hij.jpg

A proposito di Kelebek, c?è in linea un interessante articolo sulla strumentalizzazione delle donne nei conflitti che mi ha riportato a una domanda che mi frulla in mente da parecchio tempo: ma che effetto ha il velo, esattamente, sulla psiche maschile?
Se volessi riesumare una terminologia consunta dal troppo uso, potrei chiederlo così: quanto c?è di castrante, in un velo? Quanto può limitare la libertà maschile, più che quella femminile?

Non è tanto la risposta dei maschi arabi, ciò che mi interessa: quella è risaputissima, ed è che il velo incute rispetto e spinge a ?comportarsi bene.?
Non perché uno si debba comportare male con chi non lo porta, ma proprio perché dialoga direttamente con l?inconscio altrui, il fazzolettino.

Nel mondo arabo c?è forse più consapevole dimestichezza che da noi, con i richiami ad un ordine che è comunque custodito, ed espresso in parole, in ciascuna coscienza individuale.
Una donna mi suggeriva, giorni fa: ?Se qualcuno attacca bottone con te con l?aria di voler fare lo stupido, salutalo dicendo ?Salam Aleikum?. Il Corano impone che alle parole di pace si risponda con altrettante parole di pace, e il fatto di doverle pronunciare fa notevolmente sbollire gli eventuali istinti disonesti dei calienti giovanotti.?
Molto ben teorizzato e codificato, direi.
Pure troppo, e un analista freudiano rischierebbe di morire di noia, da queste parti.

E i nostri uomini, invece?
Come reagiscono, di fronte a questa chiamata al rispetto, a questo essere sbattuti fuori dalla visione di un corpo femminile di cui sono abituati da sempre ad essere spettatori e giudici?
E perché io (che pure mi affretto festosa a scoprirmi quanto mi pare, se il contesto è adatto, e adoro le spiagge nudiste della Gomera) non vedo donne che si mortificano, dietro quei veli, ma donne che sbattono fuori da sé la massa indistinta dei maschi ed hanno una libertà di possesso (consapevole o inconsapevole, non importa) dei loro corpi che sospetto superiore alla mia?

Io credo che il mio genere di appartenenza mi autorizzi ad un certo cinismo, di fronte al mito della parola ?libertà?.
Banalmente, posso giurare di non esserci mai andata per mia libera scelta, all?appuntamento milanese bisettimanale con il parrucchiere, ma sempre perché soggetta alle pressioni della mia cultura di appartenenza.
Mi basta mettere un piede fuori dal mio contesto per tornare, e pure di corsa, al capello selvatico. E mi basta non avere voglia, o bisogno, di lanciare messaggi di seduzione all?universo maschile. So per certo, quindi, che il rapporto con i miei capelli è improntato a tutto fuorché alla libertà; figurarsi allora se mi agito per un velo.

Ma il mio genere di appartenenza mi autorizza anche ad una certa meraviglia, di fronte alle crociate per la libertà femminile condotte dagli uomini. Ma quando si sono mai viste? Ma dai, non scherziamo.
Perché sono incapaci di scandalizzarsi, gli uomini occidentali, di fronte al triplo e quadruplo lavoro delle donne del loro mondo e, invece, pare che darebbero la vita per la libertà delle musulmane di scoprirsi i capelli?
Penso male se sospetto che, più che altro, si sentano spossessati del loro diritto a vederli, i capelli in questione?

E questo (potenza delle associazioni di idee) mi fa pensare a un?altra cosa.
All?archetipo, cioè, delle donne come bottino di guerra degli eserciti vincitori, e del maschio più in gamba e potente, ecc. ecc.
Io, certo, avrò fatto troppa psicoanalisi, e gli analisti sono pessime compagnie.
Però credo che il maschio occidentale possa sedurre, o al limite comprare, tutte le categorie femminili del pianeta (penso a tutte le zone povere della terra rappresentate sui nostri marciapiedi, tanto per non andar lontano) tranne le musulmane.
Con quelle, non ce n?è. E? proprio dura.
Ed è il colmo, perché stiamo parlando proprio delle donne dei più odiati tra gli stranieri, dei più detestati tra i diversi.
Niente.
Ma non sarà che, un po?, gli rode?