
E’ finito il Ramadan e io non me ne sono nemmeno accorta.
In realta’, il mio Ramadan e’ finito arrivando a Dahab: gia’ la sera dell’arrivo, scoprire di poter ordinare birra ovunque e berla all’aperto mi era parso bizzarro. Al Cairo non la servono (la mia provincia non la nomino nemmeno, dico Il Cairo!) perche’ moltissimi non la vogliono toccare.
Ma Dahab, si sa, e’ un altro mondo.
Solo che poi, la mattina dopo, c’erano turisti che la bevevano in spiaggia, ed era giorno. Non ci potevo credere, ma dai…
Basta, finito il mio Ramadan. Fumare, mangiare, bere pubblicamente e bellamente fregarsene dei digiunanti. Visto che questo era il trend, mi ci sono messa pure io. Dopo quasi un mese, dopo tutto, ne avevo assai voglia.
Gli arabi hanno le palle.
Dalla mattina alla sera, cucinare, portare cibo, vedere bere e fumare tutti ‘sti stranieri e, tuttavia, tenersi fame e sete fino a sera.
Dove lo fanno tutti e’ piu’ facile, e anche infinitamente piu’ bello, che alla fine si mangia tutti assieme e questo senso di accompagnamento non ti abbandona mai.
Ma qui?
Un Ramadan cosi’ tra le quinte, cosi’ spinto nella clandestinita’ da chi ti mangia davanti, dal dio del turismo… da guadagnarsi il paradiso, proprio.
“Ma come fate?”
“Eh….”
“Ma non ti da’ fastidio vedere tutto ‘sto mangiare, bere e fumare davanti a te?”
“Ma no….”
Figuriamoci.
Poi no, alcuni lasciano perdere e si fumano la sigaretta, afferrano l’acqua.
Ma molti no e te ne accorgi dall’alito: e’ un sistema infallibile per distinguere chi digiuna e chi no. L’alito da Ramadan e’ inconfondibile, la spia di uno stomaco assolutamente vuoto.
Ho annusato aliti senza farmene accorgere, ed era vero. Mustafa’ non toccava cibo, Assan nemmeno, ma come fanno?
Anche la festa, adesso, e’ dietro le quinte, e la intuisci solo dai vestiti nuovi che vedi qua e la’.
E’ tradizione, tutti coi vestiti nuovi.
Ma non la vedi, e’ come se non ci fosse.
Un po’ mi dispiace, e mi manca la mia provincia.
Ho voglia di tornare.
Dahab e’ diversa da tutto il resto del’Egitto ed e’ la storica patria ex-hippy del vivi e lascia vivere.
Che ognuno faccia cio’ che crede e’ coerente con la sua storia, eppure non mi piace. Mi sono adeguata di corsa, ma mi ha accompagnato un retrogusto amaro, la percezione dell’aggressivita’ che questa liberta’ porta con se’.
Anni fa era diverso: i baretti non si erano arricchiti tanto da potersi permettere la licenza per gli alcoolici, quindi non si beveva, a meno che qualcuno non si spingesse fino alla mitica discoteca di quei tempi, molto piu’ in la’, a prendere le scorte. Che pero’ erano talmente costose da scoraggiarti anche perche’, nel frattempo, tu ti eri abituato a non bere e magari ci avevi pure preso gusto, e scoprivi il sapore dei succhi e ti sentivi piu’ sano e piu’ in armonia con il luogo, piu’ ‘in viaggio’ e, allo stesso tempo, piu’ vicino al te stesso di quando eri piccolo. Perche’ tutti, un tempo, siamo stati persone che ordinavano un succo di frutta, e non una birra.
Stasera si e’ alzato vento e fa fresco, da andare a prendere il maglione.
Ho nostalgia di qualcosa, ma non so di cosa.
Della festa che non vedo, forse.

bentornata
Grazie, Lu…:)
cara Lia, poich? il mio sito ? bloccato se mi invii il tuo indirizzo ti mando le ultime due puntate del mio “diario”, cos? come le ho inviate ai miei amici a Udine.
Buon riposo.
Spero che ci incontreremo da qualche parte del mondo augusta
Ti ho risposto.
Spero che il tuo Diario da Betlemme si sblocchi al piu’ presto!
Ciao…:)