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Bon.
Mi è arrivata la sentenza con cui il Garante per la Protezione dei dati personali condanna il Corriere a rimuovere il famoso articolo dal suo sito.

Mi riferisco, ovviamente, allo scandalone dello scorso gennaio: una mia email privata che arriva a Magdi Allam, lui che la sbatte sul Corriere senza il mio permesso e tutto il delirio successivo. Chi non ne fosse a conoscenza, trova gli antecedenti qua e in molti altri blog, siti e giornali.
Ma facciamo come se tutti sapessero di cosa sto parlando e, comunque, sta per arrivare una ricostruzione molto dettagliata della storia.

Mettetevi comodi, quindi: a tratti parrà un po’ intricata, la vicenda, ma i fatti non lo sono nemmeno tanto, in realtà.
Se c’è qualcosa che non si capisce, fatemi un fischio.

La sentenza è composta da varie pagine ma, fondamentalmente, si basa sul fatto che Hamza Piccardo – pregasi notare che è la prima volta che questo nome appare in un mio post riferito alla vicenda che ci interessa – ribadisce “il carattere strettamente personale dell’email pubblicata, osservando che la stessa […] era indirizzata a quest’ultimo e “solo per conoscenza ad altre quattro persone. […]
In particolare, ciò su cui punta il dito “non è la necessità o meno di far diventare di pubblico dominio la vicenda personale” che lo riguarda, “ma la gravissima circostanza rappresentata dalla pubblicazione, con modalità copia-incolla, di ampi stralci di una missiva privata.

Ecco.
La domanda quindi è: “Ma come diamine ci è arrivata, una missiva che dovevano avere in cinque, sulla scrivania di Magdi Allam?
Viene domandato, infatti.

E (come da link alla sentenza) l’Rcs Quotidiani Spa risponde con una memoria, riportata nella sentenza stessa, che, tra le altre cose, dice:

Copia della missiva in questione sarebbe stata inviata al giornalista Magdi Allam, autore del predetto articolo, da uno dei relativi destinatari (di cui il medesimo giornalista non intende svelare l’identità ai sensi dell’art. 138 del Codice e nel rispetto della norma professionale sulla fonte delle notizie) posto l’interesse che il giornalista aveva manifestato per il tema della poligamia al quale aveva già dedicato, nei mesi precedenti, diversi articoli.

Bene. Non che non l’avessi detto a suo tempo, vorrei fare osservare.

E chi sono questi quattro destinatari?
E chi volete che siano, scusate?
Chi avrei mai potuto scegliere, ad ottobre del 2006, come testimoni di un così delicato “divorzio islamico”, convinta che nessuno di loro avrebbe mai usato una simile email per andare a fare uno scandalone anti-islamico?

Li aveva già pubblicati Dacia Valent sul suo blog, questi quattro nomi: poi li tolse, credo su richiesta di Miguel Martinez a cui io stessa – inguaribile brava ragazza – avevo detto: “Ma guarda che io l’ho appena dichiarato all’Unità, che quell’email può essere stata mandata a Magdi Allam solo da uno dei testimoni! Non ho fatto i nomi proprio per tutelare gli innocenti, e adesso li pubblica lei??
E lui mi ringraziò per averlo avvisato e mi disse che avrebbe chiesto alla Valent di toglierli.

Alla luce di tutto quello che è successo dopo e, soprattutto, di quanto dichiarato dalla Rcs Quotidiani, direi che è il caso che ormai li riproponga, questi nomi dei quattro destinatari, che sono i seguenti:

1. Dacia Valent
2. Miguel Martinez
3. Sherif El Sebaye
4. Alberto Bellutti, webmaster di questo sito, da me coinvolto tra i testimoni perché autore materiale del mio accidentato trasloco.

Ora: siccome, come è evidente, la scelta di Magdi Allam di non rivelare l’identità della persona che gli ha inviato l’email, tra queste quattro, getta un’ombra sulla correttezza delle altre tre, il mio webmaster Alberto Bellutti ha inviato al Corriere della Sera una liberatoria – che pubblico qui – in cui invita ufficialmente Magdi Allam a sentirsi autorizzato, per quanto lo riguarda, a fare tutti i nomi che vuole. Lo solleva, quindi, da qualsiasi eventuale obbligo di segretezza professionale sul suo operato.
Potenza di una coscienza cristallina, sì.

Ne rimangono tre, quindi:

1. Dacia Valent
2. Miguel Martinez
3. Sherif El Sebaye

Uno di loro, secondo quanto affermato ufficialmente dall’Rcs Quotidiani al Garante, è la persona che ha inviato a mia insaputa quell’email a Magdi Allam.

Considerato il ruolo “pubblico” di queste tre persone in tema di islam e politica, e considerati anche i sospetti gettati da due di loro sul mio conto, all’epoca della pubblicazione dell’articolo e della relativa mobilitazione che questa provocò in rete, ritengo assolutamente doveroso che i tre provvedano ad inviare, a loro volta, la relativa liberatoria a Magdi Allam affinché questi si senta libero di svelare l’identità della “talpa” tutelando, di riflesso, il buon nome degli altri.
E mi pare altrettanto doveroso, ovviamente, che i tre pubblichino sui loro siti la ricevuta della raccomandata.

Così facendo, i casi sono due:

1. O Magdi Allam lo dice, chi di loro gli ha inviato quell’email, e libera gli altri da un infamante sospetto.

2. Oppure viene fuori che l’Rcs Quotidiani e Magdi Allam hanno mentito al Garante. Attenzione: non solo Magdi Allam. Anche l’Rcs Quotidiani. Che è ancora più grave, direi.

Entrambe le possibilità rendono tale procedura ineludibile, direi.

Io sono stata molto zitta, in questi mesi.
Non avevo altra scelta, e per una serie di motivi:

1. Dacia Valent ha cominciato a spargere fango dal ventilatore nel momento esatto in cui io avevo tutta la stampa nazionale sul mio blog.
C’era stata una mobilitazione internettiana notevole, e mi avevano scritto diversi giornalisti chiedendomi spiegazioni sull’operato di Allam e dicendomi che proprio questa mobilitazione avrebbe potuto, per una volta, smuovere la categoria dal dogma del “cane non mangia cane” spingendola a portare la richiesta di spiegazioni sulla macroscopica scorrettezza commessa dal Corriere in un ambito più ampio di quello dei blog.
Gettando sospetti sulla mia correttezza, la Valent silurava questa possibilità.
Rimaneva il fatto che io avevo, comunque, tutta la stampa sul mio blog, e assai incuriosita.
E, per andare a rispondere alla Valent e al suo sventolio di panni sporchi distorti e/o inventati, io avrei dovuto a mia volta entrare nella cagnara e mettermi a puntualizzarli, per la gioia degli astanti.
Non avrei ottenuto niente: avrei solo contribuito a intorbidire ulteriormente le acque, sprofondando in un confronto di infimo livello che, tra l’altro, mi avrebbe obbligato a sbandierare un sacco di fatti miei ma – soprattutto – altrui.
Una simile lesione alla mia ed altrui privacy, nei dettagli e per giunta in quel momento, avrebbe completamente vanificato la mia denuncia a Magdi Allam.
Ho dovuto scegliere tra il difendermi gettandomi in una caciara ignobile, e il tacere, portando avanti nel modo più sensato possibile la mia denuncia al Corriere.
E ho scelto: stare a discutere con la Valent o con il Martinez non meritava di avere come prezzo l’affossamento della la mia richiesta di responsabilità a Magdi Allam.
Ubi maior, etc.

2. Avevo degli innocenti da tutelare.
C’erano aspetti di tutta questa vicenda, da un certo punto in poi, che non era il caso di tirare in ballo, e per giunta a quei livelli.
D’altra parte, era – e continua ad essere – letteralmente impossibile spiegare la mia irritazione nei confronti di Piccardo da dicembre in poi senza citare questi aspetti.
I quali, per inciso, non mi riguardano personalmente e nulla c’entrano con le mie vicende sentimentali e divorzili.
L’idea di vedere gente incolpevole coinvolta in una simile storiaccia mi faceva ‘bastanza orrore.

3. Io non ho capito tutto subito.
Mi sono letteralmente trovata in un marasma allucinante di cui mi erano chiari gli aspetti essenziali, ma mi risultavano totalmente incomprensibili certi atteggiamenti e posizioni.
C’erano diverse cose che non sapevo e che gli altri sapevano, ed io le andavo scoprendo man mano che, bontà loro, qualcuno me le diceva. Come era fisicamente arrivata la mia email al Corriere, per esempio. Credo di essere stata l’ultima a saperlo, e certo non nei giorni della bolgia.
E poi quella cosa assolutamente traumatizzante che è stata l’atteggiamento di Miguel Martinez, a un certo punto. E che io, letteralmente, non riuscivo a comprendere.
Ci ho messo tempo: ho dovuto ricostruire, ragionare e razionalizzare cose che mi sembravano folli e basta. E’ stato parecchio stressante, devo dire. Soprattutto, ha richiesto il suo tempo. Cosa, quest’ultima, che – come da punto 1) – per me andava anche bene.

4. Ero stanca. Ma tanto, proprio.
Mi erano successe troppe cose, e per troppo tempo di fila. Cose che mi toccavano in ogni singolo aspetto della mia vita e di ciò che sono, peraltro.
Non ne potevo veramente più.
A quel livello di stanchezza, e di fronte a una nuova, simile enormità, io non potevo combattere.
Sarei stata poco lucida, avrei fatto casino, mi sarei lasciata sopraffare dall’emotività. E non era proprio il momento, direi.
Ho preferito recuperare il sonno. Dormire. Prendermi cura di me. Lavorare. Concentrami negli scrutini – già: avevo pure gli scrutini, in quei giorni – e ricaricare le mie esauste batterie.
Una non ci può rimanere secca, su un blog.
Diamoci delle proporzioni, sant’Iddio.
E la mia capacità di assorbire brutture è limitata.
E poi ho un carattere poco obbediente: detesto che mi vengano imposte le cose, ritmi compresi.
Lì mi si cercava di imporre di tutto: dal fare il nome dell’ex fino al cosa dire, a chi, e con quali tempi.
Un bel “ma vadano al diavolo!” ci stava tutto.

Me la sono presa con calma, quindi. Almeno sul blog.
Perché mi sembrava l’unica cosa da fare, da ogni punto di vista.

Adesso, e a partire da questa sentenza del Garante, è però arrivato il momento di raccontare ciò che mi è successo e ciò che so.

Non ci metterò poco tempo e non mi basterà un solo post.

Chi avrà la pazienza di arrivare fino all’ultimo, capirà anche per quale motivo – oltre alla mia legittima voglia di raccontare ‘sta storia come si deve – mi decido a riaprire una vicenda chiusa solo in apparenza.

Mettetevi comodi, quindi.

Vi racconto una storia.