
Passo di ruolo in quello che è l’anno professionalmente peggiore della mia vita.
Catapultata in Italia senza voglia di venirci, con mezzo anno scolastico passato con la testa sotto le coperte per non vedere l’orrore dell’essere tornata a Milano e l’altro mezzo trascorso a contemplare attonita l’uragano sentimentale in cui mi sono ritrovata senza avere nemmeno ben capito come.
Con la testa ovunque fuorché a scuola.
E stanca del lavoro che faccio.
Una dovrebbe entrare in ruolo quando è ancora una prof fresca ed entusiasta, coi sacri fuochi del mestiere: è allora che ci starebbe bene un minimo di gratificazione, il riconoscimento di un’assunzione normale come quelle che spettano a chi fa altri mestieri, l’ebbrezza di essere pagate d’estate.
Passiamo di ruolo dopo una gavetta infinita, invece: rivedo gli anni passati a insegnare tra Milano e Magenta, Milano e Pavia, Milano-Magenta-Pavia e magari pure Gorgonzola o come si chiamava quel posto là, e mi passano per la memoria periferie su periferie, luoghi che non ho mai veramente voluto sapere dove fossero e che ho dimenticato più in fretta che ho potuto, la macchinetta del caffè sul fuoco alle cinque, le sei del mattino, i ritorni a casa alle sette di sera di quando macinavo un centinaio di chilometri al giorno e quegli anni in cui di lavori ne avevo quattro, cinque, non so più quanti, e tra tutti facevo uno stipendio intero. Quasi.
E mi piaceva pure. Mi piaceva da morire, insegnare.
Mi sentivo una privilegiata.
E poi ti passa.
Poi ti stanchi di essere presa per scema.
Ti stanchi di collezionare dimostrazioni della tua impotenza in cambio di nulla o quasi.
Stasera ripenso alla scuola che aveva i soffitti pericolanti e facevamo lezione in un laboratorio pieno di lavandini e c’era uno scheletro – uno scheletro vero, il cadavere di un soldato della prima guerra – a cui ogni tanto cadeva un osso del braccio e lo raccoglievi e lo posavi sulla cattedra, e certe volte mi scordavo di posarlo, presa com’ero dall’enfasi del discorso, e mi ritrovavo ad avere spiegato la regola del congiuntivo o la tal poesia con l’osso di questo qua in mano, manco fosse stato un gessetto, e ci rimanevo male: “Ho un osso in mano. Che ci faccio con un osso in mano?”, pensavo.
I ragazzi non facevano una piega, gli pareva normale.
Ripenso alle orripilanti famiglie di certi bambocci viziati e alle più o meno scoperte pressioni che mi sono sciroppata per anni: “Promuovimi il figlio ché altrimenti vado dal preside, guarda che io pago”.
Mamma mia. Per anni.
La Milano arricchita.
Poi ti ritrovi in un’altra scuola, due strade più in là, e c’è la mamma che si scusa perché osa presentarsi senza appuntamento ed è prostrata, continua a inchinarsi sotto il tuo sguardo attonito e ti deve dire che sua figlia non verrà a scuola per un mese perché ha un cancro e l’hanno ricoverata di nuovo, sa, volevo dirglielo, mi scusi tanto se mi sono permessa.
Quella donna dimessa, grassottella e sconfitta nella luce artificiale di un corridoio di scuola, in una di quelle mattine buie di Milano quando è inverno. Convinta di non avere diritti.
Giusto lei, mi viene in mente oggi.
Passo di ruolo quando non ho più voglia di insegnare, mi è passata.
E’ finito l’amore.
Sono stata pagata troppo poco e troppo male, per troppi anni.
Tutto qua.
E un giorno ho scoperto che mi ero stancata.
Quelle cose che prendi servizio a settembre e il primo stipendio si decidono a dartelo a novembre, dicembre. Un anno a febbraio, addirittura, e quell’anno non votai, per la prima volta.
E trecentomila abilitazioni, corsi su corsi, concorsi su concorsi, e ormai vedo una programmazione e mi viene da stare male, ché questo linguaggio scolastico ripetuto all’infinito, in diecimila verbali, in centomila relazioni e in milioni di cartacce scritte che nessuno leggerà mai mi fa venire un groppo allo stomaco e non lo sopporto più.
Mi sono stancata della scuola.
E la scuola, come certi fidanzati, si decide adesso a venirmi a cercare e a chiedermi di sposarla.
Quando già l’avevo lasciata e non ci pensavo manco più.
Mi ha ripreso e mi ha sposato.
Dice che d’ora in poi mi tratterà bene.
Mi pagherà di più. Mi pagherà d’estate.
Mi riconoscerà dei diritti.
Adesso, si decide.
E “vabbe’”, ho detto io, ma la verità è che lo so benissimo, che non è più come prima.
Non è un matrimonio di passione ed è un peccato. Un tempo lo sarebbe stato.
Poi, come è suo solito, ti offende sempre un po’, la scuola.
Una puntina di mortificazione te la impone comunque.
“Docenti in formazione”, siamo stati noi quest’anno.
L’età media in cui si passa di ruolo è 40 anni, chi più e chi meno.
Dopo sette, dieci, quindici anni di servizio.
Dopo chissà quante abilitazioni, chissà quanti concorsi, dopo esserti fatto un culo che ti basta la metà.
E ti tocca ancora l’anno di prova, che non dico di no, va bene. D’accordo.
Ma proprio “docenti in formazione“, dovete chiamarci?
Ma perché, scusate, negli ultimi dieci anni cosa abbiamo fatto, secondo voi?
Ma davvero pensate che ci “formiamo” giusto quest’anno? E per dieci anni cosa siamo stati, me lo spieghi?
E quindi ho fatto l’anno di formazione.
Ancora.
Corso in presenza, corso online, dodici tesine presentate, 50 punti di credito, relazione finale da presentare alla scuola, comitato di valutazione, colloquio davanti al preside e ai colleghi del comitato che, alla fine, emettono un giudizio su di te.
Fatto.
Oggi.
Sono passata di ruolo circa sei ore fa.
E mi sento strana.
Perché ho lavorato male, sempre un po’ assente, sempre un po’ altrove.
Umorale più che mai, oltre i miei già notevoli standard.
Di rendita, di esperienza, senza passione nuova.
Al risparmio, come mai nella mia vita.
Poi mi chiedo dove ho mancato, esattamente, e non lo so.
I corsi di recupero, li hai fatti? Sì.
Al progetto per gli stranieri hai collaborato? Sì.
La classe pestifera a Barcellona l’hai portata? Sì.
Le ho fatte, le cose. Quelle che si devono fare per forza e pure quelle che ti potresti risparmiare, volendo. Le ho fatte.
E cosa mi manca, allora? Quale zona della coscienza si sente poco bene, cos’è che non so perdonarmi, giusto oggi?
Ho fatto un inatteso bagnetto di popolarità, mentre aspettavo il mio turno davanti alla porta del Comitato di valutazione, assieme ai colleghi di passaggio di ruolo e ai vari tutor (sì, pure i tutor).
Sono stata raggiunta da tutti i miei alunni, un gruppetto dopo l’altro, proprio davanti a quella porta, proprio oggi.
“Prof, abbiamo saputo che devono farle delle domande e siamo venute a darle un bacio.”
“Prof, ma noi non ci vediamo più e siamo venuti a salutarla, ci dia un bacio.”
“Prof, è tutta la mattina che la cerchiamo, abbiamo fatto una colletta e le abbiamo regalato questa piantina, eccola.”
Non finivano più.
Ed era strano ritrovarmeli proprio lì, perché è una delle cose che ti chiedono in questo tipo di esami: che rapporti hai con i tuoi studenti.
Eccolo là, il mio rapporto.
Ce l’avevo in faccia sotto forma di baci, in mano sotto forma di pianta.
E chissà perché, poi.
Dopo tante urlate, tanti cazziatoni, tanto guardarli sconsolata e dirglielo chiaro e forte, che ero sconsolata.
“Insomma, ragazzi, sono stata abbastanza cattiva, quest’anno? Vi ho fatto abbastanza paura?”
“Eh, prof, un po’ sì. Quando si arrabbia è un po’ terribile.”
E una: “Prof, lei una volta mi ha messo una nota perché avevo sorriso!” E ci siamo buttate via dal ridere, ché questa è una cosa della scuola che non passa mai, le risate – ma risate piene, risate senza limiti – che ti puoi fare con i ragazzi.
Era vero, le avevo messo una nota perché aveva sorriso. Giuro. Chissà che scatole girate, avevo quel giorno, e pazienza.
Alla fine, io un’altra cosa non la potrei fare.
Non la saprei fare.
Ho bisogno di quell’intimità con pochi filtri, di quel permesso di essere se stessi che solo i ragazzi ti danno. E si prendono.
Di quello strano rapporto fatto di spigoli e calore che non saprei descrivere ma che so che è il mio con loro e che, in qualche modo, funziona.
Cosa me ne potrei mai fare, di un mondo di adulti?
Non ne ho voglia.
Forse non sono poi tanto stanca della scuola, dopotutto.
Mi hanno esaminato, mi hanno valutato, hanno colto bene i miei punti deboli e sono stati fin troppo lusinghieri con quelli di forza.
So che giudizio ho avuto e mi ci ritrovo, sono io.
E poi ci siamo festeggiati, tra spumanti e pasticcini, e ci siamo baciati tra noi prof, e ce la siamo chiacchierata, ci siamo ringraziati, abbiamo espresso tutto il sollievo che potevamo e poi io ho preso la bicicletta e me ne sono tornata a casa.
Con la mia piantina nel cestello.
Mi sono svegliata poco fa credendo che fosse l’alba e invece è solo sera.
“Non sono più precaria” e mi viene da ridere: la precarietà è uno stato dell’anima, temo, e non bastano mille comitati di valutazione a togliermela di dosso.
Figuriamoci.
Ci vivo anche bene, giù le mani dalla mia precarietà.
Piuttosto: è questa sensazione che ci sia qualcosa che non va, ciò che davvero vorrei togliermi di dosso stasera, e non ci riesco.
Qualcosa che non va, e non so cosa.

faccio quel mestiere odioso di formare gli insegnanti. Insegno didattica e pedagogia insomma a “docenti in formazione” Che magari hanno un’esperienza di decenni. Ti capisco molto, anzi moltissimo.
vedo anche insegnanti pieni di boria però. Che pensano che stare con le persone sia pontificare, inquadrare, incasellare. Li prenderei a calcioni ogni tanto.
Allora tanti carissimi auguri!
Ti consiglio di trattare con molta indifferenza “Quel qualcosa che non va”, come se non ci fosse..
Capita spesso anche a me e forse dipende da qualcosa che non è andata come volevo. Su Rai Tre alla trasmissione Mediterraneo stanno parlando di Gaza poi parleranno di Egitto, spero che la stai vedendo.
insegnavi a Magenta?e in che scuola?io ho fatto le elementari alle S.Caterina, le medie alle Baracca e il liceo linguistico. poi lasciato dopo un anno per delusione data dall’ambiente non esattamente stimolante
Ciao.
Ti sei chiesta se questa strada ha un cuore?
Potrebbe averla, ma dipenderà dall’immagine che ti vorrai creare, proiettati in un domani non molto lontano ed immagina come potrebbe essere.
Se vuoi essere la classica prof frustrata fatta solo di pagine da studiare e voti sul registro ti invito a cambiare strada, sono uno studente il quale ha sempre cercato un contatto e un qualcosa in più di tutte quelle nozioni inutili, e ricordo positivamente solo 3 professori su una cinquantina che ho “frequentato”.
Ma quei 3 hanno saputo fare un lavoro diverso, questo perchè erano coscienti del loro potere e delle loro responsabilità . Avete molte responsabilità nei confronti dei ragazzi che vi passano sotto mano, non parlo del rischio che qualcuno possa cadere per le scale, parlo della formazione che gli potete dare.
C’è una profonda differenza tra informazione e formazione: le informazioni si imparano tanto come si dimenticano, La Formazione resta.
Penso che se vuoi avere un’esistenza appagante in quell’ambito la dovresti prendere come una sfida nel voler fare la differenza per le vite dei ragazzi che tirerai su. non è facile, impegnativo!
Ma se per qualcuno veramente avrai fatto la differenza allora tutto ti ritornerà indietro.
Buona Vita!
auguri profsorè! (come si dice dalle mie parti). mi è venuto in mente un libro che per qualche cosa tipo principe azzurro che non esiste, amore disilluso ecc., mi ti ricorda in questo post: la via al matrimonio.
l’autore non lo so, edizioni è l’astrolabio…
baci
m
Complimenti Prof.. dai di RUOLO.. ma ci pensi ?
potrai fare domanda pure per le scuole all’estero…
tanto lo so’ che è solo questo che ti piace fare …
Auguri Prof. di cuore
Ecco,adesso sei una proffff come tutte le altre.
Non verrò mai più a leggerti.
Ciao
old
Che ci sia qualcosa che non va anche se non so cosa è da quando che sono nato che ce l’ho come impressione. Leggere il tuo post mi ha ricordato Il buon vecchio Bukowsky che a furia di sfondarsi di acool qualcosa lo aveva capito che il sistema statale è il grande Moloch che impasta le nostre anime per sputarle a pezzetti fuori, cito non testualmente da “Storie di ordinaria follia”
“Mentre camminavo per strada vidi un negozio con un uomo sulla porta, e dentro al negozio uomini che con delle mazze rompevano delle cozze per tirarne fuori la polpa e metterla in un cestino. A me sembrava che stessero rompendo se stessi per buttarre via quel poco di anima che gli restava. L’uomo sulla porta mi disse
-Lo vuoi un lavoro sicuro?-
Gli risposi
-No-
Continuai a camminare il sole alto di fronte a me.
zerocold
In gita a Barcelona? Se lo sapevo ti invitavo a una caña.
Ti saluto e stammi bene,
H
Cara collega, ma forse è meglio dire amica, perchè anche io conosco bene quello stato d’animo di cui parli. Ho trovato questa lettera proprio oggi, oggi che sento già la tristezza di questo altro anno da precaria, ogni anno sempre di più. Un senso di tristezza e incertezza che si riflette in tutte le angolazioni della vita. Penso anche di cambiare lavoro, ma da dove incomincio a 40 anni?
E’ bella la tua lettera, scrivi molto bene, tanto che mi pare di vederti…….
sai dove mi piacerebbe incollare questo tuo post?
http://notadisciplinare.splinder.com/
ma sono ragazzini e non so se capirebbero :)
cara lia, pensa solo questo. che il mio figliolo tormentato non ha mai, dico mai avuto una prof brava la metà di te. che forse se l’avesse avuta sarebbe un pchino meno tormentato. e che forse qualcuno dei tuoi ragazzi è un po’ meno tormentato perché ha avuto te. Un abbraccio grande.
Ciao Lia,
finalmente trovo il tempo per leggerti, il tempo mentale direi. E la giusta distanza da quella sera alla festa del cortile…direi che quarant’anni
Emozionante, denso. Tanta roba. Mi sono rivisto davanti decine di supplenti che, bulletti adolescenti, trattavamo a pesci in faccia….che vergogna!
Sto raccogliendo storie di precarietà per un libro in uscita ad ottobre che si chiamerà Moratti senza filtro. Vorrei inserire la tua, di storia. Posso?
poverosilvio@hotmail.com
ilcavaliercortese.splinder.com
Grazie, ciao. Daniele