dios_inalambrico.jpg

Qua è un po’ che ci si dedica a ‘sti giochini della blogopalla, dal Tumblr a Twitter fino agli abissi di Facebook che ho esplorato poco fa e che mi ha spaventato, giuro.
Un certo orrore di me lo stavo sperimentando già da ieri sera, comunque, ovvero da quando è iniziato il tam-tam sul fatto che Google aveva comprato Jaiku e, nel giro di qualche ora, una valanga umano-twitteriana ci si è rovesciata sopra (su Jaiku, dico) ed io ne facevo parte, tutta presa a schiacciare bottoni e a farmi l’ennesimo nido virtuale, il quarto – o quinto, o sesto – in un mese, senza sapere bene perché.
E poi Floria (ché la colleganza non è acqua, e la voce della coscienza fa parte del kit in dotazione a noi prof) lo ha detto ad alta voce, col suo: “Allora … stiamo sperimentando. Perché? Perché? Perché siamo presi da questo delirio comunicativo?” e poi se ne è andata forse un po’ orripilata, dicendo: “Jaiku, twitter, arrivederci a tutti, ci leggiamo domani, qui si rischia davvero l’information overload“, ed io ero lì a fare barriera alla ragionevolezza e a dirmi che uffa e a pensare: “Sì, ok, lo so che è insensato, ma ci penso domani. Intanto fammi schiacciare qui, e poi qui, e poi qua…”
E per cosa, poi?
Per comunicare al mondo che oggi pomeriggio ho dormito un sacco, tipo, notizia che ho effettivamente dato via Twitter verso le 19, e ci credo che una poi passa il pomeriggio a dormire un sacco, se la notte prima ha schiacciato bottoni per tre ore tra Jaiku, feeds e palle varie.

Sì, sono in un delirio comunicativo.
Anzi: di ascolto, più che comunicativo, ché in realtà è più un assorbire che un interagire, il mio.
E, no, non lo so perché.

Cazzeggiare è sano ma bisogna stare accorte, pensavo, ché la moralista che è in me tende a vedere il consumismo del web come un efficace strumento di autodisattivazione di tutto il potenziale del web stesso, nel senso che è facilissimo lasciare ad altri la guida di ciò che si fa, ciò che si è e ciò che si desidera, nel web come altrove, e per giunta il respirare atmosfere popolate porta ad assorbire l’umore che gira e forse a stemperarcisi dentro, specie se si è spugne di natura.
E poi, giusto a puntino, ci capita pure l’articolo dedicato dal Corriere Magazine alla blogosfera, sul mio attacco di preoccupazione.
Ché, come dice Federico Fasce:

Questo pezzo è un pugno nello stomaco alla cultura della rete. È perfino pericoloso.

Ecco, appunto.
Pericoloso.
C’è sempre qualcuno, in giro per i blog, che dice ad alta voce quello che tu stai cominciando a pensare.

Io ci credo e ci tengo, al potenziale dei blog e alla loro capacità di fare – e di essere – informazione nel senso più ampio del termine.
Al diffondere gratis ciò che sappiamo, all’essere dilettanti nel senso bello del termine – ed io mi diletto, non so voi – e a tutta ‘sta liberta di scegliere cosa dire e poi di dirlo come vuoi.
A quest’oasi di espressione di sé che è la paginetta in cui ci si racconta.
Il gioco sarebbe questo, non altri.
Mica è diventare dei buffi consumatori – di strumenti, di mode, di conigli che muovono le orecchie, di argomenti, di idee altrui e così via – il gioco.

Qualche tempo fa riflettevo sulla manipolabilità dei blog (fanno scuola certe avventure di Kilombo, per dire) e su quanto lo spirito critico non si possa distrarre un attimo, in rete.
Ecco: più aumenta quest’approccio consumistico e più si diventa finanche passivi nella scelta del cosa dire e come.
Mi viene in mente la mobilitazione a favore della Birmania, per dire: tutti a mettere fiocchi rossi sul blog e, per carità, mi va benissimo. Qui abbiamo un fiocco palestinese dal giorno della nascita di ‘sto blog, figurati se mi metto a sindacare sui fiocchi rossi altrui.
Però, porca miseria: molto più efficace mi pare questo lavoro sulle imprese italiane che fanno affari con la Birmania, ad esempio. E una blogosfera italiana che si incazzasse con le imprese in questione, invece di decorarsi e basta, inciderebbe più di centomila fiocchetti, mi sa.
Se proprio ci si vuole mobilitare, ecco.

Tutto questo per dire, insomma, che vedo e sperimento in prima persona una serie di rischi – dal consumismo alla passività al conformismo alla manipolabilità fino all’innocuità più totale e malinconica – che aleggiano, mi pare, sulla zucca di ‘sta blogosfera che prometteva molto, molto di più. Me lo ricordo benissimo.

Non sono immune da questo clima, è ovvio.
Non è che voglia criticare altri. Non ci penso nemmeno.
Offro un po’ di senso di colpa a chi ha voglia di condividerlo, caso mai.