Quando insegnare con la sclerosi multipla è “una vittoria”

E’ notizia di un paio di settimane fa. Ho cercato di dimenticarla ma mi riappare nei pensieri a scadenza fissa, non la metabolizzo. Parla di una donna licenziata dalla scuola perché malata di sclerosi multipla. Quindi lasciata senza mezzi di sostentamento. Quindi in causa con l’Ufficio scolastico, quindi sottoposta a una serie di visite, quindi riammessa, quindi finita sui giornali con frasi come:

“Ora può tornare in cattedra, perché la malattia le starà anche debilitando il corpo, ma non la mente.”

” Ora è riuscita a dimostrare di essere perfettamente in grado di insegnare.”

“Ha fatto diverse visite specialistiche alle Molinette, che hanno evidenziato soltanto problemi a camminare e una lieve depressione causata proprio dalla perdita del lavoro. ”

A me -non so a voi- il senso comune dice un’altra cosa: che se stai fisicamente male, e tanto male, in realtà non puoi affatto insegnare. Tanto meno lingue in un alberghiero, dove gli studenti fiutano la tua debolezza da lontano, non sei una materia di indirizzo e ti fanno sputare sangue. Che se sei depressa, la tua sclerosi multipla c’entra qualcosa. Che il lavoro a scuola, tra esposizione ai virus e stress, peggiora il tuo stato. Che i medici delle Molinette, molto probabilmente, hanno avuto pietà di una donna che deve mantenere figlie piccole e madre ottantenne. E per questo l’hanno riammessa. Giustamente.

In generale, medici, giudici e prof sono le tre categorie che stanno tenendo insieme con lo sputo uno Stato impazzito, non è una novità. In un paese civile, se dopo venti anni di insegnamento ti arriva una diagnosi del genere, hai diritto a una pensione che ti consenta di vivere, non a 600 euro al mese. Se non ti possono dare la pensione, in una scuola civile ti destinano “ad altro incarico”, fuori dalle aule. A quei lavori – biblioteca, progetti, funzioni strumentali varie- che nel nostro paese incivile vengono fatti, gratis e nel tempo libero, dai professori che di mattina sono in classe. In un paese civile, una prof nella merda non viene salvata dall’altro spezzone di Stato -la Sanità- che mette una pezza contro la barbarie, come del resto fa con gli immigrati, con gli indigenti, con tutti quelli che finiscono nel tritacarne nostrano senza che ci sia uno straccio di opinione pubblica ad accorgersene.

In realtà, è la stupidità dell’opinione pubblica, ciò che mi ha davvero colpito in questa storia. Che la gente possa trovare consolatorio leggere: “Uh, ma guarda, anche se hai la sclerosi multipla puoi insegnare, che bella vicenda!”

Io sono stata convinta per tutta la vita che organizzarsi in società avesse un fine preciso: quello di dare quando si è forti per ricevere quando si è deboli. Ora che non è più così, io non vedo più il senso. In nome di cosa, esattamente, io dovrei dare le mie forze a una società che mi lascia per strada appena cado? Qual è lo scopo? Ci vantiamo tanto di essere passati da una società basata sul gruppo, sulla famiglia, a una basata sull’individuo, e questo individuo è una persona sana in età produttiva. Ma quando smetti di essere quell’individuo lì, fammi capire, che caspita fai, in una società che, semplicemente, non è disegnata per te? E la cosa che mi fa impazzire è che ci arriviamo tutti, prima o poi. Ma tutti, proprio. E quando saranno finiti gli adulti che possono permettersi di invecchiare grazie alla generazione precedente -quella che ti ha lasciato la casa e due lire- che ne sarà della gente? Di voi, tipo?

A me fanno impazzire le donne, soprattutto. Noi abbiamo avuto -e in qualche angolo ancora rimane, per poco- una legislazione che poneva rimedio a delle realtà sociali: quelle che ci dicono che, anche a parità di lavoro, le donne guadagnano meno. Che l’assistenza a bambini e anziani ricade sulle nostre spalle. Che se un membro della coppia deve progredire professionalmente, quello che ha meno prospettive di guadagno (la donna, appunto) tende a mandarlo avanti sacrificando le proprie prospettive. Questa realtà, ché di realtà si tratta, è stata compensata in diversi modi: con uno specifico trattamento in caso di separazione, per esempio, o, per parlare del mio ambito lavorativo, con il punteggio extra dato a scuola in base ai figli piccoli, queste cose qua. Sono ormai anni, invece, che si è fatto maggioritario, tra le donne in età produttiva che si dichiarano femministe, un atteggiamento di disprezzo verso queste compensazioni, come se fossero offensive: no, non dateci soldi quando ci separiamo. No, aboliamo le facilitazioni per fare rientrare al lavoro le donne che fanno figli. Togliamo le graduatorie. Massì, che belle le leggi che ti obbligano a spostarti di centinaia di chilometri, per giunta a cazzo, se vuoi insegnare nella scuola. Una sorta di voluttà nell’andare contro i propri interessi di genere che sarebbe comica, se non fosse spaventosa.

Lo capisco: sarebbe bello se, nella scuola per esempio, tutti i prof fossero trentenni sani ed entusiasti. Se, nelle coppie, nessuno facesse figli e nessuno ci buttasse il tempo appresso. Se fossimo tutti borghesi luccicanti e benestanti. Se tutti avessimo la certezza di invecchiare bene e con agio. Ma sappiamo che non è così, che non sarà così. E allora, davvero, che cazzo la abbiamo creata a fare, la società? Non era meglio rimanere cacciatori, farci una grotta che almeno era gratis, morire presto? Perché tutto ‘sto casino?

E, no, la prof con la sclerosi multipla, ripeto, non dovrebbe andare in classe. Non è una vittoria. Farla riammettere è stato un gesto di solidarietà da parte di alcuni servitori dello Stato verso un’altra servitrice dello Stato in una condizione di emergenza. E nonostante lo Stato. Non capirlo, sorridere compiaciuti, farsi consolare da questa pornografia giornalistica, fa di noi degli esseri ripugnanti i cui pensieri devono assumere una sola forma: quella di un gigantesco boomerang.

 

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3 Commenti

  1. Vagabonda
    Pubblicato il 29 gennaio 2016 alle 16:55 | Permalink

    Accipicchia (non lo dicevo da secoli) quanto hai ragione! Stiamo perdendo la testa, soprattutto a scuola…

  2. norma
    Pubblicato il 30 gennaio 2016 alle 22:31 | Permalink

    Hai espresso perfettamente, purtroppo, questa realtà disumana!

  3. giulia
    Pubblicato il 29 febbraio 2016 alle 23:13 | Permalink

    Tristemente mi tocca dire che concordo…

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