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In Egitto, com’è noto, ci sono i terroni, che sono quelli dal Cairo in giù.
Essi sono di vari tipi, proprio come da noi: un genere di terrone egiziano che cattura molto la mia attenzione è il terrone baladi, ovvero rurale.
In treno, lo riconosci dalla gallabiya e il turbante arrotolato con negligenza se è maschio, il velo messo alla bell’e meglio e l’umore chiacchierino se è femmina, l’infinito numero di scatole di cartone che si portano dietro e, soprattutto, perchè si liberano immediatamente delle scarpe e si accovacciano sul sedile come tanti pascià se maschi, allungano le gambe ovunque sia possibile se femmine.
Li capisco.

Io e il collega siamo seduti in seconda classe e abbiamo una famiglia baladi attorno a noi.
Due figli maschi e una femmina adulti e poi, attenzione, Mamma.
La Mamma è una persona importante, qui. Molto.
Di fatto, a me pare che le donne arabe salgano i vari gradini della locale scala gerarchica a base di scatti di anzianità: più invecchi più diventi importante; l’esatto contrario di noi.
E, insomma, c’è questa mamma che non sta molto bene, si sdraia sui sedili, un figlio le aggiusta il velo e la figlia le cosparge il volto di colonia e gliene mette anche un po’ sotto il naso. Lei fa un po’ di scena, secondo me.
Quando decide di andare in bagno le gira la testa e i due maschi se la portano praticamente in braccio. Io sospetto che sia una madre-padrona da paura e il sorriso da bimba autoritaria non mi inganna, no.

Io e il collega chiacchieriamo per conto nostro, il pascià scalzo di fronte a noi chiacchiera con i suoi, seduti nella fila di fianco e, in realtà, stiamo parlando gli uni degli altri contando sulle reciproche ignoranze linguistiche: “Questo qui ha due manone che starebbero bene a un omone di due metri, pazzesche.” “Vero? Però mica male, sono.” “No. Bellissimi uomini.”
Sì, sono belli. Alteri, scuri, con un portamento da principi, per quanto baladi. Ma i baladi lo sono spesso, assai belli. Più dei cittadini.
“Hai visto cosa mangiano? In Italia, quello sarebbe il pasto di un’impiegata a dieta!”
Uovo sodo, cetriolo e carota crudi, pane integrale.
“Sì, solo che l’impiegata a dieta ne fa uno, di spuntini. Questi ne faranno dieci al giorno.”
“Sì, ma mica l’impiegata a dieta va a zappare, dopo lo spuntino.”
Ci scambiamo sguardi di nascosto e ci siamo simpatici.

Il collega va a fumare, il pascià non resiste più alla curiosità: “Franzisa? Belgica?”
“No, Italia.” E un “ohhh…” di partecipazione si alza dalla famigliola e anche dai sedili circostanti, e si allungano colli e mi arrivano sorrisi.
Il pascià mi informa che è di Luxor. Io dico: “Ohhh…” e sorrido, e lui mi spiega che sta andando al Cairo dai suoi dieci figli.
Dieci? Dieci! Ed è contentissimo e ci tiene proprio, a spiegarmi che ha dieci figli, proprio dieci. “E la mamma?” “E’ al Cairo! Vado dalla mamma e dai dieci figli”. E il fratello, allora, mi dice che lui ne ha sette. Caspita, salute!
E allora indicano la Mamma che, per quanto stesa, sembra stare benissimo di colpo e pure lei vuole conversare e si lanciano frasi in arabo da riferirmi, e me le riferisce il pascià, ovviamente in arabo, ma è ormai assodato che lui riesce a farsi capire, in qualche modo. E mi spiega: “E’ che la Mamma ha avuto nove figli. Noi tre e altri sei. E, contando i figli che abbiamo avuto a nostra volta, ora siamo in settanta.”

Settanta. Viva loro. Cavoli, settanta. Questi non soffriranno mai la solitudine, poco ma sicuro.
Sono tutti contenti, mentre me lo spiegano, soprattutto la Mamma.
Che mi fa: “E tu quanti ne hai?” E io, modesta: “Una.”
“Oh”, ma hanno l’aria incoraggiante e, giusto in quel momento, torna il collega che ha finito la sigaretta.
Il pascià gli offre del pane, tutti gli spieghiamo la storia dei dieci figli e Mamma gli fa: “Tu, allora, uno?”
E il collega, che non sempre è un genio, esclama: “No, due!” E tutte le teste si girano verso di me, perplesse.
No, non siamo marito e moglie, spieghiamo. “Duktor, duktora, gama’, siamo prof!” spiego io, come a dire che siamo persone perbene, giuro.
“E tua moglie?” chiedono a lui. “In Italia!”, risponde festoso, con tanto di gesto del braccio come ad indicare lontano.
“E tuo marito?” chiedono a me. “In Italia.”, rispondo come una pappagalla.
E si fa un silenzio imbarazzato ed è chiaro che siamo una coppia adultera con cui non è più il caso di parlare di settanta figli, e il pascià si osserva l’unghia dell’alluce, il fratello si liscia i baffi precipitandosi sul giornale, Mamma guarda la figlia e poi scorge qualcosa nel panorama di cui parlare, io mi sento in colpa perchè erano così contenti di conoscerci, un attimo prima, e il collega, ovviamente, non si accorge di niente.
E i rapporti tornano cortesi e formali ma, ora che sono un’adultera, il fratello mi sbircia in modo diverso, evvabbe’.

Io, poi, sono scesa a Giza e il collega ha proseguito verso Ramses, quindi suppongo che la mia reputazione sull’espresso da Luxor sia migliorata, a quel punto, ma non lo saprò mai con certezza.

(Attraversando il vagone per scendere, ho notato che le foto delle torture tengono ancora banco, sulla stampa egiziana.
Quando andai ad Alessandria c’era tutto il treno con in mano giornali pieni di pagine e pagine di foto. Le stanno pubblicando tutte, proprio tutte, sommate a quelle di Rafah, e sembrano non finire mai.
E a me pare sempre un miracolo che, un attimo dopo aver guardato quella roba, abbiano voglia di chiacchierare con me e spiegarmi dei loro figli e offrirmi pane e cetriolo.
Uno dei giornali che stanno andando per la maggiore sui treni, poi, è particolarmente enfatico – ma, sul rapporto degli arabi con l’enfasi, qualcuno dovrebbe scrivere un libro e pubblicarlo da noi, ché altrimenti non ci capiremo mai – e l’altro giorno aveva un fotomontaggio di Bush e Sharon con in mano due bicchieroni di sangue e, sotto, le nuove foto di Abu Ghraib e Rafah.
Ed io gliel’ho chiesto in prestito al mio vicino ed è stato tutto un: “Permette?” “Oh, prego, si figuri” “Grazie mille” “Non c’è di che”, e il giornale che passava di mano tra l’arabo e l’italiana e tutto quel rosso che sembrava che il sangue grondasse giù dal giornale mentre eravamo così gentili a vicenda ed era stranissimo, per me, ma sembrava che fosse strano solo per me.)