Bon: ora che persino l’ONU ha sancito ciò che era chiaro a tutti dal primo istante, ovvero il comportamento da criminale di guerra di Israele durante l’operazione Piombo Fuso (sarebbe il piombo con cui è stata massacrata la popolazione di Gaza a Natale scorso, e un tempo ‘ste cose venivano denunciate facendoci un Guernica, mentre ora ci si chiede per un anno di fila se per caso non hanno esagerato) e ora che abbiamo finalmente il permesso di chiamare i delinquenti con il loro nome, ovvero “delinquenti”, appunto, vale la pena di soffermarsi un attimo su uno strazio diverso, meno eclatante ma altrettanto velenoso, intossicante, letale: il baratro morale a cui sono ridotti i palestinesi dai delinquenti di cui sopra.

Lo faccio con le parole di Michelguglielmo Torri, ché io non ne ho più da tempo.

guernica

La perdita di credibilità di Mahmoud Abbas

Fra le varie reazioni negative o positive che si sono avute al rapporto Goldstone, che ha documentato i crimini di guerra avvenuti durante l’attacco israeliano a Gaza del dicembre-gennaio scorsi, di gran lunga la più stupefacente è stata quella dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese). Quale fosse la sua posizione è diventato chiaro alla fine di settembre, in seguito alle dichiarazioni del rappresentante pachistano al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (l’ente, cioè, che aveva commissionato il rapporto Goldstone). Il rappresentante pachistano, affermando di parlare a nome di tutti gli stati arabi e musulmani – è quindi anche dell’ANP –, ha chiesto di ritardare qualsiasi dibattito sul rapporto fino al prossimo marzo, in attesa di raggiungere «un consenso sui suoi risultati».

Com’è diventato immediatamente evidente, era stata proprio l’ANP a farsi promotrice della richiesta in questione; una richiesta che, di fatto, era un tentativo appena mascherato d’insabbiare la procedura per portare Israele di fronte al tribunale internazionale per i crimini di guerra dell’Aja.

La reazione dei palestinesi alla presa di posizione dell’ANP è stata immediata: migliaia di dimostranti si sono rovesciati nelle strade non solo di Gaza, ma anche nella Cisgiordania, lanciando slogan contro Mahmoud Abbas, il presidente dell’ANP. Contemporaneamente i muri delle case venivano ricoperti di poster che recitavano: «Il traditore Mahmoud Abbas nella pattumiera della storia». Alcuni commentatori arabi, per la prima volta, hanno incominciato a descrivere l’atteggiamento di Abbas come «collaborazionismo». Dal canto suo, la Siria ha cancellato unilateralmente una visita ufficiale del presidente dell’ANP, motivandola con la presa di posizione a proposito del rapporto Goldstone. Anche Hamas, che si era lamentata del trattamento subìto nel rapporto, ma che si rende benissimo conto di come esso rappresenti un danno colossale per Israele, si è unita alle proteste contro Abbas, descrivendone il comportamento come «vergognoso e irresponsabile».

Nel corso del tempo le manifestazioni si sono fatte sempre più minacciose, tanto che, l’11 ottobre, Abbas ha fatto marcia indietro: nel corso di un discorso televisivo, il presidente dell’ANP ha annunciato di aver dato istruzioni all’inviato palestinese al Consiglio per i diritti umani delle NU di ripresentare la proposta di votare immediatamente sulle risultanze del rapporto Goldstone. Nello stesso discorso, Abbas ha aggiunto che era stata formata una commissione per chiarire come mai fosse stata presa la decisione di richiedere un ritardo del voto sul rapporto.

In realtà, su quali fossero le ragioni della sconcertante decisione dell’ANP si erano già soffermati alcuni giornalisti, in particolare l’inglese Jonathan Cook, che risiede nei Territori Occupati. In un articolo pubblicato il 6 ottobre, Cook aveva posto in luce come i vertici dell’ANP fossero stati pesantemente minacciati da Israele, che li aveva avvertiti che un’adesione al rapporto Goldstone avrebbe provocato massicce sanzioni economiche, tali da mettere in ginocchio la già disastrata economia della Cisgiordania. In particolare, se l’ANP avesse appoggiato le proposte fatte dalla Commissione Goldstone di deferire Israele al tribunale dall’Aja, quest’ultimo non avrebbe mantenuto l’impegno, già preso, di fornire ad una compagnia di telefonia mobile palestinese, Wataniya, le radiofrequenze a banda larga necessarie per operare in Cisgiordania.

Wataniya, secondo quanto riportato da Cook, è una compagnia formata da investitori palestinesi – a quanto pare legati personalmente ad Abbas – e da uomini d’affari del Qatar e del Kuwait. La decisione israeliana di negare a Wataniya l’accesso ad una banda larga di 4,8MHz, avrebbe comportato il ritiro della compagnia dai Territori Occupati, con il conseguente pagamento (a termine del contratto fra Wataniya e l’ANP) di milioni di dollari in penalità da parte dell’ANP e con la cancellazione di 2500 posti di lavoro.

Naturalmente, l’intera questione può essere vista come un cedimento di Abbas per ragioni personali (gli interessi che lo legano agli investitori palestinesi presenti in Wataniya); come, cioè, un caso di corruzione. Ma, del tutto indipendentemente da questo problema – e, in realtà, assai più grave – è il fatto che l’intera questione rivela come l’ANP dipenda mani e piedi dal volere d’Israele. Una situazione che toglie ogni credibilità ad Abbas e all’ANP come rappresentanti del popolo palestinese.