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La foto mostra la pentola in cui, solitamente, desidero calare la pasta.
La sostanza che galleggia nell’acqua deve essere calcare. Pepite di calcare, per l’esattezza, che si formano ogni volta che mi distraggo al computer e l’acqua bolle per più di tre minuti.
Sospetto che, se non la filtrassi attraverso un colino prima di usarla, il piatto di penne al pomodoro potrebbe costarmi un dente.

La nostra acqua non è insapore e, spesso, nemmeno incolore e inodore.
Chi l’ha provata mi ha detto che sa di spremuta di cloro. Me l’ha detto mentre aveva la febbre a 39 e sgranocchiava pastiglie di Rifacol.
Il colore, invece, lo vedo personalmente. Un giallino tenue, che in Alto Egitto tende a diventare un beige deciso.
Non sempre, però. Spesso è trasparente ed io, superate le prime incertezze, ormai mi ci lavo anche i denti.
Anche l’odore, ahimé, mi capita di sentirlo personalmente. Dipende dai momenti della giornata e sembra emergere dalle tubature.
L’unico antidoto è l’incenso, se non l’abitudine.

L’altro giorno ho involontariamente offeso il signore della profumeria qui sotto.
Gli ho chiesto una crema per i capelli che funzionasse “contro l’acqua del Cairo”.
“Cosa ha di male, l’acqua del Cairo?? Noi la beviamo!”
“Ahem…sì. Ma il cloro che contiene rovina un po’ i capelli… sa, i miei non sono forti come quelli delle donne arabe.”
Non l’ho detto solo per farmi perdonare la goffaggine. I capelli delle arabe sono fortissimi davvero, e bellissimi, quando li riesci a vedere.
I capelli europei, invece – molto meno spessi – a contatto continuo con il cloro perdono il colore.
Sia io che la mia vicina abbiamo la stessa tonalità rossiccia, mai avuta prima in tutta la nostra vita, e se non li cospargessi di crema dopo ogni lavaggio – mai fatto prima in tutta la mia vita – non potrei nemmeno metterci il pettine dentro.
Diverse straniere li lavano con l’acqua minerale e, forse, dovrò rassegnarmi a farlo anch’io. Non per vezzo da occidentale sprecona ma come prevenzione contro la calvizie.

Le fibre dei tessuti dei vestiti che mi metto – e che, ahimé, dovrò pur lavare – subiscono la stessa sorte dei capelli.
Mi avevano avvisato ma, se non lo vedi con i tuoi occhi, non ci credi: dopo una decina di lavaggi, le cuciture di pantaloni e magliette cominciano a cedere. Dopo venti lavaggi, si bucano.
Sto per celebrare i funerali di un paio di pantaloni di lino a cui tenevo molto, letteralmente bruciati nei punti dove il tessuto suole tendersi di più. Più che con l’acqua, mi sembra di averli lavati con l’acido muriatico.

Non mi lamenterò oltre: dovrei scendere in particolari sull’effetto dell’acqua sulla pelle che sono fermamente intenzionata a rimuovere e, comunque, c’è chi sta molto peggio. I beduini del Sinai, per esempio, che spesso hanno denti nerissimi fin da bambini, probabilmente per mancanza assoluta di fluoro o chissà cosa.
Per una questione legata all’acqua, comunque, visto che i loro cugini del Negev, dove l’acqua è migliore, non hanno questo problema. Ne parlavo con una coppia di medici americani provenienti da Israele, durante il viaggio di ritorno dal Sinai. Quei due meritano un post a parte, comunque, e uno di questi giorni mi ci dedico.

Il mix acqua-sabbia-inquinamento non può fare granchè bene alla salute.
Il cancro impera, in Egitto, ed ho visto ospedali dedicati ai tumori infantili persino nella mia cittadina di provincia.
Comprensibilmente, preferisco non pensarci e concentrarmi sui capelli.

I capelli, dicevo: proteggerli da sabbia e smog con un velo è un’idea stupenda.
Alla lunga, però, anche il velo li rovina. Sfrega oggi, sfrega domani e, prima o poi, cadono. Capita a molte, a una certa età.

Non se ne esce, quindi.
A meno che una non opti per i metodi spicci e non si decida a fare come le ebree ortodosse, donne notoriamente spicce, appunto, e anch’esse dedite a non mostrare i capelli per motivi religiosi.
Alcune mettono un fazzoletto, come quelle di qui, ma annodato diversamente (e quindi meno scandaloso, non chiedetemi perchè).
Altre si radono a zero, invece, e poi si coprono la testa con una parrucca. (Non ho capito se la mettono solo prima di uscire, però, o anche per stare in casa.)

Ci sono giorni in cui, pettinandomi sconsolata davanti allo specchio, mi sorprendo a considerare quest’ultima usanza come un folgorante esempio di buonsenso, se non di genialità.