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Tra i commenti a questo post c’è un intervento di Hamza Piccardo che mi fa piacere riportare in chiaro:

[…] Il mito sionista dello Stato d’Israele è costato e sta costando troppo caro a tutti quanti, palestinesi in primo luogo e poi anche ebrei e popoli del Medio Oriente, e al mondo in generale, dove la discriminante dell’atteggiamento nei confronti di quello Stato è diventata un’assurda cartina di tornasole dell’accettabilità o meno d’essere considerato interlocutore possibile.

Per aver espresso con serenità e pacatezza il concetto di voler lavorare per uno Stato democratico di Palestina in cui arabi (cristiani e musulmani) ed ebrei potessero vivere in pace sulla base dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge sono stato pesantemente criminalizzato e omologato a qualche giovane disperato che, per dare un segno di vita, è costretto a mettere in gioco la sua vita portandosi appresso altre vite.
Ho detto, con il coraggio dei sinceri, che sognavo un paese unito sul territorio della Palestina mandataria, senza muri nè check point, dove potessero vivere tutti quelli che già ci vivono e dove potessero tornare quelli che ne sono stati scacciati da due guerre e dalle pulizie etnico-religiose che ne sono state parte integrante e sequela.

Ho detto e scritto che era evidente che non tutti quelli che stavano lì sarebbero rimasti e che ci si doveva far carico del problema, e che non tutti quelli che avevano diritto di tornarci sarebbero tornati e che anche di questo la “comunità internazionale” (ammesso che davvero esista) avrebbe dovuto fattivamente preoccuparsi.
Non mi nascondevo certo il fatto che tutto ciò sarebbe costato, in termini umani e materiali, e che questo costo avrebbe dovuto essere equamente ripartito, ma sostenevo e sostengo che tali costi sarebbero stati immensamente inferiori a quelli attuali per mantenere lo status quo.
Si tratterebbe di avviare un vero processo di pacificazione delle coscienze oltre che dei territori in questione: l’unico che potrebbe davvero disinnescare e spegnere un focolaio di tensione che ci angoscia e ci destabilizza. […]

L’Italia – ormai lo sappiamo – è un paese dove si viene, appunto, pesantemente criminalizzati se si dicono cose così.

In Spagna non succede.
In un mucchio di paesi normali non succede.
In un paese normale non succede che, per avere espresso delle opinioni di assoluto buon senso, oltre che legittime e sacrosante, uno si ritrovi a dovere subire ciò che si subisce qui.
E ti va ancora bene se si limitano a calunniarti e ad additarti a mo’ di mostro, i nostri giornali: noi abbiamo un vicedirettore del Corriere della Sera che vorrebbe metterla addirittura fuorilegge, l’opinione espressa qui sopra.
“Reato di opinione”, vorrebbe farla diventare.

Motivo in più per condividerla, ribadirla e farla circolare per come è, e non per come la si vorrebbe strumentalizzare. Direi.