Tanto per cominciare: il Sinai è molto più grande di quanto pensassi.
E se non è grande lui, ci pensa l’esercito ad ingrandirtelo.
Tu, dunque, passi per le montagne rosse che portano da Dahab a Taba, poi ti inoltri per la zona sassosa e pianeggiante che taglia il Sinai verso l’interno, ammiri le acacie e i cammelli che vagano e giungi a Nakhl in riserva sparata, ché nel Sinai i distributori sono rari e qualche volta vuoti.
Lì ti appare il cartello “El Arish 150 km” e contempli Jose che esulta: “¡Eso está hecho, mujer!”
Prendi una strada bellissima che porta verso delle montagne tigrate (sì, sono montagne del colore del manto di una tigre, ed ero sobria) e ti fermi al posto di blocco.
E lì rimani.
Il soldatino si prende i passaporti e se ne va.
Poi torna (“Non ha i passaporti in mano, brutto segno”), si prende i documenti della macchina e se ne va.
Poi torna, si prende la patente e se ne va.
E dopo molto tempo torna e, insomma, almeno hai la soddisfazione di scoprire che stai cominciando a capirlo, l’arabo: “Ah. Ci serve la tesseriyya che si prende al Moqabarat di Nakhl.” Marcia indietro e tornare con la tesseriyya.
E torniamo a Nakhl, che pare una cittadina del Far West in mezzo al nulla, vaghiamo tra case diroccate, scoviamo un ufficio postale al primo piano di una casa con un letto sfatto e uno sportello e l’impiegato ci accompagna fino ad una caserma lì affianco e non si sente volare una mosca, il silenzio è assoluto.
Si prendono i passaporti e ci lasciano lì ad aspettare, il soldatino al cancello ci offre di sederci sul suo letto sfatto, nella guardiola, ma in realtà si sta bene, sotto al sole in mezzo al nulla: è un sole secco che mi ricorda le estati della mia infanzia, te lo senti addosso e pensi che ti fa bene, che ti rinforza.
E poi tornano e ci dicono che no, non ci danno il permesso.
Ed io esclamo un “Please!!” a mani giunte e il soldato dice che il boss non vuole, che gli dispiace e, a questo punto, se fossi sola pianterei un capriccio infinito e mi incatenerei ai cancelli ma Jose taglia corto e mi dice: “Non perdiamo tempo” e ce ne andiamo senza insistere, ché lui dice che è inutile.
Uscendo da Nakhl, ho la visione fugace di un uomo e un bambino seduti a terra in una casupola di mattoni completamente vuota, senza porta. Sono a gambe incrociate, vestiti di bianco, e sono completamente in silenzio. Forse rimarranno così per ore.
E per un attimo penso al blog, e a tutta la gente che vorrebbe che fossero “laici”, questo padre e questo figlio, e mi viene in mente che l’Europa è un posto improbabile e inventato.
E poi ci rassegniamo al percorso che ci hanno imposto per raggiungere El Arish: a Suez, poi su a Port Said e da lì costeggiare il Mediterraneo fino a destinazione.
Sono come minimo 300 km in più, mortacci loro.
Cartoline dal percorso, sparse: Jose che non mi fa guidare perché dice che vado troppo piano. Un carroarmato tutto rotto della guerra con Israele, dove io mi faccio una foto e Jose fa pipì. Le navi che scendono lungo il canale di Suez. Un ponte avveniristico fatto dai giapponesi che si chiama (come vuoi che si chiami?) Peace Bridge e scendiamo per fotografarlo e ci scapicolliamo giù per la sabbia delle cunette che separano le corsie della strada, ma è che è il ponte che unisce l’Africa all’Oriente, va fatto. Un mucchio di posti di blocco, bidoni dipinti con la bandiera in mezzo alla strada e poliziotti perplessi davanti a ‘sti due stranieri che devono essersi persi, che ci fanno qui invece che a Sharm?
Un cartello in spagnolo davanti a una torretta di guardia che dice: “Bienvenidos al batallón Colombia” e sono i colombiani delle forze multinazionali. Il paesaggio che diventa sempre più chiaro mentre ci avviciniamo al Mediterraneo e cominciano a spuntare orti nella sabbia e camioncini carichi di pomodori. E poi il Mediterraneo e la zona dei Bitter Lakes, che sicuro che gli ebrei attraversarono quelli, altro che il Mar Rosso – perché, scusa, se dal Sinai attraversi il Mar Rosso finisci in Arabia Saudita, mica in Palestina, dico io – e poi l’area protetta di El Zaranik che serve agli uccelli migratori e, lì, il Sinai diventa un mare di dune di sabbia che sembrano budini di crema, ci affonderesti un cucchiaio.
Dietro i budini, il mare.
Ed io sono senza fiato (“Uh. Guarda. Il Mediterraneo. Il mio mare”) e, un sacco di tempo dopo, El Arish.
Che è una grande città, con tanto di zona residenziale e zona per i villeggianti, ed egiziana che più non si potrebbe e io divento l’attrazione del luogo, ché sicuro che siamo i primi occidentali che vedono da chissà quando e mi guardano tutti, ma proprio tutti e, per quanto mi avvolga nello scialle fino al naso, non ce n’è: un bambino rischia di scapezzarsi dalla bici, per essersi girato a guardarmi basito mentre pedalava.
Un albergo liberty che ha conosciuto tempi migliori, con le palme vere nel salone e la piscina vuota, un lungomare infinito, un matrimonio rumorosissimo dove ci invitano a entrare, ci portano le sedie per farci sedere – più è Egitto profondo e più sono ospitali, sempre così – ed è pieno di bambine vestite da sposa che ballano la danza del ventre e gli sposi seduti sul loro trono e, a un certo punto, anche una signora tutta velata di nero zompa su una sedia a fa un po’ di danza del ventre pure lei, ma è solo un minuto e poi torna giù, ridendo.
Egitto totale e conservatore e, la mattina dopo, farò il bagno in mare con la mia gallabiyya verde (“Mi bagno solo i piedi, Jose. No, andiamo subito, è solo un attimo. Faccio solo due passi in acqua per vedere com’è.”). Splash.
E mi sento indecente, nonostante la gallabiyya, perché nuotando mi va su, e non capisco come facciano le arabe a non rimanere col culo scoperto mentre nuotano, avranno un’abilità acquisita col tempo.
E poi andiamo a Rafah, ma questa è un’altra storia e la racconto in un altro post.
Jose Antonio compiva 67 anni il giorno prima, e abbiamo festeggiato con una bottiglia di vino semiclandestina nell’astemia El Arish. E’ un ex inviato di TVE e ne dimostra 15 in meno, beato lui. Sa girare. Conosce ogni angolo del mondo ed è un ottimo compagno di viaggio. Un pelino prepotente, forse, ma non fa nulla: lo sono anch’io, povera me. E’ un effetto collaterale dello stesso individualismo solitario che ti porta ad avere voglia di girare, dopo tutto.
Un compagno di viaggio di sesso maschile è una buona cosa, da queste parti: la gente tende ad essere timida, con una donna sola, o goffa e perplessa sul come comportarsi. Con un uomo socializzi di più – specie se non parli arabo – ma questo ti succede anche in Italia, dopo una certa età. Qui succede di più, naturalmente.
Credo che ci siamo divertiti, a girare insieme, e che ripeteremo.
Lui vuole andare in Etiopia, a proposito.
Gli uomini hanno pregi e difetti, si sa. Ad esempio, mentre la macchina vola a 140 all’ora su una strada nel deserto e io, in quanto lumaca, sono relegata al ruolo di copilota:
Io: “Dice il mio compagno che queste non sono strade fatte per correre, hanno molte irregolarità.”
Lui: “Il tuo compagno è abituato all’Europa. Io sono abituato alle piste africane, mia cara.”
Clonk, clank, clonk.
Lui: “Coño, abbiamo bucato.”
Molto tempo dopo, dopo aver cambiato la gomma e averla riparata in capo al mondo.
Io, timidamente: “Non ho finito il discorso, prima. Il mio compagno dice che ci puoi lasciare una ruota, nelle irregolarità delle strade del Sinai.”
Lui: “Grrr.”
(La mia, comunque, è solo invidia perché guida assai meglio di me. E i 1500 km che abbiamo fatto, io li avrei fatti in 1500 ore, lo so. Senza bucare, questo sì.)

che bello. ma allora sei passata per il valico di Mitla!!!
Forse non lo sai, ma la storia e’ passata da quelle parti. E non mi sto certo riferendo alla bibbia…. era il 1956!
Leggi un po’ cosa dice la mitica wikipedia in proposito:
http://en.wikipedia.org/wiki/Ariel_Sharon
Troverai anche un libro al riguardo, se cerchi bene in rete.
Dopo questo sfoggio di conoscenze belliche una richiestina: ce la fai vedere la foto del carrarmato? Almeno si capisce di che esercito e di che epoca e’. Gia’, perche’ li’ e’ stato tutto un viavai… 1967, 1973…
E’ una coazione a ripetere, quella di Sharon: provocare per poter fare guerre.
Ho letto una sua breve biografia in Volti di Israele, di Avishai Margalit. Il ritratto che ne esce e’ quello di un sadico pericoloso.
Pure il carroarmato e’ tra le foto di Jose. Le avro’ tra qualche giorno e non manchero’ di postarlo. Se riesci a dirmi di che si tratta avrai la mia eterna gratitudine.