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Mi sono svegliata riflettendo sul commento di Ahmad a un post qui sotto, stamattina (ognuno si sveglia pensando a ciò che vuole, del resto).
Provo a mettere un po’ di ordine in ciò che pensavo, sapendo già che ci riuscirò solo in bozza.

Ahmad in pratica (se ho ben capito) associa Shada Hassoun a un modello culturale occidentale ed estraneo alla tradizione culturale “musulmana” (che non è sinonimo di irachena) e ritiene che tale modello venga imposto oggi (“continuare a dire ai musulmani come devono essere per essere accettati come soggetti di diritto“) con un’operazione applaudita, in Occidente, tanto a destra come a sinistra ed avente come scopo l’indebolimento della resistenza irachena.
E conclude con una sorta di battagliera rassegnazione all’ineluttabilità dello scontro di civiltà.
In questo scontro, mi pare di capire, Shada finirebbe dalla parte degli occidentali.

Ora: non è un mistero che io, da un bel po’, avverta un senso di forte artificiosità nell’islam inteso come modello sociale che vedo proposto – o sognato, immaginato – qui in Italia.
Non è una posizione politica, la mia. E’ un puro e semplice non riconoscere l’oggetto di cui si parla. Non riuscire ad associarlo a ciò che io ho in mente quando penso al mondo arabo.

Per dire: Shada che, senza velo e con statalistico patriottismo, canta una canzone di Fairouz a un festival panarabo, non è un innesto culturale veicolato dall’invasione. E’ quanto di più anni ’60 o anni ’70 io possa immaginare, nel mondo arabo. Risulta familiare alla generazione dei nonni, ormai, oltre che a quella dei padri. Forse soprattutto a loro.
Ai figli, chissà. Lì ormai si complica, il discorso.
Credo, comunque, che non ci sia iracheno vivo che non ce l’abbia nei propri schemi culturali, una cosa così.

Io, quando penso all’Iraq, penso a un paese moderno, una sorta di Germania mediorientale, che è stato distrutto dall’Occidente mediante un embargo di oltre un decennio, prima, e la guerra poi. Penso con nostalgia – l’ho detto migliaia di volte – alle università, ai centri di ricerca, alle donne scienziate, alla multiculturalità che, in Medio Oriente, c’è sempre stata. E credo che il cosiddetto Occidente abbia voluto distruggere questo, non altro.
Nessuno è andato a bombardare un’Arcadia islamica, e nessuno se ne prenderebbe la briga. E’ un mondo arabo moderno e competitivo, il pericolo. Una ruralizzazione di ritorno frammentata in mille clan sta benissimo a tutti. E che preghino e si velino quanto gli pare, a quel punto, i musulmani. Chi vuoi che se ne importi. Dopo avere distrutto qualunque cosa stia in piedi, però.

Lo scontro di civiltà è artificiale, dovremmo saperlo tutti.
Nessun popolo vive in una cappa che lo separa dagli altri popoli, e tantomeno in Medio Oriente.
Se domani gli americani venissero a invadere Napoli, quale dovrebbe essere la mia risposta culturale, la mia reazione identitaria? Butto tutta la musica che mi ha formato e mi impongo la tarantella? Mi vesto come nei quadretti del folklore, imbraccio un tamburello, faccio dieci figli come le donne raccontate da Matilde Serao? E poi? Sarebbe autentica, una napoletanità del genere? Mi sintonizzerei sulla cosiddetta anima profonda del mio popolo, così facendo?
Direi di no: sperimenterei una napoletanità ricreata in provetta, ricostruita prendendo l’immaginario a modello e mai vista prima. Spacciandola per antica. Una specie di comò identitario venduto da antiquari disonesti.
Vado per paradossi, certo, ma a me pare che sia questo, lo scontro di civiltà: aderire a identità fittizie e difenderle.
Perdendo, poco alla volta ma inesorabilmente, la memoria di ciò che si è davvero. Nella realtà, dico.
Adeguarsi al ruolo che ci viene assegnato. Dal nemico, per giunta: ché, vorrei ricordare, quando gli americani cominciarono a parlare di scontro di civiltà, il Medio Oriente ne rimase per lo più basito.

La realtà mi dice che il Medio Oriente è un’immensa distesa di paraboliche, di radio che trasmettono canzonette pop, di momenti comunitari vissuti attorno a svaghi tra cui un festival della canzone ci sta tutto. E che questo è prodotto di un’invasione culturale tanto quanto il nostro festival di Sanremo, come dire.
La gente è normale. Pure in Iraq.

Io vorrei capire dove li mettiamo, nel nostro scontro di civiltà, i sei milioni (o quanti ne sono) di iracheni a cui è piaciuta Shada.
Temo che sia difficile fargli posto, da una parte e dall’altra.
Solo che, per me, il Medio Oriente sono loro.
E, come sempre, ne apprezzo la tenacia.

Temo di avere accumulato dubbi senza ritorno, sul cosiddetto islam politico.
Perché propone un’identità fittizia, appunto. Innaturale. E quando l’individuo cerca di aderire a un modello identitario preconfezionato, i casi sono due: o si lobotomizza, o diventa ipocrita.
Credo che l’islam sia, e meriti, qualcosa di meglio della riduzione a ideologia, da partitello o da PCUS che sia.

E credo che sia un problema soprattutto nostro, questo.
In Medio Oriente, appunto, la normalità resiste.
Che poi, in guerra, ci si debba difendere, è un altro discorso.
Nessuno ne dubita, qui.
Io dubito solo dei desideri di noi che assistiamo. Vorrei che fossero chiari, almeno.
A noi stessi, innanzitutto.