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A me l’Egitto piace quando va a piedi.
Quando è motorizzato arrivo ad odiarlo come poche volte, nella mia vita, ho odiato qualcosa o qualcuno.
“Cretiiiiiino!!!” è il mio grido di battaglia, nei taxi o quando provo ad attraversare la strada.
E per fortuna non giro armata, altrimenti il numero dei taxisti di questa città si sarebbe ridotto di parecchio, in questo ultimo anno.

Poi mi rendo conto di essere ripetitiva: di taxisti avrò parlato cento volte, su ‘sto blog.
Però oggi, per esempio, alla seconda inchiodata di freni sono finita contro il sedile davanti e mi sono semi-slogata la mascella.
Dieci minuti prima ci eravamo inchiodati a un pelo da un autobus di traverso davanti a noi e con un altro che stava per travolgerci da sinistra.
Con lo stesso taxi.
E tu ti metti a urlare, a quel punto, e il taxista indica l’esterno (gli autobus, le altre macchine, il mondo, il destino, il fatto di essere nato) per attribuirgli la colpa e spiegarti che lui non c’entra.
Ed è allora che gli dici: “No!! Sei TU che sei un cretiiiiiino!”

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Non è questione di non rispettare le regole del traffico: io sono di Napoli e queste cose non mi scandalizzano più di tanto.
E’ il fatto di non saper guidare, il problema. A Napoli possono anche essere dei pazzi, al volante, ma in genere sanno guidare, e anche bene.
Qui sono dei pazzi e, per giunta, non hanno la più vaga idea di cosa stiano facendo.
Se una urla, dopotutto, ci sarà un motivo.

Partiamo dai fondamentali: la patente, in genere, se la comprano.
Funziona che, a un certo punto della tua vita, qualcuno ti spiega che quella cosa tonda è il volante e con un pedale acceleri e con l’altro freni. Poi tu dai dei soldi a qualcuno, il qualcuno ti dà una patente e via: la strada è tua.
Da quel momento, nessuno ti controllerà più. Tocca a chi prende il tuo taxi, verificare le tue condizioni psicofisiche prima di salire. Mica facile.

Io ho avuto taxisti semiciechi, per esempio, che veramente non vedevano la strada e, al momento di pagarli, stavano lì un quarto d’ora a cercare di riconosce la banconota che gli avevi messo in mano.
Ho avuto un taxista con una gamba di legno.
Ho avuto taxisti che magari guidavano da trenta ore e si addormentavano al volante, e uno di questi ha accoppato una spagnola qualche mese fa, risvegliandosi mentre abbatteva una palma e uccideva la povera passeggera.
Ed è che la cosa normale, qui, è morirci, sul taxi. Tutte le volte che ne scendi viva riconsideri il tuo rapporto col Padreterno. Forse si diventa mistici, a vivere al Cairo.

Del resto: tu sali, gli dai l’indirizzo, lui parte e, inspiegabilmente, comincia a correre come un pazzo, nonostante abbia una macchina che gli cade a pezzi. Anzi: spesso ce ne vogliono due, di taxi, per arrivare a destinazione, ché è abbastanza normale che il primo si pianti per strada.
Corre come un pazzo ma non va dritto: il taxista medio va a zig-zag, o perchè deve assolutamente superare chiunque gli stia davanti alla solita distanza di un millimetro oppure – e ti vengono i capelli bianchi, davvero – perchè non sa andare dritto o la macchina non glielo consente più da chissà quanto.
Nel frattempo beve il tè, il taxista medio.
Il bicchiere lo tiene infilato in una specie di anello metallico fissato accanto al cambio e lui, mentre imbocca la sopraelevata a 100 all’ora e andando a zig-zag, con una mano prende e regge il suo tè e se lo beve, che la menta possa strozzarlo – magari dopo che sarò scesa.

Il taxista medio cairota non sa guidare, non sa l’inglese e non sa dove vuoi andare.
Fingerà di saperlo per catturarti ma, una volta che sarete in marcia, girerete a vuoto per ore chiedendo indicazioni a tutta la città. Il grande classico è affiancare un altro taxista sulla sopraelevata, pure lui a zig-zag e a 100 all’ora, e urlargli: “Dov’è la strada Tal dei Tali?”. Senza che nessuno dei due rallenti o raddrizzi, inizierà un’appassionante conversazione a base di gesti e urla da un finestrino all’altro. Nessuno dei due starà guardando la strada, nel frattempo.
Tieni presente, poi, che più il taxista si perde e più lo devi pagare, visto che guida più a lungo. Non è colpa sua, se non sa dov’è la strada che ti aveva giurato di conoscere. E’ colpa della strada o di chi l’ha messa proprio lì, oppure tua che ci vuoi andare. Sua, di certo, no.

A volte, il taxista medio cairota non è del tutto sicuro di quale sia la destra e quale la sinistra: te ne accorgi quando gli dici: “Destra!”, lui va a sinistra, tu urli “Cretiiiino!” e lui ti guarda dispiaciuto. Con il tempo, prendi l’abitudine ad accompagnare le indicazioni con ampi gesti della mano.
E cercando di distinguerli tu, i sensi unici, ché lui sarebbe capace di infilarsi pure in autostrada contromano se, per sbaglio, gli dici di farlo.
Non è facile coltivare l’armonia tra i popoli in un taxi del Cairo. Io ci coltivo crisi isteriche, più che altro. Poi si verifica sempre lo stesso fenomeno: lui mantiene la faccia afflitta per tutta la durata della mia crisi isterica e, quando infine scendo senza quasi più voce e con tutti i capelli dritti, lui ti saluta felice e sorridente come se non fosse successo niente e magari ti aiuta pure con le borse, giusto per essere gentile.
E tu pensi che, sì, in effetti siamo abbastanza diversi. Nella prossima vita capirò chi è migliore.

Ci sono cose che non mi spiegherò mai, dell’Egitto al volante.
Gli egiziani, io lo so, sono un popolo gentile, dolce, pacifico, attento al prossimo e animato da un forte istinto comunitario.
Al volante, è la metamorfosi: diventano dei bastardi individualisti in competizione con tutti gli altri esseri umani. Ti vedono a cento metri che stai attraversando la strada? Ti puntano e accelerano. Davvero. Devi correre pregando di non inciampare. Ci vogliono scarpe buone, per attraversare le strade di questa città.
E non è divertente, io mi incazzo e basta.
Hanno stirato una ragazza davanti al mio albergo in Alto Egitto, il mese scorso. E’ morta, poveretta, e poteva capitare a me, alla collega e a chiunque attraversi quella strada. Non ha senso. E’ il trionfo dell’imbecillità, guidare così.
D’altra parte è proprio il sistema generale di guida a renderti un folle. Non credo che si riescano a fare più di cento metri, in questo paese, guidando normalmente.

E poi non capisco perchè caxxo debbano guidare a fari spenti, di notte.
E’ passato un anno, da quando me lo sono chiesta la prima volta, e ancora non ho trovato una risposta.

Qualcuno dice – e non ci voglio credere, mi rifiuto – che lo facciano per risparmiare la batteria.
Altri ipotizzano un risparmio di lampadine, e forse la cosa ha più senso.
Un amico mi faceva notare che, con tutti i milioni di macchine che ci sono al Cairo, la città di notte diventerebbe abbagliante, se accendessero i fari. Dovremmo girare con gli occhiali da sole.
Sì, ok, ma allora come fanno, a Città del Messico? Guidano a fari spenti pure lì? Boh.
A me è venuto in mente che potrebbe trattarsi di un’abitudine presa durante la guerra con Israele e i relativi oscuramenti: magari si sono abituati allora, si sono trovati bene e hanno deciso di continuare così.
Non trovo altre soluzioni al mistero e mi risulta che il resto del Medio Oriente li accenda, i benedetti fari.

Io, insomma, sono a un bivio tra il fatalismo totale e l’isteria.
Guardo quelli che si avventurano in questo traffico armati di sola bicicletta guidata con un’unica mano, ché magari l’altra regge l’immenso vassoio del pane fresco, o quelli che si buttano nelle corsie delle sopraelevate spingendo con le mani le ruote della propria carrozzella da paralitico.
O il tizio senza gambe fermo al semaforo su una tavoletta di legno con le rotelle, tra una macchina e l’altra.
Contemplo le scene più assurde e mi dico che la vita è così, è inutile irrigidirsi nell’insensato controllo di ciò che ti potrebbe accadere.
La vera saggezza è chiudere gli occhi, rasserenarsi e pensare: “Inshallah”.

Poi il taxista inchioda di botto, appunto, e tu ti sloghi tutta la mascella proprio perchè ti eri appena rilassata, come un’imbecille.
E quindi urli il tuo “Cretiiino!!”, altro che “Inshallah”.
E poi torni a casa e scrivi un post chilometrico per sfogarti, ché non puoi fare altro.
E’ ovvio che se avessi una pistola in borsa, quando esco, troverei altri modi per sfogarmi.