo su) e, chiaro, la cantava lei in chiave assai suggestiva in Underground di Kusturica.
Tu pensa cosa non si apprende, e per i motivi più strani.

Faccio sul serio: ci vado sì, a Gaza. Ma proprio sì.
Saltello sulla sedia, praticamente.
Lo dichiaro su pubblico blog.
Vado.
Sono fiduciosissima per quanto riguarda il riuscirci (vero, tu?), e l’abbigliamento ‘Alto Egitto‘ andrà benissimo, se riesco a recuperarlo dalle inaccessibili vette del mio soppalco. Non devo nemmeno esaurirmi a comprare cose da mettermi, e solo andando a Gaza potevo riuscirci. Questo mi fa pensare che le mie mise sono più adatte ai campi di battaglia che agli aperitivi in Ticinese, ma tu non hai idea di quanti soldi si risparmino, vestendosi in modo da scansare missili o pietrate alto-egiziane, piuttosto che per sculettare a Forte dei Marmi.
E qui, a modo nostro, siamo tipe pratiche e oculate.

Risolto il “cosa mi metto”, rimane il “ma tu dici che torno intera?”.
Ma sì che torno intera.
Di più: credo di essere l’unico essere umano al mondo (ma proprio al mondo, ci ho pensato bene) che corre rischi terribili e spaventosi se non ci va, a Gaza. Nel senso che Gaza è l’unico posto al mondo in cui io mi sentirei veramente al sicuro, al momento.
Ed è che non c’è nulla che non abbia un suo aspetto positivo, nella vita, ed io ho appena scoperto che persino un missile israeliano può servire a qualcosa di utile, dopotutto: a distrarre questa blogger dalla contemplazione del proprio avvincente ombelico, per esempio, e non è un’impresa da poco. Solo a missilate, ce la si può fare.
Mi farà benissimo, ne sono certa.

E quindi, ascolta: io so solo insegnare, nella vita, e questo è ciò che andrei a fare.
E poi sono delicata (che palle, ho detto che lo sono, non ridere ché sennò poi penso che non mi conosci e non voglio) e ricordo benissimo di essere la stessa tizia che, nei Territori, si ammalò direttamente, un attimo dopo avere visto la situazione, e poi passò giorni a letto e ancora non si è curata del tutto, ché col cavolo che mi sarebbe capitato tutto ciò che mi è capitato in questi anni, te compreso, se un bel giorno non mi fosse venuta l’idea di andare a vedere cosa succedeva a Ramallah e giù di lì e non avessi visto quei bimbi minuscoli e disperati che tiravano pietre a tutto ciò che si muoveva e che, a tre anni, si armavano di mazze e bastoni se litigavano.
Quelle cose lì.

Ma ormai ho imparato, so cosa aspettarmi.
Quella scoperta tremenda, quella scena primaria del “Ma a me questo mica me lo avevano raccontato, ma io non lo sapevo!” è alle spalle da anni e anni, ormai. Ora lo so.
A curarmi quando mi faccio male (o mi prende male) ormai ho imparato: il mal di pancia che ti stende a letto perché è troppa, la sofferenza che ti insegue a ogni angolo, si cura col Valpinax. E io me lo porto, semplice.
Memo: mettere il Valpinax in valigia. Fatto. (Se solo riuscissi a tirare giù la valigia da là sopra, sì).

Ma poi, soprattutto: e lasciatemi raccontare, che cavoli.
Milano, non la so raccontare perché non me ne frega niente. Che ci posso fare.
La scuola, non posso perché ci metterei trenta secondi a farmi beccare da chi si riconosce, e per carità.
La vita mia, lasciamo perdere: una ne sarebbe anche tentata, a tratti, ma poi l’idea di dovere riparare in Alaska a smaltire il rossore trenta secondi dopo, la trattiene. Già senza raccontarla su pubblico blog ma a pochi intimi, la tentazione si fa a volte pressante. Figuriamoci se la scrivessi.

E che faccio, allora?
Gaza la saprei raccontare.
Mi scapperebbe, proprio.
Non potrei farne a meno: ci passerei le serate, per riuscire poi a dormire.
E a me raccontare piace.
Dammi qualcosa da raccontare e mi passa un mese, ma anche sei, anche un anno, anche tre.
Ognuno è felice come sa.

Io non capisco per quale motivo non sono ancora disperata, oggi, e sono già le 5 del pomeriggio.
Anzi: sono assurdamente serena, lo dicevo prima.
Un po’ deve essere perché tendo a pensare che ciò che mi capiterà sarà bello, di default. Mi può fare schifo il presente, e a volte – solo a volte – succede, ma col futuro ho un rapporto fiducioso e mi sta simpatico.
E molto deve essere perché io sono viva (sì, mi è tornato in mente), il mondo è grandissimo e le due cose, messe insieme, sono un motivo molto, molto più che sufficiente per sentirsela nelle ossa, la possibilità di vivere con la voglia di ridere e di essere contenta.
Si può fare.
Sicuro.
Ecco.
Io non ho proprio dubbi.

Poi, tornando a Gaza in senso stretto, stavo pensando: mo’ piglio Macromedia e mi disegno un bell’accredito stampa con sopra scritto “Blogopalla Italiana”, ché deve fare fighissimo sventolarlo mentre mi faccio largo tra i calcinacci (ma a voi non vengono in mente solo calcinacci, quando pensate a Gaza?) per raggiungere le improbabili normalità di quella che, in fin dei conti, dovrebbe essere soltanto una città.

La spiaggia, ché deve essere lo stesso mare di Rafah ed era Mediterraneo apertissimo pieno di odore di sale e onde lunghe e tranquille, riflessi verdi, sabbia.
L’avevo scritto, che ci sarei tornata.

O il parrucchiere. Ovunque, c’è un parrucchiere. Nonostante tutto. A Gaza saranno lontani dallo sguardo dei passanti, come in Alto Egitto, ché io all’inizio pensavo che non ce ne fossero e poi mi accorsi che invece erano al primo piano, al secondo piano degli edifici e che l’idea era quella di evitare di stare in vetrina mentre uno ti lava i capelli, come spesso succede da noi, e di farsi pettinare in luoghi che somiglino più a una casa che a una bottega, e me li immagino così anche là.
I supermercati, le botteghe: chissà com’è fare la spesa in un posto che è al pelo dell’emergenza umanitaria. Magari mi menano, se ci provo. Giustamente. Me e il mio passaporto dell’Unione Europea.
Bella gente, che siamo.
Mi verrà voglia di ingoiarmelo, il passaporto.
Vergognandomi un po’.
E pensando intensamente a Bruxelles, mentre mi vergogno, ché là si vergognano in pochi e male non gli fa, che qualcuno provveda per loro.

L’università, le scuole di lingua straniera, le sedi dei corsi. Imparare le lingue in un campo di concentramento a cielo aperto, insegnarle. Bizzarro, deve essere.

“Ehi, fatemi passare, sono della Blogopalla Italiana!”
Suona bene, mi pare adeguato al contesto.
In mezzo alla follia generale, una pazza in più o in meno che differenza vuoi che faccia.
Un mese a scrivere post di nicchia, quelle cose che piacciono a me, i pensieri in libertà sulla locale ricetta del pollo, i vestiti delle ragazze, quelli che si innamorano a Gaza e i passatempo dei bambini, e magari il collega simpatico o il taxista stronzo, e i prezzi delle cose, ché mi domando quanto costi lì la vita, e scoprire cosa si fa quando si va a spasso la sera, e chissà se le trovo, le Marlboro rosse, e dove dormirò, non ne ho la più vaga idea, e come ci si organizza per mangiare a colazione, pranzo e cena quando si è una della Blogopalla Italiana che va a Gaza per l’urgenza di vivere, fare e vedere qualcosa di raccontabile, una buona volta, e di sentirsi un po’ meno impotente di quanto si senta adesso, e magari pure un po’ più utile.

Guardavo un sito di foto che somigliano molto ai post che vorrei scrivere io, durante quest’estate in cui non mi viene in mente nulla di più sensato da fare.
Queste foto qua.

Cose così:

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